Mercoledì, 29 Maggio 2024

                                                                            

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L’INTROMISSIONE, LA “PROBLEMATICA” ITALIA DELLA “LIBERTÀ DI STAMPA” INFIDA

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La notizia è che la Ong «Reportes sans Frontiéres» ha pubblicato una «classifica» nella quale il nostro Paese è stato dichiarato per il 2024 a «contesto problematico» per quanto riguarda l’esercizio della «libertà di stampa». Sergio Mattarella, durante la cerimonia di consegna dei «David di Donatello», ha ricordato che «la libertà di espressione va garantita sempre». In effetti, l’Articolo 21 della nostra «Carta» (a proposito di «libertà di stampa»; audiovisivi, carta, digitale, supporti elettronici di vario tipo… Tutti «sussidi» bastevoli e necessari per «esprimere», in qualche modo: «il proprio pensiero») recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Io non voglio parlare né del governo né di imprenditori che intendono acquisire case editrici, agenzie di stampa, televisioni né di fantomatici «persuasori occulti» (la definizione – datata al 1957: è del sociologo statunitense Vance Packard) che, al servizio di «lobby», «uomini in nero» o «poteri forti» di qualsiasi tipo vogliano prendere in mano i destini della nostra stessa «libertà» di esprimere la nostra opinione. No! Al massimo potrei parlare del «Convitato di Pietra» del «Don Giovanni» di Mozart e Lorenzo Da Ponte, visto che mi sono occupato a lungo di questo, ma non lo farò! Mi interessa invece soffermarmi brevemente sul concetto di «intromissione». Evidentemente, a giudizio della «classifica» che ho riportato su, noi viviamo in un «contesto problematico» a causa di una «intromissione». Vera o fake news che sia, questa «intromissione» impedisce, evidentemente non solo ai giornalisti ma anche ai «cittadini» (che, grazie al lavoro dei giornalisti riescono a farsi un’idea sulle cose): «il regolare corso dei propri pensieri» (e delle proprie parole). A causa di ciò si possono verificare due cose: ognuno riesce – dopo l’intromissione -a riprendere il filo del proprio discorso, oppure: ognuno non ci riesce e la sua «espressione» (con la quale egli formalizza il proprio pensiero) ne risulta mutilata, monca, morta. L’«intromissione», perciò: è un «ostacolo» - da superare oppure invalidante. Questo «ostacolo» rende la «situazione» (tanto cara al filosofo situazionista, appunto, Guy Debord) «problematica» - per quanto riguarda la «libertà di espressione». Infatti solo nel caso che il giornalista riesca, magari su qualche altra testata, a «riprendere il filo» del proprio discorso: noi utenti e cittadini possiamo avere contezza di quello che costui voleva dire. Ma anche in questo caso c’è un «ostacolo»: il giornalista, il conduttore televisivo, il cineasta, il comico, l’attore, lo scrittore, il filosofo, l’intellettuale hanno dovuto brigare e darsi da fare – in un «contesto problematico» - per rinvenire editori, agenzie di stampa, supporti audiovisivi «possibili ed amici» nei quali poter esercitare il proprio mestiere. «L’intromissione», dunque: non è mai «indolore»! Tornando all’articolo 21 della nostra «Carta», in un caso come questo, viene meno il «diritto di manifestare liberamente». Cioè, riducendo questo enunciato a un assioma: «L’intromissione mina la libertà». Isaiah Berlin ci ha insegnato che la libertà si può dire in due modi: «libertà da» e «libertà di». Nel caso in questione, in pericolo è la «libertà di». L’«intromissione» non si fa i fatti suoi; fa si che noi «non» possiamo dire ciò che volevamo dire; ci mette in una condizione di «squilibrio» (addirittura psichiatrico) tra i nostri pensieri e le parole che effettivamente diciamo (o siamo costretti a dire). Dunque: l’intromissione che mina nei nostri giorni la libertà di stampa non è un problema politico e neppure un problema sociale (o di Holdings che intendono acquistare parti ingenti dei mezzi di informazione). E’ invece un problema «sanitario»; da TSO; da «reparto psichiatrico». Francesco De Gregori in una canzone che si chiamava «Tutti hanno un cuore», a un certo punto, diceva: «Alcuni hanno una musica nella testa/Ma non gli arrivano le parole». Si tratta di un problema psichiatrico. Il «contesto problematico» - in cui versa la nostra libertà di stampa – ci riduce tutti – cittadini e giornalisti: a pazienti. In sostanza non è in questione quello che ha dichiarato Mattarella e neppure quello che enuncia l’Articolo 21 della «Costituzione»; è in questione, solamente: la possibilità di esprimere quello che noi tutti abbiamo pensato. A giudizio della «classifica» di «Reportes san Frontieres», l’Italia è un paese di «pazienti psichiatrici». L’«intromissione» nella psiche di ognuno non è tenue e delicata come quella del «Grillo Parlante» nella favola di «Pinocchio»; è «schizoide». La «psicosi» di cui soffriamo noi italiani (per quanto riguarda il «diritto a manifestare liberamente» il nostro pensiero) rende «problematica» la democrazia.

 

 

 

 


 

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