Domenica, 14 Luglio 2024

                                                                                                                                                                             

 

                                                                                                                                                                                                          

C Cultura|Società

L’INGIURIA DISCRIMINATA E LA STIGMATIZZAZIONE DELL’INSULTO SUL COLORE?

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«Ten little Niggers going out to dine,/ One choked his little self and then there were nine.// Nine little Niggers staying up too late,/ One overslept himself and then there were eight.// One little, two little, three little, four little, five little Niggers,/ Six little, seven little, eight little, nine little, ten little Niggers.// Eight little Niggers going into Devon./ One said he’d stay here and then there were seven.// Seven little Niggers chopping up sticks,/ One chopped himself in half and then there were six.// Six little Niggers playing round a hive,/ One bumble-bee stung one and then there were five.// Five little Niggers going in for law,/ One got in Chancery and then there were four.// Four little Niggers going out to sea,/ A red herring swallowed one and then there were three.// Three little Niggers visiting the Zoo,/ A big bear hugged one and then there were two.// Two little Niggers playing in the sun,/ One got shrivelled up and then there was one.// One little Nigger living all alone,/ He got married and then there were none.» (Dieci poveri negretti/ se ne andarono a mangiar:/ uno fece indigestione,/ solo nove ne restar.// Nove poveri negretti/ fino a notte alta vegliar:/ uno cadde addormentato,/ otto soli ne restar.// Otto poveri negretti/ se ne vanno a passeggiar:/ uno, ahimè, è rimasto indietro,/ solo sette ne restar.// Sette poveri negretti/ legna andarono a spaccar:/ un di lor s’infranse a mezzo,/ e sei soli ne restar.// I sei poveri negretti/ giocan con un alvear:/ da una vespa uno fu punto,/ solo cinque ne restar.// Cinque poveri negretti/ un giudizio han da sbrigar:/ un lo ferma il tribunale,/ quattro soli ne restar.// Quattro poveri negretti/ salpan verso l’alto mar:/ uno un granchio se lo prende,/ e tre soli ne restar.// I tre poveri negretti/ allo zoo vollero andar:/ uno l’orso ne abbrancò,/ e due soli ne restar.// I due poveri negretti/ stanno al sole per un po’:/ un si fuse come cera/ e uno solo ne restò.// Solo, il povero negretto/ in un bosco se ne andò:/ ad un pino si impiccò,/ e nessuno ne restò.).

Niggers o Injuns

Generalmente, si ritiene che la canzone "Ten Little Niggers" sia un adattamento, nell’anno successivo, di "Ten Little Injuns" (1868) di Septimus Winner, da parte di Frank J. Green, così come, forse, potrebbe anche essere avvenuto il contrario. In ogni caso, a diventare un vero e proprio standard degli spettacoli di “menestrelli dalla faccia nera” è stata questa versione cantata dai Christy's Minstrels: “Ten little Niggers going out to dine...”.

Negrastrákarnir

Le varianti, come l’islandese "Negrastrákarnir" del 1922, hanno in comune il fatto che riguardano sempre ragazzotti dalla pelle scura rimasti eternamente bambini, non in grado d’imparare mai dall'esperienza. Nel 2007, la ripubblicazione da parte dell'editore islandese Skrudda della versione inalterata del 1922 di Negrastrákarnir (Ragazzi negri) ha suscitato un dibattito divisivo tra coloro che, per questo titolo, giudicavano razzista l’intera pubblicazione, come pure coloro che la reputavano alla stessa stregua d’«una parte di storie divertenti e sciocche create nel passato». Altri han parlato di “nostalgia coloniale”, nel senso di immagini che riportano a tempi più “semplici” in cui consimili rappresentazioni non rischiavano di divenire oggetto di obiezioni accese.

