Mercoledì, 29 Maggio 2024

                                                                            

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DEI ED EROI NELLA “KHORA” DI RHEGION

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Nel suo “Gli Dei e gli Eroi di Rhegion - Tra miti, simboli ed esoterismo, raccontati a modo mio” (CdS. ed., Reggio C. 2024), a ben ragione, Gabriele Fava sostiene che: «Eracle, fondamentalmente, non è una figura eroica nel senso omerico, cioè non è un guerriero che affronta altri guerrieri, ha a che fare, principalmente, con animali proprio perché è egli stesso selvaggio e vestito di pelle, e la sua principale attività è quella di addomesticare…».

Paredro della Potnia theròn, o egli stesso Despótes?

Un paredro, insomma, della Potnia theròn (dal greco Ἡ Πότνια Θηρῶν) o egli stesso “Signore degli animali” (despótes theròn, δεσπότης Θηρῶν), come descritto da Walter F. M. Burkert in “Structure and History in Greek Mythology and Ritual” (University of California Press, Berkeley 1979)?

Cernunnos

L'idea d’una figura sovrannaturale che sovrintendesse al Regno animale era molto diffusa, nel corso di Preistoria e Protostoria, come in Africa, America, Asia settentrionale, ecc., pure in Europa. Presso i Celti, per esempio, era il "Dio Cornuto" Cernunnos (dal gallico cernon che significa “corno”), associato alla figura del Dis Pater dell’Oltretomba (in alternativa allo Zeus Patér, Ζεὺς Πατήρ, Diespiter/ Iuppiter, indoario Dyauṣ Pitā, dalla radice *dyeu-, risplendere, sfolgorare), adorata in tutto il continente indoeuropeo, poiché d’origine sciamanica.

Paśupati

Infatti, alcune incisioni d’epoca paleolitica riproducono le fattezze del proto-Paśupati della Civiltà della valle dell'Indo del 3000 a.C., rappresentandolo con molti attributi simili a Cernunnos e persino nella stessa postura "yogica", come tra le incisioni rupestri della Val Camonica, risalenti al IV secolo a. C., o sul famoso Calderone di Gundestrup del I secolo a. C., costruito però nell'odierna Bulgaria da artigiani celtici, o che ne seguivano lo stile, nel testimoniare così un interesse per questa divinità al di fuori del territorio gallico pre-germanico.

Pūṣan

Il nome del Dio che precedeva Śiva, specialmente in Nepal (Wolf-Dieter Storl, Shiva: The Wild God of Power and Ecstasy, Inner Traditions/ Bear & Company, Rochester 2004), nello “Śivasahasranāmāṣṭakam: Eight collections of hymns containing one thousand and eight names of Śiva” (Nag Publishers, Jawaharnagar1996), viene tradotto "Lord of all animals" e spesso accostato allo psicopompo del Ṛgveda, Pūṣan.

Pan

Alla derivazione “popolare” dal verbo sanscrito pūṣyati, che significa "far prosperare", e che giustifica la funzione di rendere gravido il bestiame e fertile la terra da cui ottenere nutrimento, alla stregua dei matrimoni, e degli incontri occasionali, molti studiosi moderni preferiscono l’identificazione con il proto-indoeuropeo *Péh₂usōn, che lo renderebbe affine al greco Pan, signore dei boschi e degli animali selvatici, con cui Herakles condivide la mancanza di controllo dell’esuberanza sessuale, simboleggiata da quel grosso bastone, più largo a un'estremità, solitamente utilizzato nelle azioni offensive (ropalon, ῥόπαλον), divenuto iconico, da clava, persino nelle carte da gioco, in qualità di asso di mazze.

Diomede, Signore dei cavalli

Tra i popoli dell'Adriatico d’epoca preromana, il culto del Despótes Theròn (Δεσπότης Θηρῶν) si sovrapponeva all'eroe ed ecista greco Diomede, in quanto dominus equorum (despótes ton híppon, δεσπότης τῶν ἵππων), come i Dioscuri (ma in particolare Castore).

Il canto V dell’Iliade

Anche all'interno dell'Iliade di Omero, che gli dedica l’intero quinto canto, -riprendendo, molto probabilmente, un poema epico preesistente, andato perduto,- assume un ruolo centrale da protagonista: fa strage di Troiani, uccide Pandaro, ferisce Enea, colpisce Afrodite e, con Atena al fianco, attacca perfino Ares.

Afrodite Euplea

La figura di Diomede, quale Signore degli animali, era particolarmente importante tra i Piceni, che ne hanno lasciato varie raffigurazioni; difatti, presso le popolazioni adriatiche, l’eroe divulgò l’allevamento e addomesticamento dei cavalli, nonché insegnò la navigazione, forse, con l'intento d’ottenere il perdono dalla dea considerata divinità del mare per essere nata dalla spuma dell’onde (Afrodite Euplea, Ἀφροδίτη: da ἀφρός, schiuma, -δίτη/*dyeu-, splendore, apparizione, ed Εὔπλοια, del “buon viaggio”).

Un heroon ad Ancona

In onore di Diomede, ad Ancona, Ankón (Ἀγκών), sorgeva un edificio sacro, che era di solito dedicato agli eroi ed ecisti, i quali dopo la morte diventavano motivo d’unione per la comunità che erigeva il monumento, o heroon; e ierón (ἱερόν), infatti, non sempre significava tempio, ma poteva genericamente indicare anche un qualsiasi luogo "sacro", o di culto.

