“IL MALE CHE IMPARA LE BUONE MANIERE”Don Mimmo Battaglia, Arcivescovo di Napoli, scrive ai potenti della terra
“Ai potenti della terra, pace a voi! Il male non arriva sempre sfondando una porta....

“Ai potenti della terra, pace a voi! Il male non arriva sempre sfondando una porta....

Viaggi iniziatici … nella modernità: Eliade letto da Trevi
«I temi iniziatici sono vivi soprattutto nell’inconscio dell’uomo moderno. Ciò è confermato dal simbolismo iniziatico di alcune creazioni artistiche – poesie, romanzi, opere figurative, film – ma anche della loro risonanza tra il pubblico. […]. Non sorprende che i critici siano sempre più attirati dalle implicazioni religiose, e particolarmente dal simbolismo ‘iniziatico’ delle opere letterarie moderne. La letteratura ha un peso notevole nelle civiltà occidentali contemporanee. […]. È dunque naturale che questi [l’uomo moderno] cerchi di soddisfare i propri bisogni religiosi, repressi o insoddisfatti, con la lettura di certi libri in apparenza ‘secolari’, ma che di fatto contengono Figure mitologiche camuffate da personaggi contemporanei e presentano scenari iniziatici sotto la forma di avventure di tutti i giorni» (Mircea Eliade, Naissances mystiques: essai sur quelques types d’initiation, 1959).
In “Viaggi iniziatici” (sottotitolo: Percorsi, pellegrinaggi, riti e libri, Utet, Milano 2021), Emanuele Trevi sottolinea come l’edizione transalpina (Naissances mystiques) del testo di quello che fu il ciclo d’una decina di conferenze (Haskell Lectures) tenute dallo storico delle religioni rumeno, nell’autunno del ’56 all’Università di Chicago, – pubblicato due anni dopo da Harper & Raw, con il titolo “Birth and Rebirth”-, sia stata decisamente più efficace, grazie forse anche a qualche modifica, delle originarie lezioni ascoltate da un uditorio dell’entroterra statunitense a cui risultava piuttosto ostica la pronuncia alla francese di tutti quegli eruditi riferimenti etnografici e mitologici inseriti in un discorso troppo colto, piuttosto irruente, e naturalmente indirizzato a specialisti di dottrine esoteriche.
Haskell Lectures
L’incipit di quelle Haskell Lectures consisteva nel rilevare, in seno alla società occidentale moderna, la scomparsa d’una vera e propria “iniziazione”, intesa come “mutazione ontologica del regime esistenziale”, evidenziando allo stesso tempo indizi di forme d’una qualche permanenza, dall’imprevedibile capacità di durata e d’effetto, per esempio nelle fiabe o nelle poesie criptiche, che apparentemente trattano dell’amore trascendentale. In ciò che Eliade intendeva come il “fallimento” (mancata realizzazione, non raggiungimento dello scopo, o anche sbaglio e inganno?) dell’esistenza (nella tradizione), tale specie di continuità ripropone uno scenario sottile, su d’un “piano vitale e psicologico”, cosicché la coralità dell’homo religiosus sembra si sia trasferita in un’ individuale “solitudine” di esperienze intellettuali dall’azione sostanzialmente auto-osservativa, e di autoverifica necessariamente personale.
Fellini Roma
Quanto lo studio della trasmissione della conoscenza porta alla luce, riguardo alle iniziazioni, non sarebbe che una sorta di campagna di scavi archeologici per giungere alla scoperta di qualcosa che non è altro se non come lettera morta.
Sembra un’anticipazione di quell’episodio del film “Roma” (1972) di Fellini in cui dei lavori per la costruzione d’una linea nella metropolitana dell’urbe, – in un repentino passaggio misterico dalla città eterna a quella interna e sotterranea (come s’espresse lo stesso regista in una delle sue conversazioni con Charlotte Chandler/ Lyn Erhard, in “I, Fellini”, 1995)-, riescono a riportare in vita antichi dipinti, ma solo per pochi, sfuggenti, attimi di meraviglia.
Un “viaggio iniziatico”, tra due realtà, la fisica e la metafisica, rispetto alla quale siamo tutti dei provinciali; e questo, per Orson Welles, era il vero motivo del fascino del riminese.