Un metro di “meta-pregiudizio”

In quanto tali, questi discorsi cercano di separare un’attuale identità condivisa dalle passate questioni di pregiudizio razziale. Contestualizzare pertanto la pubblicazione della filastrocca del 1922 all'interno dell’attualità europea e nordamericana dimostra, tuttavia, ch’essa continua ad adattarsi molto bene ai discorsi contemporanei sulla razza e il razzismo, specie laddove le immagini rassomigliano alle caricature dei neri negli Stati Uniti, ma contemporaneamente fa emergere una sorta di pregiudizio che si rivoltola su esso stesso (quasi un metro di “meta-pregiudizio”?).

Sia pur con una melodia diversa, la canzone tedesca per bambini, aggiunge un suffisso diminutivo e assume il titolo "Zehn kleine Negerlein". È un tentativo di sfuggire a questa logica?

“And Then There Were None”

Una volta approdata, conosciuta e divulgata in Europa, la filastrocca fu usata da Agatha Christie per qualificare il suo celebre romanzo omonimo del 1939, imperniato su una decade di omicidi perpetrati su un'isola remota. E questa originale intestazione non venne modificata, per la pubblicazione nel Regno Unito di quella che rimane una delle sue opere più famose, se non nel 1985, mentre per l'edizione statunitense era già stata trasformata nel 1940 e sostituita dalle ultime cinque parole della canzone: “And Then There Were None”.

Negro o negrito

Molte traduzioni più antiche erano basate sul testo originale britannico, sebbene la parola usata per tradurre “nigger” fosse spesso impercettibilmente un po' meno offensiva, forse, e più analoga all'inglese “negro” o “negrito”. Tant’è che i titoli russo, spagnolo e portoghese del romanzo della Christie sono ancora oggi rispettivamente «Десять негритят» (Desyat Negrityat), “Diez negritos” e “As Dez Figuras Negras”. Come se ciò bastasse, nel 2011, nelle regioni lusitane, ci si riferisce a figurine minimamente antropomorfe, "Le dieci figure nere", e non a persone, dopo che più di mezzo secolo prima, si parlava solo d’un “Convite Para a Morte” (1948: "Invito alla morte").

La traduzione finlandese “Eikä yksikään pelastunut” ("Nessuno fu salvato"), nel 1940, riprendeva il titolo della prima edizione americana, per poi venire ribattezzata, nel 1968, “Kymmenen pientä neekeripoikaa” ("Dieci piccoli ragazzi negri"); un cambiamento, questo, annullato nel 2003, quasi a testimoniare una diversa preoccupazione valutativa nei confronti del problema linguistico, in specifici momenti storici, oltre che nelle differenti aree geografiche (al di là dell’atlantico e nel vecchio continente), e socio-culturali (letterarie, musicali e infantili).

Injuns o Indians

Ma cosa pensare, quando, nel 1964, il titolo viene cambiato, proprio nei Pocket Books di New York, in “Ten Little Indians”: che nei confronti di nativi americani o asiatici la discriminazione sia meno avvertita, o che essi, soprattutto i primi, che hanno sofferto financo il genocidio, si sono forse mostrati più remissivi, o meno cavillosi, e recriminano meno?

La presenza degli epiteti "injun" e "nigger", avvertiti quali razziali od offensivi, viene sostituita, in tempi successivi, e quasi in automatico, con "indian", nella nota filastrocca, e "schiavo" nella letteratura statunitense in genere. E con tutto ciò la controversia sul nome “storico”, o desueto, dei “nativi americani” diventa una discussione tuttora in corso sul cambiamento della terminologia da impiegare tra i popoli indigeni delle Americhe per descrivere se stessi, nonché sul modo in cui “preferiscono” essere “etichettati” dagli altri. - A mio personale giudizio, sarebbe già offensivo questo modo sbrigativo di “bollare” le persone, e nell’atto di scriverlo m’accorgo che potrebbe essere scortese pure la sommaria designazione di “individui” o quella collettiva di “gente”.

Indie occidentali

L’equivoco risaliva allo sbarco nelle Antille, chiamate impropriamente “West Indies” da parte di Colombo, che in tale denominazione rifletteva la presunta convinzione d’aver raggiunto l'Oceano Indiano (“ad partes Indie”). A quel tempo tutta l'Asia meridionale e orientale veniva suddivisa, dal nome del fiume Indo, in "Grande India", "India Centrale" e "India Piccola".

