Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
“Signore e signori…”: le ragioni del dubbio… su politicamente corrətto, coprolalia, disfemismi e qualche altra … “bouta(na)de” del… “generə”
«Lo schwa, stante la limitazione posta al suo utilizzo (la posizione finale), trasformerebbe l’intera penisola, se lo adottassimo, in una terra di mezzo compresa pressappoco fra l’Abruzzo, il Lazio meridionale e il calabrese dell’area di Cosenza» (dalla “Petizione contro l’utilizzo dello schwa: ə”).
Una pretesa “inclusività”
La spinosa questione nasce da una pretesa “inclusività” (da in-cludere, chiudere dentro) che la lingua italiana avrebbe il dovere di dimostrare nei confronti di chi nutre “dubbi” (dal greco doioì, δοιοί, due) di “genere” (da génos, γένος, divisione categorica tra (due) sessi, destinati a rigenerarsi e riprodursi); genere che, qualora dovesse rappresentare un’identità, al massimo può essere uno, bino e trino (perché oltre scadrebbe nel mero interesse finanziario del… quattrino!).
Un doppio negativo
In un sistema a tre valori, pertanto, il “neutro” si distinguerebbe esclusivamente in un doppio negativo (né l’uno né l’altro), e non per qualche specifica caratteristica di significato o di costruzione: neuter, dal latino ne-, negazione e «ŭter», uno dei due (i “dubbi” di cui sopra). “Neutro” corrisponderebbe, appunto, all’«indefinito», mancanza di vivacità, vitalità, riproduttività, ovverossia assoluta sterilità (del genere, génos, nel senso di “genitore”).
Rimanenze “neutrali”?
Con l’evolversi nelle lingue romanze a sistemi bipartiti, i nomi che in latino erano neutri sono andati a confluire nelle “classi” (da caléo, κᾰλέω, chiamo, anche nel senso di “definisco”) del maschile e del femminile. A volte tale confluenza però non è stata totale, lasciando “resti funzionali”, o diverse altre rimanenze obsolete (o fossili) che ci rammentano la “storia” della linguistica, che è soprattutto filologia, ma anche, per lo più, psico-socio-etno-antropo-linguistica.
Un significato “collettivo”
Per via dell’analisi etimologica si possono rintracciare discendenti dei plurali neutri latini terminanti in –a, reimpiegati in italiano quali femminili singolari: foglia (da fŏlĭa, plurale di fŏlĭum) o pecora (plurale di pĕcŭs). L’assegnazione del genere, nel passaggio dal latino all’italiano, é stato trasmesso a lessemi (da lexicon, relativo ai vocaboli) che, a partire da un significato “collettivo” («insieme di… », tipo pĕcŭs gregge, da cui pĕcūnĭa quattrini), hanno seguito quel criterio fonologico di confluenza nella classe di flessione femminile con plurale in –e, mantenendo in -a il singolare.
“Significante” specifico
Alla ristrutturazione grammaticale ha fatto seguito altrettanta ridefinizione di significato e il maschile latino folium (femminile italiano: «foglia») ha assunto una propria specificità “significante” qualcosa di peculiare (sempre da pecus), il «foglio… di carta»; allo stesso modo, l’originario plurale latino viridia «cose verdi», e dunque «verdure», successivamente s’è specializzato a designare una “singola” ortaglia del verziere, particolare cultivar di cavolo, la verza.
Plurali irregolari
Ai resti funzionali appartengono i derivati dal morfema latino del neutro plurale in –a, che vanno a incrementare la categoria dei “plurali irregolari”, in cui si possono trovare anche parole che dal singolare femminile passano al plurale maschile (eco, echi, per esempio), oppure che rimangono uguali (invariabili) sia al singolare che al plurale (dispari, serie, tribù…).
Compresenze plurali
Una possibilità d’individuazione dei lessemi di genere neutro è subordinata all’analisi dei medesimi dal singolare maschile in -o e plurale femminile in -a, “esclusivo”, come uovo ~ uova (ovum ~ ova), ovvero compresente all’altro plurale in -i (braccio ~ braccia ~ bracci, muro ~ mura ~ muri), assieme comunque a delle sottili sfumature di significato (nel caso di bracci, essi indicano gli oggetti sporgenti a somiglianza di…, mentre il plurale femminile braccia si usa quando ci si riferisce agli arti superiori del corpo, oppure all’antica unità di misura della lunghezza; per quanto riguarda i muri, in tal modo si guarda alla singola opera muraria, invece di tutto il complesso della recinzione protettiva).
