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Università mediterranea

UNA FEMMINA, FILM DI FRANCESCO COSTABILE

Fimmanuni, fimmanazzi & Tragediaturi

“Il film più azzeccato non vien mai realizzato” potrebbe fare il paio con l’adagio di grande impatto emotivo d’una certa saggezza ‘ndranghetista: “La parola migliore è quella che non viene pronunciata” e con quel “parlare oscuro”, o quel “detto non detto” tipico della “cultura dell’implicito” che fa sì che uno sguardo o un cenno impercettibile sia più eloquente d’un’elaborata predica prolissa. E di Lina Siciliano l’obiettivo di Francesco Costabile riesce in effetti a cogliere proprio quella spontanea ed espressiva occhiata di sfida, ancor prima che comunicativa… 

Positivismo “eutopico”?

Ma questa restituzione delle tensioni, (ir-)risolte nel silenzio, sembrano la struttura visiva più riuscita d’un tale ambizioso progetto filmico che non parte da un apposito script di fiction, bensì da un’inchiesta sul campo dalla quale forzatamente si trae la (fino a che punto plausibile?) conclusione che ogni angosciante problema d’un’atavica e radicata mentalità delinquenziale potrà, in un prossimo futuro, brillantemente risolversi in un’auspicabile presa di “coscienza femminista”; ed è qui che l’inchiesta sconfina pure dalla fiction per tradursi in pura … “fantascienza”, su di un versante forse “eu-topico”, al contrario dei vari distopici Bradbury, Orwell, Burgess, McCarthy…. 

Mamme santissime e “Fimmine ribelli”

E, già dal titolo, sembra riprendere, declinandola nell’altro se-(n/s)-so, la nota suddivisione che Sciascia mette in bocca al Don Mariano de “Il giorno della civetta” (romanzo del ’61, divenuto film nel ’68: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie… anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»): Mamme santissime, fimmanuni, fimmanazzi, fimminielli e “Fimmine ribelli”. 

Libertà e verità

Un’«Avvertenza», in appendice all’edizione einaudiana, dichiarava la verità sottintesa alla finzione, la cui “libertà” non voleva affatto non farsi significativa nei confronti d’una letteratura che, della mafia, fino a quel momento (e ancora oltre, se rammentiamo che “The Godfather” di Mario Puzo è del ’69 e la celeberrima serie de “Il Padrino” di F. F. Coppola arriva fino al 1990), aveva fornito una rappresentazione edulcorata se non addirittura “apologetica”. 

Una “questione” (solo) meridionale? 

Alcuni organi politici e d’informazione d’una tale “piovra” (la serie tv va dal 1984 al 2001), mostruosamente abbarbicata alle pur distanti sponde dell’Atlantico (l’inchiesta “Pizza connection” fu condotta tra il 1979 e il 1984, il film di Damiano Damiani è del 1985), ne negavano persino l’esistenza, o tutt’al più ne fornivano il ritratto come d’una qual certa «visione della vita, di una regola di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi dello Stato». 

Il vate di Racalmuto avvertì quindi subito l’impellente esigenza di svelare tutta la drammaticità del fenomeno, in modo tale che il problema assumesse quella rilevanza sociale che meritava. Da allora è passato più di mezzo secolo e la “questione” meridionale ha assunto tonalità ancora più fosche. 

Lo spunto iniziale: ribellione=salvazione?

