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BREVE STORIA DI CORTI CLANDESTINI: ALL’ORIGINE DI LOOPS E UNDERGROUND

«Foutre du cul, foutre du con,/ Foutre du Ciel et de la Terre,/ Foutre du diable et du tonnerre,/ Et du Louvre et de Montfaucon.// Foutre du temple et du balcon,/ Foutre de la paix et de la guerre,/ Foutre du feu, foutre du verre,/ Et de l’eau et de l’Hélicon.// Foutre des valets et des maistres,/ Foutre des moines et des prestres,/ Foutre du foutre et du fouteur.// Foutre de tout le monde ensemble,/ Foutre du livre et du lecteur,/ Foutre du sonnet, que t’en semble?» – “Sonnet foutatif” ad apertura de “Le Bordel des Muses” di Claude Le Petit (1638-1662).

Se Deep Throat di Gerard Damiano, con protagonista Linda Lovelace, oppure Behind the Green Door di Artie e Jim Mitchell, con Marilyn Chambers, usciti entrambi nel 1972, sono certamente i primi lungometraggi, cosiddetti “hardcore”, ampiamente distribuiti negli Stati Uniti, a sfondare, almeno nel contesto mainstream, la barriera della linea di confine tra erotismo e pornografia, in un passato più remoto, qualsiasi film con intenti un po’ “maliziosi” poteva venire classificato come provocante, sexy, “impertinente”, o gradualmente eccitante, “pruriginoso”, “spinto” ed “esplicito”, oppure, nell’accentuarne il grado di “rischiosità”, osé, underground, sconcio; e ciò senza neppure poter riuscire ad ammettere alcuna concreta differenza “morale”, o formale, tra tutti questi termini.

I dagherrotipi

La cosiddetta fotografia “oscena” aveva avuto inizio tra il 1825 e il 1838, ma i dagherrotipi l’avevano resa più attraente, perché più realistica, sia quale modello da ricopiare negli atelier artistici, sia per la contemplazione delle pratiche intime, dapprima solo dipinte (e questo sin dai tempi delle kýlikes, κύλικες, greche e spintriae romane, dagli affreschi pompeiani a quelli di Giulio Romano o alle illustrazioni di Édouard-Henri Avril). Il nudo veniva accettato ufficialmente soltanto se impiegato per la riproduzione pittorica. Il perbenismo prevalente al momento dell’invenzione della fotografia non avrebbe tollerato quella sensualità che implica chiaramente il fatto d’essere provocatoriamente voluta.

Un mercato vero e proprio, con possibilità di grandi numeri di stampe, s’è avuto un po’ dopo, intorno al 1850. Queste foto, frutto di professionisti che possedevano l’attrezzatura necessaria e padroneggiavano la nuova tecnica, venivano offerte nei retrobottega dei rivenditori di stampe, quasi come se si trattasse d’una sorta di mercato d’arte parallelo. Insieme con modelle, attori, coloristi e altri collaboratori, formavano un’intera rete concatenata dallo scambio di danaro tra produttore compiacente e cliente, quanto meno, “collezionista”.

Le coucher de la mariée

A soli undici mesi dalle prime dimostrazioni pubbliche della nuova arte cinematografica appare in Francia Le coucher de la mariée, primo film della storia che potrebbe veramente essere considerato tale, in quanto adattamento d’un’omonima pantomima di successo sui palcoscenici parigini, e che arrivava già a sfoggiare il “colmo” dell’indecenza: la sua attrice in sottoveste; il cortometraggio di sette minuti rappresenta una coppia che entra nella suite nuziale per la “consumazione” della prima notte. Il marito, quasi impazzito dall’impazienza e dal desiderio, pur di stringere i tempi, intenderebbe saltare tutti i convenevoli preliminari. La mogliettina, castigata, rifiuta tanta intraprendenza perché non vuole essere scartata come un pacco regalo per poi far la fine d’un qualsiasi pasticcino; e, da donna rispettabile qual è, nascosta dietro un paravento, si libera della sua elegante toeletta, un indumento dopo l’altro, non senza rivolgere qualche provocazione sexy sia al maritino, sia all’occhio della telecamera, che sa essere quello d’un guardone.