Indiani ed eschimesi

Una volta chiarito l’equivoco iniziale, però, qualche predilezione può variare principalmente in base all'epoca e alla regione. Poiché popoli e comunità indigene sono diversi, non può esistere unanime consenso su un’unica denominazione. Difatti, nel corso della storia delle Americhe, la maggior parte delle popolazioni indigene furono collettivamente chiamate "Indiani"; e le popolazioni da esse distinte, situate nell'Artico, erano definite "Eschimesi". Poi anche quest'ultimo uso è andato man mano scemando in favore dei vari Athabascan, Haida, Tlingit, Inuit, Inupiat,  Aleut e Yupik (Yuit/Alutiiq/Cup'ik).

Dai Sioux ai Tupi-Guarani

Se una designazione la si vuole basare su cultura, lingua, zona geografica o relazione storica condivise, allora ci imbattiamo nella grande nazione Sioux dei Lakota, Dakota e Nakota, negli Anishinaabeg dei Grandi Laghi, i Pueblo del sudovest degli Stati Uniti (New Mexico, Arizona e Texas), i popoli di lingua Tupi-Guarani del sud America, le oltre quattrocento tribù amazzoniche.

Esonimi ed endonimi

Sebbene "Indiano" sia stato il nome collettivo più comune, sono molti gli “esonimi” inglesi impiegati per riferirsi agli indigeni del cosiddetto Nuovo Mondo, residenti nei propri territori quando i coloni europei vi giunsero nel XV e XVI secolo. Alcuni di questi nomi erano basati sulla terminologia europea usata dai primi esploratori e coloni, per lo più di lingua spagnola, francese, o inglese, molti dei quali derivavano dalle auto-definizioni o dagli epiteti con cui le tribù si chiamavano tra loro. Alcuni derivavano dal tentativo dei coloni di tradurre gli “endonimi”, o di traslitterarne il suono dall’originaria lingua madre nella propria. Inevitabilmente, alcuni termini erano peggiorativi, perché derivanti da paure e pregiudizi, sorti durante periodi di conflitti e scontri tra le culture coinvolte.

Nigra sum, sed formosa

«Nigra sum, sed formosa, filiae Jerusalem, sicut tabernacula Cedar, sicut pelles Salomonis./ Nolite me considerare quod fusca sim, quia decoloravit me sol…» (Sono nera ma bella, o figlie di Gerusalemme, come le tende di Chedar, come i padiglioni di Salomone./ Non vogliate considerarmi per tale abbronzatura, perché il sole mi ha bruciata… -  Canticum Canticorum 1: 4-5).

Nĭger -gra -grum

L’aggettivo “negro”  [latino: nĭger -gra -grum], genericamente adoperato in riferimento a una colorazione, ma anche nell’annessovi significato figurato di “tetro”, o “triste” (“Cosí in dubbio lasciai la vita mia:/ or tristi auguri, et sogni et penser’ negri/ mi dànno assalto, et piaccia a Dio che ’nvano.” – dal  Canzoniere/ Rerum vulgarium fragmenta di Francesco Petrarca: “Qual paura ò, quando mi torna a mente”; “Ahi ahi, s’asside/ Su l’alte prue la negra cura, e sotto/ Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno/ Felicità, vive tristezza e regna.” – dall’Epistola poetica n. XIX, Al Conte Carlo Pepoli, di Giacomo Leopardi), non presuppone connotati particolarmente denigratori, semmai, forse, emotivamente non positivi.

Negride o negroide?