Un libro (Fimmine ribelli. Come le donne salveranno il Paese dalla ‘ndrangheta, quale quello pubblicato da Lirio Abbate, nel 2013, su quattro particolari casi di donne della Piana, “ribelli” in quanto “condannate” per aver offeso l’onorabilità della famiglia, “allargata” anche ai parenti acquisiti dagli obblighi e dal rispetto dovuto all’aristocrazia criminale “locale”) sarebbe già pretenzioso di suo, quindi, nel presumere una “svolta”, almeno nell’anticipazione delle conclusioni, in quel volersi interrogare, e in automatico rispondersi positivamente senza sufficienti motivazioni (ma chi li mette, alla Rizzoli, questi sottotitoli da Giornata Mondiale dell’ottimismo?), sul ruolo delle donne (quasi sempre “vittime”, comunque) che, in caso d’estrema necessità, nell’ambiente più marcatamente mafioso, sarebbero già “costituzionalmente” pronte a “un salto di qualità”, anche a rischio della vita, all’interno di ‘ndrine che definire “maschiliste” è assai più che riduttivo e generoso: «Le donne possono portare e togliere l’onore, – si dice in quest’ambiente – ma tocca all’uomo vendicarsi»; e, anche qualora potesse questo viraggio spostarsi su un assetto tribale di tipo matriarcale, non si dimostrerebbe esso altrettanto resiliente e arcaico, nonché funzionale alla progettualità delittuosa e a logiche efferate, congeniali a un patrimonio genetico non certo in grado di operare distinzioni di genere (Mamme santissime/Padrini) e contrario  a ogni valore esibito in false retoriche di rispetto, d’onore, e financo di “famiglia” che fa sì che tutti i figli – maschi o femmine che siano – diventino mere “pedine” di nuove alleanze e futuri progetti criminosi?   

Oppressiva “volontà di potenza”  

Purtroppo qualsiasi tentativo nello smantellamento di quelle “magnifiche sorti e progressive” d’un’organizzazione delinquenziale, non più soltanto regionale, ha avuto quale risultato un generale espandersi e un ulteriore rafforzarsi, non più radicato in un territorio rurale limitato a poche casupole diroccate, bensì, grazie anche alla complicità della globalizzazione, in grado di colloquiare su più tavoli internazionali, dove il peso finanziario schiaccia le “volontà di potenza” di singoli non allineati sullo stesso piano di quel bulldozer compressore che impone il ritmo di facili guadagni, tali da attrarre le attenzioni di altri potentati in vena di ricerca di scambi di favori; e non intendo con essi cortesie da “pranzo di gala”, che, come ben si sa, non è mai una “rivoluzione” (tanto, anche in quel caso, la criminalità troverebbe il sistema di guadagnarci lo stesso!). Ma forse non è una rivoluzione/ribellione neppure immolarsi consapevolmente sull’altare d’una “giustizia” (con la minuscola, in tutti i sensi) che, in quanto istituzione, tarda persino a concepire una qualche protezione per i sicuri bersagli d’un’inarrestabile violenza dalla memoria elefantiaca e soprattutto non misericordiosa neanche a distanza di decenni.

“Follow the money” 

“I meno cadaveri sono già degli zombi” si potrebbe affiancare invece a “i morti sono meglio dei cristiani”, che panegirici non ne declamano più, tra gli archi bui, le ripide scalinate, le viuzze strette scolpite sui macigni d’un paesaggio di per sé cimiteriale; Verbicaro (più noto alla storia per una sommossa popolare che per fatti di mafia), forse neppure ambisce a “borgo più bello d’Italia” (anche perché “tutta questa bellezza non la meritiamo”!), dove invece il business mafioso s’incista molto, ma molto, meglio. 

Probabilmente è troppa la carne al fuoco, e un film “contro” la ‘ndrangheta s’è intrecciato con altri sottogeneri: “sulla” o “di” mafia, oppure sulle donne che la mala frequentano e di questa diventano spesso vittime, altre volte complici, talaltra carnefici?

Generi e sottogeneri

Dal documentario “La Santa. Viaggio nella ‘ndrangheta sconosciuta” (2007) dell’argentino Ruben H. Oliva (“sul” controllo mondiale della cocaina) a “Uomini d’onore” (2009) di Francesco Sbano, approccio simil-scientifico all’organizzazione mafiosa inquadrata dall’interno; ovvero, da “Anime Nere” (2014) di Francesco Munzi, ispirato al romanzo di Criaco, e da “La terra dei santi” (2015) di Fernando Muraca (la ‘ndrangheta vista da un’ottica “femminile”), fino al recente lavoro sul campo (appunto la Piana) di Jonas Carpignano: “A Chiara” (2021), che ripropone il classico Bildungsroman in chiave (tras-)formativa, quel “disvelamento” avvertito urgente da Sciascia è riuscito a renderci più edotti su d’una “questione” meridionale che molto presumibilmente non è neanche soltanto criminale?