È il primissimo spogliarello della storia del cinema. Diretto nell’ottobre 1896 da Albert Kirchner con lo pseudonimo di Léar, e prodotto da Eugène Pirou, questo cortometraggio fu girato probabilmente negli studi fotografici, in Boulevard Saint-Germain, dello stesso Pirou. Non essendo pervenuto nella sua originale interezza, non può sapersi fino a che punto si liberasse degli abiti l’attrice Louise Willy, ma anche rimanere con una semplice canottiera, a quell’epoca, era considerato uno spettacolino già piuttosto audace.

Fatima’s Coochie-Coochie Dance

In quello stesso 1896 uscì “Fatima’s Coochie-Coochie Dance“, pellicola (prodotta da James A. White, girata da William Heise per conto di Edison Manufacturing Co.) che mostra l’esecuzione d’una danza del ventre; ma questo movimento del bacino venne censurato e questa fu probabilmente la prima censura fatta al cinema, per quell’allusione, più che al ballo, all’organo sessuale femminile, derivandone l’etimo dallo spagnolo centroamericano e caraibico chocha, vulva (messicano panocha), piuttosto che dal francese coucher, sdraiarsi, se non dal tedesco Kuchen, torta.

Après le Bal

Pertanto, il primo film erotico in cui appaiono nudità resta quello di Georges Méliès, Après le bal, di circa un minuto, che si fa risalire al 1897, dove la sua futura consorte è intenta a farsi un bagno. Il titolo potrebbe far riferimento a una canzone popolare scritta da Charles K. Harris sei anni prima, After the Ball, un classico valzer in 3/4.

Altre farse da camera da letto (coucher), in stile popolare, furono realizzate da molti dei primi registi; almeno tre di Pathé (1901, 1904 e 1907), oltre la “scène comiqueTriste nuit de noces, o Le dilemme du marié (1899), sempre di Georges Méliès. Il critico e storico Georges Sadoul credeva che la giovane interprete, in questo caso, fosse Mademoiselle Barral, nel ruolo di Cenerentola nell’omonimo film di Méliès del medesimo anno.

The Birth of the Pearl

Nel 1901, in “The Birth of the Pearl” (prodotto da Frederick S. Armitage per  American Mutoscope and Biograph Company) si ritorna allo stile del tableau vivant, tipo Nascita di Venere di Botticelli; molto limitata risulta infatti la quantità di azione in un solo minuto. Quando le tende vengono scostate, il guscio della conchiglia appare chiuso, per poi aprirsi  gradualmente, rivelando l’anonima giovane modella sdraiata e rannicchiata nel sonno che lentamente si alza come se si stesse appena svegliando per assumere con grazia la posizione finale direttamente frontale, con i capelli lunghi e sciolti e indosso un attillato collant color carne, per fornire in tal modo un’impressione della forma del corpo femminile estremamente provocatoria per l’epoca.

Il voyeurismo

Raggiungere l’obiettivo di catturare l’essenza stessa della cinematografia nella minuscola parte d’un cortometraggio sopravvissuto a un secolo d’oblio è quanto di più geniale si possa richiedere a un film, anche qualora non soddisfi appieno l’esigenza voyeuristica dello spettatore. Che sia una situazione a forte risvolto erotico, desiderio intra-diegetico (lo sposo vuole vedere la moglie nuda) ed extra-diegetico (anche lo spettatore vuole vedere la medesima nudità), trasgressione,  striptease, o puro voyeurismo proteso a mettere in risalto l’immaginario tanto dello “spogliarello” quanto della “presa in giro” su d’un “contenuto licenzioso” promesso (allo spettatore) e (non) mantenuto (neppure allo sposo?), traspare da ognuno di quei pochi fotogrammi sopravvissuti e conservati, proprio perché preziosi; e nella loro essenzialità definiscono l’impertinenza d’un genere che non scade ancora nell’osceno.