Ambigeneri
In romeno, questi neutri, proprio perché grammaticalmente maschili al singolare e femminili al plurale, sono detti “ambigeneri”, seppure formati da nomi riferiti a entità inanimate. Mentre, in italiano, basta cambiare l’articolo per distinguere il singolare maschile dal femminile, nel caso in cui terminino entrambi in -a (dentista, psichiatra, per esempio), per via della “storia” dei suffissi –ista e –iatra, derivanti dal greco antico, distinta da quella dei nomi di genere mobile (infermiere/a, sarto/a).
Quartum (quattrino) … datur
E, difatti, i tipi di relazione tra maschile e femminile sono in effetti quattro (oltre al mobile e il comune, il promiscuo e il fisso) e da essi è sempre possibile ricavare “un” femminile: gatto-gatta, professore-professoressa, lettore-lettrice (come abbiamo appena accennato, per il genere mobile); l’antilope per entrambi i generi (genere promiscuo); maschio-femmina, bue-mucca (genere fisso); il/la docente (genere comune). Tradizionalmente, soprano si usa normalmente al maschile, anche se riferito a donna; nel linguaggio corrente tuttavia, e non tra melomani, è talvolta adoperato con l’articolo al femminile, quasi fosse di genere comune e non un nome “professionale”, che denuncia un ruolo, una funzione.
L’amoralità “femminile”
Volendo far rientrare tra i femminili “professionali” la definizione di amoralità d’una persona, sia essa dell’uno o dell’altro sesso, anche l’articolo resta femminile, nel caso di puttana, prostituta o meretrice, al contrario di ruffiana, per cui è previsto il maschile (ruffiano), giustificato dal fatto che in origine si trattava d’un semplice soprannome («dai capelli rossi», rufianus, da rufus «rosso»).
Tertium non datur
Si potrebbe ipotizzare (come ha fatto Paolo Acquaviva, 2002) un “terzo” valore (tertium non datur, però in italiano), non equipollente tuttavia al neutro, bensì di marca propria, di carattere morfologico non flessivo, e consistente di nomi accomunati dal fatto di indicare referenti rappresentabili come privi di identità individuale.
“Concettualizzazione” delle corna
Nei casi di doppio plurale, quello in –i, corrispondente al singolare, indica ovviamente una molteplicità, mentre l’altro in –a (collettivo, di massa, non individuato), propone semmai la concettualizzazione d’un’entità complessiva (vedi: braccia, mura). Per certi versi, i plurali in -a si comporterebbero in piena autonomia, e, a differenza delle forme flesse, possono fungere da “base di derivazione”, cosicché, per esempio, il significato di cornuto (come titolo d’ingiuria al partner tradito, generalmente per lo più riferito all’uomo), o del cornificare (infedeltà, di solito genericamente riferita alla consorte), dimostra come siano derivati dal “non individuato” corna e non dal corno o dalla “copiosità” di questi corni (di cui consiste invece un eventuale dilemma, binario, dalle due proposizioni). Il loro significato “di massa”, non individuato, spesso non segue allora la semplice “numerosità” del significato al singolare, al quale corrisponde invece l’altro in -i, nei casi di doppio plurale.
Metalogismi
Nell’esprimere un significato ben diverso da quello letterale, senza però che ci si debba sforzare troppo a interpretarlo, si ricorre ai metalogismi dell’iperbole, del paradosso, della reticenza, dell’ironia, dell’eufemismo, tutti costrutti in grado di attivare gli stereotipi già presenti e radicati nella memoria “collettiva” d’un determinato gruppo sociale che ha in uso lo stesso lessico.
Disfemismi
In antitesi alla figura retorica dell’eufemismo sta il disfemismo molto comune nel linguaggio parlato, che con la sua sgradevolezza tenderebbe a intaccare la reputazione d’un bersaglio; simile al cacofemismo (dal greco kakòs, κακός, cattivo) o al malfemismo (dal latino malus, sempre cattivo), dove il suffisso dispregiativo potrebbe rivelare un intento volutamente ambiguo, ovvero interpretabile in senso opposto, persino quindi un valore positivo, di tipo ammirativo o affettivo.
Epiteti nominativi e sineddotici
Un disfemismo è solitamente una forma marcata, insolita o divergente, nell’esprimere l’opinione o l’atteggiamento di qualcuno nei confronti di qualcun’altro. “Sineddotico” potrebbe definirsi quel tipo di disfemismo, in cui una parte viene usata per rappresentare il tutto (come “Che idiota“, per esempio). Nel minare l’umanità dell’avversario, certi nomi di animali (cagna, pollo, porca, maiale… «il meno porco è maiale!») si rivelano “Epiteti” di tal fatta. “Nominativo” è quel disfemismo che si mette in atto quando non ci si rivolge nella maniera giusta, o si usa un titolo di indirizzo inappropriato, un diverso termine di parentela, il nome d’un’altra persona, oppure si fa ricorso a uno stile informale, o più basso del dovuto, in quel determinato contesto sociale.
