Crollo a Pietra Cappa, il Parco dispone l’interdizione di un tratto del sentiero
A seguito di un fenomeno franoso verificatosi nell’area di Pietra Cappa, il Parco Nazionale dell’Aspromonte...

A seguito di un fenomeno franoso verificatosi nell’area di Pietra Cappa, il Parco Nazionale dell’Aspromonte...
A Lenka, che ha capito subito quali argomenti occupano
la conversazione degli italiani.
A colazione, pranzo e cena, si parla di cosa e come si mangia, non di cibo, o di come si sta a tavola, si badi bene, non di alimentazione, poiché l’anglosassone food sarebbe “qualunque” sostanza da consumare e di cui ci sfamiamo giusto per fornire supporto nutrizionale all’organismo. Certo siamo animali soggetti a comportamenti diversi, ma pur sempre atti a soddisfare le banali esigenze d’un imperioso metabolismo.
Identità in cucina?
Se ne parla dinanzi a un desco imbandito, quasi per una forma di automatica tautologia, se non proprio di ridondante perissologia o di pleonasmo autoreferenziale, implicitamente ribadito all’inutile scopo di sottolineare qualche espressione tipizzante, distinguere tra cose superflue, o riaffermare la singolarità di certe consuetudini distintive d’un borgo, magari rispetto ai villaggi viciniori. C’è chi va in crisi se gli propongono la frittura di patate e peperoni (pipi frijuti chi patati o patati cu pipi frijuti, dipende dalla supremazia degli ingredienti o, a volte, dallo stato di “piccantezza”), chiamandola impropriamente ‘zimbatò (che richiede anche melangiani e, spesso, pomodori, se non, per alcuni, persino cipolle, zucchine e fagiolini), o addirittura peperonata o caponata “alla calabrese”.
Identità linguistica?
L’identità gastronomica sembra, comunque, più radicata financo di quella linguistica, dato che l’accento dialettale viene riconosciuto appena fuori dai confini provinciali, e dagli stessi corregionali, per essere individuato genericamente come meridionale, subito oltrepassata la Campania, e diventare intollerabile fastidio acustico in Lazio e Umbria. Ma la lingua che, bene o male e con notevoli sfumature, abbiamo in comune da Lampedusa a Trento (perché per Bolzano si nutrono dubbi) appare il prodotto d’una del tutto recente mistificante generalizzazione televisiva, piuttosto che un’eredità metabolizzata dalla massiccia campagna d’alfabetizzazione postbellica del secolo scorso.
Una paternità incerta e lo zampino francese
La recente ricorrenza celebrativa dantesca (700-esimo anniversario della morte del Sommo Poeta) non riesce a sfuggire a critiche, e non del tutto infondate, sulle vere origini d’un idioma che letterariamente ci unisce in un solo anelito patriottico, ma che nella parlata quotidiana, intrisa di cadenze e accentazioni tipizzanti, crea barriere ancora nettamente divisive. E che dire dell’esigenza avvertita da molti poeti in vernacolo di tradurre “la divina cummedia” in termini impropriamente localistici?
Tralasciando i polemici riferimenti alla smania di profferire sommarie sentenze in una sorta di giudizio universale da giottesca Cappella degli Scrovegni, alla catabasi virgiliana nell’Eneide, agli studi di Asín Palacios sulla tradizione islamica, o di T.S. Eliot sul confronto con Shakespeare, quando, sulle pagine del Frankfurter Rundschau, Arno Widmann descrive come “la prima poesia d’arte madrelingua italiana” sia stata in verità scritta in provenzale (lenga d’òc), – suffragando questa tesi grazie alla familiarità con il francese (langue d’oïl) dimostrata da Brunetto Latini, maestro e amico dell’Alighieri, nell’elaborare la sua più celebre opera, “Li livres dou Tresor“-, come contraddirlo con cognizione di causa?
Basterebbe rileggere un po’ più attentamente quanto ammise lo stesso autore del De vulgari eloquentia (6, 2): “…esistono molte regioni e città più nobili e più deliziose della Toscana e di Firenze… ci sono molti popoli e genti che hanno una lingua più piacevole e più utile di quella degli italiani…”!
Il contributo celtico
Anche il francese è stato, in ogni caso, il risultato di contaminazioni glottologiche subite nella Gallia romanizzata da parte d’un latino che già s’avviava alla “volgarizzazione”. L’idioma celtico, preesistente sino agli estremi meridionali della pianura padana, ha influito sia sul lessico gallico come sull’italico: da camisiam “chemise” e camicia, da carrum “char” e carro, dal catulliano basium “baiser” e bacio.