Il “segreto di famiglia”

In comune con l’opera carpignanese c’è il “segreto di famiglia”, dal quale si snoda una vicenda in cui quel “bild” (centro semantico: immagine, da cui metafora), dal magico potere miracoloso della morfosfera goethiana, va riproducendosi, quale contenuto, in qualcosa di molto (d-)istruttivo in grado di educare (verbo bilden, che significa costituire, da cui il sostantivo Bildung, cultura); dolori, emozioni, passioni, continue scoperte, contribuiscono all’evolversi della personalità della protagonista dell’una (Carpignano) come dell’altra pellicola (Costabile) verso una maturità che necessariamente non può che essere auto-formazione e, in ultima analisi, vera e propria tras-formazione dalla quale non si potrà più tornare indietro. 

Validità euristica del romanzo di formazione/trasformazione

Ma questa categoria continua ancor oggi ad avere la stessa validità euristica dell’epoca dell’Agostino di Moravia (1943), L’Isola di Arturo (1957) della Morante, o di quell’incompiuto Ernesto di Umberto Saba del quale Samperi, nel 1979, volle ripercorrere il difficile sentiero narrativo per arrivare alla scoperta del “cuore delle cose”, anche qualora rappresenti argomenti non proprio elevati?

Del capolavoro di Elsa Morante, Damiano Damiani fece una trasposizione cinematografica già sei anni prima de “Il giorno della civetta”, in quello stesso 1962 in cui Mauro Bolognini portò sullo schermo il romanzo di Alberto Moravia. Il che indurrebbe a pensare che il tempo del Bildungsroman, almeno per come l’abbiamo conosciuto, sia ormai trascorso da un pezzo.

Una realtà “trans-linguale”?

In questa prima parte (che abbiamo intitolato, con una certa qual appropriatezza: “Il segreto di famiglia”) si esibisce un po’ troppo gratuitamente un qualche stile “artistico” che, con inquadrature fin troppo studiate, esasperate sfocature e lunghi silenzi, rischia lo sconfinamento in un barocchismo kitsch di maniera, accentuato poi ulteriormente da un esagerato ricorso alla parlata dialettale, come se, nel terzo millennio, nessun calabrese di nuova generazione, ma proprio nessuno, sia stato scolarizzato (in presenza o a distanza), o non segua i programmi televisivi nazionalpopolari, nemmeno degli sdolcinati brividi di Sanremo. Diversamente da qualche decennio fa, i giovani rampolli delle “aristocratiche” famiglie del crimine organizzato, salvo poche eccezioni, si sono laureati a pieni voti e parlano fluentemente inglese, tedesco, spagnolo, o stipulano contratti internazionali, persino in alfabeto cirillico, lasciando il lavoro sporco, che qualcuno deve pur fare, alla bassa manovalanza dei mercenari. Semmai hanno mantenuto sempre, ma per pura “volontà di potenza”, quella gretta mentalità oppressiva che per loro costituisce, come scriveva Sciascia nella nota a “Il giorno della civetta” (1961), il perno di una: «visione della vita, di una regola di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi dello Stato». 

Dialettalismi e gergalità 

C’è sempre un nesso fra lingua e costume, e ancor più fra repertorio linguistico e codice culturale, all’interno del quale sono state studiate sia delle pause minacciose, sia espressioni equivoche ed eloquenti insieme, tutte nel contesto d’una parlata intessuta da modi di dire a volte più significativi in dialetto, altre volte traslati nell’italiano regionale o in uno ancor più locale e popolare, che tuttavia rispecchiano sempre le relative mentalità associatevi. Certo, sono molti i dialettalismi proprio in riferimento a concetti e principi fondamentali delle consuetudini ‘ndranghetiste (“cu campa campa, cu mori mori”, “cumandari è megghiu chi futtìri”, cascettuni “infame” spia, ecc.); e sono altrettanti i gergalismi, solo formalmente italianizzati, che assumono significati specifici e magari diversi rispetto a parole omofone del linguaggio nazionale corrente (è il caso, per esempio, di “contrasto onesto”, per chi ancora non è entrato a far parte dell’organizzazione, “crimine”, struttura decisionale, “dote” o “fiore”, conferimenti di gradi, “locale”, struttura di coordinamento, “sgarro”, grave offesa…); ma, sia nell’un caso che nell’altro, spesso il significato specifico di credenza e pratica ‘ndranghetiste è definibile solo con articolate perifrasi proprio perché inserito nella prevista precisione d’una norma e un formulario mafiosi (scatasciari: vuotare il sacco).

