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LIVIO DE LUCA, IL CALABRESE CHE HA CONQUISTATO LA FRANCIA

Anche se vive e lavora ormai da tempo all’estero, Livio De Luca, della sua Calabria non si dimentica mai e appena può, torna a farle un saluto. Proprio qualche giorno fa, in occasione di un incontro organizzato dall’OSMTH Commanderia “San Bernardino di Chiaravalle” al Seminario Arcivescovile “Pio XI”, l’architetto diventato famoso per aver letteralmente consentito la ricostruzione della Cattedrale di Notre Dame, è tornato a Reggio per discutere sul suo importantissimo lavoro di ricerca e digitalizzazione. Livio De Luca, originario di Amantea, ha studiato architettura presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Allievo di Antonio Quistelli, al suo fianco De Luca ha imparato come affrontare il lavoro, come porsi davanti ad un problema. “Lui mi ha accolto nel suo staff come un maestro di bottega in un periodo in cui si discuteva in maniera critica sui saperi consolidati e la tecnologia innovativa che per me rappresentava un’ennesima transizione. Io non mi ero mai occupato di patrimonio. L’unica esperienza l’ho fatta per l’esame di restauro nella chiesa Santa Maria dei Tridetti di Staiti, in cui per la prima volta mi sono confrontato con il reale”. Appassionato di computer e grafica, Livio De Luca è riuscito ad unire le due sue grandi passioni ed a farle diventare il suo lavoro. Dopo aver concluso il suo percorso di studi qui a Reggio, si presentò la possibilità di studiare in due importanti università: uno era il MLT di Boston e l’altro istituto si trovava a Marsiglia, dove erano pionieri dell’uso del computer in architettura.

Alla fine scelse di rimanere in Europa. Una scelta che si dimostrò vincente. Qui ebbe la possibilità di mettere in pratica quello che era il suo sogno: unire i suoi studi in architettura alla sua passione per tutto ciò che è digitale. Dopo tre tentativi, riuscì ad entrare al Cnrs, dove adesso è direttore di ricerca. Ha dedicato tutte le sue energie al progetto di digitalizzazione del patrimonio architettonico francese e, proprio per questo, non poteva che essere il candidato ideale per guidare il gruppo di lavoro chiamato a ricostruire la bellissima chiesa gotica andata distrutto dopo un incendio nell’aprile del 2019. Fu lui il primo ad essere chiamato dal governo francese, immediatamente dopo aver appreso della notizia dell’incendio, a lui fu chiesto: “quanto possiamo sapere di com’era la cattedrale prima dell’incendio?”.

I lunghi anni di lavoro e di ricerca stavano dando i suoi frutti. Ed anche la sua terra, finalmente, gli riconosceva questa bravura. Nel 2021, infatti, è stato insignito dal sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, del San Giorgio d’oro, massima onorificenza cittadina per i reggini che si sono distinti e che hanno portato alto il nome della città. Anche se non è reggino di nascita De Luca, lo è diventato di adozione visti gli anni di studio trascorsi proprio qui. Nonostante siano ormai quasi vent’anni che vive e lavora in Francia, De Luca, non dimentica la terra dalla quale proviene; anzi, proprio a lei riconosce il merito di avergli dato modo di leggere con un certo occhio il rapporto che esiste tra passato e futuro: “La relazione tra passato e futuro sono delle mie riflessioni recenti, degli ultimi anni, – spiega -. Probabilmente questa specie di contrasto tra modernità e passato è proprio il pane quotidiano di chi vive in Calabria, al Sud in generale. Se io avessi inseguito solo la modernità, credo che non avrei concluso niente nella vita. Io ho fatto tanta musica, anzi, a un certo punto avrei voluto fare addirittura il musicista. Ma se un artista non ha la capacità di ancorarsi alle sue radici, non riuscirà a costruire nulla. Anche quello che faccio oggi, altro non è che proiettare il passato nel futuro”.

Nella mia vita ci sono state figure importanti, fondamentali, come Geppino Veltri che portava noi ragazzini verso la musica e Mario Pellegrino che decise di investire in un rinnovamento tecnologico della sua tipografia, basandosi su ciò che io potevo sperimentare. Queste esperienze sono state preziose per me, perché in entrambi i casi c’erano persone che conoscevano le basi fondamentali di un mestiere che si faceva tradizionalmente, e che dovevano traghettare in una nuova era, quella digitale. Proprio loro, dopo molti anni, mi hanno consentito di fare pace con la Calabria e mi sono reso conto quanto realmente mi porto dentro la mia terra, sono proprio un calabrese, incarno tutto ciò che è stata la mia regione. Se avessi vissuto in un altro posto, non avrei potuto vivere questa transizione, perché in altri luoghi la modernità era già arrivata”.

