Domenica, 14 Luglio 2024

                                                                                                                                                                             

 

                                                                                                                                                                                                          

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“RONDINE NELLA MANO” ED ESTETICA D’UN’ETICA PREVENTIVA

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«Ce qu’il s’agit de cerner, par les voies du chemin qu’il nous indique (Merleau Ponty), c’est la préexistence d’un regard – je ne vois que d’un point, mais dans mon existence je suis regardé de partout.» [Ciò che dobbiamo capire, attraverso il percorso che ci indica (Merleau Ponty), è la preesistenza d’uno sguardo – non vedo che da un solo punto, ma nella mia esistenza vengo guardato da ovunque.- Jacques Lacan: Le Séminaire, livre XI, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris 1973].

Panopticon

Il fatto di non poter essere in grado di stabilire se si è o no osservati porta alla percezione paranoide d’un'invisibile onniscienza da parte dell’«Altro» (“guardiano” del Panopticon), che condurrebbe a obbedire sempre, e ciecamente, alla disciplina, proprio come se si fosse sempre osservati. Per Jeremy Bentham (Panopticon or the inspection-house, T. Payne, London 1791), l’imposizione di questo retto comportamento sarebbe così, entrato nella mente dei “prigionieri”, quale unico modo possibile di comportarsi, fino all’indelebile modifica del loro carattere: "un nuovo modo per ottenere potere mentale sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima".

Un certain regard

L’invenzione geniale di Lacan è, invece, quell'«oggetto» “sguardo”, che permette di pensare, di conseguenza, non solo al “soggetto”, ma anche all'arte, alla scienza, alla clinica... senza che si possa negare quanto al giorno d’oggi sia importante l'immagine, e dunque pure l'«occhio» in grado di contemplarla.

Se al centro del mondo c’è l’«immagine», come nel Panopticon di Bentham, dev’esserci pure l’«atto del vedere», anche se a compiere quest’atto potrebbe porsi un qualunque, monocolo, ciclope Polifemo.

Mentre, se l'«occhio» è ovunque, che dire dello sguardo d’un Panoptes Argo?

In effetti, dallo “stadio dello specchio” al Seminario XI, dove Lacan lo formalizzerà e gli conferirà spessore, al centro della ricerca lacaniana sta lo “sguardo”. Si tratta, dunque, d’una nozione fondamentale del peculiare insegnamento di Lacan come della stessa psicoanalisi tutta.

Voglia di vedere

Oggi l’occhio è ovunque, dalle telecamere di sorveglianza ai microscopi d’una  scienza che vuole “vedere”, e scoprire, attraverso la genetica o le neuroscienze, un futuro della materia ancora di là da venire.

Un certain “se faire voir”  

«Les neurosciences sont obligées, pour rendre compte du développement neuronal, de mettre en fonction le regard de l’Autre, parce que ce n’est pas la même chose de recevoir le langage d’une machine ou que ce soit un être humain qui regarde. Il faut qu’il y ait un certain “se faire voir” du sujet pour que cela fonctionne.» (Le neuroscienze sono obbligate, a rendere conto dello sviluppo neuronale, a mettere in funzione lo sguardo dell’Altro, perché non è la stessa cosa ricevere il linguaggio d’una macchina o che sia un essere umano a guardare. Perché funzioni, dev’esserci un certo “farsi vedere” del soggetto. - Jacques-Alain Miller: «La théorie du partenaire», Quarto, n° 77, juillet 2002, p. 20).

Gli oggetti del vedere

È stata l'alleanza tra scienza e capitalismo ad aver prodotto “oggetti”, dagli smartphone agli  occhiali virtuali, che “ci” mostrano, e “ci” guardano (è addirittura sorprendente “vedere” questi oggetti, all'estremità del loro selfie stick, “guardare” chi li vede, e se stessi, come in un riflesso speculare).

Una focalizzazione eccessiva

Alla stessa politica, alla sociologia, all’informazione… non deve, e non può, quasi, sfuggire nulla. E tutto va scrutato, od osservato, sezionato e sottoposto a serrato controllo. Da un satellite si può immortalare un bruscolino e l’imaging medica si pretende faccia promesse che difficilmente, poi, può essere in grado di mantenere: vedere tutto, identificare tutto, curare tutto… quasi in un ribaltamento di funzioni diagnostiche e terapeutiche.

Un’epimèleia eautoù

L’analisi non cura, semmai è una cura, nel senso socratico d’un’epimèleia eautoù (ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ); più che una terapia medica, uno studio e una prassi, spirituale, che necessita d’accompagnarsi all’«Altro» in tale progetto.

Un rimedio temporaneo, forse, per delle ferite permanenti?

Tres heridas

Il poeta Miguel Hernández Gilabert di “ferite permanenti” ne elenca tre, per ben tre volte: «Llegó con tres heridas:/ la del amor,/ la de la muerte,/ la de la vida.// Con tres heridas viene:/ la de la vida,/ la del amor,/ la de la muerte.// Con tres heridas yo:/ la de la vida,/ la de la muerte,/ la del amor» (È venuto con tre ferite:/ quella dell'amore,/ quella della morte,/ quella della vita.// Con tre ferite viene:/ quella della vita,/ quella dell'amore,/ quella della morte.// Con tre ferite io:/ quella della vita,/ quella della morte,/ quella dell'amore.).