The Kiss

In realtà, la mera scopofilia suscitata dalla “nuova” arte era rimasta stranamente soddisfatta, forse perché a un tempo scandalizzata, dalla semplice inquadratura, ravvicinata in primo piano, e ritenuta scioccante, di The Kiss, diretta nel 1896 da William Heise per Thomas Edison, ovverossia della rievocazione del bacio tra May Irwin (vedova Jones) e John Rice (Billie Bikes) alla fine del musical The Widow Jones, a cui invece il pubblico teatrale aveva assistito senza particolare scalpore, ma perché a debita distanza; intollerabile sarebbe stato l’ingrandimento in proporzioni gigantesche dello spettacolo d’una prolungata “pastura” reciproca tra le labbra, ripetuta per tre volte; eppure si trattava di appena 18 secondi.

Il “montaggio narrativo”

Ebbe più d’un seguito da parte di molti imitatori, tra cui l’afroamericano Something Good – Negro Kiss (1898: meno di mezzo minuto) di William Selig (autore pure di The Tramp and the Dog, 1896: quasi un minuto e mezzo), e il britannico The Kiss in the Tunnel (1899: più d’un minuto), prodotto e diretto da George Albert Smith, in cui una coppia si scambia un breve timido bacio mentre il loro treno attraversa una galleria; e di questo corto si dice che segni l’inizio del “montaggio narrativo”.  Il consiglio, infatti, di inserire questo spezzone tra altri “filmati di treni”, come View from an Engine Front – Train Leaving Tunnel (1899) di Cecil Hepworth, per lo storico del cinema Frank Gray (in The Silent Cinema Reader, 2004), indica: “una nuova comprensione del montaggio di film di continuità“, dal “profondo impatto sullo sviluppo delle strategie” d’una pratica destinata a divenire  decisamente “dominante”.

Johann Schwarzer

Nei primi anni del 1900, il fotografo d’origine ceca Johann Schwarzer s’era trasferito nella capitale dell’impero austroungarico, dove svolgeva la sua professione incentrandola sui ritratti di famiglia, fin quando non decise d’arrotondare il suo reddito ancora modesto grazie alla produzione di foto erotiche da stampare su delle comuni cartoline. Nel 1906 fondò la casa cinematografica Saturn di film per soli adulti, ma dei 52 realizzati sino alla forzata chiusura del 1911, ce ne sono pervenuti l’esatta metà. La sua impresa incappò nelle strette maglie della censura e buona parte delle pellicole vennero distrutte per ottemperare alle leggi allora vigenti in materia di oscenità.

Addio al celibato

Dichiarata illegale, per i decenni seguenti, questa cinematografia denominata “blu”, o “da addio al celibato” seguì uno sviluppo underground prevalentemente tra talentuosi dilettanti; e le strutture messe a disposizione, lasciate generalmente sotto il diretto controllo della criminalità organizzata, o comunque di agenzie a questa in qualche modo collegate. I prodotti venivano poi diffusi sotterraneamente e in privato, o tramite commessi viaggiatori piuttosto abbottonati per non incorrere nell’incombente rischio, per quanti fossero stati coinvolti, d’essere arrestati per il possesso o già solo per averne preso visione.  

À l’Écu d’or

I quasi 4 minuti di À l’Écu d’or (ou la Bonne Auberge, 1908), sono un breve e facile espediente per mostrare una sessione di intrigante triolismo. In una locanda del XVII  secolo arriva un soldato stanco e affamato, ma il proprietario non ha nulla per intrattenerlo se non due giovani ragazze che svolgano per lui dei servizietti (sessuali, ovviamente). Gli storici hanno notato che gli autori “ravvivano” la rappresentazione delle attività intime con un certo umorismo, descrivendole come parte del menu à la carte d’un ristorante dell’inizio del novecento, che tra l’altro fornisce il titolo stesso del film: Fricassée de Museaux, Langue fourrée, Crevettes, Sandwich au Coucombre, Bouchée à la Reine, Lavrette grand veneur.