Il tribunale di Kafka
«Giacché Roma è una madre, ed è la madre ideale, perché indifferente… Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai, come il tribunale di Kafka… Con il suo pancione placentale e il suo aspetto materno evita la nevrosi ma impedisce anche uno sviluppo… Qui non ci sono nevrotici ma nemmeno adulti… Questa cancellazione della realtà… nasce forse dal fatto che [il romano] ha qualcosa da temere o dal papa o dalla gendarmeria o dai nobili… si rinchiude in un cerchio gastrosessuale…»(Fellini Fare un film, 1980).
La sosta tra due tappe può durare un’intera vita, ed è infine quest’ultima a sfuggire di mano; anche se poi la decadenza non rappresenta una totale scomparsa, anzi risulta il segno di qualche altra cosa che sta per esprimersi: nuova vita, una rinascita (Rebirth), una naissance mystique?
Un’altra giovinezza
Dall’idea d’una fiaba epica e metafisica germinata nell’incompiuto romanzo eliadiano dell’81, Viața nouă (Ștefania), Francis Ford Coppola mutua la struttura circolare di Youth Without Youth (2007) sull’importanza del linguaggio nell’attribuzione di senso alla dimensione temporale; cosicché il professore Dominic Matei che, a Piatra Neamt, tenta di suicidarsi, innescando invece involontariamente un prodigioso processo di ringiovanimento, come in un altro saggio sulla natura stessa del cinema, ritorna alla riflessione sull’eternità del Dracula di Bram Stoker di più di dieci anni prima (1992). Anche lui, alla stregua di Tucker (- The Man and His Dream, 1988) e del medesimo regista, quello che conta non è che il “sogno” (nel caso di Coppola gli avveniristici studios della Zoetrope che l’avrebbero spedito sull’orlo della bancarotta).
Fitzcarraldo
Del mondo cinematografico, Trevi propone l’esempio di Werner Herzog nel resoconto (Eroberung des Nutzlosen, 2004) di quanto, tra il giugno 1979 e la fine dell’81, comportò l’impresa del Fitzcarraldo, incentrato sull’ipotesi che per raggiungere i propri obiettivi si possano compiere azioni inaudite anche a rischio di emulare il mito di Sisifo.
«Per ragioni che non conosco, un tempo non riuscivo nemmeno a leggere questi diari redatti durante la lavorazione del film Fitzcarraldo. Oggi, ventiquattro anni più tardi, mi è sembrato improvvisamente facile, anche se, da un punto di vista tecnico, non lo è stato altrettanto decifrare la mia stessa grafia, che allora era di dimensioni microscopiche. Queste annotazioni non sono il resoconto delle riprese, a malapena accennate, né possono essere considerate diari, se non nel senso più ampio del termine: sono qualcosa di diverso, un paesaggio interiore partorito dal delirio della giungla. Ma nemmeno di questo sono sicuro.».
Una creazione sospesa
L’umida atmosfera della foresta amazzonica sembra dilatare la sensazione di attesa in una preparazione della dimensione atemporale, priva di senso, e di possibilità di reale esaurimento, in quanto, come spiegherebbero le leggende locali, persino la Creazione avrebbe sospeso il proprio compimento, aspettando che gli uomini lascino definitivamente campo libero ai demiurghi.
Del resto, le tradizioni primitive non fanno altro che esprimere, e molto chiaramente, quella nostalgia del paradiso perduto che non ha mai abbandonato l’umanità.
«La creazione poetica […] tende verso il recupero della situazione paradisiaca primordiale, quando si creava spontaneamente, quando il passato non esisteva perché non esisteva coscienza del tempo, memoria della durata temporale» (Eliade: Myths, dreams, and mysteries: the encounter between contemporary faiths and archaic realities, 1957).
Pollicino
La favola di Charles Perrault più consona alle vicende personali di Herzog pare sia quella di Le Petit Poucet (Pollicino): le briciole del pane, fornito dalla madre, servite per segnare il sentiero, vengono mangiate dagli uccelli, e i sassolini sono come il filo d’Arianna; l’Orco un po’ Minotauro, un po’ Polifemo, un po’ Aedone, un po’ Golia. Eppure, gli stivali delle sette leghe non servono a ritornare sui propri passi.