Héros theòs

Come dice Pindaro, Eracle era sia eroe che dio, héros theòs (ἥρως θεός), dato che, in un’unica stessa festa, gli venivano offerti, prima come eroe, una libagione ctonia, e poi come dio, un tradizionale sacrificio su un altare: è quindi il personaggio che meglio di tutti gli altri incarna l'approccio ellenico più vicino alla concezione del "semidio"; e, difatti, fu il maggiore degli eroi ctoni greci, anche se, a differenza di altri eroi, nessuna tomba sarebbe mai stata identificata come sua. Ciò non impediva ad alcune poleis (πόλεις) d’innalzare due santuari separati, uno che lo riconosceva come effettivamente dio, l'altro solo come eroe [Marek Winiarczyk: The "Sacred History" of Euhemerus of Messene, Walter de Gruyter, Berlin 2013].  

L'Heracleia di Metageitnion

Gli antichi greci celebravano la festa che, comunque, ne commemorava la morte, Heracleia (Ηράκλεια), il secondo giorno del secondo mese del calendario attico, Metageitnion (Μεταγειτνιών, che sarebbe caduto a fine luglio o inizio agosto, non essendoci date fisse, bensì mobili, in base al cambiamento della Luna, Novilunio, Numenia, Νουμηνία).

Iscrizione faleria

Un'antica iscrizione del VI secolo a. C., proveniente dall’antico porto del Phaleron [Hornblower, Simon; Spawforth, Antony; Eidinow, Esther: The Oxford Companion to Classical Civilization, Oxford University Press, Oxford 2014 - p. 367] costituisce la prima prova del culto popolare tributatogli.

Sofocle  

Nel finale della tragedia sofoclea Philoktètes (Φιλοκτήτης), composta nel 409 a. C., interviene, quale “deus ex machina” per appianare i dissapori con Odisseo e convincere Filottete a imbarcarsi per Troia.

Aristofane

Ma, quattro anni dopo, nella commedia di Aristofane Le rane (Bátrachoi, Βάτραχοι), quando il dio del teatro, Dioniso, decide di raggiungere l'Ade per riportare in vita Euripide, come Sofocle deceduto da poco, e si rivolge a Herakles per farsi indicare quale sia la strada più rapida, incontra un allegro burlone, divertito da quell'apparizione e da tanta stima, il quale, scherzosamente, prospetta diversi modi per suicidarsi, prima di condividere finalmente la sua personale conoscenza su come arrivarci, attraversando la palude acherontica.

Gli veniva attribuito, dunque, in letteratura, un qualche atteggiamento ludico, nonostante fosse considerato estremamente appassionato ed emotivo, qualità queste che non gli impedirono, per rilassarsi dalle fatiche, di ricorrere a scherzi vari o di giocare molto pure con i bambini.

Culti locali

Come nel caso di Apollo, Herakles avrebbe assorbito, nel corso degli anni, altre locali figure di culto, specie se accomunate nelle medesime caratteristiche, in particolare di protettrici degli uomini, soprattutto se giovani e destinati alla guerra, ossia efebi sottoposti all'addestramento militare, per cui idonee a presiedere ginnasi e palestre, ove era costantemente invocato assieme a Hermes, forse perché non era soltanto la forza straordinaria, il coraggio, e l’abilità sessuale, sia con maschi che con femmine, ma pure l’ingegno tra le peculiarità comunemente attribuitegli. Ed egli difatti usò molta genialità e tanta creatività in diverse occasioni in cui la prestanza non sarebbe stata  sufficiente, come nella lotta contro il gigante Anteo, o quando dovette convincere Atlante a riprendersi il cielo dalle sue spalle, o ripulire dagli escrementi le stalle del re di Elide.

Divinità poliade

Alla stregua di importanti località, quale l’ultimo akroterion d’Italia rivolto a mezzogiorno (oggi identificato con capo Spartivento) intitolato Herakleion, anche antiche città furono chiamate, in suo onore, Heraclia, Eraclea, Erchie; altre, come Ercolano, si fregiarono del suo nome, o del vanto d’essere state da lui fondate, come Crotone, oppure  l’adottarono come divinità poliade, la qualcosa contribuì non poco alla diffusione del suo culto. E va ricordata la rivendicazione di alcune famose case reali, come quella di Macedonia, che da una diretta discendenza legittimarono la dinastia.

Páthos

La persistenza della sua fama e della devozione  rivoltagli, da alcune fonti tarde, veniva spiegata dall'ascesa al cielo in seguito alla sofferenza vissuta in terra, e poi posta a base di feste, cerimonie rappresentative od organizzazione di misteri. Il suo patire, inteso come páthos (πάθος), che l’avrebbe accomunato alla “passione” del Cristo, sarebbe stato all’origine dei successivi rituali del dolore e del lutto, che precedono, nella sequenza liturgica, la gioia dei misteri della divinizzazione/ resurrezione.

Una lettura evemerista

Una lettura evemerista d’ambiente cristiano riconosceva a una figura “storica” l’accesso allo statuto di culto post-mortem. Così, Eusebio, in “Praeparatio evangelica” (10,12), riferisce della datazione di Clemente: «dal regno di Eracle ad Argo alla divinizzazione dello stesso Eracle e di Asclepio sono compresi trentotto anni, secondo il cronista Apollodoro: e da quel momento fino alla divinizzazione di Castore e Polluce cinquantatré anni: e da qualche parte più o meno in questo periodo avvenne la presa di Troia.».

