Giovedì, 22 Aprile 2021

C Cultura e Società

Guernica, Picasso, Minotauro, Benjamin Rabier

PRENDILO PER LE CORNA!

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Come in un’improbabile anticipazione della Guernica di Picasso, l'immagine del dio egizio con l'ureo tra le corna e la tauromachia mitraica si fondono in quell’intuizione junghiana che suggerisce di prestare maggiore attenzione, oltre che alle associazioni linguistiche, anche agli accostamenti tra eventi apparentemente estranei, in quanto, nonostante la modalità del tutto casuale, tra loro viene esercitata un’impalpabile interconnessione, sia pur priva di qualsiasi nesso causale. Una situazione solo contestuale ad altra circostanza, e non necessariamente esito d'un risultato che gli eventi accadano per via dei sogni, era stata presentata, nel corso del seminario del 28 novembre 1928, quale immaginifica Adlocutio di Apis intorno all’intuizione della sincronicità (Il Minotauro XLV, 2, 63-72). 

Durante la prima guerra mondiale, a vincere il concorso, indetto per un emblema da apporre sui veicoli militari adibiti alla fornitura di carne fresca, fu Benjamin Rabier, grazie al disegno di mucca ilare, o amena, subito denominato, con parodistica allusione, altrettanto esilarante, alle Valchirie wagneriane del fronte avversario, "Wachkyrie"; in seguito lo schizzo, dal profilo invertito e antropomorfizzato al femminile, con degli ammiccanti orecchini ad anello, venne assunto quale logo del marchio di formaggi La Vache Qui Rit.

In italiano, l’appellativo della femmina adulta dei bovini, sfruttata anche per i lavori agricoli, ha assunto connotati fortemente spregiativi, in frasi offensive e imprecazioni, o come volgare ingiuria con annesso giudizio etico ed estetico, o quale sinonimo di scompostezza. Quella che non ha ancora figliato è giovenca, mentre la bestia lattifera viene connotata con la ticinese denominazione, di derivazione germanica, mugg (tazza), mucca; e, si sa, la mucca del vicino dà sempre più latte, anche la nera lo fa bianco (che resta così pure di notte), e quando vuol proprio andare per il meglio persino il toro potrà avere delle mammelle rigonfie, ma attenti a chi ha rubato la femmina che ha appena sgravato, perché può tornare a prendersi anche il vitello (entro il primo anno di vita, ché al terzo diventa manzo, definitivamente mansueto mediante evirazione, o dal sesso indeterminato, buculus, diminutivo di  bōs, bubalus).

Al modo di dire (façon de parler) “vacca da mungere” (vache à lait) s’ispirò Chagall, non ancora naturalizzato francese, con un simpatico accostamento tra lait frais e oeufs du jour, in Latteria del ’33. Oltre a una “Vache a L’Herbage”, il promotore dell'Art Brut, Jean Dubuffet, ne dipinse una, smunta e comica, “au nez subtil” (1954). Dopo che per toreri e corride, l’espressionista dell’Anti-Abstract Art Group, Bernard Buffet, s’è fatto notare per quell’inconsueto contrasto tra due differenti tipi di bianco: del lenzuolo-tovaglia e d’un’esangue Testa di vitello (1957), lasciata esposta con nonchalance sul tavolo imbandito in modalità funeree. Andy Warhol riuscì a distinguersi per Cow Wallpaper (1966), Roy Lichtenstein per Cow triptych (o Cow going abstract, 1974). Piuttosto discutibili semmai le tassidermie di Damien S. Hirst, in un’epoca in cui uno degli animali emblematici del “bestiario centrale” (secondo la felice espressione di François Popelin), dapprima in forma selvatica, maschile, e poi addomesticata, e femminile, è stato quasi fatto sparire pure dal paesaggio elvetico, che fino ad allora gli era stato congeniale più di quello iberico. Al giorno d’oggi a chi mugghierebbe un “Taureau dans les Alpes” (1884), come quello di Eugène Burnand?

Picasso ripercorre la tragedia edipica in un Minotaure aveugle guidé par une fille dans la nuit (1934), sublimando il suo ardore creativo, senza nasconderne l’impeto sessuale, in Minotaure caressant une Femme endormie, o in Minotaure blessé (1933). Le stampe in bianco e nero, suddivise in scene oniriche, in cui l’autore si ritrae spesso nel suo studio come Minotauro, erano state create come segreto diario visivo per intimamente illustrare la relazione extraconiugale con la giovanissima amante e musa, Marie-Thérèse Walter.