Il contributo francone
D’origine germanica (francone) sono tanti termini appartenenti al campo semantico della guerra (da werra, “guerre”; spada da spatha, “épée”; guadagno, nel senso di vittoria in uno scontro, da waidanjan, “gagner”), o dell’amministrazione territoriale (da fehu “fief” e feudo; da al-od “alleu”, allodio; da marka “marquis”, marchese; da ban “ban”, bando), poi il colore bianco da blank , “blanc” e certe caratterizzazioni (riche ricco, hardi ardito, laid laido), come anche, dal punto di vista morfologico, la desinenza peggiorativa in “-ard”, di “vieillard”, vegliardo o “bâtard”, bastardo.
La scuola poetica meridionale
Qualunque fosse l’influsso ricevuto d’oltralpe, indubbie sono pure le influenze che dalla scuola poetica siciliana si riverberarono sulla produzione culturale delle città ghibelline dell’Italia centrale, a cominciare dalla Bologna dove visse Guido Guinizzelli, riconosciuto padre del Dolce stil novo. Francesco de Sanctis e Antonio De Stefano ipotizzano che la lingua italiana abbia tratto un fondamentale impulso dai poeti di scuola meridionale, che già col carattere laico delle proprie tematiche e gli innovativi tratti del loro lessico, rappresentarono una vera rivolta nell’ambito della creazione artistica di quegli anni.
Folco Ruffo di Calabria
«D’Amor distretto vivo doloroso;/ com’om che sta lontano/ e vedesi alungare/ da cosa c’ama, vedesi noioso,/ languisce stando sano,/ perché non pote usare/ la cosa che li piace,/ per zo vado morendo;/ dunqua non mi dispiace/ tal morte soferendo,/ ma vivere mi pare…» sono rime scritte da Folco, nipote di Pietro Ruffo di Calabria, conte di Catanzaro, nonché cugino (o fratello) di Giordano Ruffo, maniscalco dell’imperatore Hohenstaufen, e autore d’un trattato d’ippiatria, subito tradotto in ebraico (Liber mariscalciae e successivamente “volgarizzato” De medicina equorum). Folco, che fu giustiziere del regno di Sicilia e poi Viceré, e inoltre poeta (in “italiano”), è un esemplare esponente della scuola meridionale alla corte di Palermo. Nel 1250 firmò il testamento di Federico II, mentre l’anno successivo sottoscrisse due privilegi concessi da Corrado IV a Giustinopoli (Capodistria) e Parenzo. Nemico implacabile di Manfredi, come lo zio, che fuggì a Napoli, presso papa Alessandro IV, resistette, dopo aver sconfitto alla Corona di Seminara i ribelli messinesi sbarcati sul continente, nei castelli di Santa Cristina e di Bovalino fino al 1256, quando dovette soccombere di fronte a Federico Lancia, dei marchesi di Busca, divenuto conte di Squillace.
Jacopo da Lentini e Cielo d’Alcamo
La poesia di questa Scuola meridionale fiorì dunque nel secondo quarto del XIII secolo, costituendo la prima produzione lirica in un volgare di cui si ha ampia testimonianza almeno dal 1220 al 1266. Pochi sono i frammenti pervenutici di queste produzioni liriche riconducibili ad altre zone d’Italia, come all’Umbria, a eccezione d’una canzone d’amore in cinquanta versi, trovata a Ravenna, la cui composizione risale all’arco cronologico incluso tra il 1180 e il 1210: “Quando eu stava in le tu’ catene, oi Amor, me fis demandare/ s’eu volesse sufirir le pene/ ou le tu’ rechize abandunare/ ch’enno grand’e de speranza plene,/ cun ver dire, semp voln’andare…“. Questi versi, che potrebbero essere alla radice della nostra letteratura, precedono sensibilmente le più antiche rime d’amore ritenute sinora quelle di Jacopo da Lentini, risalenti al quarto di secolo successivo (1235 ca): «Maravigliosamente/ un amor mi distringe/ e me tene ad ogn’ora…», dove lo spasimante (in provenzale fenhedor) non è in grado di manifestare i propri sentimenti di fronte alla donna amata: «In cor par ch’eo vi porti,/ pinta come parete,/ e non pare difore./ O Deo, co’ mi par forte/ non so se lo sapete,/ com’ v’amo di bon core;/ ch’eo son sì vergognoso/ ca pur vi guardo ascoso,/ e non vi mostro amore…» . Suppergiù, coeve al più noto Contrasto giullaresco di Cielo d’Alcamo: “Rosa fresca aulentissima,/ c’appari in ver la state,/ le donne ti disiano,/ pulzelle e maritate:/ traemi d’este focora,/ se t’este a bolontate;/ perchè non aio abentu notte e dia/ pensando pur di voi, Madonna mia…”
Guilhem Figueira
L’unico trovatore linguadociano che potrebbe aver soggiornato presso la corte di Federico II sarebbe stato Guilhem Figueira, di cui si ricordano i sirventesi, quei componimenti in versi, a volte con sottofondo musicale, dedicati al signore da un «sirven», servitore/servente; originario di Tolosa e attivo come menestrello provenzale alla corte dell’imperatore entro il decennio 1230-40; insieme con l’altro esule Aimery de Pégulhan, contribuì a fondare quella tradizione trobadorica di lamentazioni per i “bei tempi antichi” della Linguadoca prima della crociata albigese.