Luciano di Samosata

Nella satira lucianea, Dialoghi degli Dei (Θεῶν διάλογοι), due mortali recentemente divinizzati litigano per chi, alla tavola degli dei, possa ambire al posto più prestigioso, ciascuno sostenendo d’essere quello che effettivamente lo merita. Zeus interviene in favore di Asclepio, giustificandosi con il ragionamento che il posto migliore dovrebbe andare a colui che ha preceduto l’altro nel diventare dio (trentotto anni prima?).

La Nekyia omerica

Il ruolo di eroe culturale, la cui morte potrebbe essere oggetto di narrazione mitica, di contro a quello di essere, contestualmente, accettato nel Pantheon olimpico, avrebbe, però, suscitato, durante l'epoca classica, del comprensibile imbarazzo, soprattutto nella Nekyia (Nέκυια) del XI libro dell'Odissea, per la sua inaspettata presenza nell'Ade: «E poi vidi di sfuggita il potente Eracle:/ Il suo fantasma intendo: l'uomo stesso si delizia/ nelle grandi feste degli dei immortali su in alto.../ Intorno a lui le grida dei morti risuonavano come grida di uccelli/ sparpagliandosi a destra e a sinistra come nell’orrore della notte che sopraggiunge... » (759 e segg.).

 Stymphalídes órnithes

Una scena che quasi ricorda la sesta delle dodici fatiche, quella nella palude stinfalia, per il combattimento con uccelli (Στυμφαλίδες ὄρνιθες) in grado di catturare le vittime trafiggendole con i dardi di bronzo delle loro penne, a cui Herakles s’oppone con le frecce avvelenate dal sangue dell'Idra di Lerna (seconda fatica): «Con l’arco in mano, e con lo stral sul nervo,/ Ed in atto ad ognor di chi saetta,/ Orrendamente qua e là guatava. » (Odissea XI 768 e segg.).

“Il suo eidolon intendo...”

I critici antichi erano consapevoli del problema posto da quella parte equivoca che interrompe una vivida e completa descrizione dei tristi inferi con il riconoscimento di Herakles quale “uomo stesso si delizia/ nelle grandi feste degli dei immortali su in alto...” [… αὐτὸς δὲ μετ' ἀθανάτοισι θεοῖσι/ τέρπεται ἐν θαλίῃς καὶ ἔχει καλλίσφυρον Ἥβην -  Odissea XI 760-1], e alcuni moderni dubitano persino che l'inizio del verso “Il suo fantasma intendo...” [nel senso di immagine, figura, simulacro, feticcio… “εἴδωλον·”] potesse rientrare nella composizione originale omerica, in quanto intollerabile la presenza nell’Ade d’un’entità ammessa all'Olimpo; tutto ciò induce il filologo tedesco Friedrich W. Solmsen ["The Sacrifice of Agamemnon's Daughter in Hesiod's' Ehoeae", The American Journal of Philology,  102 (4): 353–58, 1981 (355)] a suggerire che i versi interpolati non rappresentino che una sorta di compromesso teologico tra queste contrastanti rappresentazioni d’un medesimo, “ambiguo”, personaggio, “un po’ carne, un po’ pesce” (un po’ héros, un po’ theòs).

Una storia vera?

È possibile che i miti che circondano la figura di Heracles si  fossero, dapprima, basati sulla vita d’una singola persona reale, per poi arricchirsi, man mano, di episodi relativi a più personaggi divenuti mitici, i cui resoconti siano in seguito, col tempo, stati esagerati a dismisura [Nancy Loewen: Hercules, RiverFront Books, Mankato, Minn. 1999]. Sembra, infatti, Herakles corrispondere a una sintesi di imprese e di eroi più antichi, a cui narrativamente vennero attribuite gesta finalizzate alla costruzione culturale di società ed economie pre- e proto-storiche, che, determinando in un periodo lunghissimo la definizione d’un sistema mitografico complesso, lo abbiano pur sempre mantenuto interconnesso alle civiltà di riferimento precedenti e di successivi contatti.

La cultura della caccia

Walter Burkert identifica, però, il nucleo centrale della vicenda terrena di Heracles come originario della peculiare cultura dei cacciatori neolitici e delle rievocazioni tradizionali di attraversamenti “sciamanici” degli inferi. Guidando gli animali verso i cacciatori, oppure aiutando questi ultimi a identificare le tracce dei primi, il Signore degli animali veniva considerato protettore e degli uomini e della loro attività di procurarsi del cibo carneo.

Una funzione sciamanica

In ogni caso, esagerando nel cacciare  più prede del necessario, o non rispettandone le carcasse, specialmente per quanto riguardava le ossa, se ne offendeva la mitica immagine di riferimento che pretendeva invece venissero ben spolpate, ripulite e trattate con cura, per non sprecarne i brandelli e rimandarne così purificata l’anima dal “padre/ padrone” spirituale, che l’avrebbe riplasmata con un nuovo corpo, onde ricominciare un altro ciclo.

La divinizzazione

Una concezione questa che ricorda il processo di divinizzazione del semidio, quando, nel cercare di rimuovere il tessuto della camicia avvelenata da Nesso, gli si staccò la carne dalle ossa, e scelse allora la morte volontaria sulla pira, affinché, consumando il fuoco la parte mortale dell’eroe, dopo che il corpo venne del tutto incenerito, rimanesse solo il dio.