Viene considerato il primo film pornografico documentabile del cinema francese, anche se poi l’argentino El Sartorio, o El Satario, potrebbe averlo, forse di poco, preceduto nel tempo (1907) e pure superato in durata di qualche secondo (4 minuti e 32 secondi); ma c’è molta incertezza su d’una datazione davvero precisa (perché potrebbe essere spostata al 1912, e forse oltre), come sul luogo medesimo di produzione, un imprecisato paese sudamericano (forse Messico, Brasile, Argentina, Cuba, per Dave Thompson, 2007). Il giornalista Kurt Tucholsky lo avrebbe visto a Berlino insieme con altri film di addio al celibato nel 1913; quindi, una testimonianza, tutto sommato, quasi ininfluente.

El Sartorio

El Sartorio ha una struttura abbastanza adeguata alla sua funzione, intervallando i primi piani, che mostrano i particolari della penetrazione, alle sequenze d’insieme, come spesso d’uso nelle istantanee della fotografia e agli albori della cinematografia, in forma di tableaux (probabilmente per parodiare il balletto di Vaclav Nižinskij sulle note de L’Après-midi d’un faune di Claude Debussy?). Un gruppo di sei giovinette spensierate si diverte in aperta campagna, fin quando un satiro non le disperde e s’approfitta di quell’unica che sembra non sia riuscita a sfuggirgli. Esaurite le energie disponibili in una frenetica attività sessuale, viene facilmente allontanato poi dalle ragazze sopraggiunte a vendicare la compagna.

El sátiro

Il titolo corretto sarebbe stato El sátiro, riferendosi alla creatura mitologica ibrida legata al culto di Dioniso, con la parte superiore del corpo d’un uomo e quella inferiore d’una capra, per come dall’interpretatio romana fatta corrispondere al fauno dei boschi, quello dell’Après-midi. Il sartorio è invece un muscolo stretto e allungato della parte anteriore della coscia che allude al corpus spongiosum; “satario” potrebbe essere una storpiatura di Sata-na-rio, in un gioco di parole analogo a quello che, nel 1918, faceva denominare a Georg Groddeck il suo Sanatorio Marienhohe (presso Baden Baden): Satanarium.

Satana/ Satiro/ Fauno è in una foresta, cammina nascondendosi dietro agli alberi. Lussurioso, osserva di nascosto sei ninfe che chiacchierano, ridono e giocano, finché non si accorgono della presenza dell’intruso. Tentano di scappare, ma è troppo tardi, perché l’uomo che incarna questa creatura diabolica ne rapisce una, e la perverte, praticando sesso, orale e facendoselo praticare, l’uno con l’altro, alternando varie posizioni, finché le altre cinque non tornano a liberare la consorella.

Se l’azione così descritta appare semplice, diviene complessa la speculazione sulla leggenda dell’origine sudamericana di quello che verrebbe considerato il primo film porno della storia, sempre che lo sia per davvero, precedente cioè a La Bonne Auberge del 1908 e non successivo d’almeno un lustro (ipotesi argentina), se non di più (ipotesi messicana).

Argentino o messicano?

In effetti, potrebbe essere stato girato sulle rive del Quilmes come su quelle del Rosario, in Paraná. Dave Thompson, autore d’un esaustivo tentativo di ricostruire la storia della pornografia (Black And White And Blue, 2007) ritiene si tratti d’un’operetta messicana, girata tra la fine degli anni ’10 e l’inizio degli anni ’20, ovverossia durante il periodo post-rivoluzionario, quando l’immagine del diavolo che fa sesso poteva costituire un’aperta sfida ai disegni politici della chiesa d’allora. Per questo motivo, in questo caso specifico, l’aspetto religioso si mostrerebbe il più interessante, proprio perché erano molti i film come questo girati in Messico, quando il paese venne modernizzato dal presidente Venustiano Carranza (1915-20). Erano quasi film di propaganda politica che accusavano la chiesa di ipocrisia, nel bistrattare il lato umano delle persone.