Contesti e atteggiamenti
In molte lingue, come in inglese, per indicare rispetto, s’impiegano forme diverse, fornendo così maggior adito, a quanti non padroneggino a sufficienza l’idioma in questione, magari solo perché “non madrelingua”, di offendere con eventuali disfemismi assolutamente involontari. Allo stesso modo, essere troppo formali con qualcuno può dimostrarsi un differente tipo di disfemismo, che a volte può consistere anche soltanto dall’atteggiamento, dal disuso o dalla sostituzione del nome o della posizione di qualcuno, da una certa maniera di approcciarsi o dal ricorso a certi sostantivi. Alcune frasi eufemistiche in certi contesti possono diventare o essere considerate “disfemistiche” in altri. Vari termini gergali d’una cultura potrebbero non esserlo altrove, cambiando pure di significato, nel passaggio transculturale.
A seconda del contesto, “nigger” può essere totalmente indicibile in inglese o perfettamente normale e suscitare sorrisi tra gli afroamericani; la sua variante pop “nigga” è addirittura un termine neutro per apostrofare un amico, alla stregua di “bro” o “fella”. Alla stessa stregua di “frocio”, qualora impiegato come insulto nei confronti degli uomini gay, o scherzosamente da chi vuol autodefinirsi tale.
Fancazzismo: da cazzaro a cazzimma
C’è chi ha sostenuto che il cosiddetto «celodurismo» nascondesse “una buona dose di «fancazzismo»” (Beppe Minello 2008); la volgarità sboccata d’un traslato dall’estrema crudezza in una forte caratterizzazione maschile (celodurismo) finiva per scontrarsi con una controparte, sempre scurrile, ma elevata a filosofia di vita (fancazzismo), giudicata quanto meno apatica nel suo improduttivo parassitismo e nell’insignificanza del suo agire, o di quel millantare, da “cazzaro”, trascurando in tal modo quell’aspetto immotivatamente perfido d’un atteggiamento improntato a furbizia opportunistica, interpretabile anche quale espressione di aggressività, e proprio d’una meridionale “cazzimma”.
Convivenza delle differenze
Dal punto di vista linguistico, e pur nella “convivenza delle differenze”, cosa ci sarebbe allora di più “inclusivo” dell’ironica definizione del sesso maschile, dal valore interiettivo ed eufemistico di quel polisemico cacchio, adattabile un po’ a tutte le stagioni e circostanze?
E, in assenza nella grammatica italiana d’una forma neutra, l’uso del cosiddetto “maschile sovraesteso”, utilizzato con doppia valenza, non può intendersi giustappunto quale “maschile neutro”, “indifferenziato” pure ad usum di quel “genderfluid” che non si accontenterebbe affatto d’un unico corrispettivo linguistico, ma che richiederebbe una pluralità di generi (lesbian, gay, bisexual, transgender, queer –or sometimes questioning-, and others … “plus”)?
Lei non sa chi io sia …
In spagnolo e in portoghese, per esempio, si utilizza il plurale in “e”, quindi todes accanto a todos e todas. In inglese, invece, essendo i sostantivi neutri e solo i pronomi con il genere definito, il problema sarebbe quello di trovarne uno neutro, il ‘singular they’, il ‘loro’ singolare, soluzione già in uso in riferimento a una persona di cui non si conosce il genere (tipo: ‘somebody left their umbrella here, I hope they come back for it’), ed estesa anche alle suscettibili persone “non binary”. Qualcosa di simile, forse, nel rivolgere un formale discorso in terza persona, a quei “Lei/ Loro”, tanto vituperati durante il deprecato ventennio, al cosiddetto “noi inclusivo”, a quei plurali meridionali di cortesia (Voi, Vossia), o ai pronomi deittici che comunque vanno contestualizzati?
L’identità s’assume parlando
“Ogni parola che scegliamo e non scegliamo di usare racconta qualcosa di ciò che siamo e non siamo. Abbastanza letteralmente, le parole sono atti di identità”, scrive la sociolinguista Vera Gheno, autrice de “Le ragioni del dubbio” (Einaudi, Torino 2021), aggiungendo che “Quello che spesso è sessista è l’uso, non è la lingua in sé, non è la struttura linguistica ma la sua realizzazione quotidiana in bocca e in mano alle persone.”