Animalizzazione e bestialismo

La principale funzione sciamanica non era quindi semplicemente quella d’assicurare la riuscita  nella caccia, ma, in base all'idea che gli esseri naturali di cui si nutre l'uomo (selvaggina, pesci, piante) siano dotati anch'essi d’una componente spirituale, quella di regolamentarne l’attività vitale; mediante l'alleanza con gli spiriti, vegliare sulla perpetuazione dei due rivali contrapposti (preda e predatore), eppure partner complementari, stabilendo il principio dello scambio per garantirne il buon andamento nel completo ciclo dell’esistenza, grazie all'alternanza tra la morte della cacciagione e quella dei cacciatori. E, per assicurare questo scambio con gli spiriti animali, lo sciamano, con il suo travestimento (costume in pelle e corna), deve “animalizzarsi” egli stesso nel rituale, fino a “prendere moglie” tra di essi, in pratiche di zooerastia .

La Dracaena della Scizia

E, proprio in tal senso, di Heracles Erodoto (Histories IV: 8–10) racconta un episodio piuttosto significativo delle sue disinvolte relazioni sessuali, risalente a quando, dopo aver sottratto i buoi di Gerione da condurre da Euristeo, durante la decima delle sue fatiche, ebbe a visitare anche la Scizia, dove, mentre dormiva, le sue giovenche rosse (perché provenienti dall’occidentale Esperia), improvvisamente, scomparvero. Una volta sveglio, ne iniziò la ricerca finché non giunse nel paese di Hylaea, dove finalmente s’imbatté nella grotta occupata dalla Dracaena (femmina del drago, a volte identificata come Echidna, dal corpo per metà di donna terminante, al posto delle gambe, con una coda di serpente). La mostruosa creatura si disse disposta a restituirgli la mandria soltanto nel caso avesse acconsentito a giacere con lei. Eracle non disdegnò la richiesta e divenne padre di Agatirso, Gelone, eponimo della città di Gelona, e Falci, o Scite, che sarebbe divenuto capostipite e re degli Sciti, perché l'unico tra i fratelli a saper maneggiare l'arco e la cintura lasciati dal padre.

Abderus

A proposito di amanti ed erômenoi (ἐρώμενοι, amanti), si dice che Heracles, dopo la cattura del toro cretese, fosse divenuto l’erastes (ἐραστής) di Abderus, l'eroe eponimo di Abdera. Nativo della Locride Opunzia, questi è noto soprattutto per il suo ruolo nell'ottava fatica, durante la quale contribuì a catturare le quattro selvagge giumente di Diomede, re dei Traci Bistoni (altro despótes ton híppon, δεσπότης τῶν ἵππων, anche se non il figlio di Tideo e Deipile, ma di Ares e della ninfa Cirene, ma sostanzialmente una sua riproposizione iconica), che però, quando gli vennero affidate si rivelarono per quello che erano, ossia carnivore, a cui non piaceva affatto il sapore dell'avena e del grano. Incontrollabili come il proprio padrone, in modo che non scappassero, non potevano essere legate con normale cordame, ma immobilizzate con catene di bronzo. Per curarle dalla sete di sangue e dalla fame di carne umana, Heracles dispose nella mangiatoia il corpo del sovrano trace, e sembra che ciò si sia finalmente dimostrato sufficiente ad ammansirle.

In memoria di Abderus, vicino alla tomba, Eracle fondò la città, dove, in onore del defunto, si sarebbero tenuti, quali agones (ἀγῶνες), solo i giochi atletici costituiti da boxe, pancrazio e lotta, tranne che le corse dei carri, vietate proprio a causa di quei tragici avvenimenti [Apollodorus 2.5.8; Ptolemaeus Chennus, 147b, in Photius' Bibliotheca].

Altri erômenoi

Nel commentare le Argonautiche di Apollonio Rodio (1. 1207), uno scoliaste elenca alcuni degli amanti maschi di Heracles: "Hylas, Philoctetes, Diomus, Perithoas e Phrix, da cui prese il nome una città in Libia", tralasciando Nireo, che era "l'uomo più bello che venne sotto Ilio" (Iliade, 673), l'auriga e scudiero Iolao, il compagno nella caccia al cinghiale calidonio Admeto, e poi Ifito, Elacata, Corito (iberico), Sostrato o Polistrato, e pure Nestore, Argo, Adone ed Euristeo. Semmai, sarebbero  sconosciuti proprio Peritoas e Phrix, così come lo è la versione che suggerisce una relazione con Filottete, mentre Diomus è l'eponimo del demo Diomeia e Hylas navigò sull'Argo.

Iokástos

Ancor meno nota, forse, l’avventura omosessuale, di ritorno dalla decima fatica, con il figlio di Eolo e nipote di Liparo, Iokástos; affascinato dal racconto delle gesta mitiche dell’insigne ospite della khṓra (χώρα, terra) che avrebbe assunto l’altisonante “titolo” di Recion (o Recinon, città di re, dalla radice indoeuropea proto-italica od osca “rec”, o "reg"), piuttosto che d’un antico insediamento ausonico dal nome scontato, Erytra, Erythra o Erytraia (Ἐρυθραία, rossa) perché condiviso con tante altre località “estremo-occidentali”, dove il sole tramonta (Esperia, Εσπερία), come l’Eritrea, Eritre/ Litri, una delle dodici città della Lega Ionia, in Asia Minore o Eritea, l'Isola situata nell'Oceano che s’estendeva fino ai confini di Tartesso.

T/vitulus

Mentre i due amanti erano abbracciati nel talamo reale (e “nuziale”), vennero allertati dalle grida di chi vedeva scappare dal “recinto” un giovane toro (t-itulus), quel vitello (v-itulus) il quale darà a tutta l’area la denominazione di Vitalia, e poi Italia (per i greci che non leggevano più il digamma “uau”, impiegandolo solo come numero sei).