La conquista dell’inutile (Eroberung des Nutzlosen) non riguarda pertanto il riuscire, del tutto inutilmente, a tirare una nave su in cima alla montagna, ma è la storia d’un artista che irreversibilmente s’è andato a perdere all’interno della visione della sua stessa opera.
“Un’esistenza fallita”
«Ogni esistenza, per quanto piena, prima o poi si rivela come un’esistenza fallita» (e “Un’esistenza fallita” dà il titolo al terzo e ultimo percorso dei Viaggi iniziatici di Emanuele Trevi, dedicato appunto a Eliade, inteso come “errante”, nomade/che sbaglia). Pertanto, una tale equivocità e mancanza di significato apre un varco a un qualche rinnovamento, o un periodico cambiamento, sia pur solo nell’inconscio e nell’immaginazione.
Allontanamento dalle madri
L’arcaica imposizione tradizionale d’una residenza nell’altrove, in una caverna, nel deserto o nella foresta, in ogni caso, un distacco dei novizi dal villaggio e dalla comunità d’appartenenza (allontanamento dalle madri), equivale alla sperimentazione d’un “viaggio” (da errabondi), per via della lontananza, e d’una “iniziatica” rinascita in completa solitudine, quell’unica condizione in grado di consentire l’accesso all’assoluto e al sacro, che non può prescindere dal “tremendum”.
«Si tratta d’una rottura, a volte abbastanza violenta, del mondo dell’infanzia – che è insieme il mondo materno e femminile e lo stato di irresponsabilità e beatitudine, di ignoranza e asessualità del bambino» (Naissances mystiques).
Poiché il dislocarsi, presupponendo di mettersi in cammino per prendere dimora nell’ignoto (e rischiare, errando, di errare), è divenuto metafora dell’arcaico lavoro dell’homo religiosus, custode dei riti, sostituito, in epoca moderna, dall’intellettuale che lacera “il velo della sua inconsapevolezza”, mettendo per iscritto il proprio pensiero; quasi, in un “indovinello veronese” ai limiti del bustrofedico: «se pareba boves/ alba pratalia araba/ et albo versorio teneba/ et negro semen seminaba».
Voyages en Orient
Per Gérard de Nerval significa lasciare Parigi “en plein novembre”, quella che sarebbe la normalità del quotidiano, per intraprendere il suo “Voyage en Orient” (1851), caratterizzato, oltre che dal bisogno della fuga come momento catartico, o terapeutico, o dalla ricerca esotica del mito e del deja vu, da registri linguistici molteplici. In una scrittura instabile, frutto di percorsi isolati e insicuri, s’alternano descrizioni di eventi, non si sa quanto reali, a proiezioni oniriche di fantasmi personali, sovrapposte ad archetipi culturali ed enfatizzazioni d’immaginari fantastici.
Né The Voyage of the Beagle (in Italia divenuto: Diario di un naturalista giramondo e Il viaggio meraviglioso di Charles Darwin, 1839), come neppure l’Italienische Reise (Viaggio in Italia, 1816-1817) di Goethe, da questo punto di vista, dimostrerebbero di possedere granché di iniziatico. Semmai, Die Morgenlandfahrt (1932) di Hermann Hesse, Viaggio in Armenia (1933) di Mandel’štam, le esplorazioni (Voyage d’une Parisienne à Lhassa, 1927, oppure Au pays des brigands-gentilshommes, 1933) di Alexandra David-Néel.
Trevi avrebbe voluto fare di questo suo saggio, concepito però in tre soli capitoli (su Griaule tra i Dogon e le trentatré conversazioni con Ogotemmeli, Artaud in Messico tra i Tarahunara, e l’Eliade di «Un’esistenza fallita», – più una “introduzione” aggiunta all’ultima edizione), il manuale d’uno specifico genere letterario in cui includere Die Ringe Des Saturn: Eine englische Wallfahrt (1995) di Winfried G. Sebald, The Songlines (1987) di Bruce Chatwin, Le Poisson-scorpion (1982) di Nicolas Bouvier, ma soprattutto Ecuador- Journal de voyage (1929) di Henri Michaux e anche The Yage Letters (1963) della coppia Burroughs e Ginsberg.
