Costruisci il tuo futuro nel cuore dello Stretto: perché scegliere Giurisprudenza alla Mediterranea
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...
L’isola di Cuba rappresenta un caso. Insieme alla Corea del Nord, alla Cina, al Laos e al Vietnam è uno dei cinque Paesi nei quali permane, al governo, il comunismo. Brevemente, dire «comunismo» vuole dire principalmente «noi» e non «io». Proprietà «comune» dei mezzi di produzione (recitano i «Sacri testi») e abolizione della proprietà privata (in favore di un’economia «collettivista»). Se si intendono per «mezzi di produzione» quelli nati dall’«unione» tra i mezzi-fisici (macchine, utensili, eccetera) e le «risorse naturali» si ha che- attraverso il «lavoro» – tutto ciò crea finalmente il «valore» («aggiunto», rispetto ai «beni e servizi» precedentemente impiegati nel processo produttivo o meglio: inizialmente). In sostanza attraverso il comunismo si ha che il «collettivo» (il generale, il pubblico, il sociale, il complessivo, il globale eccetera) genera «valore aggiunto». Ovvero spezza quella monopolizzazione del privato e dell’individuale, tipica dell’economia capitalistica, per la quale è solo la forza del «capitale» (oggi declinato in termini di aziende multinazionali o meglio ancora: transnazionali) che può «produrre» un «tornaconto» all’imprenditore (oggi declinato in termini di ad, ceo, top manager eccetera). Fermo restando che il tutto, nella cosiddetta globalizzazione attuale, passa attraverso una finanziarizzazione dell’economia che non vede più singoli proprietari di azienda al timone di imprese ma consigli di amministrazione che devono rendere conto ad azionisti proprietari di titoli quotati in borsa. Cioè detto veramente per sommi capi. Ma torniamo a Cuba. Dal 1959 Cuba fa furi un regime militare e Fidel Castro (insieme ai suoi uomini) instaura un regime «collettivista». Politica ed economia, nei sistemi comunisti, sono reciprocamente implicati perché la seconda costituisce la struttura della società dalla quale tecnicamente «emerge» in maniera automatica la politica. Per cui: Cuba subisce nel 1962 un embargo da parte degli Stati Uniti. Divieto di esportazione. Gli Stessi Stati Uniti e i Paese loro vicini (in sostanza tutti i Paesi del «Patto Atlantico») non possono più far arrivare le loro merci (l’embargo di Kennedy è economico, finanziari e commerciale) nell’isola caraibica. Da quel momento in poi questa piccola isola ha solo l’aiuto dell’Unione Sovietica (e di qualche suo «Paese satellite»). Dal punto di vista filosofico quello che accade alla piccola Cuba è molto interessante: essa dovrebbe essere condannata all’autarchia economica ma, invece, mantiene intatto il suo «noi»; il collettivismo, l’ideale comunitario. Fa leva non sulle proprie risorse ma sulla propria ideologia: ecco perché Cuba rappresenta un’«isola di senso» all’interno di un mondo altrimenti insensato. Tra Disneyland («E altri non luoghi», avrebbe amato dire l’antropologo Marc Auge) e le «conseguenze della globalizzazione» (Internet, Microsoft, Elon Musk, lo stesso Covid-19 eccetera) questa piccola isola caraibica innalza ancora – in pieni anni 2.0 -la propria bandiera che reca come insegna: «Non è la coscienza che crea l’essere ma è l’essere sociale che crea la coscienza». La globalizzazione aggressiva attuale, tra guerre globali, inflazione, riscaldamento ambientale globale, terrorismo internazionale propone sempre più un mondo piatto, livellato, morbido, molle, «liquido» (come diceva Zygmunt Bauman). Un «Impero» (tanto per citare Toni Negri) nel quale le «moltitudini» possono far sentire la propria voce solo ispirandosi a quel territorio «comune» (è questo il titolo che completa la trilogia di Negri) che solo si può rintracciare a Cuba (come nel Laos, come nel Vietnam, come nella Corea del Nord, come in Cina). In definitiva l’alternativa che tutti stanno cercando a questo capitalismo del «pesce grande mangia pesce piccolo» era già qui davanti agli occhi. Era Cuba. Tutti i tentativi (come quello del premier inglese Tony Blair e del sociologo Anthony Giddens) di trovare una «terza via» sono naufragati malamente. Anche l’ipotesi di una «decrescita felice» (di Serge Latuche) fondamentalmente non ha fatto molta strada. Il punto è sempre lo stesso: il «collettivo» al posto del «privato»; il «noi» e non l’«io»; la «società» e non l’«individuo»; filosoficamente: «Aristotele» e non «Platone». «L’uomo è un animale sociale» non è una monade leibinziana del tutto atomica che non ha bisogno di nessuno. «un uomo che riesce a vivere da solo o è una bestia o è Dio» diceva sempre Aristotele. Evidentemente gli uomini e le donne a cui piace questa globalizzazione «riescono a vivere da soli», cercando «solo» di fare soldi, ostacolandosi l’un l’altro (la chiamano «concorrenza») e non cercando più alcun «senso» che non sia quello dell’immediato contingente. Ma nell’immediato contingente trionfano «i mezzi» e non i «fini» (gli scopi, il telos , il senso della vita) per cui l’unica ragione che si impiega è quella «strumentale» (max Horkheimer). Le grandi domande della filosofia – che fanno parte di ognuno di noi, non dei soli filosofi (visto che lo stesso Antonio Gramsci nei «Quaderni» diceva che «tutti gli uomini sono filosofi») – rimangono inevase. Non vengono più poste. Non interessano a nessuno. A nessuno interessa il «senso» di quello che sta facendo: interessa invece a tutti il profitto, il guadagno, l’interesse, la rendita: come se questi «mezzi» alla fine, di fronte alla grande tragicommedia che è la vita, servissero a qualcosa … Ecco perché Cuba rappresenta invece ancora adesso l’ultimo baluardo nel quale è possibile rinvenire il vero «senso della vita». A Cuba si predilige (ancora) il collettivo. Non si sceglie di essere o «Dio» o una «bestia». Non si sceglie il narcisismo o l’abbruttimento.