L’etimo della città

Quest’episodio offre l’altro etimo, greco, di Rhéghion (Ῥήγιoν), da rhegnymai (ῥήγνῠμαι, sfondare e liberarsi). Una frantumazione che però potrebbe riferirsi al colpo di tridente di Poseidone che con questa frattura (regma, ῥῆγμα) avrebbe separato le coste continentali dall’isola nel cui vulcano venne fatto sprofondare Tifone/ Seth.

Kalamitsi

Nei pressi della tomba di Iokástos, morto a causa del morso d’un serpente, i greci provenienti dalle varie Kalamitsi (Καλαμίτσι) di Calcidia (Χαλκιδικής) e Messenia (της Μεσσηνίας), trovarono quella vite abbarbicata al leccio, enigmaticamente prefigurata ("una femmina che stringe un maschio") dall’oracolo delfico all’ecista (οἰκιστής, "fondatore") Antimnestos, o Artimedes, secondo le due tradizioni contrastanti, delle quali la seconda rimarca il nome più vicino a quello della dea a cui era dedicato il tempio sul promontorio chiamato Pallanzio, o Pallàntion (Παλλάντιον), ovvero Artemide Fascelide (Artemis Phakelitis, Ἄρτεμις Φακελιτις), da phakelos, φάκελος, fascio di sarmenti vegetali delle paludi, «là nel punto in cui …  il più sacro dei fiumi, si getta in mare»; l'Apsias (Aψιάς), che corrisponde al Calopinace (da calòs pìnax, καλός πῐ́νᾰξ, bella immagine), fu indicato, nel tempo, anche come T-aurocinio (da qui la denominazioni per i Reggini di T-aurocini, T-auronici, T-aurunici e, perdendo la prima consonante, Auronici e Aurunci).

Erythra

Ciò avveniva, forse, quando ancora la khṓra (χώρα) reggina era nota solo quale estrema occidentale Erythra (Ερυθρα), o Esperia (Εσπερία, terra del tramonto), abitata da popoli appartenenti a diverse stirpi di Aschenazi (da Aschenez, pronipote di Noè, 2000 a.C.), di Ausoni (XVI secolo a.C.), o Aurunci (due differenti popolazioni, oppure due diverse denominazioni per rotacismo della terza lettera) ed Enotri (Οἴνωτροι’), o “T-aurolici”, Itali (Ἰταλίητες) e Morgeti (Μόργητες).

La dimensione uranica dell’eternità immobile

Un’epoca confusa con l’«età dell’oro» legata alla dimensione uranica dell’eternità immobile, in cui la falce che ha evirato Kronos va a formare il porto di Zancle, Pandora viene offerta all’umanità per punire quest’ultima d’aver ricevuto dal Titano Prometeo il fuoco sacro rubato agli dei, le generazioni successive possono assurdamente precedere gli antenati e Italo venire così identificato con Giano od Oinotros, oppure Osiride, o ancora essere figlio di Penelope e Telegono, a sua volta figlio di Odisseo e Circe, come narra la Tēlegóneia (Τηλεγόνεια), attribuita da Clemente Alessandrino a Eugammone di Cirene (che avrebbe ripreso un poema del leggendario Museo - Stromata, VI 25, 2), ma da Pausania a Cinetone di Sparta (Helládos periḗghēsis, Ἑλλάδος περιήγησις II 3, 9) e con il titolo Thesprotís (Θεσπρωτίς, Periegesi VIII 12, 5).

Tēlegóneia

Dall’estremo oriente, l’isola di Eea (da Eos, Ἠώς, aurora), Telegono (Τηλέγονος, nato lontano) aveva intrapreso il viaggio per compiere, inconsapevolmente, la profezia fatta da Tiresia a Odisseo circa la “morte che giunge dal mare”, «θάνατος δέ τοι ἐξ ἁλὸς αὐτῷ» (Odissea XI, 134), e dar nuova vita all’estremo lembo dello stivale.

Pallantion

Quando Pausania [Helládos periḗghēsis, Ἑλλάδος περιήγησις VIII 43.1, 2] ebbe a visitare una delle città più antiche dell'Arcadia, nel distretto della Maenalia, fondata dal figlio di Licaone, Pallante, Pallantium o Pallantion (greco antico: Παλλάντιον), vi trovò, sulla collina, che anticamente era usata come acropoli, un tempio dedicato agli dei “puri” (καθαροί), un tempio di Kore (Persefone), una statua di Polibio e un santuario che conservava dei simulacri lignei (xoana, ξόανα), di Pallade ed Evandro, giusto quello ch’era andato a colonizzare le rive del fiume Tevere.

Palladion

Ma forse pallantion era già quel “qualcos’altro”, per via dell’identificazione con Pallade Παλλάς, da cui il simulacro ligneo Palládion (Παλλάδιον), il  più famoso xoanon (ξόανον) custodito nella città di Troia, a garanzia di sicura immunità urbana: una statua di legno, alta tre cubiti, che ritraeva Pallade Atena, dal petto ricoperto dall'egida, reggente una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra. Altra antica effigie di Atena (Palladion), in legno d'olivo, veniva conservata nell'Eretteo d’Atene [Atenagora, Leggi 17].