Le cose si complicano nel qualificare così tutto ciò che si riferisce a determinate tribù ed etnie (sudanese, nilotica, cafra, silvestre, batua, andamanese, aetide), o popolazioni (viventi per lo più in Africa e in qualche regione dell’Asia), comprese nel ceppo “negride” (meno offensivo di “negroide”?), che in antropologia fisica, risponde a determinate caratteristiche (e non soltanto colore della pelle da bruno scuro a nero, ma anche labbra everse, prognatismo alveolare, camerrinia …), nonché a quanto loro appartiene per ciò che riguarda l’arte, o la poesia, secondo una classificazione ritenuta, però, ormai obsoleta, in cui ricadevano anche le altre principali categorie di australoide, mongoloide, caucasoide, in parte approssimative eredi della classificazione linneana: Homo africanus niger, H. europaeus albescens, H. americanus rubescens, H. asiaticus fuscus (luridus), dalla quale deriverebbe conseguentemente  il motivo per cui fosco o giallo, e rosso, nero o marrone, dovrebbero sentirsi più discriminati del roseo pallore che evidenzia il blu del sangue venoso. Una questione aristocratica, che ha a che fare con araldica e alberi genealogici?

Nigger

La valenza decisamente spregiativa ha fatto irruzione nella lingua italiana sull’onda dell’attuale corrispondenza con l’anglo-americano “nigger”, ricorrente e consolidato, e quindi anche avvertito, in tale accezione, soprattutto dopo una lunga elaborazione della questione razziale particolarmente viva in nord-America, tant’è che fino a una trentina d’anni addietro si sentiva il bisogno di tradurre quel termine declinandolo con un suffisso peggiorativo ("negraccio"), o accompagnandolo da sprezzante aggettivazione (“sporco negro”, sottintendendo un “dirty” e non solo “nigger” e basta), proprio perché il nostrano “negri” non avrebbe reso lo stesso insultante valore offensivo.

Relativizzazione

Tutto dipende perciò dalla contestualizzazione, storica, come geografica, e dalla relativizzazione dell’azione e degli attori, e soprattutto dall’intenzionalità di chi vuol recare offesa o meno, e dalla maggiore o minore sensibilità di chi la riceve, la sente come tale e tende ad amplificarla oppure a ridimensionarla, riducendola a terminologia confidenziale o scherzosa. A questo punto resta da valutare a quale ordine simbolico oggettivo eventualmente rispondano gli insulti, e se siano sempre tali in senso assoluto.

«Le tigre ne proclame pas sa tigritude… il bondit sur sa proie et la dévore!» - Wole Soyinka (1962).

“Neri” (e basta - o per caso?)

Di quella accezione denigratoria non vengono caricati né l’aggettivo e sostantivo inglese “black”, né il francese “noir” (al posto di “nègre”), il tedesco “Schwarze”, tantomeno l’italiano “nero” (e basta - o per caso?) – o solo se profferito da nostalgici o antifascisti militanti, oppure sedicenti, o ancora da entrambi, a dar retta a Mino Maccari che i fascisti li divideva in due categorie: “i fascisti e gli antifascisti”, utilizzando la prima ricorrenza del termine “fascisti” in senso esteso, e la seconda, in senso proprio, accoppiandola giustappunto con quelli che non dovrebbero esserlo. Dal paradosso apparente ne scaturiva l’allusione all’irrilevanza di simili autoproclamazioni: “Siamo tutti…” profughi, diversi, fratelli, ecc. che provano a rientrare in una melensa e ridondante enfasi situazionista.  

Una provvida decostruzione

Un discorso che tende a riemergere, dopo un periodo di sonnolenza, di torpore o forse soltanto di consuetudine abitudinaria, se non scompare del tutto dall’attenzione, man mano che viene decostruito, torna a ricostruirsi, e ricostituirsi di fronte alle confutazioni e, proprio in virtù delle delegittimazioni, a ricomporsi nelle modalità d’una nuova retorica. Solo il sarcasmo riesce a mitigare quell’inutile loquacità dell’ovvio: «Un tigre ne proclame pas sa tigritude...».

Negri- e tigri-tudine

Questa posizione di Wole Soyinka è stata vissuta come una disputa tra anglofoni e francofoni, presumibilmente prodotta dalle rispettive differenze nei rapporti con la colonizzazione. Ma, mentre per Aimé Césaire, la “tigritudine” resta un brillante ed efficace gioco di parole, Léopold Sédar Senghor s’è soffermato sulla complementarità dei due concetti (negri- e tigri-) e sulla loro diversa rilevanza nei rispettivi contesti in cui sono emersi.