Cos’è lo sguardo

Le conseguenze di questi presupposti inducono a chiederci il come, quando, perché e soprattutto cos’è lo sguardo; in “cosa” veramente consista, dove si situi e in che modo vi si collochi. E la risposta di Lacan è lapidaria: solo e sempre nel “campo” dell'Altro.

Il campo avverso

Val la pena di riformulare la domanda in altri termini? Qual è il campo dell'Altro? Lapalissianamente, dal “dove” vengo guardato. Poiché la singolarità dello sguardo rimanda a quel “desiderio” voyeuristico che è stato suscitato, ma anche al personale godimento narcisistico di fronte a questo mondo, il quale non smette mai d’osservarci da tutte le parti.

Lo spettacolo ammira la presenza degli spettatori

Per Maurice Merleau-Ponty, dal momento in cui si viene al mondo, si è visti dallo “spettacolo” che il mondo ci offre; mentre, dall’altra parte, un “io” viene limitato a vedere da un solo punto, e, nel corso della sua esistenza, viene scrutato da ogni dove. Per Donald Winnicott, lo sguardo è conferma di “presenza”, e la nostra stessa esistenza dipenderebbe dal non essere assenti negli occhi, e nella mente, dell’Altro. L’equivoco si complica, per Gilles Deleuze, allorquando ci si sente prigionieri del sogno dell'Altro, e del suo desiderio che potrebbe non coincidere con il nostro.

L’ombra sognata e lo specchio dell’assenza

All’ostacolo d’un mio sguardo, nel volgersi verso di me, potrebbe l’Altro trovare la proiezione onirica della mia ombra come sul muro del sogno che ci accomuna. Sarò io a non poterlo vedere, mentre invece può riflettersi come in uno specchio, orbita vuota abitata dall’assenza e dalla cecità che ne deriva.

Le Visible et l'Invisible

Potrebbe essere questa una sintesi dell’opera postuma e incompiuta “Le Visible et l'Invisible” (1964)?

Prima di Merleau-Ponty, solo Charles Webster Leadbeater aveva tentato un’escursione filosofica di questo tipo, in chiave esoterica (Man Visible and Invisible. Examples of different types of men as seen by means of trained clairvoyance, Theosophical Publishing Society, London 1902).

La dialectique de l’œil et du regard

«Dès le premier abord, nous voyons, dans la dialectique de l’œil et du regard, qu’il n’y a point coïncidence, mais foncièrement leurre. Quand dans l’amour, je demande un regard, ce qu’il y a de foncièrement insatisfaisant et de toujours manqué, c’est que – Jamais tu ne me regardes là où je te vois. Inversement, ce que je regarde, n’est jamais ce que je veux voir. Et le rapport que j’ai évoqué tout à l’heure, du peintre et de l’amateur, est un jeu, un jeu de trompe-l’œil, quoi qu’on en dise.» (Fin dal primo sguardo vediamo, nella dialettica dell'occhio e dello sguardo, che non esiste una coincidenza, ma fondamentalmente un'illusione. Quando sono innamorato chiedo uno sguardo, ciò che è fondamentalmente insoddisfacente e sempre mancato è questo: non mi guardi mai dove ti vedo io. Al contrario, ciò che guardo non è mai ciò che voglio vedere. E il rapporto […] tra il pittore e l’amante, è un gioco, un gioco di trompe l'oeil, qualunque cosa se ne dica. - Le Séminaire, livre XI, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, 1964).

La clinica del trompe l'oeil

Lacan sentenziava che, nell’accettare che ogni sguardo potesse essere un trompe l'oeil, se ne riconosceva implicitamente la supremazia sull'organo visivo; ed esplorare questa materia equivale ad addentrarsi già nella clinica, nel cuore di ciò che fonda il soggetto e la sua storia personale, nonché nel più intimo del suo rapporto con il desiderio dell'Altro.

Un tema in grande sintonia con la contemporaneità (e che si è posto anche Walter Benjamin in Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, 1936), in cui la moltiplicazione, e “re-plicabilità” (Reproduzierbarkeit), delle immagini del mondo, e di sé, lascia, forse,  troppo spazio aperto, esclusivamente, all'oggetto dello sguardo.

Se l’immagine è ovunque (e l'occhio “vuole la sua parte”), ritorna sempre più pressante la questione d’una visuale un po’ più privilegiata?

Senza vergogna

«Le regard que l’on sollicite aujourd’hui en faisant spectacle de la réalité – et toute la télévision est un reality show – est un regard châtré de sa puissance de faire honte, et qui le démontre constamment. Comme si cette prise du spectacle télévisuel avait comme mission, en tout cas comme conséquence inconsciente, de démontrer que la honte est morte.» (Lo sguardo che sollecitiamo oggi facendo della realtà spettacolo – e tutta la televisione è un reality show – è uno sguardo castrato della sua potenza di provocare vergogna, e lo dimostra costantemente. Come se questa messa in onda dello show televisivo avesse quale missione, almeno come conseguenza inconscia, di dimostrare che la vergogna è morta. - J.-A. Miller: «Note sur la honte», La Cause freudienne, N° 54, juin 2003, p. 10 »).

Etica ed ex-t-etica

Quando all’etica si sostituisce l’«ex-t-etica», l’adeguamento alle regole sociali cede al potere della seduzione, e diviene allora necessità primaria suscitare ammirazione, altrimenti subentra un’ignominia che annienta qualsiasi pudore.