Lo xoanon taurico

Strabone (Geografia, Γεωγραφικά 4.1) ricorreva però al termine diathesis (διάθεσις, disposizione) per definire una diversa rappresentazione artistica dell'immagine di culto da esportare nelle sotto-colonie della città-madre. Per cui non siamo in grado di sapere se l’immagine taurica, in analogia all’anatolica Atena tradotta a Roma da Enea, fosse un’arcaica immagine di legno (ξόανον) o una diathesis, che ritraesse la dea Artemide, pure nell’euripidea Ifigenia in Tauride (Ἰφιγένεια ἡ ἐν Ταύροις, versi 1358-9: «Τίνι λόγῳ πορθμεύετε/ κλέπτοντες ἐκ γῆς ξόανα καὶ θυηπόλους;», quale scopo ha avuto il viaggio? Derubare questa terra di statue e abitanti), dove si racconta della sua sottrazione nel Chersoneso da parte di Pilade e di Oreste, affinché si potesse compiere la purificazione suggerita dall’oracolo d’Apollo al matricida, il quale, al fine di liberarsi dalla persecuzione delle Erinni, avrebbe dovuto immergersi poi nelle acque del fiume Metauros (Μέταυρος), presso il quale sarebbe successivamente sorta la sub-colonia (ἀποικία) tirrenica della dorica Lokroi Epizephyrioi (Λοκροὶ Επιζεφύριοι).

Metauros

Fungendo così da territorio di confine tra le chorai reggina e locrese, il Metauros fu quel teatro di forte conflittualità tra le due apoikiai (ἀποικίαι, colonie) rivali, dal quale proviene una lamina bronzea con dedica a un “Eracle Reggino” (˙ερακλεος   ̔ρεγινυ), segno tangibile d’un radicamento, proprio per quei Reggini sparsi nell’eschatia (ἐσχατιά), ed estremo lembo del possesso cittadino, dei culti liminali dell’heros-theos in rapporto ai riti di passaggio giovanili.

«Polisemicità competitiva»

Nonostante le affinità con le “leggende musicali” concernenti la disputa tra Aristone da Reggio ed Eunomo da Locri, e le cicale del fiume Alece o, secondo Pausania, il fiume Cecine, il racconto su questi rincoti sembra possedere una propria specificità narrativa. Si tratta pur sempre di leggende, la cui «polisemicità competitiva», sia musicale che militare, veicolerebbe non solo l’identità citaristica, o poetica, delle due colonie megalo-elladiche rivali, lungo le diverse aree che ne definivano i confini, a Sud come a Nord, a Est come a Ovest, sullo Jonio come sul Tirreno .

«Le cicale non cantano per terra»

All’ambientazione locrese Aristotele [Rh. 2.1394 B-395 A] riconduce il celebre, laconico, apophtegma (ἀπόφθεγμα) di pertinenza alla Gerioneide (Γηρυονηίς) con intento anti-falarideo: «non si deve essere arroganti, affinché le cicale non cantino per terra», pronunciato in un’assemblea dal poeta Stesicoro (Fr. 281 B Page), la cui famiglia, originaria di Metauros, si sarebbe in seguito trasferita a Himera, verso la quale il tiranno di Akragas avrebbe avuto intenzione di espandersi. E il fatto che «non ci sono cicale laddove non ci sono alberi» [Arist., HA 5.30 (556 A 31)] suggerisce l’interpretazione del detto stesicoreo, attraverso la metafora del «δενδροτομέω» che lascia un paese devastato dal taglio degli alberi, con allusione a una sconfitta subita da Locri, attribuibile probabilmente a un’eventuale ritorsione reggina, lungo il confine meridionale segnato dall’Alece in riferimento alla leggenda musicale sulle cicale?

Un Eracle Reggino

Sul piano archeologico ed epigrafico, la dedica a un Eracle Reggino sembrerebbe riferirsi a un culto dell’eroe, esplicitato dall’epiteto «Reggino», che pare alludere alla presenza già accreditata nella città calcidese. E, in tal senso, la figura dell’eroe avrebbe costituito un riferimento per i cittadini sparsi nella eschatia coloniale, nell’intento di ribadire l’appartenenza religiosa e “politica” alla propria città, anche nei confronti dei vicini apoikoi (άποικοι, coloni) locresi di diversa matrice dorica.

Alfabeto calcidese

Per la precisione, proviene da Castellace di Oppido Mamertina, la lamina bronzea, in alfabeto calcidese, risalente alla prima metà del V secolo a.C., con incisa l’iscrizione dedicatoria al genitivo: «˙erakleos   ̔reginu» (˙ερακλεος   ̔ρεγινυ), che, per l’uso del «rho con appendice» e del «gamma lunato», può confrontarsi con il termine «Recinon», nel senso «dei Reggini», inciso sul coevo caduceo bronzeo di Civita di Paternò, nel territorio dell’altrettanto calcidese Katane.

Tale “sacralizzazione” avrebbe “marcato” la turbolenta frontiera tra le due khôrai (χῶραι) proprio attraverso il ricorso alla figura d’un “eroe culturale”, secondo la tradizione, riconosciuto modello per l’affermazione dell’identità “politica”, e per la difesa del territorio sottoposto al nomos (νόμος), oltre che del paradigma di forza civilizzatrice in un mondo altrimenti ancora selvaggio.

Le culture elladiche

Almeno a partire dal III millennio a. C., le vicende costitutive delle culture elladiche nei territori compresi tra Grecia continentale, mondo egeo-insulare e coste anatoliche devono aver segnato saghe e miti di eroi, che hanno poi irradiato i loro riflessi anche nel vicino Occidente, tra Sicilia e basso Tirreno, fino a tutto il meridione.