Moreno e “Morenita”

In spagnolo, sebbene la traduzione non lasci alternative, coloro che sostengono la connotazione negativa di “negro”, a causa del suo impiego storico in modo dispregiativo, a questo termine oppongono “afrodescendiente”, che nel porre in risalto l’eredità africana, tuttavia, non ne cattura, per intero, la complessità identitaria, né individuale né di gruppo; “moreno” magnifica semmai l’abbronzatura in genere, ma non esclude categoricamente le possibili allusioni a un meticciamento. Insomma, in spagnolo, “negro” significa nero, sempre e comunque, quindi si usa sia per le persone che per il colore, e la questione della “correttezza politica” sembra assumere contorni di lana caprina.

Neger

Il tedesco “neger” sembra un prestito linguistico dal francese “nègre”, a sua volta derivato dallo spagnolo “negro” (sempre originato dal latino “niger”, dal quale l’italiano negro), ma allorquando la stereotipizzazione trasformava già delle caratteristiche fisiche in “questione razziale”.

Mohr

Dal XVI secolo andò man mano parzialmente a sostituire il termine Mohr (Moro), che, secondo un'interpretazione comune, accentua un'affermazione maggiore sul colore della pelle, ma che inizialmente, in epoche antiche e medievali, indicava precipuamente per lo più gli abitanti del Nord Africa, nello specifico la Mauritania, come prestito dal latino maurus, proveniente dal greco μαυρός, mauros “marrone”. Il moor inglese, mediato dal more alto-francese, il moro italiano e spagnolo, così come il maure francese, avrebbero conservato l'attribuzione etnica o geografica.

La teoria camita

Sono, ovviamente, obsoleti sia il tentativo teorico di distinguere tra “negri” africani neri e “mori” “africani bianchi”, sia la classificazione delle popolazioni che ricorre alla teoria “camita” nello sviluppare una contrapposizione tra una “nobiltà” mora d’un mondo precoloniale (e negriero?) e la primitività del negro coloniale (schiavizzabile?).

Aithiops

Anche il termine “etiope” (derivato dal greco Αἴθιοψ, Aithiops, “faccia bruciata”), genericamente utilizzato in precedenza per tutti gli africani dalla pelle scura, si soffermava sul colore, anche se con un dotto riferimento al “viso ardente” del mito di Fetonte, il quale, avendo ottenuto il permesso di guidare il carro solare, l’avvicinò troppo alla Terra, asciugandone i fiumi, bruciando le foreste e incendiandone il suolo, che in Africa divenne deserto, mentre la pelle degli abitanti si scurì eccessivamente.

Aborigines/ Australneger

Inoltre, fino a quando l’inglese “Aborigines”, negli anni '70, non si diffuse nei paesi di lingua tedesca, pure i nativi australiani erano definiti “Australneger”.

Insomma, finché, nel XVI secolo, veniva utilizzato in portoghese e spagnolo, il termine “negro” era ricondotto immediatamente alla condizione di “schiavo”, e solo successivamente a qualificazioni socio-culturali (di ignoranza, selvatichezza), psicologiche (infantilità), anatomo-estetiche (bruttezza), sessuali (disarmonia e anormalità).

Nègre

Nell’adottare il francese “nègre” s’includevano di conseguenza tutti i significati secondari non recati dal “noir”, anch’esso derivato comunque direttamente dal latino. Nella lingua tedesca “quella parola” fu trasferita con la stessa impetuosa ridondanza, e tale passionale connotazione fu inclusa fin dall'inizio e in modo permanente, senza essere stata sufficientemente “problematizzata”, come neppure dalla maggior parte degli europei, anzi, in particolare, proprio da francesi, spagnoli e inglesi, fino a oltre la metà del XX secolo. Peggio ancora, ricorreva persino quale auto-descrizione, per esempio dal 1929 a nome dell'organizzazione per i diritti civili Liga zur Verteidigung der Negerrasse (Lega per la difesa della razza negra).

