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A PROPOSITO DEL SENSO DELLA VITA

Fiori? Sì, ma solo dai fiorai – A proposito del senso della vita…

“…Yet all the while I hungered for meaning in my life. / And now I know that we must lift the sail/ And catch the winds of destiny/ Wherever they drive the boat. / To put meaning in one’s life may end in madness, / But life without meaning is the torture/ Of restlessness and vague desire–/ It is a boat longing for the sea and yet afraid.” […Malgrado tutto nella vita ho sempre avuto fame di significato. / E finalmente so che è la vela a dover essere alzata/ per andare incontro ai venti del destino, / ovunque essi spingano la barca. / Dare un senso alla vita può condurre a follia/ ma vita senza senso è la tortura/ dell’inquietudine e del vano desiderio–/ è una barca che anela al mare e pur lo teme.] – “George Gray” di Edgar Lee Masters.

 

[foto: Edgar Lee Masters (1868-1950)]

Spoon River Anthology

Senza rime, né strofe, in versi liberi, una metafora che non riguarda una “destinazione”, né un inizio, bensì il “destino” d’una vita sprecata nelle tante occasioni che si presentano, senza trovare quella necessaria prontezza immediatamente in grado di coglierle nel loro irripetibile attimo. Soltanto adesso, quand’è ormai troppo tardi, il rischio si riconosce parte integrante dell’intera esistenza, persino allorquando si dovesse tradurre nel grave pericolo di perdere il bene dell’intelletto. Il porto, dov’è attraccata la barca con la vela ammainata, corrisponde così all’immobilità dell’indecisione; non punto d’arrivo, e nemmeno di ripartenza.

I have studied many times/ The marble which was chiseled for me–/ A boat with a furled sail at rest in a harbor./ In truth it pictures not my destination/ But my life./ For love was offered me and I shrank from its disillusionment;/ Sorrow knocked at my door, but I was afraid;/ Ambition called to me, but I dreaded the chances…” [Ho studiato ripetutamente/ il marmo che fu cesellato per me –/ una barca con una vela ammainata a riposo in un porto./ In verità essa non rappresenta la mia destinazione/ ma la mia vita./ Per l’amore che mi è stato offerto e ho rifuggito nella sua disillusione;/ il dolore bussò alla mia porta, ma io ebbi paura;/ l’ambizione mi allettò, e io ne temetti le contrarietà…].

Ogni poesia della raccolta “Spoon River Anthology” (1915), in forma di epitaffio apposto sulla rispettiva tomba, nel cimitero di Oak Hill, racconta la vita dei defunti residenti nell’immaginario paesino, il cui nome deriva da quello dell’omonimo fiume che scorre vicino a Lewistown, in Illinois, la cittadina dove realmente viveva e vi svolgeva la professione di avvocato, Edgar Lee Masters, originario del Kansas. I suoi concittadini si risentirono non poco per quella che apparve loro una sorta di aperta denuncia di ipocrisie borghesi e umane debolezze.

The Ancient Mariner

Sulla presunta iscrizione sepolcrale, nella “scarna semplicità” d’uno stile narrativo, appariva infatti leggibile quasi solo l’ansia di riassumere un’esperienza, come aveva fatto “il vecchio marinaio” dell’opera di Samuel Taylor Coleridge (The Rime of the Ancient Mariner, 1798): «I closed my lids, and kept them close,/ And the balls like pulses beat;/ For the sky and the sea, and the sea and the sky,/ Lay like a load on my weary eye,/ And the dead were at my feet» (Chiusi le palpebre, e le mantenni chiuse;/ e le pupille battevano come polsi;/ perché il mare ed il cielo, il cielo ed il mare,/ pesavano opprimenti sui miei stanchi occhi; / e ai miei piedi stavano i morti.).

E pensare che per la propria epigrafe, E. L. Masters aveva scelto dei versi scontati, della poesia “To-morrow is My Birthday”, tratta dall’opera Toward the Gulf (1918): “…Nor fate more blessed than to sleep…” (Nessun destino migliore di dormire).