Alla corte normanna
Altri trovatori, però, come Giraut de Borneil, l’iniziatore del cosiddetto trobar leu («poetare leggero», accessibile, in opposizione al trobar clus) e Raimbaut de Vaqueiras, joglar (giullare) del principe d’Orange, sembra abbiano soggiornato in Sicilia ancor prima dell’ascesa al trono dello Stupor Mundi, già ai tempi (1166- 89) della corte normanna di Guglielmo II Altavilla (“…cui quella terra plora/ che piagne Carlo e Federigo vivo:/ ora conosce come s’innamora/ lo ciel del giusto rege,…” – Paradiso, Canto XX), in cui, peraltro, come diceva Iacopo della Lana, “si trovava d’ogni perfezione gente” e dove “erano li buoni dicitori in rima, e quivi erano li excellentissimi cantatori”. Certi riferimenti molto precisi e addirittura alcune fedeli traduzioni di testi provenzali, alla base, presupporrebbero fonti scritte, alla stregua delle diffuse liriche cortesi Minnesänger. Il manoscritto del canzoniere provenzale T, per esempio, potrebbe costituire un punto di contatto fra trovatori e poeti siciliani, contenendo due strofe della canzone del trovatore Folchetto di Marsiglia, “A vos midontç voill retrair’en cantan”, fedelmente tradotta dal poeta lentinese nella sua canzone Madonna dir vo voglio.
Il Placito di Capua
Giusto per dimostrare una certa acribia, la coscienza d’impiegare un linguaggio non ancora ben identificato, bensì diverso dall’ufficialità latina, sarebbe anteriore di alcuni secoli, risalendo a uno dei cosiddetti Placiti cassinesi (“memoratori” cioè, più che sentenze d’un tribunale, pareri su una disputa, se non proprio decisioni d’un giudice, costituenti dei documenti pergamenacei della seconda metà del X secolo), in particolare quello di Capua (960 d. C.), dove venne riportato in volgare campano la testimonianza d’un chierico resa in modo da essere compresa, non solo dai monaci benedettini di Montecassino e dalla parte avversa (Rodelgrimo d’Aquino), ma anche dagli altri testimoni e da quanti erano in qualche modo coinvolti: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti Benedicti» (sao da sapio, ko da quod, e così via sino alla persistenza del genitivo finale, rimasto in latino per religioso rispetto del nominato monastero).
L’indovinello veronese
Al tardo latino, piuttosto che a un primo volgare, apparterrebbe invece la probabile “probatio pennae”, tracciata (fra la fine dell’VIII secolo e l’inizio del IX) quale esercizio calligrafico preparatorio sul manoscritto d’un codice toledano, in forma di asserzione autoreferenziale, ossia descrivente l’azione medesima dello scrivere da parte dell’amanuense, paragonata a un qualche metodo d’aratura. In una coppia di esametri caudati, il cosiddetto indovinello veronese: «se pareba boues alba pratalia araba… » avrebbe anticipato, secondo Bruno Migliorini, il modello dantesco del “qui si parrà la tua nobilitate” (Inferno 2, 7-9), con un “sic” al posto del clitico (forma monosillabica) iniziale (se da sibi) che avrebbe infranto la legge linguistica (di Adolfo Mussafia) circa i criteri distributivi dell’accentazione (nell’enclisi s’appoggia al termine precedente, nella proclisi al seguente) nei pronomi atoni. In un caso “pareba” ha il significato di apparire, vedere, nell’altro di porre davanti, parare. Analoghe considerazioni andrebbero argomentate per il Ritmo bellunese, il Glossario di Monza, la Postilla amiatina, o l’Iscrizione della catacomba di Commodilla, risalenti a oltre un millennio fa.