Sarebbe stato solamente dopo la seconda guerra mondiale, con la fine del colonialismo, e ancor più con il movimento americano per i diritti civili e il superamento delle teorie segregazioniste, che furono riconosciute, perché allora maggiormente avvertite, le connotazioni “razziste” del termine, già comunque caricato di designazioni negative.

Schwarze

Schwarze”, che viene utilizzato come auto-definitorio allo stesso modo dell'inglese “Black”, ha indubbiamente una ben differente prerogativa, tanto che, anche semanticamente, non si riferisce più eccessivamente al colore della pelle, dimostrandosi piuttosto inclusivo d’un'identità culturale e sociale di fronte al contesto in cui le persone sono state rese, appunto, “Schwarzen”, da una parte, attraverso (e nonostante) il razzismo e, dall’altra, soprattutto da una appena conquistata socializzazione.

Preto  

In portoghese, il colore nero si definisce "preto", e "negro", caso mai, ne è un sinonimo: “Retrato em branco e preto”. I neri brasiliani pertanto si riferiscono a se stessi come “negri”: "Movimento Negro Unificado" (MNU), per cui potrebbe essere, putacaso, considerato offensivo rivolgersi loro con il termine "preto".

Politically correct

Come in italiano, cioè, in Brasile hanno due parole distinte e ne fanno un uso contrario a quello che avviene altrove dopo l’imposizione, un po’ troppo isterica e irrazionale, del “politically correct” (che per amor di patria, ci preme tradurre subito come «correttezza politica», non certo linguistica, e neppure di pensiero). E specialmente se l’Imperativo è di facciata, nel ripulire dai “passaggi più razzisti”, riproponendo “persona di colore” o “uomo di colore”, laddove prima ci si permetteva d’indicare nero o africano.

Jules Verne

Il primo successo di Jules Verne, in gran parte determinato dall'editore Pierre-Jules Hetzel, “Cinq semaines en ballon” (1863), che vorrebbe dare un'idea dell'esplorazione europea dell'Africa a quell'epoca, commette il delitto d’affrontare, in uno studio approssimativamente pionieristico, il discorso su razza ed etnie.

Ian Fleming

Recentemente sotto l’impeto di questa mannaia censoria, inneggiante a una "cancel culture" giustizialista indiscriminata, sarebbe finito Ian Fleming, il padre di 007, forse perché, durante uno strip tease in un nightclub di Harlem, nella versione originale di Live and Let Die (1954): “Bond could hear the audience panting and grunting like pigs at the trough” (Bond sentiva il pubblico ansimare e grugnire come maiali alla mangiatoia).

Roald Dahl

Uno scrittore per ragazzi dallo stile irriverente, come Roald Dahl, che nei suoi libri associava caratteristiche fisiche, come bruttezza e grassezza, a quelle morali dei personaggi negativi, viene inoltre accusato di antisemitismo e misoginia: "A witch is always a woman. I do not wish to speak badly about women. Most women are lovely. But the fact remains that all witches are women. There is no such thing as a male witch…” (Una strega è sempre una donna. Non voglio parlare male delle donne. La maggior parte delle donne sono adorabili. Ma resta il fatto che tutte le streghe sono donne. Non esiste una strega maschio…).

Golliwogg

L’elenco dei censiti censurati contempla anche Raymond Briggs, il graphic novelist autore di Father Christmas (1973), David McKee, altro illustratore di libri per bambini, a cui si deve Not Now, Bernard (1980), o Raymond Briggs, il quale, in “Fungus the Bogeyman” (1977), ha inserito il nome d’un personaggio della letteratura per l'infanzia creato dall'illustratrice angloamericana Florence Kate Upton, nel tardo XIX secolo, poi diventato bambola di pezza di colore nero: Golliwogg. L'aspetto richiama la tradizione del “minstrel show”, ma, negli Ozarks e nel sudovest del Missouri, “gollywog” indicava una leggendaria salamandra dalle dimensioni d’un alligatore.