Dai graffiti rupestri al pittore malagueño, dai mosaici romani all’illustrazione contemporanea, comprese le ceramiche greche, la scultura medievale e l'incisione rinascimentale, il toro è sempre stato un soggetto stimolante per l’ispirazione artistica del vecchio continente. In Europa, questo bestiario centrale si sarebbe formato abbastanza presto, fin dalla protostoria o dall'alta antichità, costruito attorno a un ristretto nucleo primitivo, originariamente composto da otto animali selvatici, e nativi (orsi, lupi, cinghiali, cervi, volpi, corvi, aquile e cigni) e, successivamente, ampliatosi con quelli via via addomesticati (cane, cavallo, asino, maiale, gallo, ecc.). A questa lista, andrebbe aggiunta anche qualche creatura esotica (leone, elefante, scimmia…), ovvero decisamente fantastica, come il più grande e temibile dei serpenti, il drago, nonché altri esseri leggendari, o decisamente frutto d’un’ideazione cripto-zoologica (chimera, grifone, sfinge, basilisco, fenice, centauro, sirena, arpia, ecc.). Ma sembra addirittura che, occasionalmente, sia stato proprio il toro a venire scambiato per unicorno. Tutto davvero avrebbe avuto inizio a Lascaux, Pech-Merle, Chauvet, Les Combarelles, o nella grotta del Romito (in località Nuppolara, in agro Papasidero, in Calabria): mitologia, magia, astrologia e segni zodiacali, religioni pagane e cristianesimo.

Bos primigenius venne definito l’Ur-Ochs (ur-, originario, e Ochs, bue) da Ludwig H. Bojanus per distinguerlo tassonomicamente dal Bison priscus, wisent o bisonte, (bonasus, ispiratore del leggendario bonaco, bonnacon dei bestiari medievali; la traduzione corretta di Tatanka Yotanka sarebbe Bisonte che siede e non Toro seduto). Gli zebù discenderebbero da un diverso gruppo di uri, abituato a sopravvivere nel deserto, mentre bufali, yak, banteng, saola e gaur non sarebbero imparentati con la sottospecie B. p. namadicus. L'ultimo uro europeo era una femmina, che morì nel 1627, nella foresta di Jaktorów (Mazovia), ma il suo bucranio, sottratto dagli svedesi, è ora conservato nel Livrustkammaren di Stoccolma, l’Armeria Reale dove Gustavus Adolphus volle preservare per i posteri le testimonianze della campagna di Polonia. Nel territorio in cui sono sopravvissuti i voivodati, l’uro continua, in effigie, a mostrarsi nello stemma del distretto di Turek, in forma abbastanza simile a quello di Kaunas, in Lituania, dove il rosso però resta sullo sfondo; in Slovenia, rientra nell’araldica della famiglia Auersperg, prima proprietaria del castello (Grad) Turjak. In Moldavia, è presente in uno scudo dove la testa in maestà dell’animale (rincontro di toro) ha il sole tra le corna e due rombi per orecchie, analogamente nella Bucovina rumena; la sola testa, vista frontalmente, con lingua penzoloni e naso inanellato, costituisce l’insegna del primitivo Waldstätte (cantone forestale) di Uri, a settentrione rispetto al canton Ticino: “al rincontro di toro, di nero, anellato e lampassato di rosso”. 

C’è da domandarsi quante siano le personalità tra loro compatibili in un unico autore di libri di simbologia, come Michel Pastoureau che ora ha licenziato: "Il Toro. Una storia culturale” (Ponte alle grazie, Firenze 2020). E mi sovviene la considerazione di Nabokov: «Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell'arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita».

