Costruisci il tuo futuro nel cuore dello Stretto: perché scegliere Giurisprudenza alla Mediterranea
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...

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Gli avvenimenti svoltisi tra il 1970 e i primi anni ’90 hanno tenuto sotto scacco un po’ tutta l’Italia, e segnato, in modo indelebile, il racconto di una terra che, ancora oggi, paga lo scotto di quei vent’anni di terrore. Una delle stagioni più nere della storia della Calabria, quella dei sequestri di persona ad opera della ‘ndrangheta, è stata al centro di uno degli appuntamenti organizzati da Spazio Open. Per “Incontri Letterari”, giovedì pomeriggio in via Filippini, insieme ad Aldo Libri, sindacalista ed intellettuale impegnato, a raccontare quegli anni di paura, due giornalisti di altissimo livello come Pietro Melia e Filippo Veltri.
Entrambi testimoni di quella stagione di terrore, hanno raccontato in due straordinari libri editi entrambi da Città del Sole: “Il sequestro Matarazzi” di Pietro Melia che racconta il sequestro-lampo, sfregio postumo al boss dei boss ‘Ntoni Macrì, che inaugurò a metà anni ’70 la “stagione” più drammatica nella Locride con un’intervista a tu per tu proprio con Tobia Matarazzi, e “Sequestri” di Filippo Veltri, il primo e unico saggio sull’argomento ripubblicato vent’anni dopo la prima uscita. Un’opera completa sul fenomeno, che fa capire ai lettori di oggi cosa è stato questo nostro Paese e cosa siano stati soprattutto pezzi di questa Italia in anni bui, tragici, che hanno finito con il segnare in maniera più o meno definitiva l’immagine stessa della regione, al di fuori dei propri confini e al di là stesso dell’Italia.
Due libri complementari, come sottolinea Aldo Libri in apertura, che delineano un quadro preciso di quel periodo: la violenza e l’oscurità che ha colpito la Calabria, il danno di immagine che questa regione continua a scontare, la fuga della borghesia imprenditoriale e i misteri della trattativa Stato /‘ndrangheta. Furono circa 694 i sequestri, in quel ventennio, oltre la metà di questi ad opera della ‘ndrangheta reggina. Numeri che fanno riflettere e che, nel corso dell’incontro, hanno fatto emergere un dato inquietante ma, tragicamente vero, come ha sottolineato Veltri nel suo intervento: “sono esistiti, ed esistono tutt’ora, sequestri che possiamo definire di serie A e, sequestri di serie B”, affermazione piuttosto dura ma che viene confermata dai fatti.
Di recente, infatti, l’ex sindaco di Giffoni, ha riportato all’attenzione della cronaca il sequestro, avvenuto il 1 maggio 1984, del fratello Alfredo Sorbara, che morì durante la prigionia, evidenziando come, ancora sono molti i lati oscuri di quel tragico episodio; un sequestro che non ha registrato alcun tipo di interesse ed intervento da parte dello Stato che invece, è intervenuto direttamente nel caso di un altro sequestro, quello di Roberta Ghedini, avvenuto a Centenaro di Londato il 15 novembre 199. Fu proprio lo Stato, in seguito alla forte pressione mediatica subita, a pagare il riscatto della giovane che venne liberata il 14 dicembre 1991.
Due avvenimenti uguali, ma allo stesso tempo diversi, come viene evidenziato dai relatori, “moltissimi-sottolinea Melia- sono stati i sequestri nella nostra regione ma, nessuno se n’è mai curato, anzi sono stati ignorati. Nessuno se n’è curato e per molto tempo è stato così e continua ad essere così”. Ma che tipo di reato è quello del sequestro? Che obiettivo aveva? E perché, ad un certo punto sono finiti? Queste le domande che Aldo Libri ha posto ai due scrittori che, dopo anni di inchieste sul campo, sono riusciti a darsi solo in parte delle risposte. Come prima cosa, il sequestro di persona come reato, risponde Melia: “è stato per la ‘ndrangheta, semplicemente un modo veloce di recuperare capitale; ma, non molto fruttuoso, infatti, lo potremmo definire un reato “povero”, perché se paragoniamo il dispiego di forze da impiegare per mettere in atto un sequestro, il tempo e il risultato non sempre certo, è assolutamente controproducente come attività”; questo, potrebbe essere uno dei motivi per i quali, ad un certo punto la ‘stagione’ dei sequestri si concluse.
Per quanto riguarda, invece, gli obiettivi, “quella è un’altra storia, sottolinea Veltri, prendo ad esempio il caso Matarazzi. Che ha come vittima, Tobia Matarazzi, figlio dell’imprenditore napoletano che aveva aperto una fabbrica qui in Calabria, a Siderno nello specifico, e che era ‘protetto’ dalla famiglia Macrì. Proprio dopo l’assassinio del boss ‘Ntoni Macrì, ecco che la cosca rivale, per assicurarsi il controllo del territorio, diede un segnale forte con il sequestro di Tobia”; mentre per quanto riguarda la fine della stagione dei sequestri, sia Veltri che Melia, riescono a dare un’unica spiegazione o forse due: la prima riguarda la caratteristica del reato che non fruttava molto in termini economici e che, anzi, era molto rischioso e diciamo anche “impopolare” per la ‘ndrangheta stessa; la seconda è una di quelle ipotesi che restano e resteranno sempre con un grande punto interrogativo, “che ci sia stato un accordo Stato/‘ndrangheta”.
Domande alle quali non si sa se si riuscirà mai a dare una risposta, le uniche cose certe emerse riguardano l’irrisarcibile danno in termini economici e di immagine che i sequestri hanno fatto alla Calabria e la certezza, che le vittime colpevoli di essere figli di questa regione, possono essere classificate come di serie B. Amare considerazioni anche rispetto al “silenzio” che, come sottolinea Melia a più riprese nel corso dei suoi interventi, “è caduto sullo stato dell’arte della criminalità organizzata. Oggi, chiede Melia, cosa sappiamo della ‘ndrangheta? Abbiamo idea di cosa sta succedendo? Sembra di essere tornati all’anno zero”.