La paura di non essere all’altezza delle aspettative, d’essere scoperti inadeguati, e privi di fascino, equivale all’insignificanza di “non essere” (attraenti e desiderabili).

La pulsione “scopica” e “scopofilica”

Lo sguardo può rivelarsi nella sua più straordinaria singolarità, laddove la pulsione (Trieb) “scopica”, e “scopofilica”, di vedere e d’essere visti, venga, essa stessa, “messa a nudo”, fino a un soddisfacimento necrofilo, o pornografico, e narcisistico, oppure venga al contrario pudicamente rivestita, per scoprire in che modo la simultaneità dovrebbe, o potrebbe, avere effetti di qualche interesse per e su di noi.

E con quali rispettivi effetti di interpretazione, presa di coscienza e soprattutto di insegnamento da cui formare esperienze future al fine di procrastinare gratificazioni.

Lo sguardo oggetto clinico

E giunti a questo bivio, c’è da chiedersi fino a che punto possiamo considerare lo sguardo, oltre l’occhio, alla stregua d’un “oggetto” eminentemente clinico.

Lo sguardo che precede la parola

Dal momento in cui veniamo a mondo, il modo in cui “vediamo” le cose non dipende tanto dall’occhio, ma dallo “sguardo che precede la parola”, capace d’immergerci in quella trama dei significanti già in attesa d’avvolgerci.

Il corpo s’identifica davanti allo specchio e, contemporaneamente, sotto lo sguardo materno, quasi come se a riflettersi dovesse essere l’intera diade genitrice/ “figliato”. Prima di questa differenziazione, il bambino si percepisce “parte” di chi l’ha “part-orito”, in uno stato simbiotico di unicità in cui, per Donald Winnicott, il bambino è assente, perché non esiste ancora individualmente. Questo passaggio dalla fusione alla separatezza, fisica e psichica, caratterizzerà il resto della nuova vita appena intrapresa, costituendone un importante indicatore predittivo di salute e di benessere.

Una sinestesia illuminante

Le autrici di “Una rondine nella mano – la prevenzione in psicoanalisi per l’infanzia e l’adolescenza” (Città del Sole, Reggio C. 2024), Eva Gerace Gemelli e Maria Laura Falduto, riprendono i «Versi per Blok» (“Имя твое — птица в руке”, Tuo nome - rondine nella mano) di Marina Ivanovna Cvetaeva, e l’aneddoto, riportato dal padre della psicanalisi nei “Tre saggi sulla sessualità”, relativo a quel nipotino con difficoltà d’addormentamento: “Zia , parlami! Ho paura, c’è tanto buio qui!” – “A che servirebbe? Tanto non puoi vedermi” – “Non c’entra, se qualcuno parla il buio scompare” (Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie, Wien 1905).

A “illuminare” la vicenda notturna non è una relazione occhio/ accensione d’una lampadina che ne assicuri la visione, ma una sinestesia di quello “sguardo che precede/segue la parola”, mediata dalla relazione con l’Altro, il calore della cui presenza, con la vicinanza affettiva, sconfigge l’assenza di luce e l’eventuale ansia da nictofobia.

Nictofobia

Per Freud, la situazione prototipo all’origine dell’angoscia è semplicemente la separazione dalla madre. Il bambino sente la mancanza d’una persona cara molto più della paura dell’oscurità; e, molte angosce nevrotiche vanno intese, appunto, come un persistere di quella tendenza in una condizione di particolare solitudine, anche se poi la paura d’«essere soli», spesso si maschera da fobia di qualche altra cosa, come, per esempio, del “buio”.

Castrazione

Per John Bowlby, aver paura d’essere soli, del buio, dell’ignoto, del rischio o del pericolo, andrebbe considerato più un fatto adattivo. Così, quando Lacan parla dell'impero dello sguardo e dell'ossessione che ne deriva, l’enunciato del suo curatore testamentario Jacques Alain Miller replica: «Bref, l’image du corps traduit toujours la relation du sujet avec la castration. C’est une façon simple de saisir que le secret de l’image telle que Lacan dans son analyse de la pulsion scopique le découvre, le secret du champ visuel, c’est la castration.» (In breve, l'immagine del corpo traduce sempre il rapporto del soggetto con la castrazione. Questo è un modo semplice per cogliere che il segreto dell'immagine come lo scopre Lacan nella sua analisi della pulsione scopica, il segreto del campo visivo, è la castrazione. - «Le secret du champ visuel», in La petite girafe, N°5, mai 1996, p. 24.).

Una parola vera

Di cultura ispano-americana, Eva Gerace Gemelli riprende la lettura della pediatra e psicoanalista francese Françoise Dolto (La cause des enfants, R. Laffont,  Paris 1985) da parte di Aída Ch.de Saks: «Perché un bambino si senta amato, basta una parola vera. Ciò che gli consentirà di sviluppare le sue potenzialità e diventare una fonte di desiderio. È l’amore mediato da un dire. Questo è un principio generale che si applica a tutti i nostri analizzanti, giacché se non siamo in grado d’amare, anche analizzando, non possiamo sentire. Ma ancora una volta, non è il bacio o la pacca sulla spalla, è il rispetto, è il Lei; è amarlo con una parola che lo accompagni nel superamento della prova. È la scoperta di Freud: la castrazione simbolica è introdotta, si attraversa e si supera mediante una parola vera.» (“Françoise Dolto. Su teoría y su práctica social. Prevención de la violencia”, Fundación por la Causa de los Niños Unicef Argentina, Buenos Aires 1996).