Sergej Michajlovič Ėjzenštejn

La copia del film è conservata dal Kinsey Institute Film Archive, la più grande collezione di film di “addio al celibato” – film girati clandestinamente, della prima parte del XX secolo. Si tratta d’una copia in 16 mm. di 320 secondi che l’istituto ha datato tra il 1930 e il 1932, assegnandola per la sua eccezionale raffinatezza visiva al leggendario regista russo Sergej M. Ėjzenštejn impegnato nel suo tour messicano, di cui rimangono solo gli undici minuti di “El Desastre en Oaxaca” (1931), poiché “il più grande piano cinematografico di Eisentein e la sua più grande tragedia personale“, secondo la definizione di Jay Leyda e Zina Voynow (Eisenstein at Work, 1982): “¡Que Viva México! – Da zdravstvuyet Meksika!” (Да здравствует Мексика!). Al confine statunitense, una perquisizione doganale del suo baule rivelò schizzi e disegni di caricature di Gesù tra altro materiale pornografico od osceno.

Sulla base dei testi di Kurt Moreck (Konrad Haemmerling), la provenienza di El Sartorio sarebbe stata modificata e orientata verso la capitale del paese più meridionale del sud America, in quel lasso di tempo che va dal 1907 al 1912. La copia venne alla luce, grazie all’etichetta americana Something Weird Video, specializzata in reperti della malavita cinematografica, nel 1970, quando uscì la compilation “The history of pornography“, in cui si evidenziava trattarsi del film porno più antico esistente.

Un’estetica colta

Nella sua estetica è in anticipo sui suoi tempi di inizio Novecento. Chi lo ha girato dimostra notevole esperienza del mezzo tecnico che usa, visto che per la prima volta incorpora i piatti dettagli dei genitali degli attori con una macchina da presa molto mobile. Il montaggio alterna inquadrature brevi e lunghe, ma soprattutto dimostra una spiccata raffinatezza nel soggetto scelto, che ha punti di contatto con la mitologia, la pittura, la musica, il balletto e con una cultura usualmente considerata “alta”.

Pur nella sua brevità, il film include scene diverse, dal costume elaborato, e oltre a un montaggio raffinato, una varietà di location. Mentre il genere pornografico adottato agli albori lasciava spazio a un quasi premeditato anacronismo, nel fingere persino un deliberato tono amatoriale, magari proprio per rafforzare la sua reputazione di clandestina illegalità.

Sale per “fumatori”

I primi film porno della storia erano dei siparietti destinati a un pubblico maschile d’élite, che si riuniva in circoli esclusivi per “gentiluomini” detti “fumatori”, per via delle dense esalazioni di sigarette che vi si aspiravano, e dove avevano accesso solo spettatori selezionati per genere, e per giunta d’alto rango. Era raro che si realizzassero più d’un numero limitato di copie d’un negativo e spesso si trattava di stampe uniche che, per recuperare l’investimento, dovevano essere vendute a prezzi elevati.

Venivano anche allestite delle salette cinematografiche improvvisate, dai parrucchieri, oltre che nei bordelli. E forse per questo la maggior parte delle attrici erano, di conseguenza,  chiaramente prostitute. I produttori che venivano dal vecchio continente ne erano affascinati perché, pur sembrando delle europee, accettavano paghe da sudamericane. Gli attori estemporanei, dal canto loro, preferivano nascondersi dietro travestimenti e maschere. Non ci sono comunque informazioni precise su di loro, né sui registi, od operatori. Il ricorso a pseudonimi improbabili denota il gusto irriverente che ha accompagnato la pornografia fin dall’inizio.

Il problema della datazione?

Che il primo film porno della storia fosse stato girato in Sudamerica (Argentina, o Messico che sia) è solo una leggenda con una sua base fattuale oppure una certezza su d’una voce leggendaria?

Kurt Tucholski, giornalista e scrittore tedesco, che vide nel 1913, a Berlino, un film con una trama abbastanza “simile” a quella presunta di El Sartorio si riferisce probabilmente a un siparietto “ninfe” che sguazzano nell’acqua in scene addirittura innocenti e caste.

