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NON SIAMO NATI PER RIPARARE IL DOLORE DEGLI ALTRI

Di che cosa parliamo quando pronunciamo la parola amore? Quale idea aleggia nella nostra testa quando pensiamo all’amore? Di norma un idillio, una sinfonia di cori celesti senza nessuno stridore, nessuna dissonanza, nessuna infelicità.  

Poi, però, succede che il tuo compagno, un giorno qualunque, nel parcheggio di un supermercato qualunque, abbia un arresto cardiaco e ci si ritrovi bloccati, completamente paralizzati e incapaci di agire o chiedere aiuto. “Assistevo a quella scena come uno qualsiasi degli spettatori che si erano radunati intorno, credo nessuno avesse capito che ero con te, chi avrebbe potuto mai notare in quell’istante che l’anello che portavi all’anulare sinistro fosse lo stesso che c’era al mio, non una semplice francesina o mantovana, ma una fede in oro bianco che avevamo deciso di farci fare appositamente da un artigiano, perché la nostra unione non sarebbe stata come qualsiasi altra a partire da quello”. E da quel momento la tua vita, la tua vita perfetta, crolla rovinosamente, come quel corpo riverso sull’asfalto.

Comincia così “Il dolore degli altri”, romanzo di esordio di Rosy Demarco: bruscamente, il lettore è subito coinvolto in un impietoso viaggio a ritroso di quello che è stato il matrimonio dei due protagonisti. Una relazione tossica della quale, lucidamente, l’autrice racconta i silenzi e i non detti, le ritualità stanche, le dipendenze, il complicato gioco di aspettative reciproche che avalla, in modo quasi archetipico, le crepe silenziose di quella coppia, di tante coppie.  “Non so bene quando le cose abbiano cominciato a slittare lentamente verso il basso, a incanalarsi irrimediabilmente verso un’unica direzione.  È come quando l’acqua si scava una via nel terreno, tra le rocce e la ghiaia, poi si assorbe e la terra si asciuga. Ma quando torna a piovere l’acqua riprende a percorrere la stessa strada, svogliata, silenziosa, e continua a scavare senza fretta, aggiungendo ogni volta millimetri al suo viaggio, senza effettuare deviazioni, senza il pensiero di una destinazione, ma solo quello di allungare il proprio percorso, uno spazio apparentemente insignificante, conquistando una via che non cambierà nel suo ritornare”.

“… A volte la vita ci mette davanti alle situazioni importanti senza preavviso, senza darci il tempo di prepararci e in quell’istante si svela la vera natura delle cose, dei sentimenti, delle relazioni…” L’abisso che si apre in quel parcheggio per la protagonista cresce con il susseguirsi delle pagine. Rosy Demarco non fa sconti al lettore, lo irretisce dentro una densa rete di dialoghi e monologhi interiori che accompagnano e raccontano in maniera coinvolgente e sconvolgente la discesa agli inferi della protagonista e del suo compagno. E mentre si susseguono i capitoli, e i piani narrativi si intersecano, consentendo a chi legge di entrare nel prima e nell’ora della vita dei protagonisti, tutto va a rotoli, complice anche una terza presenza, il soccorritore, che diventa elemento destabilizzante per la donna, costringendola a guardare alla sua vita matrimoniale e a se stessa, forse per la prima volta.   

Una epifania: scopre di sentirsi costantemente inadeguata, delegittimata dai comportamenti del marito che gioca egregiamente il ruolo del carnefice tanto quanto, volontariamente, lei si è assegnato quello di vittima, prigioniera di tanta infelicità. “In principio era lo smarrimento per quei cambi repentini a divorare la mia attenzione; tutto tornava normale solo adulterando quello che era avvenuto, come non fosse stato. Col tempo capii che c’era una sorta di innalzamento del livello di condiscendenza, come se di fronte alla mia capacità di adattarmi al dolore tu dovessi provare a spingere un po’ più in alto la soglia di sopportazione.”

E dunque di cosa parliamo davvero quando parliamo di amore? “Eravamo lì per un meccanismo inconsapevole che non era quello dell’esserci innamorati ma perché il nostro dolore era stato il magnete che ci aveva avvicinato, perché quelle dinamiche del disamore, le uniche che avevamo appreso, potessero continuare a compiersi. Era così e forse lo sarebbe stato per sempre”.  Rosy Demarco è molto brava a scavare nelle solitudini di tutti noi, è spietata nello scardinare stereotipate consuetudini; non offre ricette e rassicurazione, e questa è la forza dirompente del suo romanzo; eppure, in tutte le pagine, la cura estrema verso la parola, la sensibilità con la quale accompagna la protagonista e l’empatia verso la sofferenza dell’anima umana diventano quasi conforto per chi legge. E dallo schianto totale del “per sempre”, dal rumore assordante di cocci che non si possono ricomporre, “non siamo nati per riparare il dolore degli altri”, si fa strada una nuova, fragilissima, consapevolezza che vola verso un finale inaspettato.

Rosy Demarco, Il dolore degli altri, Castelvecchi           

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