Edipo, Enea, Ulisse

Quando l’Edipo comincia a declinare, s’avverte il contrasto tra la fiducia illimitata nel genitore e la paura della Legge, di cui il padre si deve fare garante, sempre che padroneggi la propria pulsione (Trieb). Da questo punto di vista, appare speculare la triade Enea, Anchise e Ascanio, o la vicenda di Telemaco e Ulisse, il padre che si costituisce egli stesso come figlio, andando a trovare Laerte, fornendo così un esempio da “re-plicare”… all’occasione opportuna, o quando capita (tuché).

Angoscia di ritorno

Un soggetto può conquistare un proprio posto nel mondo soltanto nel momento in cui emerge, anche per lui, il simbolo, la parola, la sintassi… ma occorre aiutarlo ad accettare che non potrà sempre dare un nome a ciò che sta accadendo nel mondo e a lui, soprattutto senza aver prima acquisito, insieme con la capacità d’esprimersi, una “presenza” nel luogo in cui dar voce ai propri dubbi, alle proprie paure, alle proprie angosce, evitando di lasciarsi trascinare da ciò che insistentemente “ri-torna”, come se tutto quanto dovesse essere finalizzato al piacere, a un Eros, però,  governato da Thanatos.

Si muore poco per volta

“… Come questa pietra/ è il mio pianto/ che non si vede/ La morte/ si sconta/ vivendo.” - Giuseppe Ungaretti (Sono una creatura, 1916).

Dall’identificazione all’identità

Le differenze gli devono essere indicate, mostrate, contrassegnate, simbolizzate; ed è questa l’unica via d’uscita da quell’identificazione da tradurre in identità, attraverso il dialogo, fatto, oltre che di costante espressività linguistica, che serve a sentirsi vivi, della disposizione all’ascolto, che è quella che ci insegna a morire.

Valutare le conseguenze  

Resta chiaramente la specifica questione clinica della misurazione delle conseguenze dell’incontro con lo sguardo, nonché di quel: ma sono guardato da ogni parte, laddove posso vedere solo da un punto.

La préexistence d’un regard

«Ce qu’il s’agit de cerner, par les voies du chemin qu’il nous indique, c’est la préexistence d’un regard – je ne vois que d’un point, mais dans mon existence je suis regardé de partout.» (Ciò che va identificato, attraverso il percorso che ci indica, è la preesistenza d’uno sguardo – vedo solo da un punto, ma nella mia esistenza sono guardato da ogni parte. -  J. Lacan, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Una relazione causale

Le visible et l’invisible, il libro postumo di Maurice Merleau-Ponty, contiene un’ultima progressione successiva alla Phénoménologie de la perception (1945) che ricollega l'essere visto e il vedere in una relazione causale: essere osservati, a fortiori da ogni parte, istiga, e costringe, quasi (come impulso: Trieb), a ricambiare lo sguardo.

La pulsione scopica dei “piccoli altri”

A questa “preesistenza” s’affida Lacan per rivelare quei due poli tra i quali funziona la pulsione (Trieb) “scopica”: farsi guardare da ogni parte (dall'Altro, quindi, generico ed enorme Tutto) e vedere con i propri occhi (i “piccoli altri”).

La mezza torsione del Nastro di Möbius

S’avverte, qui, quella caratteristica “torsione” determinata dall'«oggetto (a)», a dire il vero una “mezza” torsione möbiana, risultante dall’impossibile connessione tra il “simbolico” (il mondo dell'Altro/ Tutto) e l'«immaginario» (il mondo dell'altro/ piccolo), a causa della mancata “congiunzione” sessuale. Ed è anche ciò che, nella pulsione “scopica”, separa la fonte (occhio) dall'oggetto (sguardo).

«L’œil et le regard, telle est pour nous la schize dans laquelle se manifeste la pulsion au niveau du champ scopique.» (L'occhio e lo sguardo, tale è per noi la scissione in cui nasce l'impulso a livello del campo scopico. - Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Un’elusione

Distinguere occhio e sguardo significa tentare, attraverso un esperimento mentale, di districare cosa, e quanto, riguarda la biologia e l'evoluzione degli esseri viventi per ciò che è relativo al senso della vista, da un lato, e quello che, dall'altro, s’annida a ciascun livello di questa funzione, pur rimanendo eluso: lo sguardo.

Il mimetismo animale

Si tratta d’un esercizio tanto più difficile in quanto la dottrina impone che il mimetismo (inteso quale imitazione d’un'apparenza) sia un'abilità adattiva apparsa e sviluppata per migliorare le attività vitali, quali la predazione, la fuga o la riproduzione (le poetiche: “muerte, vida, amor”?).

La mimetizzazione

Esaminando l’argomento molto più da vicino, da zoologi, si finirebbe per discernere solo due facoltà che, seppure correlate, sono totalmente diverse per le risorse da erogare di cui necessitano: il mimetismo vero e proprio consistente nella capacità di scegliere una forma e un aspetto visivo, per poi farli il più possibile propri; e il camuffamento (Camouflage, o mimetizzazione), consistente nella possibilità di confondersi con il paesaggio circostante.