L’ipotesi che colloca il film in Argentina, tra il 1907 e il 1912, nasce dai due libri di Konrad Haemmerling (alias Kurt Moreck), il quale, sia nel 1926 (Sittengeschichte des Kinos) che nel 1930 (Gefilde der Lust), scrisse che Buenos Aires era un centro nevralgico per la produzione cinematografica condizionata dai tedeschi, i quali solo in seguito la distribuivano in Europa e Sud Africa.

Siccome è praticamente impossibile sapere quale sia stato davvero il porno più antico della storia, sarebbe più adeguato individuare almeno il più antico che si sia conservato. Per Dave Thompson, però, più del perché sia ​​così difficile conservare i pochi film d’epoca, bisognerebbe indagare su come poterono effettivamente sopravvivere quelli che oggi sono ancora in circolazione. Visto che si tratta di pellicole che hanno infranto tutte le leggi del loro tempo: una volta sequestrate dalla polizia, le copie non venivano immediatamente distrutte?

Se intercettate alla posta, il mittente finiva in manette, perché il semplice possesso era equiparato a un crimine grave. C’è allora da supporre che non tutte le copie ebbero la stessa “destinazione” dell’inceneritore e qualcuna riuscì a farla franca?

L’après-midi d’un faune

I pareri degli storici restano contrastanti: qualcuno continua a insistere sulla datazione del 1907; qualcun’altro la posticipa d’un lustro, tenendo soprattutto  in considerazione il fatto che sia in fondo una parodia del balletto “L’après-midi d’un faune“, che sconvolse Parigi alla sua prima del 1912. Il protagonista dell’epoca, che rappresentava un fauno, simulava la masturbazione dietro una ninfa intenta a sfuggirgli. Sarebbe allora una sorta di omaggio alla visita che l’ideatore del balletto, Nijinsky, fece a Buenos Aires dove si sposò con Romola de Pulszky; quindi, la “chicca” d’un regista tedesco che stava girando nel porto di Rosario con marinai e prostitute della zona?

E l’autore de “La corazzata Potëmkin” (1925)?

La Bonne Auberge

Per i più il primo film pornografico ufficiale è il francese “A L’Ecu d’Or ou la bonne auberge”, girato nel 1908; la narrazione d’un soldato esausto che prende appuntamento con una disponibile fanciulla del locale dove intende alloggiare.

Am Abend

Nei documenti ufficiali, viene seguito a ruota dal tedesco “Am Abend“, del 1910, in cui  una masturbazione femminile s’interseca con scene sessuali di coppia. In serata  (Am Abend, 1910) potrebbe essere considerato un esempio teutonico di “film d’addio al celibato”, della durata  di 10 minuti. Inizia con il voyeurismo di chi  guarda attraverso la serratura della porta una donna intenta a trastullarsi, da sola, sul letto; quando l’uomo irrompe in camera e si spoglia, lei si preoccupa di lavarlo per poi tenerlo impegnato in svariate posizioni (riprese in primo piano per evidenziare i genitali e il particolare della penetrazione), e in disparate altre attività, tra cui fellatio e sesso anale, purtroppo tutte prematuramente  interrotte dall’inatteso sopraggiungere d’una disfunzione erettile.

Linda Williams (Hard Core: Power, Pleasure and the Frenzy of the Visible, 1989) ha suggerito che questi film di cosiddetto “addio al celibato”, come Am Abend, alla stessa stregua dei video pornografici moderni, mostrano primi piani di genitali e riprese medie di intercorso sessuale quasi con le medesime modalità strutturali.

Ménage à trois

Al ménage à trois sono improntati i 4 min. e 51 s. de La voyeuse (1924), come i 14 min. de La femme au portrait (1952) firmato Mezig, –  ripreso vent’anni dopo nella serie Color Climax con Erotic Art –  che fanno, entrambi gli ultimi, il verso a The Woman in the Window (1944) di Fritz Lang, così come Un travelo nommé desir (1965) lo faceva ad A Streetcar Named Desire (1951).