Una Elegia in forma di Ode

La maggiore fonte d’ispirazione l’aveva trovata in Thomas Gray (Elegy Written in a Country Churchyard, 1751): «The boast of heraldry, the pomp of power, / And all the beauty, all that wealth e’er gave, / Awaits alike the inevitable hour. / The paths of glory lead not but to the grave. » (Il vanto di un nome illustre, lo sfarzo del potere/ e tutta la bellezza, tutta la ricchezza che mai sia stata data, / attende allo stesso modo l’ora inevitabile. / I sentieri della gloria non portano che alla tomba.).

La più classica invece negli epigrammi greci dell’Antologia Palatina (Ἀνθολογία διαϕόρων ἐπιγραμμάτων), in particolare quelli del VII libro che raccoglie tematiche funebri e sepolcrali, con tutto un catalogo di morti, per lo più annegati, ciascuno con la sua disavventura: “… il malvagio vento dell’Est ha distrutto me, la mia nave e il mio carico/ e di Eurippo rimane solo il nome”, oppure pianti dinanzi a un cenotafio, ancor più doloroso per essere monumento all’assenza di chi è scomparso tra i flutti: “…Ora lui è stato trascinato dalle onde chissà dove, nel mare./ Lui non c’è più e a noi restano solo un nome e una tomba vuota”.

Il primo marinaio ha avuto lo stesso coraggio d’un morto!

Il famoso “papiro di Milano”, rinvenuto di recente nel cartonnage della maschera funeraria d’una mummia egizia datata attorno al 180 a.C., ha restituito più d’un centinaio di componimenti attribuibili a Posidippo di Pella, sulle virtù delle pietre, la divinazione, e altri sepolcrali, con un’intera sezione dedicata ai naufragi (Ναυαγικά), quasi a confermare l’epigramma 630: “Il mare e il regno dei morti sono la stessa cosa”, per certi versi, ripreso da Gaston Bachelard in “L’eau et les rêves” (1942): “Il primo marinaio è il primo vivo che ha avuto lo stesso coraggio d’un morto”.

Il Cimitirul Vesel di Săpânța

Probabilmente Edgar Lee Masters aveva letto pure il racconto di Guy de Maupassant, “La morte” (1887): «Elle aima, fut aimée, et mourut.». Senza mai poter immaginare però che, vent’anni dopo, nella parte più settentrionale della Romania, ai confini con l’Ucraina, – nella regione storica della Transilvania (Partium), distretto di Maramureș, – uno scultore tradizionale del legno di quercia, Stan Ioan Pastras, avrebbe avviato un progetto, analogo a quello letterario di Oak Hill, nel Cimitirul Vesel (Cimitero allegro) di Săpânța.

Brevi frasi ironiche, anche con banali errori grammaticali, nella lingua arcaica parlata dalla gente del posto, tipo: “Morto perché costretto” (“Mort de Moarte Fortata”), sbeffeggiano la condizione dei trapassati su croci colorate d’uno splendido blu intenso, sormontate da un piccolo tettuccio, con disegni in stile “naif balcanico” a illustrare i momenti salienti della vita del sepolto. In linea con le antiche tradizioni valacche che prevedevano funerali gai, riti funebri festosi, libagioni e brindisi durante i pasti commemorativi, questo cimitero di Săpânța, rivitalizza la cultura degli antichi Daci, la cui filosofia si basava sull’immortalità dell’anima, considerando il decesso quale approdo a miglior vita. Quella, per intenderci, da cui si riesce a guardare al passato con l’adeguata serenità.

Bella ciao!

Tralasciando la canzone partigiana che identifica l’estrema finalità in un netto schieramento che susciti ammirazione estetica per i fiori spontaneamente cresciuti sulla tomba di chi si sia sacrificato per la libertà, è Michel de Montaigne a definire “il giorno supremo, il giorno giudice di tutti gli altri”.

Uno sguardo in fondo alla pentola

In “A proposito del senso della vita” (Garzanti, Milano 2021), Vito Mancuso ne cita la considerazione prossima all’economia culinaria: “In quest’ultimo atto tra la morte e noi, non c’è più da fingere: bisogna parlar chiaro, bisogna mostrare che cosa c’è di buono e di limpido in fondo alla pentola”.

L’illusione della ricerca

Il significato, difficile da identificare, lo si può rintracciare nell’illusione della ricerca, allungandola appositamente all’infinito nella speranza di poter rimandare il saldo definitivo del conto rimasto in sospeso. Cosicché, in primis, religioni e filosofie, e a seguire, poesia, musica, arte, si trasformerebbero, da strumenti, in scopi. E, in questo, beatificati dal Discorso della Montagna (Matteo 5, 6) rivolto agli affamati e agli assetati, che nella giustizia individuano (almeno) “un” senso.

