La vittoria elettorale in Sardegna, con la candidata del M5S Alessandra Todde e la inaspettata affermazione di Luciano D’Amico in Abruzzo che, sia pure sconfitto dalla «corazzata meloniana» di governo, ha conseguito un ottimo risultato, pongono la questione, vivissima, della necessità dell’«alleanza» all’interno delle forze del centro-sinistra. Quello che comunemente viene chiamato «campo progressista» (ex «campo largo» de enricolettiana memoria) è un (come un gelato dai molti colori) «variegato» territorio nel quale gravitano e transitano «forze politiche» abbastanza eterogenee ma «unite» comunque da una comune mission: quella di essere, appunto, delle forze «progressiste». Pd e M5S capeggiano questo «campo progressista» che si è visto, così, alla prova sia in Sardegna che in Abruzzo. La «necessità» dell’«alleanza» è la caratteristica più rilevante, a questo punto, per cercare di sconfiggere, alle prossime Politiche, una «destra-centro» non più completamente monolitica e articolata, anche per evidenti «dissapori» interni tra Salvini e Meloni, nella sua specificità di «forza» necessariamente vincente. A livello di teoria politica, se ci fosse davvero questa «alleanza», ne avremmo, da una parte un sovranismo (abbastanza diffuso anche in Europa e nel mondo) contro una coalizione «globalista» (insomma: identità e differenza, concettualmente) che mette in primo piano le tematiche della «complessità». Dirsi «progressisti» oggi vuole dire sapere che bisogna fare i conti con un mondo multisfaccetato e diversificato – nel quale non ci sono soluzioni semplici o peggio ancora «semplicisitiche» (populismo in primis, ma anche il sovranismo) per dipanare la matassa. Da un lato, insomma, semplicismo, banalizzazione e omologazione a diktat più o meno «facili» (avrebbe detto Alberto Arbasino: «La politica della Sora Cecia» ovvero: «Signora mia, ma si figuri…») e dall’altro lato la consapevolezza di non avere risposte pronte e spendibili una volta per tutti ma che bisogna cercare, tutti insieme, un «metodo» per realizzare la «fraternità» all’interno di dinamiche sempre più astratte e aleatorie (finanza, mercati, tecnica, geopolitica, nuove guerre, crisi economiche, nuove migrazioni, mancanza di sicurezze, tutela dei diritti, libertà messe in pericolo). A livello strettamente «politico» se ne ha che l’«alleanza» (la Nuova allenaza dicevano Ilya Prigogine e Isabelle Stenges) da una parte (dalla parte del «campo progressista») se la dovrebbe vedere con una «coalizione» connotata da tre partiti (FdI, Lega e FI) i quali, nel caso ciò avvenga alle prossime elezioni Politiche, avrebbero dalla loro una certa omogeneità. Dunque: «alleanza» contro «omogeneità» vuole dire: il centro-sinistra si dovrebbe «alleare» per far sparire le differenze (almeno quelle macroscopiche) e non solo sui programmi, ai fini di raggiungere quella «uniformità» che la «destra-centro», nel suo insieme, sembra mantenere come obiettivo. Ma per raggiungere tale «sparizione delle differenze», da parte del «campo progressista» serve un piano, un progetto, una piattaforma sulla base della quale discutere. Serve il dialogo.