Un’inaudita annunciazione
Per lo storico delle religioni, etnologo, orientalista e romanziere rumeno, l’imprescindibile condizione moderna del percorso esoterico va ricercata e trovata proprio nel senso del fallimento incarnato da Gérard de Nerval, come da Edgar Allan Poe, e da tutti quei soccombenti, “suicidati della (o dalla?) società”.
“Suicidati della società”
Una formula impiegata da Artaud per dipingere un ritratto di Van Gogh, quella d’un’inimitabilità derivante dall’aver esplorato le “sorgenti del Nilo” d’una soggettività che finisce per produrre l’effetto dell’eccezione eretica (o d’accezione erotica?), se non proprio d’un’inaudita, evangelica, “annunciazione” da parte d’un muto, eppure eloquente, Gabriele arcangelo.
Théophile Gautier
Nel commemorare l’amico Nerval, a dieci anni dal suicidio, Théophile Gautier sottolinea questa paradossale eccezionalità in quanto «divenne incapace di distinguere la chimera dalla realtà, e passò dalla ragione a quello che gli uomini chiamano follia, che forse è solo uno stato in cui l’anima, più esaltata e più sottile, percepisce rapporti invisibili, coincidenze non avvertite, godendo spettacoli che per solito sfuggono alla vista».
Charles P. Baudelaire
Analogamente, Baudelaire tramuta l’ubriachezza di Poe in «un metodo di lavoro, metodo energico e mortale, ma appropriato alla sua natura appassionata». Quella baudelairiana sembra l’agiografia d’un martire su cui incombe la terrifica numinosità dell’«Angelo cieco dell’espiazione»; e lo smarrimento americano corrisponde allo sconcerto del perdersi (errare errando) dell’innocenza nella mondanità malvagia. Il vagabondare e il peccare sono caratteristiche dell’esplorazione visionaria e della santità, e questa “dromomania” dell’anima comprende pure il transito dal visibile all’invisibile, però forse tuttora immaginabile.
«La vie de Poe, ses mœurs, ses manières, son être physique, tout ce qui constitue l’ensemble de son personnage, nous apparaissent comme quelque chose de ténébreux et de brillant à la fois. Sa personne était singulière, séduisante et, comme ses ouvrages, marquée d’un indéfinissable cachet de mélancolie. Du reste, il était remarquablement bien doué de toutes façons.» (Edgar Poe, Sa vie et ses œuvres, 1856).
Charles P. Baudelaire scrisse la sua straordinaria serie di saggi sulla vita, le opere, la poetica e lo stile di Poe tra il 1852 e il ’57, fornendo, in alcuni punti, l’impressione che quell’analisi potesse essere stata un pretesto per parlare di se stesso e della propria poesia. Non lasciando più nulla all’insignificante, quale irresistibile necessità, ogni cosa satura di senso quella dromomania.
Antonin Artaud
In un articolo, apparso sulla rivista settimanale Arts (“Sa Follie?” di François-Joachim Beer), si riportava il parere psichiatrico che distingueva Vincent van Gogh dagli squilibrati privi di genio, eppure gli diagnosticava un istinto “dromomane”; ma forse si trattava solo del desiderio d’intraprendere quel “viaggio iniziatico” che l’avrebbe totalmente appagato con la scoperta, o riscoperta, di se stesso e di chi era veramente. A suicidarlo fu «la coscienza generale della società, per punirlo di essersi strappato ad essa» (Van Gogh le suicidé de la société, 1947).
Gli autoritratti di van Gogh
Sono tuttavia gli elementi “non dipinti” a fornire quei rinvii, occulti, ma utili ad accedere alla dimensione “altra” rispetto a quella dell’apparenza formale. Antonin Artaud si sofferma, in particolare, sui numerosi Autoritratti, in cui non può fare a meno di notare l’estrema lucidità e profondità psicologica impressa nell’intensità dello sguardo del “pittore che veniva dipinto”, pur sempre preferendo «dipingere gli occhi degli uomini [piuttosto] che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali» (la spiegazione di van Gogh).
Tre Campi di grano
A proposito dei “Campi di grano”, aveva scritto al fratello: «sapendo bene ciò che volevo ho ancora dipinto tre grandi quadri. Sono delle immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare di esprimere tristezza, e un’estrema solitudine. Spero che li vedrete fra poco – perché spero di portarveli a Parigi il più presto possibile, perché ho persino fiducia che tutti questi quadri vi potranno dire ciò che non riesco a dire a parole, ciò che io vedo di sano e di rinfrancante nella campagna.».