La pesant-essa fonetica
In italiano, per esempio, la gran parte delle formazioni con il suffisso -essa ha una connotazione denigratoria, piuttosto canzonatoria o tendenzialmente spregiativa, se non ostile; uno slittamento in senso negativo riconducibile, da un punto di vista diacronico, a un precedente stadio linguistico, in cui con il trasferimento del suffisso in -essa si designava la moglie, la compagna, l’altra metà della coppia, del titolare della carica, o della funzione, sottilmente preso di mira e a volte vero destinatario della supposta maldicenza (due piccioni con una fava: va da sé che se lui è cornuto, lei gli è stata infedele e dunque “di facili costumi”, tanto per rimanere nella stereotipia convenzionale).
Ma anche quando non dovesse rivestire una tale caratterizzazione, per Cecilia Robustelli (2014), renderebbe, comunque, le forme femminili foneticamente “pesanti”. Per cui, al pari degli ambigeneri (terminanti in –ista, – autista -, -asta, – ginnasta -, ed -e/ -nte, – preside e cantante), a volte basterebbe limitarsi a non variare da un “indifferenziato” maschile/neutro, tanto al singolare che al plurale, lasciando portare la marca di genere ai modificatori del nome, come l’articolo per i nomi che inizino con consonante. Nei casi inversi, di nomi femminili in -a usati per professioni tipicamente maschili, come guardia e sentinella, non risulta ci siano mai state proposte di modifiche che potrebbero suscitare ilarità.
Buon senso vorrebbe che, in occasioni formali, com’è abitudine, si ricorra almeno a “uno” sdoppiamento che comprenda i “due” generi tradizionali (tipo “signore e signori”), perché non è dato immaginare cosa potrebbe succedere nel dover accontentare tutti i rappresentanti Lgbtq+: *, ə, ɐ, з, ü, ø, ö, x, y, ɤ, h2 …
Solo un’eccessiva puntualizzazione?
Con il lavoro di Alma Sabatini, “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” (1987), Pietro Citati (12 maggio 1987), fu davvero profondamente impietoso, ridicolizzandolo con la definizione: “uno dei grandissimi capolavori comici della letteratura italiana”. Difficile, adesso, dargli torto nel momento in cui un’eccessiva puntualizzazione renderebbe più greve qualsiasi lettura, qualora volesse, o dovesse forzatamente, evitare qualche vocabolo (e specificatamente “uomo” inteso nel senso universale di umanità tutta), sacrificandolo sull’altare della “persona”, perché già “individuo” è ancora maschile.
“Ma uomo e scrittore, come ci vengono proposti dalla lingua italiana, non sono maschili: sono androgini. La lingua è l’unico luogo della Terra dove la separazione dei sessi, che secondo i miti verrà abolita alla fine dei tempi, è già cancellata. Non capisco tanta ostilità e tanta furia contro la lingua italiana – l’unica patria della quale non ci dobbiamo vergognare”.
Sant’Agostino d’Ippona, nei “Sermones” (80, 8 ), esortava ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità: “«Mala tempora!, laboriosa tempora!»: hoc dicunt homines. Bene vivamus, et bona sunt tempora. Nos sumus tempora: quales sumus, talia sunt tempora”. Responsabilità che non riguardano il genere (“Übermensch”).
E da biografo e critico letterario, Citati ha descritto la sua maniera di interpretare opere e autori come un seguire questi ultimi fino al momento in cui, da “persone ordinarie” (“Allzumenschliches”), avrebbero subito un’intima trasformazione, quale metamorfosi della loro “umanità” (superiore a ogni differenza) nella sublimazione della scrittura.
Acquaviva P. Il plurale in -a come derivazione lessicale, «Lingue e linguaggio» 2, pp. 295-326, 2002
Citati P. La lingua perduta delle donne, “Corriere della Sera”, 12 maggio 1987
Fernández E. C. Sex-Related Euphemism and Dysphemism: An Analysis in Terms of Conceptual Metaphor Theory, Atlantis, vol. 30, no. 2, pp. 95–110, 2008
Gheno V. Le ragioni del dubbio, Einaudi, Torino 2021
Ierace G. M. S. Seconda persona singolare del passato remoto del verbo masticare…, in corso di pubblicazione
Allan K. and Burridge K. Euphemism and Dysphemism: Language Used As Shield and Weapon, Replica Books, Bridgewater (N.J.) 2001
Minello B. Cronaca di Torino, “la Stampa”, p. 59, 2 febbraio 2008
Robustelli C. Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano, GiULiA (Giornaliste Unite Libere Autonome), Roma 2014