Lo sguardo del predatore, la conformità della preda

Quindi, se esiste una selezione naturale di variazioni genetiche casuali, l'agente di tale selezione non può che essere il predatore medesimo e il suo sguardo diviene lo strumento della mimesi. Ne consegue, al contrario, che il criterio più rilevante per la mimetizzazione della preda non è tanto la sua somiglianza con un oggetto minerale, vegetale o animale, di poco interesse o al contrario pericoloso, semmai la sua conformità con il paesaggio che gli sta attorno, per come appare agli occhi del predatore (Altro).

Il potere formativo

Nell’attribuire a una specie vivente il potere di giudicare come i suoi individui siano visti dall’uno (predatore) e di modificare di conseguenza il proprio aspetto, tanto da diventare invisibili agli occhi di quello, si presuppone l'esistenza, nell'organismo di questi (possibili prede), d’un potere altrettanto “formativo”?

Il fine dell'adattamento

«Là-dessus beaucoup a été dit, et d’abord beaucoup d’absurde – par exemple que les phénomènes du mimétisme sont à expliquer par une fin d’adaptation.» (S’è molto detto su questo argomento, e soprattutto molte assurdità – per esempio che i fenomeni del mimetismo sono da spiegare con un fine d'adattamento. - Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Il riflesso delle radiazioni

Altri suggerirebbe che il mimetismo sia un vantaggio secondario d’un'altra acquisizione: quella di potersi proteggere dalle radiazioni luminose, riflettendole proprio come farebbe uno specchio.

Un’ulteriore stretta alla torsione del Nastro di Möbius

Con la funzione delle macule, Lacan spinge ancora più in là la torsione del Nastro di Möbius, con una speculare separazione tra occhio e sguardo: l'effetto degli ocelli (piccoli “occhi” e macchie rotonde) è direttamente connessa alla loro somiglianza con gli occhi veri e propri, come quelli d’un Panoptes Argo, o al contrario, è l'occhio a interessare lo sguardo perché possiede quell’apparenza di macchia rotonda?

La funzione delle macule

«Cet exemple est précieux pour nous marquer la préexistence au vu d’un donné à voir.» (Quest’esempio è prezioso per rimarcarci la preesistenza in vista d’un qualcosa che è dato da vedere. - Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Lacan suggerisce che l’impulso a vedere, sia stato determinato, inizialmente, attraverso una progressiva specializzazione, delle localizzazioni sul tegumento cutaneo, nella percezione delle radiazioni luminose visibili. E, apparse dapprima sotto forma di macchie rotonde, queste zone si sarebbero poi perfezionate fino a formare anche degli occhi, e le macule corrispondenti.

Naître dans un bain de langage, c’est-à dire être parlé avant de parler, comme être regardé avant de voir” (Nascere in un bagno di linguaggio, cioè essere parlato prima di parlare, come essere guardato prima di vedere).

La coscienza d’esistere

È il compito (di turno: tâche/ tuché) affidato a questo processo di specializzazione a condizionare sia la visione (passiva) dell’occhio, sia, con lo sguardo, la percezione (attiva) della vista, ovverossia “quel vedo perché sono stato visto”.

La modalità contemplativa

Ed è questa una coscienza d’esistere sorretta semplicemente dalla visione del corpo d’un altro, oppure (fase dello specchio) del proprio, senza passare per questo attraverso lo sguardo dell’Altro: un miraggio narcisistico che può raggiungere il suo acme nella «plénitude rencontrée par le sujet sous le mode de la contemplation» (pienezza incontrata dal soggetto nella modalità contemplativa. - Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Siamo esseri visti nello spettacolo del mondo perché, a nostra volta (quando è stato il nostro turno, ed è toccato a noi: “tuché”), abbiamo dato spettacolo e, seppure a nostra insaputa, siamo stati guardati.

Ci si vuol far guardare senza mostrarsi

“Siamo” perché guardati; da qui la lacaniana «satisfaction d’une femme à se savoir regardée, à condition qu’on ne lui montre pas» (soddisfazione d’una donna di sapersi guardata, a condizione che non venga mostrata); e da qui le fantasie platoniche e religiose d’un essere assoluto, onniveggente (Panoptes, o Panopticon)?

La Jeune Parque

Nello stato di veglia siamo osservati da ogni parte ma non possiamo accedere alla  coscienza attraverso il nostro sguardo su noi stessi, contrariamente a ciò che pretende “La Jeune Parque” (1917) di Paul Valéry: «Je ne sacrifiais que mon épaule nue// À la lumière ; et sur cette gorge de miel,/ Dont la tendre naissance accomplissait le ciel,/ Se venait assoupir la figure du monde.» (Io non sacrificavo che la mia spalla nuda/ alla luce; e su questo puro seno di miele,/ la cui tenera nascita completavano i cieli,/ veniva ad assopirsi la figura del mondo.).

Non possiamo vederci attraverso il mondo perché la visione di noi stessi è elisa, ed elusa, proprio in questo sguardo “dal” (e del) mondo.

Il personaggio onirico

Una situazione questa completamente diversa da quella del sogno in cui ciascuno di noi viene mostrato a se stesso, ma senza poterne interpretare il personaggio visionario, in quanto lo vediamo sì, ma da un punto esterno alla scena onirica (lo sguardo), senza avere accesso alla sua visione (non vediamo ciò che vedremmo da attori interpreti di quel personaggio). Per cui, «Notre position dans le rêve est, en fin de compte, d’être foncièrement celui qui ne voit pas.» (La nostra posizione nel sogno è, in definitiva, quella d’essere fondamentalmente colui che non vede.).

