Domenica, 14 Luglio 2024

                                                                                                                                                                             

 

                                                                                                                                                                                                          

C Cultura|Società

UOMINI SENZA PI Ù CITTADINANZA

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Satnam Singh veniva dall’India. Ha attraversato il Mediterraneo; è sbarcato a napoli: è finito nell’Agro Pontino. Precisamente tra due frazioni di latina: Borgo Santa maria e Borgo Montello. A fare che? A raccogliere cocomeri… ma l’azienda per la quale lavorava non si occupava solo dei cocomeri; nella serra dell’ingresso c’erano piante, rosmarini e specie; l’azienda aveva a che fare anche con zucche e zucchine. Zucche e zucchine, appunto. E cocomeri. Bisognava preparare la serra per la coltivazione dei meloni. Satnam è rimasto incastrato. C’erano un macchinario avvolgi-plastica e un trattore. Il trattore tira e la plastica bisogna pure avvolgerla. Satnam è rimasto incastrato nel macchinario utilizzato per avvolgere la plastica; Satnam ha perso un braccio! Il nostro bracciante, nell’Agro Pontino: amputato, con una copiosa perdita di sangue, con la frattura delle due gambe; con la moglie Sony che continuava a urlare non ha pensato in quel momento agli scafisti che l’hanno condotto qui in Italia e nemmeno al lavoro in nero, al lavoro povero, al lavoro senza tutele, alla mancata sua registrazione che avrebbe costituito il primo passo per ottenere la cittadinanza: ha pensato, come tutti quelli a cui capita un simile incidente, a tenere a bada il dolore e a salvarsi la vita. Come salvarsi la vita? Satnam aveva 31 anni; un corpo massacrato e abbandonato. Abbandonato    di fronte al cancello della sua abitazione e con il braccio messo in una cassetta della frutta. Abbandonato! Non in un ospedale, non come un uomo con la cittadinanza, non come un essere umano: come un corpo – esattamente come un corpo (con gli organi e gli arti) – per il quale la «vita» non è «bios» (vita sociale, politica, culturale, sovrastrutturale, vita civile) ma «zoe»: come dice Giorgio Agamben, la «nuda vita»! Il corpo, gli organi, gli atri, le parti del corpo, gli intestini; i caporali; le regole del mercato decidono i «destini personali» (la definizione è di Remo Bodei); i diritti li decidono le grandi Multinazionali; gli abusi; il lavoro senza tutele: tutto questo non è passato nemmeno per un attimo nella mente di Satnam Singh. Il bracciante indiano voleva salvarsi la vita. O almeno quella «povera cosa» che non è più la «vita con una cittadinanza» (e dei diritti) ma la «nuda vita»: lo stesso stare al mondo, l’«esserci» (l’«essere gettato» diceva Martin Heidegger, quasi suo malgrado e dentro questo mondo); la vita che è solamente «elan vital», energia che si dispiega fin tanto e fin quanto si può dispiegare. Una vita «con le tendine» (parafrasando nanni Moretti quando pensava alla città di Amsterdam come una «città senza tendine», cioè una città nella quale si è liberi e uguali perché esistono leggi e norme e articoli di legge che garantiscono che così sia). Questa «vita con le tendine» per Satnam invece è finita due giorni dopo all’Ospedale San Camillo dove era stato, alla fine, portato con l’elisoccorso. Ma Satnam Singh non pensava a nulla di tutto questo: nella «nuda vita» il «dolore» è lancinante! Il «corpo con gli organi» (il contrario del «corpo senza organi» di Gilles Deleuze e Felix Guattari) reclamava i suoi diritti. I diritti … Le tutele … Appunto: Satnam Singh non pensava a tutto questo; la «carne» gridava e il «sangue» usciva. Eppure da qualche parte ci dovevano essere pure dei «diritti», o almeno: qualcuno che ci pensasse. Che ci pensasse per Satnam. La «nuda vita» è «uccidibile e insacrificabile» dice ancora Giorgio Agamben in Homo sacer. Non è «sacrificabile» e non c’è «sacrificio» la dove si è fuori dal «recinto» della polis. Fuori dal «recinto» della civiltà, della politica, dell’umanità e della cultura c’è solo un «corpo». E un braccio in una cassetta della frutta!   

 


 

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