Uno… con volo di corvi
Il “Campo di grano con volo di corvi” potrebbe essere stato l’ultimo dipinto in assoluto, visto che quel ritmo vorticoso delle pennellate proietterebbe sulla tela uno stato d’animo assai tormentato: frustate di giallo per lo sconquasso del vento sulle spighe, mentre nubi scure calano minacciose accompagnate da funerei corvi neri sopra un cielo blu cobalto; i tre sentieri serpeggianti non sembrano avere né un punto d’origine né tanto meno orientamento preciso, laddove il viottolo al centro corrisponde a una strada senza via d’uscita, angosciosamente percorsa dall’inquietudine di chi comunque non ha alcuna meta e forse neanche ha consapevolezza di cosa andare a cercare. Ma tale direzione inconcludente avrebbe potuto smettere di reprimere le sue tensioni interiori?
L’uccellino in gabbia
All’artista non rimane che contemplare quell’accoppiamento cromatico dai toni tenebrosi, proprio come l’uccellino in gabbia, descritto nella lettera a Théo di dieci anni prima, resta «a guardare fuori il cielo turgido, carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità».
Appunto come la stabilità del blu cobalto facilitava l’asciugatura della pittura a olio, dal fango del suo fallimento l’artista avrebbe fatto scaturire la luminosità d’una visione suprema.
The Narrative of Nantucket
In The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket (1837-8), l’unico romanzo pubblicato quando l’autore era ancora in vita, le terre inesplorate sono geograficamente collocate in Antartide, presumibilmente sulla base delle suggestioni provenienti dai racconti di Jeremiah N. Reynolds (Voyage of the United States Frigate Potomac, 1835). A sua volta Poe avrebbe influenzato sia il connazionale Howard Phillips Lovecraft (per Supernatural Horror in Literature, e per At the Mountains of Madness), sia il collega francese Jules Verne (Le Sphinx des glaces), come il surrealista belga René Magritte (La reproduction interdite). Il romanzo d’Arthur Gordon Pym, per altro incompiuto, termina con l’apparizione d’una misteriosa e gigantesca figura avvolta in un bianco sudario. L’aver invocato, durante la notte precedente il suo decesso, il nome di Reynolds potrebbe indicare la preoccupazione di completare il lavoro intrapreso sulle relazioni del giornalista ed esploratore che tanto lo avevano colpito.
Eliade e Joyce
Nelle conferenze tenute a Chicago, Mircea Eliade considerava depositari d’una persistenza del sapere iniziatico alcuni tra i capolavori della letteratura moderna, per esempio, Ulysses di James Joyce e The Waste Land di Thomas Stearns Eliot (si dia il caso entrambi del 1922); più in generale riteneva la letteratura alla stregua d’un sacro contenitore dell’inconscio collettivo dell’intera umanità.
Per Emanuele Trevi, risulta decisivo il ricorso ai particolari strumenti di conoscenza della letteratura, in quanto «al soggetto astratto di ogni altro ordine del sapere, si sostituisce un individuo unico, psicologicamente e storicamente determinato, irripetibile nella sua conformazione. Può assomigliare ai suoi simili, ma come i proverbiali fiocchi di neve, non c’è un essere umano uguale all’altro».
La letteratura si rivela, pertanto, un linguaggio individuale e una forma di trasmissione della conoscenza tra due soggettività (chi scrive, chi legge), per cui cambiando di uditorio potrebbe aprirsi a significati differenti.
Roth
E tutto ciò in sintonia con l’affermazione di Philip Roth: «come per quasi tutti i romanzieri, ogni avventura dell’immaginazione comincia laggiù, con i fatti, con lo specifico, e non col filosofico, l’ideologico o l’astratto».
Il passaggio dall’astratto al concreto contrassegna indelebilmente la conoscenza proveniente dalla pagina scritta. L’inserimento nella vita concreta procura una reazione soggettiva, che potrebbe caricarsi del valore d’un profondo ripensamento. E, ad assurgere a “cammino” iniziatico è proprio questo spartiacque, che divide un prima da un dopo (e forse anche l’errare dall’errore).