“Dal giorno dopo l’incendio -spiega- sono stato letteralmente immerso in un giro di telefonate, scambi e richieste sia da parte del ministero della Cultura che da quello della Ricerca, perché c’erano delle questioni cruciali che riguardavano i dati su Notre Dame. Quanto possiamo sapere com’era la cattedrale prima dell’incendio? Era questa la domanda che ci veniva posta e alla quale dovevamo dare risposta, e questa questione precisa e semplicissima, ha permesso a tutti quanti di capire che tutto quello che avevamo fatto per vent’anni, era di vitale importanza”.

Ma il giorno più emozionante per Livio De Luca è stato quando, qualche giorno dopo l’incendio, ha ricevuto la telefonata dall’ufficio parlamentare francese che lo invitava a partecipare a un’audizione al Senato. Aveva quindici giorni di tempo per scrivere una relazione sui dati digitali di Notre Dame e sulle ipotesi di ricostruzione.

“Ed è stata la prima volta nella mia vita -ricorda- che sono riuscito a scrivere di getto, mi sentivo come un fiume in piena e quel giorno ho capito che non soltanto io, ma anche il mio laboratorio e la mia comunità scientifica, tutti, eravamo al servizio di qualcosa di importante”.

Il momento più doloroso per lui è stato entrare nella cattedrale e vedere macerie ovunque. Ma tutta quella violenza che si era abbattuta sulla bellezza, nel contempo gli ha dato anche la spinta emotiva giusta per chiedersi cosa si poteva fare per riportare Notre Dame agli antichi splendori.

Due gli aspetti positivi che sottolinea Livio quando parla del team di lavoro che è stato chiamato a comporre e a guidare. Il primo riguarda la totale disponibilità delle persone chiamate a far parte del gruppo e l’altro, lo spiega divertito, la possibilità di creare una squadra, una sorta di dream time, con i migliori specialisti al mondo.

La Calabria con le sue profonde contraddizioni, la ricerca di spazi di libertà e il continuo ritorno al passato per affacciarsi al futuro più saldo e consapevole di prima, sono gli elementi necessari per comprendere il percorso interno di Livio De Luca, che esalta la sua logica da migrante quando solo, senza relazioni e privo di qualunque protezione, è arrivato in Francia e ha deciso di fare tutto ciò che poteva per costruire il suo futuro. Tanto non aveva niente da perdere.

“Mio padre Adriano faceva l’architetto -racconta- e da quando sono nato l’architettura non era solo ciò che vedevo fare a mio padre ma era anche il luogo in cui vivevo perché quando io avevo cinque, sei anni, ci siamo trasferiti nella casa progettata da papà che era una sorta di piccolo manifesto dell’architettura contemporanea di quegli anni, ed era un invito a guardare gli spazi al di là delle consuetudini. E in questa casa, senza che ne avessi consapevolezza, vivevo già l’architettura ma non me ne interessavo”.

Livio ha il ricordo di tante discussioni dove lui e sua sorella Fabia, fin da piccolissimi, se da una parte venivano stimolati a studiare la realtà locale, dall’altra venivano proiettati verso altre realtà, altri mondi e altri modi pensare.

Suo padre era la spinta verso il futuro, verso il progresso, mentre sua madre Pina, seppur aperta al mondo, lo invitava sempre a tenere ben presenti le questioni di cuore. E queste spinte, questa dialettica interna tra la proiezione verso il futuro e uno sguardo attento verso il passato, lo hanno sempre accompagnato in tutte le fasi della sua vita.

“La relazione tra passato e futuro sono delle mie riflessioni recenti, degli ultimi anni, da quando nel 2016 è morta mia madre -spiega-. Il pensiero di rientrare un giorno in Calabria è presente nei suoi pensieri, ed un giorno forse questo accadrà, come ricorda spesso ciò che lo aiuta a realizzare i suoi progetti, “è uscire dalla zona di comfort, non pensare mai di aver raggiunto qualcosa e avere la volontà di mettermi in gioco continuamente. Infatti, appena raggiungo qualsiasi sapere consolidato, sento il bisogno di rimetterlo immediatamente in discussione e non per distruggerlo ma per migliorarlo”, certo è che questo è quanto di più distante c’è come atteggiamento da molte attitudini tipiche del Sud, dove uno pensa di poter costruire solo se ha il consenso di qualcuno, ma magari anche qui le cose cambieranno e ci auguriamo che, un giorno, questa voglia di mettersi in discussione Livio la voglia affrontare nella sua terra.

 

 

 

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