Senso come sensazione?

L’eco pascaliana è quasi paradossale: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi trovato” (Pensées 717). Del resto, si cerca qualcosa di cui si sente il bisogno, anche quando tale necessità sembra disgiunta persino dal simbolo della cosa stessa. Il che equivarrebbe a dedurre una conoscenza innata, oppure quella di mantenere logica la narrazione che di noi vorremmo esporre, o ancora un’esperienza, avuta al momento del concepimento, di sensazione piacevole di naturalezza, tepore, nutrimento, sicurezza, fornita da quell’ancestrale “armonia relazionale” di cui abbiamo comunque usufruito nostro malgrado.

Caos, Logos e Pathos

Seppure concepiti da un atto di violenza subito, anche a quel Caos avrebbe messo ordine un Logos, e da questo scontro/incontro ne è comunque fuoriuscito un Pathos, in quanto passione, di qualunque segno, negativo di sofferenza, positivo d’amorevolezza.

La fede quale uso “regolativo” delle Idee

A proposito… – ricorda Mancuso – di Mondo (cosmo), Anima (sede di emozioni e sentimenti) e Dio (della cui esistenza non avremo mai le prove), Kant s’appellava all’uso “regolativo” di queste idee. Per altro impossibili da “conoscere” realmente, poiché soltanto la fede in esse contribuisce a conferire al pensiero umano una qualche rassicurante struttura unitaria.

Ipotesi Gaia

Del resto, la scoperta più straordinaria degli ultimi anni è relativa ai fenomeni climatici ed ecologici in genere, che si verificano sulla Terra, i quali non sono tra loro scollegati, come James Lovelock ha ipotizzato riprendendo per essa il termine greco di organismo vivente, Gaia (Γαῖα).

Wood Wide Web

Più recentemente, Suzanne Simard (che ha studiato gli scambi di carbonio, acqua, nutrienti e segnali di difesa tra gli alberi) e Merlin Sheldrake (noto per la teoria della risonanza morfica e della memoria collettiva della specie) hanno dimostrato come le reti delle ife fungine facciano di intere foreste un vero collettivo comunicante in maniera complessa e raffinata. Un sistema di relazioni intricate che si dirama e congiunge in moltissime direzioni, nel totale mutualismo biologico d’una vera e propria invisibile rete di micorizza, da cui: Wood Wide Web.

Una logica sinergica

Si tratta allora di saper riconoscere quella medesima logica sinergica che ci ha portati alla luce, ci mantiene ed è continuamente riproposta nell’aggregazione dei nostri organi e nell’«armonia relazionale» che ci ha prima generato e oggi ci rigenera. È da essa che deriva la nostra salute psicofisica, impostata sull’omeostasi di forze contrastanti da riequilibrare costantemente. Ed è anche questo quel senso della “giustizia” che “aggiusta” i torti e le ferite, manifestandosi nella pienezza d’una libertà tesa a produrre bontà, verità e bellezza.

Siamo nati per collaborare” (γεγόναμεν πρός συνεργίαν) diceva Marco Aurelio (Pensieri II 1); per aiutarci reciprocamente, suscitare una forma d’energia che ci tenga legati insieme, che ci renda “innamorati” e tali ci faccia restare… 

Giustizia operativa

È questa coerenza con la logica riproduttiva che forma il senso della “giustizia” non più intesa come riparativa, bensì “operativa”.

Ma sappiamo veramente cosa significhi per noi “stare insieme”, se ancora non siamo neppure riusciti a rispondere all’antico quesito sulla nostra identità? Chi siamo? Come, dove, quando, e soprattutto perché?

Genesi interdipendente

Se tutto scaturisce dalla logica relazionale, il respiro del nostro essere, in sé e per sé, fluttuando tra movimenti di inspirazione ed espirazione, corrisponderebbe a quella “genesi interdipendente” cui accennava il Buddha secoli e secoli or sono.

Conoscenza e significato

Ha senso, allora, distinguere tra conoscenza e significato, se Kant attribuiva la prima all’intelletto, nella sua configurazione di scienza, e l’altro alla ragione, nella sua configurazione filosofica? Dove starebbe dunque la sapienza vitale generatrice di senso?