Siamo, dunque, sognatori ciechi?

Il paradosso di Tchoang-Tseu

Quando una persona addormentata sogna d’essere una farfalla, e al risveglio il sogno gli sembra così vero da poterlo considerare reale, allora potrebbe chiedersi: Chi sono veramente? Quello che pensa o quello che sogno di essere? L’uomo o la farfalla? Dov’è, e qual è, il confine che ci separa? E se fossi una farfalla che sogna un uomo? E se i sogni d’una farfalla fossero più reali di quelli d’un uomo?

E, poi, è questa una storia sul limite della realtà, sul potere della fantasia o sulla trappola dell’illusione?

L’escatologa dell’indistinzione

La filosofia cinese suggerisce l’esistenza d’una possibile “coniunctio oppositorum”, una dimensione cioè dove le contraddizioni non si escludono a vicenda, dove i contorni restano confusi e non esiste conflittualità di pensiero, e un'altra poi dove occorre assegnare dei nomi alle cose per non perdersi nei grovigli della gnoseologia e del linguaggio.

Un piano è quello del sogno, un altro quello della veglia. Ma l’eventualità dell’indistinzione filosoficamente riesce a risolvere anche i problemi altrimenti insuperabili, come quello della paura della morte.

La reversibilità onirica

Paradossalmente, è quando Tchoang-Tseu sogna d’essere una farfalla, che può cogliere qualcosa della sua vera identità, poiché “vede” se stesso, certamente in una forma razionalmente fuorviante, ma che tuttavia lo riguarda, soprattutto perché gli manca quella reversibilità della farfalla mai vista sotto forma di Tchoang-Tseu.

Qual è la ri-prova?

Ciò che si sogna di essere

«La preuve, c’est que quand il est le papillon, il ne lui vient pas à l’idée de se demander si, quand il est Tchoang-Tseu éveillé, il n’est pas le papillon qu’il est en train de rêver d’être.» (La prova è che quando è la farfalla, non gli viene in mente di chiedersi se, quando è sveglio non è la farfalla che sogna di essere. - Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Wiederholung

In Le Séminaire Livre XI (1964) - Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (Seuil, Paris 1973), Lacan ritorna sul concetto di Wieder-holung (ri-cercare), nel suo significato di “ri-petizione”, proponendo il verbo “haler”, etimologicamente più vicino ad “aholen” (cercare), in modo da tradurre Wiederholen  ri-trascinando, quindi “ri-tirando”. Quasi, come se si fosse di fronte a un incantesimo da propiziare, un destino che si vuole scoprire, girando una determinata carta della fortuna, da far interpretare a una Sibilla.

Questo “traino” ri-evoca lo sforzo d’avvicinare a sé, oppure trascinarsi dietro un carico a cui si tiene particolarmente, nonostante il suo peso scoraggi dal farlo. Ma questa carta della fortuna, l’arcano del tarocco, si potrebbe rivelare fin troppo spesso sgradita. Il vincolo che se ne deduce in clinica è, in ogni caso, un vincolo di ri-petizione (Wiederholung): un’evidente “coazione”?

Wiederholungszwang

Eppure, questa coazione a ripetere (“Wiederholungszwang”), che si osserva sintomaticamente deve pur avere una sua causa etiologica, che Lacan ricerca (Wieder-holung) nelle leggi del Senso: «Si le sujet est le sujet du signifiant – déterminé par lui – on peut imaginer le réseau synchronique tel qu’il donne dans la diachronie des effets préférentiels. Entendez par là qu’il ne s’agit pas là d’effets statistiques imprévisibles, mais que c’est la structure même du réseau qui implique les retours.» (Se il soggetto è il soggetto del significante – determinato da quest’ultimo – possiamo immaginare la rete sincronica in quanto apportatrice nella diacronia degli effetti preferenziali. Con ciò intendendo che non si tratta di effetti statistici imprevedibili, ma piuttosto della medesima struttura della rete, che comporta i ritorni. - Le Séminaire Livre XI, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).

Una relazione causale: Tuché

Gli incontri contingenti della vita o l'ordine casuale delle carte in un mazzo, che Lacan definisce “tuché”, sono il risultato, manifestatosi nella ri-petizione, d’una struttura invisibile che, con o senza un palese trucco del gioco, ne favorisce l’ex-trazione. Quasi come la formula ellittica della chiamata: “sotto a chi tocca!”.

L’automa d’Aristotele

In quel tesoro sincronico dei significanti d’un soggetto, le relazioni di contiguità e di prossimità, per Lacan, sono tali che certe sequenze sembrano favorite nel denotare l'articolazione di quell'effetto del personaggio filosofico dell’automa (αὐτόματος), preso in considerazione da Aristotele nel momento della nascita.

Giochi sintattici

Nei monologhi infantili può essere osservata la produzione di catene di significato che permettono l'acquisizione del linguaggio proprio grazie a dei giochi sintattici. Tra le frasi grammaticalmente corrette che il bambino sviluppa a quest’età, alcune verranno sequestrate in una riserva privata (inconscia) perché la loro pronuncia, e ri-evocazione, implicherebbe un disagio o un dispiacere troppo grandi.