Oltre ai sottotitoli, andrebbe allora aggiunto un apposito glossario o magari un apparato di note e codicilli a piè di pagina?

Il “tragediatore”

Una considerazione a parte merita la valenza “allotropa” del termine “tragediatore”, nel senso di protagonista e narratore della propria storia, e non nella traduzione letterale di chi imbastisce appositamente trame non a fini drammaturgici. In “un almanacco di voci e modi di dire di Racalmuto, «kermesse» della memoria”, Sciascia distingueva un tipico “tragediatore” dell’area palermitana, a più alta densità mafiosa, da quello più innocuo della sua ristretta zona racalmutese, forse “più babba” (leggi: priva di malizia): ovverossia uno che “tiene in triboli” parenti e amici dall’altro tormentato masochista che, secondo la definizione dell’Alfieri, si dimostra un “ingegnoso nemico di se stesso” (“… Già da natura, e per amor più assai,/ Da immaginato mal mi avviene spesso/ Ch’io traggo veri e ben cocenti guai…”). 

“Frei will ich sein im Denken und im Dichten”

Nella patria di Pirandello, allargandosi un po’ più in senso goethiano (“Frei will ich sein im Denken und im Dichten”, libero voglio essere nel pensare e nel poetare), il “tragediare” avrebbe potuto anche rappresentare un esercizio di stile e di pura fantasia. Camilleri aggiungeva una terza opzione di ruolo nell’organizzare burle e beffe pesanti a rischio di gravi ritorsioni. Un’ambigua polisemia che si ripete nella condizione di chi è riluttante a confessare il vero laddove è assolutamente necessaria, pena la vita, o di chi finge d’essere ciò che non è, quindi anche del doppiogiochista o del “semplice” traditore abile nel darsi da fare a imbrogliare le carte.

“The Funeral” (1996) di Abel Ferrara  

La seconda sezione, quella della “presa di coscienza” e dell’istruzione che si fa distruzione (Revanche, rache, revenge, vengeance, vendetta, da vindicare, dicare venum, offrire un prezzo; per altri, da vim, minaccia violenta, o da venia licenza, oppure vindex, riscatto), presenta toni differenti in reiterate “scene madri”, sempre sopra le righe, eppure persino banali, inframmezzate da inadeguati inserti onirici. 

La mimetizzazione da film di genere (di, sul, contro), non nasconde difatti quella che resta, in buona sostanza, una tragedia squisitamente “morale” e, per certi versi, paragonabile a “The Funeral” (1996) di Abel Ferrara; e qui saremmo forse troppo ingenerosi con l’autore statunitense, se dovessimo conservare la definizione di “mafia” o “gangster” movie, visto il marcato ruolo positivo, antagonistico e rivelatorio delle mogli dei boss. Attraverso loro si insinua la critica (diciamo: di stampo “settentrionale” od occidentale, dal sentimento laico, o di fede protestante?) a quell’assurdo, eppure a volte comprensibile e naturale, “familismo amorale” nutrito dalla mentalità mediterranea di fondo cattolico, alla radice della condotta camorristica, mafiosa o ‘ndranghetistica che voglia definirsi. 

Il destino è consolidato da regole che prevedono lo scorrimento d’altro sangue e, con l’esecuzione della vengeance/vendetta, non si sfugge a tale predestinazione. L’impossibilità di rapportarsi con gli altri, d’amare, e di vivere, assegna la palma della vittoria finale a un Male, che in questo caso va scritto con l’iniziale maiuscola.