Anatema sui “diversi”!?
L’esigenza, comunque, di tradurre ancora adesso il poema dantesco in vernacolo, e la reazione quasi istintiva, con annesso irretito anatema, alle osservazioni d’un critico letterario tedesco, Arno Widmann, forniscono un’indicazione sufficiente a capire quanto sia suscettibile di reazione sproporzionata il concetto identitario e fino a quali alte temperature possa giungere una sua febbre da contagio, sia in stato di generico panico (Laurence de Cock, Régis Meyran), sia di vera e propria crisi (Erik H. Erikson).
In “Hai sbagliato foresta – il furore dell’identità” (il Mulino, Bologna 2020), Maurizio Bettini discetta su quest’eccitata mania, sulla rabbia veemente, l’impetuosa esaltazione e il concitato turbamento, suscitati da una passione per l’uniformità, tuttavia con modalità da captatio benevolentiae e facile espediente per guadagnare il consenso d’una certa parte del pubblico dei lettori.
L’indovinello livornese o la cabaletta di Caproni
«Tonica, terza, quinta, / settima diminuita. / Resta dunque irrisolto/ l’accordo della mia vita?». E, in un ipotetico incrocio tra le rime del sommo vate fiorentino e l’irregolare standardizzazione strutturale del livornese Caproni, potremmo approdare a una coda a effetto, sia pur priva di pertichini o controcanto: “La suggestione d’un’indicazione:/ Cabaletta del passante richiesto/ di certa informazione stradale,/ e stregoneria d’un mago mesto/ per intercettazione ambientale:/ Nel mezzo del cammin di vita dura,/ che chiedi più, se non sei della tribù,/ oppure: in un’oscura selva,/ non ti resta… che cambiare foresta.”.
Amor di patria impavido
Anche l’origine del termine “Cabaletta” risalirebbe al provenzale cobla (“strofa, stanza”, spagnolo copla), italianizzato in cobola col diminutivo coboletta, sempre che non si tratti invece d’un’«aria di sortita», a mo’ di cavatina. Quella da I Puritani di Bellini venne scelta come inno patriottico del Movimento Indipendentista Siciliano da Andrea Finocchiaro Aprile: “Suoni la tromba e intrepido/ Io pugnerò da forte;/ Bello è affrontar la morte/ Gridando: libertà!/ Amor di patria impavido/ Mieta i sanguigni allori,/ Poi terga i bei sudori/ E i pianti la pietà…”.
Locus communis
“Voi date fiato alle vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane!”, la frase il Capponi potrebbe averla pronunciata in piazza, un “locus communis”, cioè, dove le persone si incontrano, per conversare tra loro, scambiandosi informazioni che diventano appunto dei luoghi comuni, come la stessa piazza, dove “Tutto fa brodo”, o “Non ti regala niente nessuno”, lasciando “Ai posteri l’ardua sentenza”. Caratteristica del “luogo comune”, ancor più della sua banalità, sarebbe l’accettazione acritica con conseguente approvazione incondizionata quanto infondata dall’imbonimento autoriale e dalla mistificazione orale.
Verba …voland
“Scripta manent”, non il dogmatismo irrazionale delle chiacchiere; “Verba …voland”, Valand, Faland o Wieland, come nel Faust di Goethe, o il russo Воланд, misterioso professore straniero, esperto di magia nera, nel romanzo “Il Maestro e Margherita” (Мастер и Маргарита) di Michail Bulgakov. Luoghi, verba, parole, diabolici dettagli dettati dal pregiudizio, che riflette opinioni preconcette, preconfezionate, fortemente categorizzanti, ma per sentito dire e non per conoscenza diretta. Stereotipi (da στερεός τύπος,“rigida immagine”), duri da scalfire; nel linguaggio della stampa, l’analogia tipografica è con cliché, onomatopeico per quel rumore ripetuto. Idiomatico (ἰδιωματικός «particolare») è invece un modo espressivo proprio e particolare d’una lingua o del dialetto d’una regione. Salvo poi venire a scoprire che gran parte di ciò che annoveriamo tra le “nostre radici” è il risultato d’una controversa forma d’invenzione, come hanno sostenuto Eric Hobsbawm e Terence Ranger, fin dal 1983.
