Crollo a Pietra Cappa, il Parco dispone l’interdizione di un tratto del sentiero
A seguito di un fenomeno franoso verificatosi nell’area di Pietra Cappa, il Parco Nazionale dell’Aspromonte...

A seguito di un fenomeno franoso verificatosi nell’area di Pietra Cappa, il Parco Nazionale dell’Aspromonte...

Umberto Galimberti & la libertà
«Ora che la Terra s’è fatta piccola, numerosi gli operatori e giganteschi i mezzi tecnici», già, ora che si fa? Umberto Galimberti, come Alice, non lo sa. Ma sa congetturare. Possibili vie d’uscita, strade, itinerari, percorsi, come quelli del viandante (tanto per dirne uno) congetture e confutazioni. L’illusione della libertà non riguarda la sua idea; che, da qualche parte, pure c’è. Nel neoliberismo scienza, tecnica ed economia riducono la libertà, ma altrettanto fanno con la sua idea. Vincoli, artifici politici (lo Stato hobbesiano in quanto artefatto culturale, in definitiva), ostacoli, apparati tecnici, il «destino» stesso, la mercificazione dell’umanità, la razionalità economica, la condizione umana, tutte queste cose, passando, fanno lega contro la libertà. Che dai Greci a oggi si riduce, si smaterializza, si spersonalizza e muore. Velocizzazione, funzionalizzazione, etica della prestazione e dell’efficienza – e siamo qui, dalle nostre parti. Sui nostri passi. Sui passi del viandante. La libertà, da sempre impossibile, si rivela, oggi, inesistente. Molti i vincoli, a partire da quelli relativi al nostro codice genetico, all’influenza dell’ambiente (che è natura e cultura), ma anche a quelli giuridici, economici, sociali, sentimentali, e chi più ne ha. In fondo, basta partire da un concetto, quello di libertà. Galimberti non fa altro che smascherarne l’illusione. Per i Greci, non si poteva uscire dal cerchio/ciclo del cosmo. Per il Medioevo cristiano, dalla volontà di Dio. Per la (nostra) modernità, dal soggetto auto-fondato (il cogito cartesiano); per noi, contemporanei, dalla mancanza di fondamenti e di legittimità rispetto a ogni umanesimo. Il dono dei vincoli non è, in Galimberti, come quello di Roberta De Monticelli. E’, invece, una restrizione, un abbattimento, un restringimento, un impedimento ad andare oltre. Da principio, ci fu il vincolo aristotelico; l’uomo, (più o meno, a dire il vero), dovrebbe essere un «animale razionale». Il problema non sta, tanto, nel «razionale»; piuttosto. nell’«animale». Per essere tali, infatti, ci manca l’istinto; lo stimolo correlato alla risposta; l’orizzonte di senso di un ambiente al quale si va a restituire una risposta adeguata. Mancando d’istinto, l’uomo – con la sola sua razionalità – manca di definizione. E, dunque, indefinito e impersonale (e, forse, del tutto imperscrutabile; dato che Galimberti fa riferimento anche all’inconscio freudiano che contribuisce a determinarci come vuole lui), l’essere umano conduce la propria esistenza in maniera inessenziale; inesistente. Se la libertà avrebbe dovuto essere e rappresentare la sua umanità, questo uomo-monco (gli manca l’istinto, secondo la definizione del vecchio Stagirita) costruisce una sua propria idea di libertà in mancanza della libertà stessa. E, forse, proprio per questo, Karl Marx, ha partitamente spiegato che tra uomo e uomo si inserisce il denaro/la cosa/l’oggetto. I beni diventano merci e l’essere umano ha a che fare con esse, e col loro valore di scambio. Il mercato capitalistico si rifrange nella giurisdizionalità. I diritti umani diventano inviolabili; dunque: vanno a costituire un altro vincolo. La libertà non ha modo di uscire fuori. O, meglio, da quel suo concetto (peraltro, solo ipotizzato) iniziale, si accorcia sempre di più. L’individuo diventa un funzionario del mercato; assume un ruolo. Questo ruolo, che è la sua prestazione lavorativa, gli consente di esprimere la propria, residua, libertà. Tra le opzioni A, B, C (…), N (fornite tutte dall’apparato tecnico-economico), egli può scegliere. Del resto, non era stato sempre lo stesso Karl Marx (di prima) a parlare di un certo tipo di «catene» come unica cosa che i poveracci potrebbero rischiare di perdere? Oggi che la rivoluzione è data per impossibile e che le riforme le vogliono tutti (ma, proprio tutti), non rimane che constatare che quest’etica relativa ai piccoli passi del viandante va a prodursi in uno stato di precarietà addirittura istituzionalizzato. L’orizzonte di senso diventa, adesso, il senso dell’orizzonte stesso. E il fine della politica diventa la fine della politica tout court. Nell’elefantiaca esposizione dei fini, prometeicamente scatenata dalla tecnica moderna, ogni fine va, dunque, molto bene; da ciò: il narcisismo dell’essere fini a sé stessi e il relativismo che, poi, ammazza ogni senso. Ma che non ammazza l’ennesimo vincolo. Trottole! Si gira a voto come delle trottole ai comandi di una economia globale e di una tecnologia onnipervasiva, rassegnandosi alla mancanza di scopo rispetto a ciò che, comunque, si fa. Essendo (sì) funzione ma non (più) sostanza. E la libertà? Come si è visto: la libertà se ne va. Se ne è andata. Sempre più sintetizzata e diminuita, si è ossificata. Rimane la sua idea – per la quale, tra l’altro, da sempre tutti noi ci battiamo, come quel famoso partigiano «morto per la libertà», appunto. Umberto Galimberti è, allora, non il dono ma il difetto dei vincoli. Magari la libertà avrebbe pure potuto essere e/o esserci; ma è tutto così determinato e determinista… Rimane l’idea, appunto.