Sicuramente gli interessi di Pastoureau, per la storia delle rappresentazioni e gli sviluppi dei significati delle immagini, s’incontrano tutti, tra numismatica, sigillografia e psicologia dei colori, sotto il segno dell'araldica, la specialità iniziale dell’antropologo e storico francese, a cui, nel 1972, per la prestigiosa École des chartes, dedicò una tesi, sui bestiari medievali. Nei vari stemmi e vessilli si ritrovano adagiati su d’uno stesso piano delle vere e proprie iconiche figure, nettamente distinte tra loro da colori precisi, che consuetudinariamente portano dei nomi antichi quanto nobili, quali "gueules" (rouge, che sia vermillon, écarlate, carmin, sang, écorché o altro rosso), "sinople" (verde), o "sable" (nero), componenti degli “émaux” (smalti), a cui aggiungere azur, e pourpre; gli altri due gruppi di colori sono “métaux” (metalli: or e argent) e “fourrures” (pellicce: hermine e vair, contre-hermine e contre-vair), anche se, a dire il vero, queste ultime sono, di fatto, composizioni “bicromatiche”, che riuniscono uno smalto e un metallo. Per non incorre nella medesima confusione omofonica di Perrault, tra vair e verre (vetro, cristallo), basterebbe ricordare comunque che, in agronomia, l’invaiatura indica il viraggio di colore dell'epicarpo dal chiaro screziato di macchie violacee scure al bruno tendente alla maturazione, e, in araldica, vaio (da varius, vario, variegato) riproduce la pelliccia dello scoiattolo petit-gris (Sciurus vulgaris varius), corrispondendo a quattro file di pezze accampanate (clochettes) e alternate d’argento e d’azzurro; se le file sono meno di tre, in francese, prende la denominazione di beffroy (campanili).

Tra gli animali araldici, che nel medioevo rappresentano circa i due terzi delle figure scelte come stemmi, ve ne sono di rampanti, o in maestà, come pure in pose un po’ meno aristocratiche (passanti, correnti, sedenti, dormienti, pascolanti, ecc.); ma, a parte le "figure naturali giuste" (aquila, leone, leopardo, che possono mostrare tutte le possibili combinazioni di colori o pellicce), vengono rappresentate semplicemente al naturale. Eppure, il più famoso autore di libri sulla storia simbolica e le diverse modalità di percezione dei colori, come “Jaune”, “Rouge”, “Vert”, “Noir”, “Bleu”, sembra nutrire un’altrimenti incomprensibile forma di leucofobia, o quanto meno di trascuratezza per il candore, il pulito, il puro, o la canizie e l’eburneo; - verrebbe anzi da chiedersi se la visione dell’anemico cranio bovino sul niveo sudario di Buffet non gli abbia provocato una sorta d’attacco di panico, piuttosto che un un’episodica crisi di diffuso malessere, da sindrome di Stendhal. Nel frattempo, s’è però lasciato coinvolgere nelle pelosità del Loup, dell’Ours, come nelle setole del Cochon che uccise Philippe, il primogenito ed erede naturale di Luis VI le Gros; un “porcus diabolicus”, dotato di tutti i vizi, nonché simbolo d’impurità e d’un gran numero di peccati (sporcizia, gola, lussuria, pigrizia, rabbia, stupidità), in grado quindi di macchiare dignità e legittimità della dinastia capetingia in quel campo d’azzurro seminato d’aurei fleur de lys.

Nel continuare a emanare una certa impressione di potere, vitalità e fertilità, che lo aveva elevato al rango di divinità per molti popoli della nostra storia, il toro è in fondo rimasto il più selvaggio tra gli animali domestici. Il cristianesimo ne avrebbe esorcizzato l’alone demonico delle caratterizzazioni pagane, per preferirgli, quindi, la versione drasticamente ammansita mediante castrazione, inserendolo nella mangiatoia dell’apocrifo, attribuito a uno pseudo Matteo, quel bue pacifico e laborioso che, al massimo della trasgressiva provocazione, durante le festività solstiziali, si potrà permettere di dare del cornuto all’asino che l’affianca, dinanzi (“prae”) al recinto (“saepes”) della natività!

Il percorso del bestiame iniziato nel Paleolitico appare oggi al suo miserevole termine; e, ad essere onesti, si tratta d’un presente parecchio innaturale, noioso, meccanico, e artificiale. A partire dalla riproduzione: lo sperma del toro viene congelato prima del suo uso al fine d’essere asetticamente destinato a favorire lo sfruttamento industriale. Le mucche sono allevate in batteria, in stalle gigantesche, e il loro latte ha via via sempre più subìto la stigmatizzazione di vegani e nutrizionisti; e, secondo gli ambientalisti, persino le flatulenze di queste sfortunate creature, depredate del pascolo, contribuirebbero a mettere in pericolo lo strato di ozono.

Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto/ Il mugghio nel sereno aer si perde”. Più che l’haleine (alito), come ebbe a spiegare lo stesso Carducci ad Adolphine Gosme (nella Lettera del 1º luglio 1888), con quel fiato spira “l'anima della bella e possente e placida bestia”. Ma ogni muggito che si ode, adesso, non è che di angosciosa disperazione.

Giuseppe M. S. Ierace

 


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