Libertà di parola e di pensiero

In tutta questa problematica sembra comunque esserci molto di più d’una semplice questione di “libertà di parola” (e di pensiero), che trascende la questione se bambini (o adulti “sensibili”) possano trovarsi esposti a un linguaggio offensivo. D’altro canto, anche gli scrittori dovrebbero avere diritto alla loro integrità creativa, pure quando si dovesse rivelare sgradevole per qualcuno.

Siccome il linguaggio determina il pensiero, il rischio maggiore è quello d’influenzare le comuni modalità cognitive per orientarne il ragionamento, col pericolo di sconvolgerne le capacità critiche, delle quali una delle prime e fondamentali consiste in un continuo contestualizzare.

Le “finestre” di Overton

Ogni revisione si trasformerebbe così in una maniera come un’altra per schiudere progressivamente quella serie di giudizi preordinati, e prospettati nello spettro della teoria di ingegneria sociale, introdotta dal sociologo Joseph P. Overton, come gamma di situazioni su cui aprire delle “finestre” di possibilità, da unthinkable (inconcepibile) a policy (legalizzata), attraverso i passaggi intermedi: radical (estrema), acceptable (accettabile), sensible (ragionevole), popular (diffusa).

Il problema negro solo in America?

Celebri casi letterari provano questo ipocrita cambiamento culturale, come, per esempio, il romanzo di Joseph Conrad Il negro del "Narciso" (The Nigger of the Narcissus, 1897), che inizialmente, su insistenza della casa editrice statunitense, fu pubblicato con un altro titolo: The Children of the Sea. Una diversa sensibilità del significato del termine aveva iniziato a manifestarsi quindi già a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Ma, successivamente, tra l’articolo “I Was a Negro in the South for 30 Days” del giornalista Ray Sprigle sulla rivista "Pittsburgh Post-Gazette", nel 1948, e l’esperienza analoga vissuta, nel 1959, da John Howard Griffin, e descritta nel bestseller “Black like Me”, uscito nel ‘61, passano poco più di dieci anni.

La capanna dello zio Tom

Sino a mezzo secolo fa, il romanzo abolizionista scritto dalla statunitense Harriet Beecher Stowe, “Uncle Tom's Cabin or Life Among the Lowly” (per capirci: La capanna dello zio Tom, 1852) si diceva comunemente condannasse la tratta dei negri, e ciò suscitava un moto di sdegno nei confronti di negrieri e schiavisti, non certo si pensava potesse offendere gli schiavi.

Da noi, pur cantando contro il razzismo, Fausto Leali, chiedeva al pittore d’una pala d’altare di dipingere degli “Angeli Negri”, con la motivazione “sono un povero negro e d’una cosa ti prego”.

Il saggio di Giulio Ricchezza, ancora nel 1971, s’intitolava “Il problema negro in America” e trattando della negritudine (négritude in francese) d’oltreoceano, focalizzava l'attenzione su Angela Davis e sull’impegno sociale di Martin Luther King.

L’acromatismo d’un colore

Subito dopo il “deprecato ventennio”, semmai a venire connotato negativamente, nell’Italia repubblicana, era tutto quello che ne ricordasse la coloritura della camicia e della razza (dalla quale doversi “difendere”); prima di allora, nell’Italia post-unitaria, "neri" erano i "clericali", favorevoli allo Stato Pontificio.

Forse, in contemporanea con la nascita del cosiddetto “black power” divenne popolare tutta una serie di cose linguisticamente associate a quell’aggettivo qualificativo: il guanto indossato dagli atleti durante la protesta alle olimpiadi del ‘68, il colore delle “Pantere” e del loro copricapo (il basco).

Un uso figurato

Un’opportuna contestualizzazione consentirà di non percepire il mondo degli uomini (e delle donne) attraverso le categorie e i criteri di rilevanza messi assieme da una moda del momento.

L’espressione “lavorare come un negro”, universalmente diffusa in senso figurato, indica un significato semmai di apprezzamento o di commiserazione nei confronti di qualcuno che onestamente si dà da fare e talvolta, ciò nonostante, non riesce magari a trarne vantaggio.