Una “questione” … lombrosiana?

In “Una femmina” di Francesco Costabile, il titolo acconsente a una definizione peggiorativa o dispregiativa d’un’etno-antropologia simil-lombrosiana (“La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, appena appena sottoposto alle “correzioni” delle riflessioni positiviste della figlia Gina, maritata Ferrero) che bandisce il biologico e il funzionale in favore d’una dimensione sessuale e semantica del malaffare, oppure al tono di commiserazione per via della bassa condizione sociale. 

Il martellante ricordo della madre rende quella che a parole è “una femmina”, nei fatti, un “maschio”, in grado di togliere alla verità il “velo” che l’ottenebra, e con essa le menti, il coraggio, la dignità d’un’intera umanità. Omertà e crudeltà, pregiudizi e odi sembrano rievocare l’atmosfera altrettanto arcaica e aspra dei gotici orrorifici, tipo “Winchester, The House That Ghosts Built” (2018) dei fratelli Spierig, i quali impastano credenza e incredulità nella medesima materia visionaria di cui è fatto il cinema, oppure “The Woman in Black” (2012, per la regia di James Watkins), storia di fantasmi, colpe e vendette in una cornice di prevedibilità cui l’elemento narrativo poco riesce però ad aderire. 

A mancare, difatti, è ancora la specifica dimensione filmica, raggiunta solamente nella pregnanza figurativa della scena da coro tragico-teatrale greco delle donne velate a lutto che svestono il capo in una sorta di citazione evangelica all’epistola paolina (la prima ai Corinti 11: 10): “… Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza…”. 

Allo sguardo antropologico-criminale s’affianca un altro quasi poetico-melò che andrebbe ben al di là del teatro lorchiano (La casa de Bernarda Alba) per sfociare nell’edulcorazione per lo schermo di Bodas de Sangre, da parte di Paula Ortiz (La novia, 2015), oppure in una versione in gonnella di “Pericle il Nero” (di Stefano Mordini, 2016). Ma, al netto dello scarto tra inchiesta e pura finzione (funzionale allo scopo contro- di- sul “genere” femmina/‘ndrangheta), nel calcare troppo la mano per scurire i toni già troppo plumbei della vicenda, il rischio maggiore che si corre è proprio quello di scadere nell’iperbole enfatica del tragediatore.

 

Camilleri A. Il gioco della mosca, Sellerio, Palermo 1997

Gratteri N. e Nicaso A. Dire e non dire. I dieci comandamenti della ‘ndrangheta nelle parole degli affiliati, Mondadori, Milano 2012

Ierace G. M. S. Anime nere, Calabria Letteraria, 249/253, 10-13, gennaio/dicembre 2016

Ierace G. M. S. Cinefili e film d’essai: così è il Sud? Narrativamente si aspira al riscatto, ma la rappresentazione documentaria resta senza scampo, Calabria Letteraria, 266, 67-71, gennaio/marzo 2020

Ierace G. M. S. Tutti i soldi del mondo. Quanto vale un Van Gogh dall’orecchio mozzato? Calabria Letteraria, 267, 56-9, aprile/giugno 2020

Ierace G. M. S. Chi non s’inchina si spezza? Vizi privati di pubbliche virtù, Calabria Letteraria, 267, 101-4, aprile/giugno 2020

Ierace G. M. S. In terra di santi (morti) beata è chi resta “santista” (peccatrice, viva)! Calabria Letteraria, 269, 81-83, ottobre/dicembre 2020

Ierace G. M. S. A Chiara: Non è un paese per quindicenni, https://calabriapost.net/cultura/a-chiara-non-e-un-paese-per-quindicenni

Redfield M. Phantom Formations: Aesthetic Ideology and the “Bildungsroman”, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1996

Sciascia L. Kermesse, Sellerio, Palermo 1982

Sciascia L. Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2002

Varanini F. La formazione come arte letteraria: ovvero la Morfosfera, FOR, Rivista Aif per la formazione, vol. 1, n. 90, gennaio-marzo 2012, pp. 47-48, Milano, Franco Angeli, 2012

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