«Perché non tutto del nostro passato – ha scritto in proposito Bettini – diventa tradizione, ma solo ciò che può servire oggi. Si tratta di quel processo chiamato “filiazione inversa”, secondo cui non sono i padri a generare i figli, ma i figli che generano i propri padri. Non è il passato a produrre il presente, ma il presente che modella il suo passato».
“Le lieu commun” di René Magritte
Alla “foresta” di Giorgio Caproni, nella “Cabaletta dello stregone benevolo” (1975), riporta “Le lieu commun” di René Magritte, una delle quattro opere del 1964 dove si rappresenta l’«uomo con la bombetta» (le altre tre sono: La grande guerre, L’homme au chapeau melon, Le fils de l’homme), giusto al culmine di questa tematica pittorica. In una selva surreale, si trova immersa una singola figura riprodotta da due punti di vista (o forse due figure dall’aspetto identico?); raro esempio in cui viene mostrato l’intero volto dell’enigmatico personaggio, nella maggior parte delle altre immagini, rappresentato di spalle. Da evidente emblema dell’uniformità borghese, non possiede tratti distintivi facciali, potendo essere confuso con un uomo qualunque. Ciò che però appare insolito è il modo in cui il soggetto geometricamente s’intreccia alla colonna di pietra rossa in primo piano e a quell’alta foresta verde, su uno sfondo presunto, di modo che l’effetto generale di questa composizione a strisce, risulti caratterizzato da un fondale che si pone in risalto e dal medesimo tema principale ridotto a scenario. Innegabilmente, Magritte sta giocando con quelle che sarebbero le nostre aspettative sul modo in cui la prospettiva debba funzionare all’interno d’una cornice, così come pure sull’ordine pittorico di paesaggi e ritratti, arrivando a sovvertire questi generi tradizionali di rappresentazione per sfidare la nostra stessa comprensione della realtà fino a invertire il senso di ciò che è naturale con quanto può essere percepito.
“L’uomo con la bombetta è solo un uomo della classe media nel suo anonimato“, sosteneva l’artista belga. Negando l’angoscia di doversi distinguere a tutti i costi, l’uomo con la bombetta costituiva un veicolo per esplorare il mistero attraverso l’ordinario, l’inconsueto mediante il convenzionale. “La bombetta funziona come una maschera nell’imporre un sobrio anonimato a chi la indossa“, commentava il famoso critico d’arte britannico David Sylvester. Il disagio sociale viene così mitigato dal travestimento formale, che funge da distanziatore, ma finisce per sovvertire qualcosa di banale con un risultato a effetto sorprendente.
Bettini M. Hai sbagliato foresta – il furore dell’identità, il Mulino, Bologna 2020
Bettini M. Contro le radici – Tradizione, identità, memoria, il Mulino, Bologna 2012
de Cock L. et Meyran R. (dir.) Paniques identitaires, Edition du Croquant, Volaines sur Seine 2017
Erikson E. H. Identity – Youth and Crisis, Norton & Co, New York 1968
Hobsbawm E. and Ranger T. (eds) The Invention of Tradition, Cambridge University Press, Cambridge 1983
Ierace G. M. S. L’identità italiana in cucina – Locavorism – dieta mediterranea – Il Cibo come Cultura – Come
apparecchiare la tavola per il gusto dell’appartenenza, https://www.nienteansia.it/
Ierace G. M. S. Contro le radici – La mappa dell’Anima – Si fa presto a dire dio – l’ossessione identitaria e il
gatto di Montaigne, https://www.nienteansia.it/
Ierace G. M. S. Luoghi di Mnemosine – Psicosocioetnoantropologia della rappresentazione,
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Ierace G. M. S. L’invenzione della virilità, omofobia, xenofobia, misoginia…, https://www.nienteansia.it/
Ierace G. M. S. Identità di genere – Chimere e prodigi del corpo, https://www.nienteansia.it/
Widmann A. Dante: Die Guten ins Töpfchen, die Schlechten ins Kröpfchen, Frankfurter Rundschau, 25/3/21