Nel tempo, l’estensione metaforica della tratta degli schiavi africani li avrebbe coinvolti sia nell’ottenimento di qualcosa con sacrificio, così come nell’attività di faticare al posto di altri, tipo i ghostwriters, che di solito però sono bianchi, come lenzuoli e fantasmi. 

Mark Twain

Mark Twain usava spesso il termine “negroes” anche nelle opere di saggistica, come in Following the Equator (o More Tramps Abroad, 1897), mentre ricorreva invece a “nigger”, in particolare, quando rappresentava lo slang della gente di campagna della valle del Mississippi; ma nessuna delle due forme, nelle sue opere, appare come intrinsecamente discriminatoria.

Nonostante ciò, quelli che sono considerati i suoi capolavori, “The Adventures of Tom Sawyer” (1876), e soprattutto il seguito, “Huckleberry Finn” (1884), vengono pure giudicati inadatti allo studio, in un sistema educativo come lo statunitense, da parte di scolari, in buona parte afroamericani, che potrebbero sentirsi imbarazzati nell’imbattersi ripetutamente, e in classe, nella pronuncia d’una compromessa parola del genere, che renderebbe, quei testi, per loro troppo difficili da imparare (a digerire) nelle scuole.

Di contro, molti si chiedono se questo possa reputarsi motivo sufficiente per sostituire un termine di tanto effetto con uno espurgato da quel pregnante significato; a quel termine, forse, l’autore ha fatto ricorso proprio perché lui stesso, senza alcun dubbio, antirazzista, voleva dar rilievo. E, allora, l’impiego ripetuto d’una certa espressione dispregiativa, in Huckleberry Finn, è assolutamente intenzionale e suona persino ironico.

Per esempio, quando zia Sally chiede se, nell'esplosione d’un battello fluviale, qualcuno è rimasto ferito, e lo stesso Huck risponde: "No, ho ucciso un negro", lei ribatte: "Beh, è una fortuna; perché a volte le persone si fanno male". Tutta la forza del sarcasmo risiede in quest'accettazione casuale dello status disumanizzato dell'afroamericano, anche da parte di Huck, il cui linguaggio e modo di pensare, socialmente ereditati, continuano a rimanere ben saldi nonostante tutto ciò che, durante il suo viaggio lungo quel fiume (dell'umanità, del calore e dell'affetto), avrebbe dovuto imparare dallo schiavo fuggitivo Jim, l’unica persona che gli fa veramente da padre.

In tutto questo passaggio, è la lingua concreta che conta, con tutta la sua sprezzante carica, anche offensiva. Come era solito dire lo stesso Twain, citando Josh Billings (“Don't mistake vivacity for wit, thare iz about az mutch difference az thare iz between lightning and a lightning bug”, Non confondere la vivacità con l'arguzia, questa è la differenza che c'è tra un fulmine e una lucciola.): tra “the almost right word and the right word is really a large matter” (la parola quasi giusta e la parola giusta c’è davvero una grande importante differenza).

Probabilmente, c’è pure da aggiungere che non tutta la letteratura può rivolgersi a un pubblico inesperto, forse anche solo perché troppo giovane. Forse, ancora, esistono pure dei libri che vanno maneggiati con cura, richiedendo una gestione molto più attenta e competente da parte di discenti e docenti delle scuole superiori e anche delle università. L’insegnamento del linguaggio corrente non può venire dissociato da una spiegazione di come funziona l’ironia in genere e nel momento in cui la si inserisce in un contesto discorsivo più ampio. A maggior ragione, in ambito letterario, quando, a causa dell’inadeguata sensibilità dei potenziali lettori, si rischia addirittura di manomettere un testo classico, col derubricarlo a qualcosa che, inevitabilmente, smetterà d’essere ciò che, in origine, ha realmente scritto il suo autore. È la stessa Cultura (con la maiuscola) che tutto ciò lo riterrà inaccettabile in assoluto, e non relativamente a una qualsiasi delle altre, possibili, finestrelle di Overton.


 

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