Politica e democrazia

Alexis de Tocqueville rispondeva a questo quesito applicandolo al concetto di democrazia: “Senza idee comuni non c’è azione comune e, senza azione comune, esistono sì gli uomini, ma non un corpo sociale. Perché vi sia società e, a maggior ragione, perché questa società prosperi, è quindi necessario che gli animi dei cittadini siano uniti e tenuti insieme da alcune idee base”.

Istruzione ed educazione

E sì, perché una scarsa incisività di scienza e filosofia si ripercuote immancabilmente in politica come nell’insegnamento, e in quel tener separate l’istruzione dall’educazione.

In-struere, preparare per, ponendo dentro, secondo un moto a luogo, in un contenitore da colmare; e-ducere, tirare fuori, un moto da luogo, equivalente a e-strarre, e risvegliare potenzialità già presenti, inducendo delle idonee motivazioni.

Amore per la verità

La mente… – diceva Plutarco, in L’Arte di ascoltarecome legna, necessita d’una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso alla ricerca e un amore ardente per la verità”.

La crisi della filosofia

Forse, la crisi della filosofia andrebbe fatta risalire a Hegel che nei Primi scritti critici (Fede e Sapere), attribuiva alla “religione dei tempi moderni” il sentimento della morte di Dio, già comunque espresso da Pascal, ma solo empiricamente: “La natura è fatta in modo tale che dovunque reca i segni d’un Dio perduto, nell’uomo e fuori dall’uomo, e una natura corrotta” (Pensée 436).

Dio è morto del tutto o sta solo poco bene?

Successivamente, la domanda “Dove se n’è andato Dio?” la esternò Nietzsche rispondendosi con un un’amara confessione: “Siamo stati noi a ucciderlo: voi e io!”. Heidegger la commentò: “Il mondo sovrasensibile dei fini e delle norme non suscita e non regge più la vita. Quel mondo ha perso da sé solo la vita: è morto. La fede cristiana sussisterà certamente qua e là. Ma l’amore che domina il suo mondo non è più il principio efficiente e operante di ciò che ora avviene…”.

La crisi della poesia

«I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix… » (Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…).

Il dovere linguistico come istanza rivoluzionaria

In versi rapidi, al ritmo del bebop degli anni ‘40, un definitivo invito, da parte di Allen Ginsberg (Howl, 1955), a non dimenticare ciò che è “santo” (“Holy!”), e vero, nella vita, a cui, altrettanto candidamente, Pasolini rispose in una celebre lettera: “Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai). La tua borghesia è una borghesia di pazzi, la mia una borghesia di idioti. Tu ti rivolti contro la pazzia (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l’idiozia?… Tutti gli uomini della Tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere degli inventori di parole! Noi qui invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell’e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali. E anch’io – come vedi. Non riesco a mescolare la prosa con la poesia (come fai tu!) – e non riesco a dimenticarmi mai e naturalmente neanche in questo momento – che ho dei doveri linguistici… Chi ha fornito a noi – anziani e ragazzi – il linguaggio ufficiale della protesta? Il marxismo, la cui unica vena poetica è il ricordo della Resistenza, che si rinnovella al pensiero del Vietnam e della Bolivia. E perché mi lamento di questo linguaggio ufficiale della protesta che la classe operaia attraverso i suoi ideologi (borghesi) mi fornisce? Perché è un linguaggio che non prescinde mai dall’idea di potere, ed è quindi sempre pratica e razionale. Ma la Pratica e la Ragione non sono le stesse divinità che hanno reso pazzi e idioti i nostri padri borghesi? Povero Wagner e povero Nietzsche! Hanno preso tutta loro la colpa. E non parliamo di Pound!”.

Il potere logora tutti coloro che non sanno esercitarlo?

Era infatti lui a dire: “Il tempio è sacro perché non è in vendita”, sottolineando il reale valore della vita, che non ha prezzo e non si può barattare, poiché, possedendo senso già di per sé, non potrà mai divenire oggetto di nessuna transazione. 

Mancuso V. A proposito del senso della vita, Garzanti, Milano 2021

Pasolini P. P. Lettere 1955-1975, Einaudi, Torino 1988

Sheldrake M. L’ordine nascosto – la vita segreta dei funghi, Marsilio, Venezia 2020

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