Lapsus

Pertanto rivendicheranno il loro diritto di ex-sistere, comunque, e di fuoriuscire da questa riserva, vale a dire, da quella pulsione permanente (Trieb) all'origine della loro prematura intrusione, e in generale sempre a insaputa del soggetto, sia nei discorsi (lapsus verbali) come nelle azioni (mancate o fallite) - a mo’ di paraprassia, atto  sintomatico, o lapsus d'azione (in inglese: “Freudian slip”, "slittamento").

Traum/ Trauma

L'inaccessibile materia dell'enunciazione o dell’azione corrisponde alla medesima realtà, ma Lacan ri-duce l’interpretazione freudiana di questo reale indicibile, e impossibile, a uno “schermo che dissimula” il “trauma” dell'«incontro mancato».

Per lui, il nocciolo della questione è proprio  il termine impiegato da Freud per designare ciò che sfugge alla rappresentazione – appunto il Trieb. Ed è qui che si situa il ludus enigmistico: nella lingua tedesca, la differenza tra “Traum”, sogno, e “Trauma”, trauma, consiste semplicemente in una vocale (a), precisamente quella stessa che nell’algebra lacaniana, denomina l’«object» di cui la pulsione (il Trieb) fa l’inutile ri-giro, che s’avvoltola su se stesso.

Sintassi preconscia, riserva inconscia

«La syntaxe, bien sûr, est préconsciente. Mais ce qui échappe au sujet, c’est que sa syntaxe est en rapport avec la réserve inconsciente.» (La sintassi, ovviamente, è preconscia. Ma ciò che sfugge al soggetto è che la sua sintassi è legata alla riserva inconscia. - Le Séminaire Livre XI (1964), Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse),

Il rifiuto della risposta

In analisi, questa spinta (sempre: Trieb?) diventa più insistente e più efficace a causa del rifiuto da parte dell'analista di rispondere, e quindi di soddisfare, e chiudere, la serie di ri-chieste (ri-petizioni) dell'analizzando.

Un luogo sicuro?

Le formulazioni sempre più serrate che ne risultano accompagnano naturalmente l'analizzando al nucleo patogeno, nucleo della realtà che ne è la sede.  

«Le noyau doit être désigné comme du réel – du réel en tant que l’identité de perception est sa règle.» (Il nucleo dev’essere designato come reale – reale nella misura in cui l’identità della percezione è la sua regola. - Lacan).

La stabilità e la permanenza del nucleo attorno al quale si snoda la spirale del discorso analizzante sono dunque segni della realtà: ciò che si trova sempre nello stesso luogo, come un'incisione nella roccia.

Where Thou art – that – is Home.” (Dove tu sei, quella è casa) – Emily Dickinson.

Wahrnehmungszeichen

In queste condizioni, risulta impossibile perseverare nella fede in un sé sintetico e con piena padronanza di sé; ciò che, a volte, ci fa esclamare: “È più forte di me!”, oppure, più spesso: “A questo giro non ce la faccio!”, è quella percezione del reale autenticata dal sentimento della realtà, secondo l'indice di qualità, Wahrnehmungszeichen (Indicazioni percettive), dell’«Entwurf einer Psychologie» (1895-6), da Lacan riconosciuto quale “significante”; mentre di questa funzione Freud sottolinea la necessità logica affinché si possa distinguere la percezione (proveniente “dall'esterno” dell'apparato psichico) dall'allucinazione (prodotta “all'interno” dello stesso).

La validazione d’una percezione come “proveniente dall’esterno” (principio di realtà) dimostra che non si tratta d’un'allucinazione e, allo stesso tempo, che il soggetto non sta sognando e che è sveglio.

Risveglio di soprassalto

Se, però, contrariamente alla convinzione, secondo la quale una stimolazione esterna, che il sogno non può includere nell'immaginazione, fa svegliare il dormiente, è l'approccio alla realtà a far uscire dal sonno?

E, se il sogno è davvero il custode del sonno, come si spiega questo che sembra un imbarazzante controverso difetto?

Quale “tuché”, allora, quale carta del mazzo è stata estratta per ri-portare bruscamente il sognatore alla realtà?

È, forse, quella – strutturale - impotenza (Hilflosigkeit) a essere risparmiati da disagi e dispiaceri nelle diverse fasi d’una difficilissima emancipazione?

Il genitore traumatico

Questo dramma dell'«incontro impossibile», sempre mancato, che segna indelebilmente ogni «essere parlante» nella sua infanzia, Lacan lo ha chiamato “le parent traumatique” (genitore traumatico). In tal caso, «Ce qui est manqué n’est pas l’adaptation, mais tuché, la rencontre.» (Ciò che è mancato non è l’adattamento, ma tuché, il “ri-ncontro”. - J. Lacan, Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse).  

Nessuno sa, infatti, che cosa sia “il padre in quanto padre” e un padre di questo genere, “ideale”, non può che essere inconscio, od onirico, e dunque mancare a quel suo compito (di turno: tâche/ tuché), tanto da costituire quel “Trauma”, che in appendice presenta la lettera assente in “Traum”.

Aristotele tratta allo stesso modo il tuché (quale intervento divino) e le stravaganze della forma (mostruosità, come i teratodes camuffati da foglia) e della sessualità (incesto): a lui sfugge un limite o una causa, necessariamente umana o divina. Già un'intuizione di quell'«impossibile» del rapporto sessuale?

