Giovedì, 26 Novembre 2020

L L'Opinione

AMERICAN DREAM

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Giovedì sera, ore 21.00. Riceviamo un’email da parte del nostro amico, Eduardo, Professore universitario in Florida e sua moglie Min-Jae. L’ultima volta ci siamo incontrati a una conferenza a Canterbury, dove abbiamo condiviso il tour della città, con la visita alla cattedrale e alla cripta di Thomas Becket, il martire Archbishop. Ci chiedono notizie dall’Italia, per chiarire una narrazione che all’estero pare distorta, sull’unificare il territorio nazionale anziché dividerlo in macroregioni, l’aspirazione di Bobo Maroni ai tempi del Pirellone. Ci riferiscono che la situazione in Florida sia tutt’altro che rosea e che loro, figurando tra le persone a rischio data l’avanzata età, debbano ottemperare al regime di quarantena, concedendosi solo l’uscita per la spesa nei dintorni ancora adesso. Echeggia, però, soprattutto il dissenso per la politica adottata dal Tycoon Donald, che viene tacciato senza mezzi termini come “un pazzo furioso, che ha lasciato il cerino in mano ai singoli governatori”. Una richiesta d’aiuto da recapitare alla Calabria, a Reggio, a noi.

Nonostante l’epidemia sia rallentata, i dati rimangono sconfortanti, con un incremento quotidiano di 25 mila unità, e con le vittime che si attestano complessivamente a 115.271. Ma è un’altra la preoccupazione che attanaglia il nostro amico, gli episodi di intolleranza razziale da parte della polizia americana, resasi protagonista di empietà indicibili. Lui cileno, lei giapponese, ci parlano del clima saturo che si è venuto a creare, la voglia di sovvertire un ordine fondato sulla delegittimazione, volto alla violenza, avallato da una politica incendiaria di cui Trump è orgoglioso artefice.

L’aspetto sanitario è stato surclassato dalla piazza, da un’insita necessità di rivendicare diritti da sempre calpestati nella storia americana. La maggioranza bianca spodestata dalle minoranze etniche, invise al becero impianto sciovinista trumpiano, in nome di un’America dove continua a imperversare la discriminazione.

In tutto il Paese si è assistito alle ondate di ribellione di manifestanti contrapposti alla polizia, entità da riformare strutturalmente, dimostrazione di come il singolo, George Floyd, ucciso per una banconota di 20 dollari, abbia cementato una comunità, prima frammentata.

“My daddy changed the world” ha affermato la figlia di 6 anni, sulle spalle dell’amico fraterno di George, Stephen Jackson, atleta dell’NBA. Una figlia, Gianna, la cui innocenza è stata stroncata dalla sfrontatezza immonda di un poliziotto, Derek Chauvin, che ha disonorato la divisa che portava indosso.

Il padre ha cambiato il mondo, scuotendo l’anima sopita delle minoranze da sempre vittime in tutto il globo, canalizzando un’audacia e una determinazione nelle masse, pacifiche e plurali, che sta facendo tremare i polsi all’inquilino della White House.

Come se non bastasse, stanno emergendo, grazie alla mobilitazione, altri episodi di soprusi perpetrati da poliziotti che abusano del loro potere.

Ultimo in ordine cronologico è l’assassinio deliberato di un giovane ventisettenne ad Atlanta, reo di essersi addormentato nella propria auto mentre era in fila a un fast food.

Rayshard Brooks è stato freddato da due colpi alla schiena, esplosi a distanza considerevole da uno degli agenti chiamati dai dipendenti del ristorante attiguo al parcheggio, dove sostava.

Deceduto per emorragia, il fermato senza alcuna motivazione, era riuscito a divincolarsi dalla furia della polizia e a strappare loro il taser con cui lo stavano immobilizzando. Nonostante fosse in stato d’alterazione psico-fisica, come attestato dall’alcol test, dalle immagini delle telecamere di sorveglianza si può notare come egli non avesse alcuna intenzione di aggredire gli agenti.

L’artefice dei colpi, Garrett Rolfe, è stato tratto in arresto e rischia, per la giurisdizione dello stato della Georgia, una pena detentiva a 20 anni per omicidio o peggio la pena capitale, secondo il capo d’accusa che sarà definito mercoledì dalla Procura distrettuale.

Il capo del dipartimento di polizia della città, Erika Shields, ha rassegnato le sue dimissioni; una beffa per lei, che di concerto col primo cittadino Keisha Lance Bottoms, anch’ella afroamericana come Brooks, aveva aborrito l’uso ingiustificato delle armi letali, annunciando un depotenziamento nei ranghi della polizia.

Donald Trump, dalla stanza ovale, ha festeggiato il suo settantaquattresimo compleanno barricandosi dietro una cortina di ferro eretta a difesa della sua residenza, cortina che è stata decorata prontamente dai manifestanti con cartelloni inneggianti verità per Floyd, secondo quel monito che risuona imperante come un flusso di coscienza: “No Justice, no Peace”.

Rivolgendo accuse di pusillanimità ai governatori democratici, ha apertamente attaccato il sindaco di Seattle, Jenny Durkan, rea di aver permesso ai manifestanti di “espugnare” un intero quartiere, Capitol Hill, ora completamente autogestito, dove l’accesso alla polizia è stato inibito. Non è mancata la risposta al vetriolo dell’amministratore della città sede di Amazon, che ha invitato il Tycoon a rintanarsi nel bunker per fuggire all’orda delle schiere dei ragazzi in protesta.

Egli è apparso negli ultimi giorni molto affaticato anche dal punto di vista fisico, come documentano immagini che lo vedono scendere incerto la rampa del palco, in occasione del discorso di sabato all’accademia militare di West Point. I bookmakers hanno ventilato presunti problemi di salute, ma quel che appare manifesto è che il terreno sotto i piedi del Tiger Woods dai capelli arancioni stia per franare definitivamente.

A sfruttare queste incertezze è sicuramente il suo rivale democrat Joe Biden, ufficializzato dall’esito delle primarie come l’Anti Trump. Il vice d’Obama, forte del sostegno dato alle proteste sparse per tutto il Paese, è, secondo il sondaggio realizzato dalla CNN, in vantaggio di 14 punti nella corsa alle presidenziali, in programma il 3 novembre.

Rispetto alle previsioni, che possono essere disattese (Brexit docet), un elemento corroborante la posizione di Biden è l’endorsement di una fronda sempre più consistente dei repubblicani, angustiati per la gestione attuale, che annovera tra gli altri l’ex Presidente George W. Bush, l’ex segretario di Stato Colin Powell e l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney.

Non resta che vedere chi inveri la mossa decisiva; se il declino di Trump lo faccia inabissare nei bassifondi della sua stessa ignominia, se l’area democratica s’imponga per la costruzione di un progetto rivoluzionario, nuovo, coeso.

Bisogna aspettare, come in una partita a scacchi; parafrasando Garry Kasparov, “una tortura per la mente”.

Ma la cosa che più costerna gli animi, nella trepida attesa, è la constatazione della dissoluzione di quella panacea tanto vagheggiata, con una certa infantilità, fondata sull’ “I want you”, sullo zio Tom, sull’American Dream, proposito con cui i nostri avi erano partiti nel secolo scorso.

Siamo ancora sicuri che sia un sogno l’America, regredita, illiberale, violenta, o che invece sia sprofondata nell’incubo più tetro?


 

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