Mercoledì, 30 Settembre 2020

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La fragilità della democrazia in Ungheria e Polonia

LA FRAGILITÀ DELLA DEMOCRAZIA IN UNGHERIA E POLONIA

La democrazia è in pericolo? Si sta assistendo progressivamente a una deriva autocratica?

È la domanda che commentatori e analisti politici si stanno ponendo nel raffrontarsi con lo scenario imperante in Ungheria e Polonia. Un dubbio più che legittimo, avvalorato da quel che sta avvenendo negli ultimi anni nei due Paesi: un accentramento del potere in mano ai rispettivi presidenti, Viktor Orban e Andrzej Duda, l’ingerenza e l’interferenza totalizzante nei confronti delle voci di dissenso, la delegittimazione e lo svilimento dell’opposizione, il decadimento e la disarticolazione del sistema democratico, divenuto sterile strumento di riconferma della propria supremazia. Una strategia perpetuata da entrambi i soggetti politici, che ha visto la compromissione di diritti fondamentali, di valori costitutivi una democrazia. E qual è la facoltà per antonomasia a destare timore nel liberticida, a poter destabilizzare la sua rete di soggiogamento, se non la libertà di stampa?

L’ultimo atto della repressione dell’indipendenza giornalistica si è consumato a Budapest, a danno della testata Index.hu, il portale di notizie più letto nel Paese.

Il licenziamento del direttore Szabolcs Dull, silurato per aver denunciato le pressioni esercitate dal governo sul suo giornale, è stato seguito da un moto di ribellione, con le dimissioni in massa di oltre 70 giornalisti e dipendenti della redazione. Giornale, la cui proprietà afferisce a un imprenditore, Miklos Vaszily, amico di Orban, che alcuni mesi addietro ha acquisito il 50% della società controllante gli introiti pubblicitari di Index.

Uno smantellamento che ricorda molto la riconversione di un altro giornale critico, Origo, trasformato in un portale filo governativo. Un efficace collettore propagandistico, reso ancor più imponente e persuasivo dal raggruppamento di oltre 500 canali di comunicazione in un’unica fondazione, riferibile a magnati e oligarchi vicini all’uomo dei pieni poteri. Pieni poteri di cui Orban è stato fregiato lo scorso marzo col pretesto del contenimento della pandemia, che in Ungheria continua a imperversare con forza, registrando nei bollettini 519 decessi totali; un controllo capillare che trascendeva dall’ambito sanitario per penalizzare la stampa, imponendo il carcere per chi avesse diffuso notizie false.

Il bavaglio posto all’ultimo baluardo dell’informazione fa sì che tutte le testate del Paese siano soggette all’influenza del governo; il Paese ne risente anche in termini numerici.

Nel ranking stilato da RSF (Reporter senza frontiere) sull’esercizio della libertà di stampa e la tutela dei giornalisti, l’Ungheria è scesa in pochi anni dal 23esimo all’89esimo posto su 180 Paesi.

Una situazione confliggente coi principi cardini dell’Unione Europea, di cui l’Ungheria è membro rilevante nell’area dell’Est Europa. Orban, esponente del Ppe (Partito popolare europeo) ha partecipato attivamente alla discussione per l’approvazione del Recovery Fund. I Paesi di Visegrad, in primis l’Ungheria, hanno sostenuto l’accordo in virtù della decadenza  della condizionalità sancita dalla procedura dello Stato di diritto, basata sull’articolo 7 del Trattato di Lisbona.

Un compromesso a cui l’Europa ha dovuto necessariamente sottostare, ripudiando in parte, colpevolmente, l’impianto valoriale con cui era stata concepita.

Mancato vincolo di cui ha giovato l’altro player dello sciovinismo dell’Europa orientale: la Polonia di Andrzej Duda.

Rieletto alle presidenziali con uno scarto minimo dal suo diretto avversario, il liberal-democratico Rafal Trzaskowski, sindaco di Varsavia, nel ballottaggio tenutosi il 12 luglio, la sua è una politica che discende dall’emulazione pedissequa del mentore Vladimir Putin, a cominciare dalla guerra dichiarata nei confronti della comunità Lgbt e delle donne.

Da ieri infatti il governo del conservatore esponente del PiS (Diritto e giustizia), orientato dai fratelli Kaczynski, ha avviato il processo di dissociazione dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, più nota come Convenzione d’Istanbul.

Un accordo firmato e ratificato dalla Polonia nel 2015, quand’erano al potere gli europeisti di Donald Tusk, rinnegato il 25 luglio per bocca del ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro, falco dell’ala dura.

Le motivazioni che hanno condotto l’esecutivo a lasciare si riconducono a “una presunta influenza pervasiva dell’ideologia gender e gay nell’accordo internazionale” che introdurrebbe “il concetto di sesso sociale come concetto opposto al sesso naturale, biologico”. Una mossa coerente con la propaganda omofoba che Duda ha sfruttato per tutta la campagna elettorale, adducendo, inoltre, alla presunta imposizione della suddetta “teoria gender” nelle scuole.

Decisione che ha movimentato le piazze e che ha incassato l’avversione della Commissione Europea, delineando, in maniera ancor più marcata, quel profilo di inconciliabilità di membri dell’Unione che non possono permettersi di perorare la causa della manifesta discriminazione sociale.

Una privazione del fondamento democratico denunciata anche dal segretario del partito “Più Europa” Benedetto della Vedova in un’intervista al Globalist. Un auspicio, quello del segretario, in continuità con la domanda iniziale. Il richiamo alla casa comune europea, tesa a scongiurare altre cadute, a proteggere e preservare la fragilità della democrazia.


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