Emporia

Le arcaiche aristocrazie micenee han consolidato antiche direttrici marittime, lungo gli ambiti costieri, dal bronzo medio-recente, con reti di traffici prolifici con le élites locali in quei luoghi più strategici, muniti di approdi sicuri, trasformati in vere e proprie soste ed emporia (ἐμπόρια), destinati agli scambi e che avranno un seguito nelle successive navigazioni fenicie, rodie ed euboico-cicladiche, sino a costituire le solide basi del vasto fenomeno proto-coloniale, che avrebbe impregnato di civiltà elladica e di miti greci gran parte dei territori costieri toccati, sia pur di sfuggita.

La koiné

La diffusione e la conseguente intensificazione degli scambi commerciali, nel far circolare i beni tra i mercanti e il sapere tra gli artigiani, hanno incrementato quell’atmosfera di reciproche influenze tale da formare la tipica koiné (κοινὴ) culturale che avrebbe contraddistinto gli ambiti non soltanto egei, ma dell’intero  Mediterraneo.

Νόστοι

Soprattutto le leggende marinare legate alle prime esplorazioni degli approdi  sconosciuti, per lunghi secoli, dapprima trasmessi oralmente, han poi trovato una loro configurazione nelle vicende più specifiche del vasto ciclo epico o proliferando in episodi particolari che si sono andati intrecciando con le origini nobili dei vari personaggi delle Argonautiche, o del ciclo troiano, ricollegati ai diversi nostoi (νόστοι, ritorni).

La “via Herakleia”

L’intervento di Stesicoro di Metauros all’assemblea dei Locresi suggerirebbe di spostare sul versante tirrenico, piuttosto che localizzarlo lungo il fiume Alece, (sempre lungo il limite settentrionale della chora reggina, ma nei pressi del suo paese d’origine), quel confine tra il territorio reggino e quello locrese presso cui Eracle sosta, ma non riesce a riposare, perché molestato dalle cicale. Ne costituirebbe una riprova la netta consequenzialità del percorso lungo la cosiddetta “via Herakleia”, che dal lago Averno giunge a Poseidonia, e prosegue oltre la frontiera reggina fino al Porthmos (Πορθμός, lo Stretto).

Eúboia

Un paesaggio “culturale” segnato, pertanto, dalla presenza “euboica” per diretto rapporto sia con quell’Eúrīpos (Εὔριπος, “dove il flusso e il riflusso del mare è violento”), sia con una “terra di buoi” (Eúboia, Εὔβοια, da εὖ "buono", e βοῦς "bue", ovvero “luogo in cui i buoi sono ben nutriti”), in relazione alla mandria sottratta a Gerione dalla remota terra di Erytia, in un’estremità ancora più a Occidente della penisola “v-italia”.

È qui che avviene lo scontro tra valenze mitiche e rituali della madrepatria e quelle di chi attinge maggiormente, forse, all’opera del reggino Ippi, o alla stessa Gerioneide di Stesicoro, nel restituire un’antica tradizione “calcidese”, che rivendica la presenza di Eracle nell’area dello Stretto (Porthmos, Πορθμός), la quale potrebbe essere stata di maggiore pertinenza del fenomeno coloniale di matrice euboica, da Pithecusa e Kyme sino a Zancle e Rhegion, rispetto al versante jonico, da Taras, Sybaris, Kroton, Skylletion e Lokroi Epizephyroi.

Distruttore di insetti

In effetti, la tradizione dell’eroe “distruttore di insetti” (cavallette o cicale) è molto più rintracciabile nelle città achee di Metaponto e Crotone, o nella madrepatria elladica. In Tessaglia, dagli abitanti del monte Oeta (laddove veniva celebrata la morte di Eracle sulla pira a cui avrebbe appiccato fuoco Filottete), l’eroe era appellato Cornopionos (Κορνοπίωνος, terrore delle locuste) perché era d’aiuto nello sbarazzarsi di questi ortotteri, mentre l’epiteto attribuitogli dai cittadini di Erythrae, a Mimas (nella penisola del Karaburun anatolico), era quello di Ipoctonos (ἰποκτόνος) per essere in grado d’eliminare dalle viti i cosiddetti “moscerini” che divorano l’uva (ἀμπελοφάγους ἶπας), degli imenotteri comunemente denominati "gallivespa", knips, κνίψ, da skníptein, σκνιπτειν, "pungere" [Strabone: Geografica, Γεωγραφικά XIII, I, 64].

Sconfiggendo questi fastidiosi artropodi ed entomi, così come le altre pericolose forze arcaiche, si dice abbia "reso il mondo sicuro per l'umanità", divenendone, per molti versi, il disinteressato benefattore [Claudio Eliano: Varia historia (Ποικίλη ἱστορία), 5.3].

Una superiorità animale

In tutte le sue imprese, - aggiunge Gabriele Fava in “Gli Dei e gli Eroi di Rhegion” -, gioca sempre lo stesso ruolo: trasferisce all’uomo la superiorità degli animali, animali difficili da catturare, pericolosi e difesi da personaggi sovrumani. Questo tema costituisce almeno la metà delle sue imprese. Aggiungendo le vittorie riportate sull’animale più forte e odioso, il leone, o il serpente, abbiamo nove delle dodici fatiche, tralasciando cielo e inferi e le Amazzoni.”.

Il leone nemeo

La prima delle sue fatiche (uccidere l'invulnerabile leone nemeo e indossarne la pelle, la leontè, come trofeo, divenuto attributo fondamentale per il suo riconoscimento iconografico, insieme con la clava) ci induce a ritenere la sua figura inizialmente ispirata a motivi del Vicino Oriente, dove la lotta con i leoni era ampiamente conosciuta ed enfatizzata.