A Free Ride

A Free Ride, o A Grass Sandwich, del 1915, potrebbe essere il primo documento a testimoniare come i limiti del pudore siano andati evolvendo rapidamente. L’attribuzione della direzione ad A Wise Guy (un saggio), della fotografia a Will B Hard (sarà duro), dei titoli a Will She (farà lei), ne maschera una pretenziosa e divertente realizzazione solo all’apparenza dilettantesca.

Pathé-Baby

Sarà, nel ’22, la creazione del proiettore di Pathé 9,5 mm e, l’anno successivo, della cinepresa Pathé-Baby, due strumenti che facilitavano l’uso di attrezzature precedentemente riservate solo ai professionisti, a incentivare l’incremento dei filmati a contenuto pruriginoso. Grazie alla facilità d’uso di queste nuove macchine, si semplificheranno le riprese e la distribuzione potrà ulteriormente espandersi in più ampie circolazioni, seppure sempre private o intime.

Titoli di quegli anni: Le cirque érotique (1923), o L’échelle (1924).

Gli anni ’30 vedranno quindi l’esplodere d’un vero e proprio boom della produzione clandestina. Tuttavia, man mano che lo strumento cinematografico diventa più accessibile, la qualità dei film, passando in mani meno esperte, di conseguenza si tradurrà quanto meno in qualcosa di piuttosto disomogeneo, con molteplici e diffusi difetti di allestimento, inquadratura ed esposizione.

Mon dernier soupir

Nella sua autobiografia Mon dernier soupir (1982), il regista spagnolo Luis Buñuel, autore, tra l’altro del mitico corto (16 minuti) surrealista Un chien andalou (1929),  confessa che Sœur vaseline è l’unico porno (80 mètres di pellicola in 16 mm.) che avrebbe avuto intenzione di condividere con altri cinefili. Potrebbe essere riconosciuto come il film francese vintage più perverso. Girato intorno al 1925, illustra, con immagini esplicite a supporto, gli “scherzi da suora” d’una, non proprio, novizia che cede facilmente a tutti gli incantesimi della carne: dall’unirsi a una coppia al munirsi di dildo per soddisfare uno dei partner, dalla copula con il giardiniere Polidor al voyeuristico spiare una scena gay tra il suddetto giardiniere e un monaco, saltando un po’ tutti i divieti dell’epoca, con in più un pizzico dell’anticlericalismo d’oltralpe.

Film de Maison close

Si tratta d’una piccola produzione anonima della cosiddetta serie “dei/ sui bordelli” (Film de Bordel), proiettata nelle sale d’attesa, o in quelle per “fumatori”, delle classiche “case chiuse”, spesso presentata dalle stesse professioniste ai loro clienti al semplice scopo di “scaldarli” un po’, per cui risulta interamente caratterizzata da una messa in scena “realistica” nei primi piani, su d’uno sfondo però piuttosto evanescente, con appena un minimo di fronzoli.

Titoli di quegli anni: Le train de plaisir (1928), La nouvelle secrétaire (1937), Coquin de printemps (1938), Véra (1940).

Cinema bordello

Se già alla sua origine etimologica (pòrne, πόρνη, prostituta e graphè, γραφή, documento) la pornografia era quindi l’atto di dipingere o “scrivere sulle prostitute”, sarà naturale che questi cineasti professionisti dell’erotismo o impertinenti improvvisati si rivolgano naturalmente ai bordelli per soddisfare la domanda sempre crescente proprio del loro pubblico naturale. C’è allora da chiedersi quanti film siano stati girati nelle migliaia di case chiuse esistenti, nel ventennio tra il 1925 e il 1945, per venire proiettati nelle sale d’aspetto, come intrattenimento, stimolo o anche didattica per gli avventori meno esperti; e se le uniche protagoniste fossero attrici messe in scena con altri attori, secondo un copione prestabilito, oppure anche delle prostitute intente al loro lavoro con dei clienti, alcuni dei quali magari potevano pure permettersi di ordinare uno “scenario” specifico e a loro magari più congeniale.

