Mercoledì, 30 Settembre 2020

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Trump e Putin

L’IMPLACABILE PUTIN E IL GRINGO TRUMP

Repressione e pubblicità. Sono questi i due volti del sovranismo globale, delle massime potenze che un tempo si contendevano la supremazia, nei blocchi della Guerra Fredda, ma oggi, tacitamente, perseguono la medesima strategia, giocando una partita condivisa, orchestrata da allenatori, il cui tatticismo si fonda unicamente sulla propaganda.

Russia e Stati Uniti, prima nemiche, adesso sodali, rette dall’espressione più compiuta, esasperata del nazionalismo; Putin da un lato e Trump dall’altro. Due leader, articolazioni della stessa ideologia, che detengono il potere con due impostazioni apparentemente discordanti, nel contesto turbolento della pandemia.

Putin ha ipotecato la propria autorità grazie agli emendamenti alla Costituzione Russa, rimuovendo ogni vincolo sul mandato presidenziale e conseguentemente precludendo un possibile avvicendamento nelle elezioni del 2024 e 2030 (cfr. l’articolo L’homo insipiens tra oltranzismo religioso e omofobia), attuando una repressione esemplare nei confronti dei manifestanti che, nel corteo del 15 luglio, hanno protestato a Mosca.

Un’ondata di almeno 147 arresti, con la polizia che ha trascinato letteralmente i fermati sulle camionette, mentre questi scandivano slogan contro la macchinazione ordita dal Presidente dagli occhi di ghiaccio, mutilazione definitiva dell’apparato democratico in Russia. Prova di forza preceduta da perquisizioni a tappeto nelle abitazioni degli oppositori, e dall’arresto di Andrei Pivovarov, un funzionario del movimento Open Russia dell’ex oligarca e avversario di Putin, Mikhail Khodorkovsky. L’ex patron del colosso petrolifero Yukos, costretto a trascorrere dieci anni in prigione perché inviso a Putin e attualmente in esilio a Londra, ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Repubblica, quale propugnatore della campagna di boicottaggio al referendum del 25 giugno, ribadendo il monopolio di un potere alquanto illegittimo. La piombatura del Cremlino è il riflesso di un calo dei consensi, ravvisato nelle stesse rivendicazioni di mercoledì sera, ma soprattutto di una manifesta incapacità nella gestione sanitaria e di una crisi economica che ha tagliato le gambe al ceto medio.

Nulla è lasciato al caso. L’attività di controllo capillare ha riguardato anche il più strenuo oppositore di Putin, Aleksej Navalnyj, sul quale pende l’obbligo di dimora nella capitale dopo esser stato raggiunto da un’accusa per diffamazione nei confronti di un veterano della Seconda guerra mondiale. Nel dispositivo ingiuntivo si legge come il blogger avrebbe diffuso informazioni “false e tendenziose, oltraggiose per l’onore e la dignità” del militare; un’incriminazione decisa a tavolino, secondo Navalnyj, per impedirgli di sostenere la campagna elettorale itinerante in vista delle regionali di settembre.

E mentre Putin fa terra bruciata attorno a sé, il suo omologo americano, The Donald, sopraffatto dai numeri incalzanti del virus, sfrutta la propria indole imprenditoriale, pubblicizzando direttamente dalla stanza ovale il marchio Goya, azienda alimentare di prodotti ispanici. La foto, pollice in alto e sorriso “rassicurante”, che segue quella della figlia Ivanka, più che una spontanea adesione alla gastronomia messicana, valicante il muro degli orrori, pare un tentativo di ingraziarsi la componente latina, da sempre dileggiata con generalizzazioni del genere “i latinos sono stupratori e trafficanti di droga” come ha ricordato lapidaria la dem Alexandria Ocasio-Cortez, candidata alle prossime presidenziali.

Un gesto improprio, inopportuno, che poco si confà a un Presidente, consapevole che il terreno sul quale ha germogliato la sua fortuna, gli stia franando sotto ai piedi. Il tentativo di tramutarsi nell’amico del popolo messicano, nel Gringo dai capelli arancioni, a detta sua maniacalmente curati, è sintomo di una pochezza propagandistica, di una perdita di persuasive argomentazioni, contro un avversario, Joe Biden, che ogni giorno convince sempre di più.

L’istrionico Tycoon, nel consigliare fagioli che non mangerebbe mai, cerca di far aleggiare nell’opinione pubblica diversivi che possano farla rifuggire dal principale topic, l’epidemia. Ormai incontrollabile negli stati del Texas, della Florida, della California, sottoposta a un nuovo rigidissimo lockdown dal governatore democratico Gavin Newsom, tende ancora a far dividere, quando dovrebbe cementare la politica e la comunità scientifica. Ma Donald è uno showman, anticonformista, scevro da schemi precostituiti, a meno che non siano quelli di Putin, con cui, secondo un’inchiesta condotta dal giornalista Carl Bernstein, ex firma del Washington Post, nonché svelatore del caso Watergate che portò alle dimissioni di Richard Nixon, assume un atteggiamento “cameratesco”. E forte della sua indipendenza, del suo acceso idealismo, egli si ostina nel confliggere e contrapporsi al comitato scientifico, diretto da Anthony Fauci, circa l’obbligatorietà o meno delle mascherine.

“Le mascherine creano anche problemi. Voglio che gli americani continuino ad avere la libertà di decidere” ha glissato l’inquilino della Casa Bianca, inanellando un’altra massima che rischia di condannare milioni di americani al trapasso. Una libertà, quella evocata da Trump, che sa di scaricabarile, nella remissione della decisione all’individualità di ogni cittadino americano, sia essa di un dotto o di un ignorante.

Ma le preoccupazioni maggiori sono rivolte a screzi interni alla famiglia Trump, da imputare alla nipote, autrice del libro-verità “Too Much and Never Enough. How My Family Created the World’s Most Dangerous Man". Già dal titolo eloquente si capisce come il volume non sia proprio encomiastico, ragion per cui, il Presidente abbia cercato vanamente di bloccarne l’uscita. Il fallimento della causa legale non è però corrisposto a quello delle vendite editoriali, che hanno raggiunto un milione solamente nel primo giorno. Nel libro, Mary Trump riconduce il carattere dell’attuale Presidente ai soprusi psicologici subiti dal nonno, nonché padre di Donald, Fred Trump, definito “un sociopatico, che ha che ha cancellato l'empatia e la gentilezza da tutti coloro che lo hanno conosciuto, presidente compreso.” Dichiarazioni smentite ufficialmente dall’entourage del Tycoon ma che lo hanno sicuramente scosso.

Intanto sul fronte della campagna “Make America Great Again” egli ha deciso di avvalersi dei tele-comizi in sostituzione dei mega raduni, come quello di Tulsa, rivelatosi un flop per Trump, canzonato dalla generazione dei tiktoker che hanno boicottato l’evento acquistando i biglietti sulla pagina ufficiale del tour.

Il ritorno quella sera fu segnato da un volto profondamente deluso, da un vestiario trasandato ma soprattutto da un cappellino triste.

E se la prossima volta indossasse quello da baseball dei giocatori del Monterrey Industrials, che nel 1957 conquistarono il titolo della Little League World Series, dalla cui storia è stato tratto il film “The perfect game”?

Forse sarebbe più edificante che mangiare fagioli.


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