Gilgameš

Dal sigillo cilindrico sumero d’una tomba di Ur del 2500 a. C., in cui è effigiato Gilgameš mentre lotta con la spada contro dei felini, al bassorilievo di Karkemish del II millennio a. C. che mostra un felide favoloso, alato, alla sommità del cui capo s’erge una seconda testa, umana, incoronata da due corna, per alludere forse a una unione sole-luna.

Ninurta e Ningirsu

E poi l'incisione in pietra, rinvenuta a Nimrud, nel tempio di Ninurta, mentre questi insegue Anzû, aquila dalla testa leonina, che rimanda all'epopea paleo-babilonese dell'inizio del secondo millennio a. C., il cui eroe è Ningirsu.

Melqart e Sansone

Dopo il IV secolo a.C., sarebbe avvenuta un’identificazione con il dio fenicio Melqart. Ancora più tardo, l’accostamento con Sansone, e non solo per via della ricorrenza del leone, ma pure a causa della debolezza verso il fascino femminile.

Un eroe solare

Un eroe solare, quindi, e a tal proposito valga anche la dimensione celeste dell’offerta del seno da parte di Era con conseguente “creazione” della Via Lattea. La nascita oroscopica avviene fatidicamente nel momento in cui il Sole sta per entrare nel Capricorno, al solstizio invernale, come molti altri dei ed eroi solari (da Zeus ad Apollo, Mitra, o Gesù). In quel frangente, raggiunta la sua più bassa declinazione, l’astro ricomincia a risalire, per prendersi la sua rivincita sulle tenebre, mentre le ore di luce diurna vanno man mano aumentando; motivo per cui Alice Ann Bailey colloca la Discesa nell’Ade al decimo posto, dimodoché anche la successione delle famose Fatiche, a partire dal Leone di Nemea, in quinta posizione, sembra seguire il percorso zodiacale, dopo essere state enumerate in decade, in base all’antico calendario lunare, ancora ricordato dai nomi degli ultimi quattro mesi.

Da decade a dozzina

Così come non esiste un ordine cronologico fisso delle Fatiche, e unica cosa su cui sembra esserci una certa concordanza è l’inizio con l’uccisione del leone di Nemea, il loro numero da dieci sarebbe passato a dodici, oltre che per motivi “calendariali”,  perché due imprese dovettero essere ripetute, in quanto non ritenute valide da Euristeo, come l’uccisione dell’Idra e la rimozione del letame dalle scuderie di Augia.  

Augèiās

Il simbolo felino e quello numerico delle fatiche, equivalente ai mesi del ciclo annuale, nella quinta impresa, pongono l’eroe in contraddittorio con il figlio stesso di Helios, sottolineandone nel nome, Augèiās (Αὐγείας), derivante da augé (αὐγή), lo splendore, in netto contrasto con la sporcizia delle sue stalle; ma, anche l’altro possibile genitore, Eleo (Ἠλεῖος), eponimo dell'Eleide, nasconde un oscuro legame con Herakles.

Gli abitanti di Elea, o Elide, ed elei essi stessi, non solo svolsero le mansioni di Hellanodikai (Ἑλλανοδίκαι, giudici di gara) ai primi Giochi olimpici, ma furono gli unici Greci a tributare un particolare culto ad Ade, il cui tempio era stato costruito dopo la guerra mossa proprio da Herakles contro la città di Pilo, in Messenia, durante la quale uccise Neleo e tutti i suoi figli, eccetto Nestore (Iliade libro XI, 690 ss.), presumibilmente, in quanto suo erômenos.

Euristeo ed Esaù

Il binomio Herakles Euristeo avrebbe un qualche parallelismo con la biblica primogenitura del rude, rossiccio e peloso Esaù, abile nella caccia (altro Despótes Theròn), e per questo prediletto dal padre Isacco (Genesi 25, 27-28). Ritardando il parto di Alcmena, Era (Iliade XIX 98 ss.) fece nascere prematuramente il figlio di Nicippe, onde avverare la promessa solenne di Zeus di concedere potere esclusivamente al primo nato della sua stirpe.

Il gemello soppresso

Questa dualità emerge nella versione del mito ellenico in cui gli si attribuisce un gemello, generato (come nel caso dei Dioscuri) da un padre terreno, ma che il figlio di Zeus sopprime nel grembo materno; variante adombrata dal racconto della straordinaria uccisione dei due serpenti, quand’era ancora nella culla, che sempre pone l’accento su una dualità che simbolicamente va ricomposta in un’unità formata da anima e corpo, non più entità divise; e ciò offre la possibilità alla manifestazione della saggezza. Allo stesso tempo, sottolinea, però, anche il significato del suo primo nome Alkeides, Ἀλκειδης (da alke, αλκη,"forza").

Forza, coraggio, abilità sessuale, sia con maschi che con femmine, ma pure ingegno. L’allegoria dei quattro cubiti di altezza esprimeva il conseguimento del pieno sviluppo di tutti gli aspetti d’una quadruplice personalità. Il cubo è l’Uomo, un’ideale «Urbs quadrata» (la Roma d’Evandro). All’aspetto fisico ed emotivo, va aggiunto quello mentale; l’intelligenza da sola non è sufficiente, se non è guidata dalla saggezza. E, per ottenere una personalità effettivamente integrata, occorre un buon sviluppo d’un’anima pienamente cosciente del suo meccanismo di controllo sulle istanze più selvagge e bestiali.


 

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