Buried Treasure

Qualche buontempone di talento si può permettere di parodiare i cartoni animati allora in voga con dei “carnal cartoons”. Brevi pezzi satirici che giocavano sul fatto che il medium fosse equivocamente focalizzato su un pubblico imberbe e realizzato sulla falsariga dello slapstick per smaliziate platee private.

Eveready Harton in Buried Treasure, noto anche come Pecker Island, è un cartoon  americano per adulti realizzato tra il 1928 e il ’29, che descrive le avventure sessuali di Eveready Harton (un gioco di parole “ever-ready hard-on” su una certa onnipresente prontezza ed eccitazione); perennemente infoiato e comicamente sovradimensionato, a volte, l’organo in questione, prensile, si stacca dal naturale supporto per andare ad agire da solo e spingersi sempre più in là per soddisfare il suo naturale bisogno d’orgasmo. Nel corso del film (quasi sei minuti e mezzo), Eveready ha una varietà di rapporti senza distinzioni di sorta, o senza guardare in faccia nessuno, con donna, uomo, asino e mucca. Sarebbe stato prodotto per puro divertimento, in modo anonimo, tuttavia, in base a un progetto congiunto di ben tre studi dell’industria mainstream dell’animazione, in occasione forse d’una festicciola privata, il compleanno del pioniere dell’animazione  e del fumetto (suo lo straordinario Little Nemo in Slumberland) Windsor McKay.

Soundies

A causa della seconda guerra mondiale, i cortometraggi per adulti, come burlesque e spogliarelli, giusto per soddisfare i desideri repressi dei soldati in congedo, contenevano anche messaggi patriottici e pubblicità di titoli di guerra, anche se poi venivano realizzati insieme con altri “Soundies” musicali americani di tre minuti, ognuno dei quali mostrava una singola performance.

Il naturismo come espediente erotico

Con la chiusura delle case già definite tali, la sessualità scompare drasticamente dagli schermi in cui era circolata sino ad allora e gli amanti dell’erotismo dovranno accontentarsi di qualche film sul naturismo (il modo più semplice per avere accesso a una nudità primitiva), di apparente educazione sessuale, o sulla vita nei colleges oppure nelle prigioni femminili, o ancora sull’adescamento in strada.

Dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, a occupare l’intero ambito del cinema popolare erano dei drammi neorealistici e le commedie romantiche. E il porno non poteva che fungere da controcanto, evocando una pruriginosità di stampo freudiano con i titoli di quel periodo: L’esprit de famille (1955), che riecheggia quello del romanzo di Jean Milo (Émile Van Gindertael) di dodici anni prima.

Mini-Skirt Love

Mentre una dozzina d’anni dopo, diretto da Lou Campa, Mini-Skirt Love (1967) insiste sul nervo scoperto dell’incestuoso tabu familiare, mediante l’infantile espediente rischiosamente avvertito dall’adagio anglosassone “Curiosity Killed the Cat”, che non si sa se far risalire a Shakespeare o a Ben Jonson, visto che per entrambi a costituirsi assassina era la preoccupazione (care).  

Grazie zia

Un adolescente, appassionato di fotografia, scatta foto di sua madre in compagnia d’un altro uomo, che non è il marito; ma è troppo ingenuo per rendersi conto che la donna sta facendo qualcosa di più d’un innocente intrattenimento. Quando mostra le sue foto al padre, fornisce inconsapevolmente la motivazione allo scatenamento d’una rissa che finisce con la morte accidentale dell’uno e il crollo mentale e conseguente ricovero ospedaliero dell’altra. Entra allora in scena la zia paterna, presumibilmente frigida, che si dimostra comunque amorevole e affettuosa e, quando vede le istantanee fatali, “s’incuriosisce e si preoccupa”, come la gatta di cui sopra, fino a spingere la loro relazione a un livello inequivocabilmente successivo, insaponando il nipote sotto la doccia, e proprio lì sotto. In Italia, Samperi l’avrebbe intitolato “Grazie zia” (1968).

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