Transfert non è ri-petizione

Un limite respinto da Freud con il concetto di Trieb (pulsione), e poi da Lacan con la dissociazione tra transfert e ri-petizione - «Je dis que le concept de répétition n’a rien à faire avec celui de transfert» (Dico che il concetto di ripetizione non ha nulla a che vedere con quello di transfert - Leçon du 29/1/1964), e «La répétition est quelque chose qui, de sa véritable nature, est toujours voilée dans l’analyse, à cause de l’identification de la répétition et du transfert dans la conceptualisation des  analystes. Or, c’est bien là où il y a lieu de porter la distinction» (La ripetizione è qualcosa che, per sua vera natura, è sempre velata in analisi, a causa dell'identificazione della ripetizione e del  transfert nella concettualizzazione degli analisti. Ora, è proprio là dove occorre fare la distinzione - Leçon du 12/2/1964).

E, in particolare, quando afferma che il transfert non è una ri-presa nel presente d’una situazione passata: «Le juste concept de la répétition doit être obtenu dans une autre direction que nous ne pouvons confondre avec l’ensemble des effets du transfert» (Il giusto concetto di ripetizione dev’essere ottenuto in un'altra direzione che non possiamo confondere con l'insieme degli effetti del transfert).

La Schize

La ri-petizione risiede nella “schize (scissione) che avviene nel soggetto durante l'incontro con il reale, quell’«irrealizzato» (sempre sgradito?) che rifiuta la simbolizzazione. Una divisione che si rivela specialmente in quel rapporto con la sessualità, che appare fondamentale nella clinica analitica, ma che non è diretta. La “scena principale” interessata non può che essere “primitiva”, e certamente “traumatica”, ma ciò che se ne può dire è fittizio (in quanto “innominabile”), ed esterno all'ambito dell'incontro sessuale vero e proprio.

Der Wolfsmann

Esempio: il caso dell'allucinazione di Der Wolfsmann (l’uomo dei lupi) che si vede mozzare il dito (al posto del pene!), quale ri-torno, attraverso la realtà, non di un ri-mosso nevrotico, bensì d’una psicotica preclusione, non simboleggiata perché il bambino protagonista era troppo piccolo (18 mesi) quando assistette alla “scena capitale” del coito dei suoi genitori.

La “schize”, o separazione, occorre nella situazione onirica e anche nella transizione sonno-veglia, un momento in cui siamo consapevoli che lo spettacolo del sogno da cui ci “ex-traiamo” lascia il posto a un altro sogno, quello della realtà che riprende il suo corso interrotto dall'addormentamento.

La “tuché” di scomparsa ed ex-trazione

«Un fait factice, comme celui qui apparaît dans la scène si farouchement traquée [par Freud] dans l’expérience de l’Homme aux loups – l’étrangeté de la disparition et de la réapparition du pénis [lors de l’acte sexuel de ses parents].» (Un fatto fittizio, come quello che appare nella scena così accanitamente perseguita [da Freud] nell'esperienza dell'Uomo dei Lupi – la stranezza della scomparsa e della ricomparsa del pene [durante l’atto sessuale dei suoi genitori]- Lacan).

Immagine onirica/ immagine lessicale

Lo possiamo pure  intuire, infine, nella distinzione tra l'immagine nel sogno e ciò che questa immagine produce, come sguardo e come parola: ovverossia, gli oggetti pulsionali, scopici e vocali.

Resta ovviamente da approfondire in che modo la soddisfazione scopica differisca dalle altre soddisfazioni fantasmatiche procurate dall’«objet (a)». A meno che non si tratti sempre della solita mistificazione intellettuale; visto che, come il poeta, anche il filosofo, e lo psicanalista, è un po’ “fingitore” - lo scriveva Fernando Pessoa, in “Autopsicografia” (1931): “O poeta é um fingidor/ Finge tão completamente/ Que chega a fingir que é dor/ A dor que deveras sente.” (Il poeta è un fingitor./ Finge così completamente/ ch’arriva a finger ch’è dolor/ il dolor che davvero sente.).

Il nome della …

Nello stesso modo del verso della Cvetaeva (Tuo nome - rondine nella mano), e del titolo del celeberrimo romanzo di Umberto Eco, - che ha per protagonista un (heideggeriano) Adso (dal latino adsum, cioè “esserci”), e trae, inoltre, il primo termine del suo titolo dal De contemptu mundi (I, 952) di Bernardo Cluniacense: “Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus” (Roma antica esiste solo nel nome, e soltanto scarni nomi ci restano), e il secondo dal topos ricorrente che l'«universale» esista solo di nome, e non nella realtà; - ci troveremmo di fronte a un lapsus che cela ciò di cui non possiamo parlare: la “Chose freudienne”.

L’innominato Altro

Al di là dell’implicazione shakespeariana “negata” (e pertanto meritevole d’essere meglio indagata nell’ambito di ciò che Freud avrebbe individuato, più che come Fehlleistung, in quanto “meccanismo di difesa” consistente nel rifiutare di riconoscere la realtà) dell’interrogativo: "What's in a name?” (Romeo e Giulietta, atto II, scena II), rimane anonima l'unica donna dell'intero romanzo di Eco, l'unica giovane con la quale Adso prova un'esperienza sessuale (e quindi, “c’è”, e dà senso alla propria “presenza”), quella povera, sventurata contadina del villaggio sperduto tra i monti dell’Appenino toscano.


 

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