Costruisci il tuo futuro nel cuore dello Stretto: perché scegliere Giurisprudenza alla Mediterranea
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...
Gioacchino Criaco è uno scrittore e giornalista calabrese fra i più affermati in Italia.
Lo apprezzo e lo stimo anche come uomo, che ha fatto della sua professione una testimonianza viva di cosa significhi la lotta per il riscatto di una terra complessa come la Calabria, ma senza rinnegarne i legami forti delle radici, dei contrasti, delle contraddizioni. I suoi libri, da “Anime Nere”, da cui è stato tratto il bellissimo film di Francesco Munzi, vincitore di nove David di Donatello e tre Nastri d’Argento a “La maligredi”, che racconta il sogno della rivolta aspromontana in un Sessantotto che attraversò anche la gioventù dei campi e delle periferie calabresi, raccontano personaggi e atmosfere incombenti in modo quasi ineluttabile sui destini di questa terra.
In questi giorni mi ha colpito un suo breve scritto dal titolo “Il Sud è un Messico senza rivoluzione” in cui descrive con grande efficacia e colore l’evoluzione dei bandoleros messicani e dei picciotti meridionali, che hanno scelto di sostituire la rivoluzione sanguinaria con il paradiso milionario della droga.
Lo scrittore di Africo utilizza poche incisive pennellate per descrivere una realtà in cui si sta realizzando una “rivoluzione” antropologica e sociale senza l’uso dei kalashnikov.
«Il Sud è un Messico senza rivoluzione. Nemmeno in Messico se ne fanno più, i soldati di Zapata si incarnano in narcos con le camicie sgargianti fradicie di sudore mentre scavano nella sabbia di Sinaloa o strisciano l’aperitivo a Mergellina. La coca ha vinto sulla rivoluzione, i ribelli rivoltano solo se stessi ai bordi delle piscine o nelle curve degli stadi: sud America e sud Italia viaggiano in mezzo ai cactus sparando al cielo… La bianca macina miliardi sulle piazze polverizzate da Napoli a Milano, da Miami a Toronto. I Narcos aspromontani fanno ovile a Dubai, hanno più liquidità degli Emiri: non ci cascano più con gli investimenti che finiranno in confisca dei beni. Amaru ku ncappa, ognuno si fa il giro fin che dura e lascia il regno a un bandolero nuovo».
E poi il gran finale con il richiamo a “C’era una volta in America” il capolavoro assoluto dell’ “ultimo profeta autentico” Sergio Leone.
Gioacchino Criaco è uno degli animatori delle giornate ferragostane di Africo, volute da Mario Oliverio, Presidente della Giunta regionale, in cui quel che resta dell’intellettualità meridionale si riunisce per fare il punto sullo stato della “narrazione” della Calabria. Ma Gioacchino Criaco è ormai una stella della letteratura nazionale, un grande intellettuale conteso dalle maggiori case editrici, il cui pensiero risponde ai canoni e ai codici comunicativi dei grandi network che vogliono vendere una certa immagine del Sud e quindi della Calabria: i narcos aspromontani piuttosto che i ragazzi calabresi che chiedono di potere spendere i loro talenti in questa terra, all’Unical o al porto di Gioia Tauro.
In questi giorni è in Calabria il grande regista di Magisano di Catanzaro Gianni Amelio per presentare il suo bel film “Campo di battaglia”, che a Venezia ha avuto oltre 7 minuti di scroscianti e meritati applausi. Il film racconta, con rigore di stile e di immagini una pagina tra le più dure e strazianti della Grande Guerra, con migliaia di giovani mandati a morire al fronte, impreparati, male equipaggiati, peggio comandati e mette in evidenza la “guerra privata” di chi, un giovane ufficiale medico, bene interpretato da Alessandro Borghi, aiuta molti spauriti soldati a tentare di farsi esonerare dall’invio al fronte e quindi al macello di una guerra di cui non capiscono il senso, attraverso l’autolesionismo, la menomazione volontaria del corpo e la provocazione di malattie. Un fenomeno molto diffuso durante il sanguinario conflitto mondiale descritto e documentato con drammatica precisione.
Gianni si rivela regista di grandissima professionalità e raffinata cultura che si esprime con un linguaggio cinematografico internazionale. L’altra sera nell’incontro al Cinema Comunale di Catanzaro, malgrado sia stato trascinato dalle domande del pubblico a parlare della Calabria e della sua Catanzaro, era evidente che quel giovane e brillante “compagno”, col quale abbiamo sognato la rivoluzione culturale negli anni 60, con “Il Manifesto” e “I martedì del Supercinema”, è divenuto un grande intellettuale globale, che intrattiene rapporti amichevoli con Pedro Almodovar e che ormai non ha più bisogno di inseguire i riconoscimenti delle giurie veneziane, avendo già vinto un Leone d’Oro. E che della Calabria e della città di Catanzaro ricorda i sogni svaniti tra le stelle che apparivano sul tetto apribile del vecchio cinema Politeama. Una città e una Calabria sicuramente cambiati e magari non in meglio, mentre quelli come lui, meritoriamente conquistavano il successo e la gloria lontano da qui, a Cinecittà, a Milano o a Hollywood. E’ perciò difficile chiedere il conto a chi è rimasto dello scarso amore per questa terra.
Forse allora si capisce perché diventa sempre più complicato sconfiggere il pregiudizio che continua a segnare ingenerosamente il Sud e la Calabria nella cultura e nella narrazione nazionale. Certamente molto è dipeso dagli stessi calabresi che hanno assecondato il loro destino, vinti dalla lotta per la sopravvivenza contro la natura bella e violenta e contro i grandi detentori della ricchezza, del potere terreno e religioso. E quindi per il trasformismo degli intellettuali, che hanno ceduto alla suggestione del potere del mondo borghese e abbandonato la trincea del riscatto e della verità.
Forse non tornerà estemporanea o nostalgica la lettura di qualche pagina di Antonio Gramsci che, proprio sul ruolo degli intellettuali meridionali nell’impegno per il riscatto sociale e civile del Sud definiva Benedetto Croce e Giustino Fortunato “i reazionari più operosi della penisola” in quanto, in particolare il padre della “Critica”, «ha distaccato gli intellettuali radicali del Mezzogiorno dalle masse contadine, facendoli partecipare alla cultura nazionale ed europea, e attraverso questa cultura li ha fatti assorbire dalla borghesia nazionale e quindi dal blocco agrario».
Per fortuna oggi, a distanza di circa un secolo da quando Gramsci scriveva queste cose, non esiste il “mostruoso blocco agrario” che tiene fermo il Mezzogiorno, né è immaginabile un “blocco intellettuale” attribuito dall’ideologo comunista a Croce, ma è evidente che il rinnovamento della società esige che gli intellettuali meridionali raccontino una Calabria vera, non letteraria o cinematografica.