Bazlen
«Un tempo si nasceva vivi e a poco a poco si moriva. Ora si nasce morti – alcuni riescono a diventare a poco a poco vivi» ha lasciato scritto, ne Il capitano di lungo corso (1973), Bobi Bazlen, il più geniale e raffinato consulente editoriale che abbiano avuto i vari Einaudi, Bompiani o Ubaldini (a cui propose, nel ‘52, la prima traduzione italiana dell’opera freudiana, Interpretazione dei sogni), ciononostante divenuto famoso per non aver pubblicato niente di suo (Lettere editoriali e Note senza testo compaiono infatti, rispettivamente, tre e cinque anni dopo la sua dipartita).
Calasso e Pennac
Nel ricordo dell’editore Roberto Calasso «il libro era per lui un risultato secondario, che presupponeva qualcos’altro. Occorreva che lo scrivente fosse stato attraversato da questo altro, che vi fosse vissuto dentro, che lo avesse assorbito nella fisiologia, eventualmente (ma non era obbligatorio) trasformandolo in stile» (Bobi, 2021).
Simmetrica, per Daniel Pennac, la posizione del lettore: «En sorte que nos raisons de lire sont aussi étranges que nos raisons de vivre.». In comune quella serietà nell’impegno e l’intimità dell’azione, tipiche dell’immersione letteraria, e questo perché «L’homme construit des maisons parce qu’il est vivant, mais il écrit des livres parce qu’il se sait mortel. Il habite en bande parce qu’il est grégaire, mais il lit parce qu’il se sait seul. Cette lecture lui est une compagnie qui ne prend la place d’aucune autre, mais qu’aucune autre compagnie ne saurait remplacer.» (Comme un roman, 1992).
Ionescu ed Eliot
Eliade riconosce che pure alcune opere del suo conterraneo Eugen Ionescu, come Le roi se meurt (1962), erano profondamente legate a importanti tradizioni religiose, quali il Libro tibetano dei morti (o Bardo Tödröl Chenmo, Suprema Liberazione con l’ascolto nello stato intermedio).
Le due regine dell’universo sono indecise su come rivelare al loro consorte Bérenger la nefasta notizia d’una malattia incurabile che non gli lascerà scampo. Come Eliot, anche Ionescu riprende numerosi miti d’origine celtica (la leggenda del Graal, il mito di Parsifal…), riguardanti sterilità e impotenza d’un sovrano, a cui andare ad affiancare temi modernisti e pure di critica della visione scientifica del mondo, personificata sia dal medico di corte, che diagnostica il morbo fatale, come dalla regina saccente (Marguerite), che ha perso la dimensione della speranza, impersonata invece dalla femminile dolcezza di Marie.
Le rêve et la vie
In “The Quest: History and Meaning in Religion” (1984), Eliade non mancava di citare alcuni saggi di critica letteraria (a partire da Gérard de Nerval et les doctrines ésotériques, 1947) di Jean Richer, incentrati sull’Aurélia ou le rêve et la vie (1855), elaborata dall’autore de Les Filles du feu (1854) quando, nell’avviarsi verso la tragica fine, prova a purificarsi dalle emozioni, cercando di descrivere lo stato d’animo in cui si trova durante i suoi accessi di “sonnambulismo”, le violente crisi deliranti o di cupio dissolvi, oltre che di autoindotta degradazione morale ed economica.
Il testo cerca, in una società che li associa alla follia, di riabilitare quel posto da lasciare occupare ai sogni. Nella sua incompiutezza, presenta un personaggio che, nell’apprendere della perdita d’una donna da lui “divinizzata”, si convince che anch’egli sta per giungere alla medesima meta, e presto morirà. Ma non si tratta che solo, a volte, d’una storia, altre volte è un discorso, una lettera, oppure il commento dei sogni raccontati.
Istruzioni per l’uso del lupo
Le arcane elucubrazioni sulla fenomenologia onirica dell’Aurelia di Nerval sono state parimenti ricordate da Emanuele Trevi nella sua personale ricerca d’un metodo per avvicinare quell’inafferrabile, e allo stesso tempo, temibile sentimento del bello che tanto assomiglia “alla felicità e alla paura di essere vivi” (Istruzioni per l’uso del lupo, 2012).
