Venerdì, 21 Giugno 2024

                                                                            

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IL VIOLINO DI ANDRÈJ, ČECHOV E LE TRE SORELLE

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Attonito è il cosmo descritto e messo in scena nelle Tre sorelle (Prefazione e traduzione di Gerardo Guerrieri, Einaudi, Torino, 1991) di Anton Čechov. Attonito e stranito come fosse un «cosmo» nel quale, per un verso o per l’altro, la «felicità» è stata post-datata, rinviata, «raccolta e spedita» all’interno di un «futuro» quanto mai incerto e, forse, «improbabile». Una felicità «differita e procrastinata» che lascia le Tre sorelle del titolo (ma anche il loro fratello Andrèj Sergèevič Prozorov e, in misura forse anche maggiore, tutti gli altri personaggi di questa «commedia» scritta nel 1900 e rappresentata nel Teatro d’Arte di Mosca nel gennaio dell’anno successivo) all’interno di un «vuoto pneumatico» nel quale si «parla» ma non si «dice». Attonito, sbigottito e allibito è, dunque, questo «cosmo» contrassegnato da un «vuoto di felicità». E’ come se un «macigno» fosse caduto nella casa del (defunto) generale Prozorov (padre dei quattro fratelli) e avesse portato via la gioia di vivere, l’umore lieto, il senso delle cose che vanno (e devono andare) nella giusta direzione. Ed è come se questo «macigno» avesse fatto «implodere» almeno 6 «elementi» che avrebbero dovuto caratterizzare la vita di casa o, almeno, avrebbero dovuto essere presenti non nella maniera in cui effettivamente essi si presentano o si sono presentati. Questi sei elementi sono: l’amore, la cultura, l’intelligenza, il lavoro, la vita di provincia e la «meschinità» (e la «grettezza») insite nel cuore dell’animo umano. Tale «meschinità», a tratti, si potrebbe dire: non avrebbe dovuto affatto esserci (se Andrèj, per esempio, avesse seguito la propria «vocazione»), oppure si sarebbe potuta manifestare (come in effetti si manifesta nella figura del marito di Maša, una delle tre sorelle. Costui, un certo Fédor Ilič Kulygin, nelle parole di un'altra delle tre sorelle, la «sfortunata» Irina, nel momento in cui costei riflette sul destino di Maša, emerge in questa maniera: «Maša oggi è depressa. Ha sposato il marito a diciott’anni quando lo credeva un genio. Adesso ha cambiato idea. E’ un angelo ma non un genio» …. Tante belle parole per non dire «meschino» o, più probabilmente: «fesso»!). Non importa! L’asfissia della «vita di provincia» fa cortocircuitare amori (probabili o improbabili) consolidati e meno consolidati: storie d’amore trasversali, mai nate, morte prima di nascere, concluse con la morte. E fa cortocircuitare l’intelligenza che non è mai amica della «meschinità». Il peso di quel «macigno» di cui si diceva - in un cosmo «attonito» - produce una «falsa vita» nella quale, come afferma il colonnello Aleksàndr Ignàtevič Veršinin: «Io vedo invece il mondo ambiare lentamente - cambia già sotto i nostri occhi -  finché fra due-trecento anni , mille, quando sarà , comincerà sulla Terra una vita nuova, felice». Perché Anton Čechov ha voluto «portare sulla scena» un simile «cosmo» (i quattro fratelli vivono in una casa che è una «bolla», nella quale solamente l’«irrisolto» Andrèj suona il «violino») «attonito»? Le Tre sorelle sono tre «caratteri»: Irina è riflessiva, nostalgica e probabilmente esausta; Maša esce sconfitta dalla vita e si rende conto che la «cultura» (nel senso della «formazione» e della «educazione» scelta per le Tre sorelle dal padre - il quale ha fatto sposare la ragazza non con un appartenente alla propria «casta» ma a un imbelle «professore di ginnasio») non solo non dà speranza, non dà nemmeno di che contentarsi; Olga, infine, è chiaramente «divorata» dalla solitudine: insegnante ella stessa, diventerà la «direttrice» del suo ginnasio ma questo suo essere «integrata» non la conduce alla soluzione dei problemi che ha con sé stessa. Tre «caratteri» di donne «schiacciate» e «soffocate» dal «macigno» di cui si diceva, mentre Andrèj: «E’ un pozzo di scienza, suona il violino, intaglia il legno, è un ingegno poliedrico»! Ma neppure il «suono del violino» di Andrèj porterà il ragazzo alla redenzione: da «professore universitario» (professione cui l’aveva destinato il padre) diventerà «membro del consorzio», cioè semplice funzionario, impiegato, in definitiva «piccolo-borghese». Anche se «Tutti sono corsi all’incendio stanotte, lui no. Lui, tappato in camera, come se niente fosse, a suonare il violino», anche se, come dice Maša in chiusura della «commedia»: «bisogna vivere», anche se il «lavoro», nel mondo «attonito» e «distratto» in cui questi personaggi vivono, deve condurre alla «salvezza», anche se l’intelligenza cortocircuita con la stupidità, anche se vale tutto questo, Čechov porta sulla scena un «cosmo» che aspira alla speranza ma non la trova da nessuna parte. Un mondo nel quale, come diceva il mistico del Seicento Angelo Silesio (con riferimento alla «bellezza»): «La rosa è senza perché; fiorisce perché fiorisce,/ di sé non gliene cale/ non chiede d’esser vista»; un cosmo «senza» un perché; senza «filosofia».  La scelta di drammatizzare un simile «cosmo» attonito e «spaesante» ha probabilmente in Čechov radici antiche; si tratta di motivazioni personali, storiche, sociali, afferenti alle «radici culturali» del mondo russo ma anche ricadenti (in pieno) nella congiuntura sociale e politica che il Paese nel quale Čechov viveva stava attraversando proprio nel periodo in cui egli scriveva la sua opera. A che ci «serve» tale descrizione di un simile «cosmo», di una simile «bolla»? A farci capire che tutto è in sospeso anche quando tutto sembra essere completamente definito. Che tutto ci «soffoca» e ci «schiaccia» anche quando sentiamo suonare «il violino di Andrèj» … Cos’è questo «violino», dunque?     

 


 

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