Sabato, 22 Giugno 2024

                                                                            

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COSA FARE A FRANCOFORTE QUANDO SEI MORTO

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Nel 1974 l’epistemologo statunitense Thomas Nagel pubblicò un saggio -peraltro, oggi molto celebre – dal titolo: «Che cosa si prova a essere un pipistrello?». In esso, oltre ad affrontare il problema del rapporto mente-corpo (soggettività-oggettività) veniva espressa la necessità di uno stretto collegamento tra coscienza e intenzione. Non so perché ma leggendo su «La Repubblica» delle scelte italiane per la delegazione che andrà alla «Fiera del Libro» di Francoforte (quest’anno l’Italia è «ospite d’onore») mi è venuto fortemente in mente il saggio di Nagel. In soldoni la polemica montata da un gruppo di intellettuali evidentemente distanti dalle decisioni di Mauro Mazza (il commissario straordinario del nostro governo per la partecipazione all’esposizione editoriale tedesca) è presto detta. Ci sono state delle esclusioni illustri; ci sono stati degli inserimenti discutibili. Questo è tutto: senza fare nomi! Thomas Nagel sarebbe andato più a fondo. Essere un pipistrello vuole dire possedere una soggettività che è molto diversa da quella di un essere umano. La questione è: che interessa hanno gli esseri umani a calarsi nella soggettività del pipistrello? Non è dunque quella che hanno montato gli intellettuali (evidentemente «di sinistra») a interessarci. E’ la questione, invece, molto più seria e rilevante - attorno alla quale l’estetica sta dibattendo da più di 1000 anni – sul valore dell’opera d’arte, sull’«originalità» di un manufatto artistico, sulla sua mancata o realizzata adesione a un certo «canone» condiviso, in un determinato momento, dalla società. Insomma fior di questioni. Pupo, Iva Zanicchi, Povia, Gigi D’Alessio, Alessandro Baricco, Stefano Zecchi, Susanna Tamaro, Pietrangelo Buttafuoco… Che cosa c’entrano? Perché ogni volta che si discute della «cultura» in questo Paese vengono tirati fuori Antonio Scurati da una parte e dall’altra Alessandro Sallusti? Secondo me non si capisce – e lo dico con la massima modestia possibile e senza nessuna presunzione – bene il punto. Il discorso invece lo può risolvere Thomas Nagel col supporto dell’ultima estetica degna di questo nome: che è quella di Hegel. Nagel direbbe che esistono due cose: l’estraneo e il pertinente. Hegel aggiungerebbe che «L’opera d’arte deve essere espressione dello spirito cioé del pensiero in divenire». Al pari dell’«Alice» della canzone di Francesco De Gregori, chi si sta occupando del dibattito intellettuali versus governo, tutto questo «non lo sa». E’ pertinente ciò che aderisce al pensiero, in un determinato momento e in un determinato luogo: dunque si riesce ad «apprendere» col pensiero magari un’epoca realizzando così il «criterio» vero per stabilire cos’è letterario e cosa non lo è, solo se si è «familiari» alla propria epoca. Ecco perchè mi veniva fortemente in mente il testo di Thomas Nagel. Alla «Fiera di Francoforte» dovrebbe andare chi è «pertinente» non col proprio governo, ma con la propria «epoca». Ma la filosofia si sa è cosa di poco conto. Non risolve i problemi. E i filosofi (tranne Stefano Zecchi il cui peso specifico, essendo stato scelto per rappresentare l’Italia, è stato accostato a quello di un Emanuele Severino, per esempio) non vanno certo a Francoforte. Però la filosofia in questo intricatissimo caso ci aiuta e non poco. Adesso vediamo chiaro. In una «Fiero di Francoforte» (evidentemente: del libro) non si sceglie di «portare» autori selezionati secondo criteri estetici. E nemmeno secondo criteri politici: nessuno si permette di dire questo. Ognuno fa le sue scelte; in fondo anche il pipistrello le fa, anche se noi non le capiamo. Gli «intellettuali di sinistra» che sono in polemica con le scelte che hanno guidato la composizione della delegazione italiana a Francoforte, sbagliano. E sbagliano grosso. Qui non è questione né di editoria, né di estetica, né di letteratura e meno che mai di cultura; e nemmeno di politica. E’ questione che nessuno, in questo momento, perde tempo più ad «apprendere» il proprio tempo col pensiero. Capovolgendo il celebre verso della canzone dei Pooh («Non restare chiuso qui, pensiero») oggi potremmo dire: «Stattene bello chiuso qui, pensiero». E fai volari i pipistrelli …


 

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