Flegonte di Tralles
Nel corso di questa sua ricerca s’è imbattuto nella sensazionalistica paradossografia di Flegonte di Tralles (Περἱ θαυμᾳσίων καἰ μακροβίων, ovvero Sulle cose mirabili e i longevi), in cui si raccolgono, insieme con una lista di persone ultracentenarie, varie “stranezze” naturali (dai parti mostruosi e dalle metamorfosi sessuali alle teste troncate dal corpo in grado di parlare e proferire oracoli), con anche alcune storie di fantasmi, quali opportuni spunti che potessero suscitare l’interesse e la curiosità del suo potente patrono, l’imperatore Adriano. Anche a Flegonte, come a Trevi, è quella commozione che il prodigio suscita che interessa veramente, perfino qualora dovesse proporsi sotto forma d’irrefrenabile angoscia.
L’amore fatale per una fanciulla morta
Se Origene riconobbe l’oscurità succeduta alla crocifissione nella “più grande eclissi di sole“, durante la quale “divenne notte nell’ora sesta del giorno [mezzodì] in modo che le stelle apparissero anche nei cieli”, Trevi venne colpito da “L’amore fatale per una fanciulla morta” (2014).
Perceber
Molto più di recente, è Perceber (2005), il “romanzo eroicomico” di Leonardo Colombati ad apparire ricostruito in gran parte su Le grandi correnti della mistica ebraica di Gershom Scholem, in una sorta di fenomenologia “discenditiva” da catabasi manganelliana (Hilarotragoedia, 1964) che (nel “rendersi conto” del titolo letto in portoghese) va a ibridarsi con la dimensione metaforicamente funebre d’ogni iniziazione, la quale, a sua volta, presuppone d’obbligo, ancor prima della rinascita, una, seppur simbolica, morte.
In ciò, preceduto dalle opere di Goffredo Parise – “Il ragazzo morto e le comete” (1951) e “I movimenti remoti” (scritto nel 1948, ma pubblicato solo nel 1995)-, o di Giorgio Manganelli (Discorso sulla difficoltà di comunicare coi morti, 1965), Giorgio Bassani (Una lapide in via Mazzini, in “Cinque storie ferraresi”, 1956), André Gide (Les Caves du Vatican, 1914) o Alexander Lernet-Holenia (Der Baron Bagge, 1936).
Dove sono, ora, tutti? – si chiedeva Edgar lee Masters – All on Hill (“All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.”).
Con le otto conferenze che ha tenuto all’Università di Oxford (Weidenfeld Humanitas Lectures), quarantaquattro anni dopo le Haskell Lectures di Eliade (ora in “La letteratura e gli dei”, 2001), Roberto Calasso, testimoniava che è «il regno dei morti» quella “collina” (hill), terra mitologica, che le Muse invitano a raggiungere.
Giuseppe M. S. Ierace
Bibliografia essenziale:
Artaud A. Van Gogh le suicidé de la société, K Éditeur, Paris 1947
Bazlen B. Il capitano di lungo corso, Adelphi, Milano 1973
Calasso R. La letteratura e gli dei, Adelphi, Milano 2001
Calasso R. Bobi, Adelphi, Milano 2021
Chandler C. I, Fellini, Random House, New York 1995
Eliade M. Myths, dreams, and mysteries: the encounter between contemporary faiths and archaic realities, Harper & Row, New York 1957
Eliade M. Naissances mystiques: essai sur quelques types d’initiation, Gallimard, Paris 1959
Eliade M. The Quest: History and Meaning in Religion, University of Chicago Press, Chicago 1984
Fellini F. Fare un film, Einaudi, Torino 1980
Herzog W. Eroberung des Nutzlosen, Carl Hanser Verlag GmbH & Co. KG, Berlin 2004
Ierace G. M. S. Vampirescu, sì, ma ca’ Coppola, https://calabriapost.net/cultura/vampirescu-si-ma-ca-coppola
Pennac D. Comme un roman, Gallimard, Paris 1992
Richer J. Gérard de Nerval et les doctrines ésotériques, Éditions du Griffon d’or, Paris 1947
Trevi E. Istruzioni per l’uso del lupo, Elliot, Roma 2012
Trevi E. L’amore fatale per una fanciulla morta, Il Manifesto – Alias, 11 gennaio 2014
Trevi E. Viaggi iniziatici, Utet, Milano 2021

