Sabato, 22 Giugno 2024

                                                                            

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LA SCURE & LA CORDA, ANTON ČECHOV & IL GIARDINO DEI CIGLIEGI

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Anton Čechov ne Il giardino dei ciliegi (Traduzione di Gerardo Guerrieri, Einaudi, Torino, 1966) racconta e descrive un «clima». Un ambiente «botanico». Una «serra» che racchiude un «atmosfera». E’ stato scritto che quest’«opera teatrale» rappresenti, in qualche modo, il «punto di passaggio» tra un certo tipo di società russa e un altro. Che lo stesso Čechov abbia voluto «portare sulla scena» sofferenza e ambiguità, disordine e ordine; sentimento e ragione, «umorismo e fervidi slanci». L’ordinaria vita di ogni giorno e la «sconfitta»: le delusioni, le «desolazioni», l’attenzione alla «concretezza». Tutto giusto se non fosse che dentro questa «commedia» sono presenti la «scure» e la «corda». Da un lato abbiamo una «scure» metafisica che si abbatte sul Giardino dei ciliegi e dall’altro un «sentimento» che lega, unisce e salda proprio come fa una «corda»: l’amore ma anche la tradizione, la nostalgia e la ricerca di una «stella che brilla laggiù» (come dice, a un certo punto, uno dei personaggi, il giovane Trofimov Piotor Serghiéievic detto «Pietia») che ci renda «superiori all’amore». In sostanza, ne abbiamo due categorie precise del discorso non solo filosofico ma «umano»: la «retorica» e la «logica». E’ lo stesso Pietia a dire al ricco «commerciante» (nonché «faccendiere» e «affarista») Lopachin Iermolài Alexiéievic: «Senti, non ci vedremo più, quindi permetti che ti dia un consiglio? Non gesticolare tanto! Levatelo, il vizio dei gesti inutili! E anche questo è un gesto: costruire ville, contando sulla trasformazione dei villeggianti in proprietari! Non è che un gesto, retorico…». La retorica dell’abbattimento del Giardino, in definitiva per fare soldi, si scontra con la logica, non del gesto ma dell’argomentazione; afferma, infatti, la protagonista Liubòv Andriévna Raniévskaia: «Io sono nata qui, qui sono vissuti mio padre, mia madre, mio nonno! Io voglio bene a questa casa, senza il giardino dei ciliegi io non capisco più la mia vita! Se lo dovete vendere per forza, allora vendete anche me». La «scure» e la «corda», dunque: come due «elementi» che scardinano le interpretazioni tradizionali di questo «capolavoro» čechoviano.  Cioè che abbatte e demolisce, ciò che unisce e che rigenera: una famiglia che si presenta fin dall’«ATTO PRIMO» in preda alla desolazione più cupa e che, attraverso atri due «ATTI» (dedicati allo stato della «trasognatezza» e dunque del «pensiero» e a quello degli «affari» e perciò delle «azioni») finisce nell’ultimo «ATTO» ancora nella «desolazione» ma con ulteriore «torsione» stilistica da parte dell’autore, affidata a una riflessione dell’anziano «cameriere» Firs, anche in una nuova «gelida» consapevolezza: «La vita è passata, e io … è come se non l’avessi vissuta». Dunque? Anton Čechov ci conduce non a una pura speculazione; egli piuttosto «presenta il presente», il «suo» presente. Attraverso le vicissitudini di una famiglia, dei loro sentimenti, dei loro sbagli, delle loro fragilità, il commediografo russo porta sulla scena la «scure» e la «corda» che si avvitano e si svitano attorno a un «atmosfera» (racchiusa in una «serra») che riesce a essere universale. Il giardino dei ciliegi è, senza alcun dubbio, una «commedia» bellissima! E Čechov riesce a essere «universale» perché il punto di incontro tra «retorica» e «logica» davvero non c’è! Non esiste! Fatto sta che il «clima» (dentro quella «serra») rappresenta proprio questo «punto di incontro» … Una specie di «isola che non c’è» …  

 


 

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