Medicina di prossimità che cura e si prende cura
Giovedì 24: Un momento di riflessione e di festa per la sanità calabreseIl prossimo Giovedì...

Giovedì 24: Un momento di riflessione e di festa per la sanità calabreseIl prossimo Giovedì...
Certo che partire da Hegel e finire, nel primo tratto del proprio «discorso» (che doveva solo rappresentare le «linee programmatiche» del dicastero dedicato nientemeno alla «Cultura»), non è male e certamente fa venire in mente quanto il regista Nanni Moretti disse a Venezia, nel momento in cui ritirò il premio per il «miglior restauro» (relativo al suo film Ecce Bombo) e cioè: «Forse dovremmo essere più reattivi nei confronti della nuova pessima legge sul cinema ». Esetendendo il concetto morettiano si può interpetrare che «dovremmo essere piu reattivi» nei confronti della «nuova pessima legge» sulla cultura. Dunque il neoministro Alessandro Giuli come incipit del proprio discorso ha detto: «La conoscenza è il proprio tempo appreso con il pensiero: chi si appresta a immaginare un orientamento per l’azione culturale nazionale non può che muovere dal prendere le misure da un mondo entrato nella dimensione compiuta della tecnica e delle sue accelerazioni. Il movimento delle cose è così vorticoso, improvviso, così radicale nelle sue implicazioni e applicazioni che persino il sistema dei processi cognitivi delle persone e non solo delle ultime generazioni ha cominciato a mutare con esso.Di fronte a questo cambiamento di paradigma, la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare. L’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli della ipertecnologizzazione, e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un’immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideologia della crisi che si percepisce come processo alla tecnica e al futuro intese come una minaccia. Siamo dunque precipitati nell’epoca delle passioni tristi? No». Giuli, insomma, in poche battute è stato capace di sbagliare la citazione iniziale tratta da Hegel: non è la «conoscenza» ma bensì la «filosofia» che è capace di «apprendere» il proprio tempo, appunto, col «pensiero» e per farlo, se ricostruiamo bene l’idea portante di tutto questo discorso, dovrebbe «dismettere» il pensiero spinoziano – utilizzato anche come parte del titolo di un’opera,tra l’altro per nulla memorabile, dai due psichiatri, Miguel Benasayag e Gerard Schmitt, delle «passioni tristi» e, invece, fare proprio il berlusconismo rinnovato ddell’essere positivi, felici, euforici, aprire pacchi e vincere milioni di euro, spaccare il mondo in quattro perché ce lo ha detto un motivatore aziendale, affermare che in Italia si può creare un milione di posti di lavoro, eccetera. Hegel utilizzato in salsa anti-spinoziana vuole dire che esiste una crasi tra «natura» e «Dio» e che la filosofia dello spirito può essre uttile per spiegare perché la «perfezione» non sia di questo mondo. Lo spirito hegeliano infatti dice che ciò che è reale è razionale; lo spirito del monistro Giuli, invece, che ciò che è razionale non può essere perfetto ma può essere perfezionato credendoci. Io ho tentato di sciogliere la faccenda coi miei poveri mezzi filosofici, ma credo che le cose siano ancora più complicate di così. Eppure si trattava solo di fare un discorso che doveva essere politico. Se la perfezione (Dio) non è di questo mondo è chiaro che lo spirito non può giustificare il Reale e questo se ne va per fatti suoi, causando, a dire il vero: «passioni felici». In fondo la nicciana «mote di Dio» (condita con un po’ di volontà di potenza) non diceva qualcosa di molto diverso. Resta indiscriminato e anche «irreparabile», come amerebbe dire il mio amico filosofo Attilio meliadò, cosa c’entrano Pasolini (che verrà citato poi) e persino Gramsci … La verità, coem ci insegna Aristotele, sta nel mezzo. Giuli doveva fare un discorso politico e ha fatto invece un discorso metafisico dimenticando di giustificare la derivazione della politica dalla metafisica. Ovvero: una dimensione pratica da una teoretica. Per cui il suo discorso (che gli astanti si aspettavano e credevano fosse di tipo politico) è apparso loro come la «supercazzola» del conte Raffaello Mascetti. Il problema è stato il raccordo, la derivazione, il gancio. C’è una commedia di Ionesco che si chiama «Le sedie». In essa si racconta di alcune persone che non fanno altro che portare sedie e sedie perché arriverà un grande oratore che terrà un importante conferenza. Quando tutte le sedie sono portate effettivamente arriva l’oratore tanto celebrato. Tutti sono ai loro posti e forse le sedie non bastano neanche. Solo che … Quando il grand eoratore inizia a parlare … Tutti si accorgono che è balbuziente.
