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DA UOMO E NON DA FILOSOFO: MAURIZIO FERRARIS INDAGA LA «VITA»

Nell’agambenone che c’ho io (Giorgio Agamben, Homo sacer. Edizione integrale 1995-2015 Quodlibet, Macerata, 2018) e precisamente a pagina 17 si legge: «I Greci non avevano un unico termine per esprimere ciò che noi intendiamo con la parola vita. Essi si servivano di due termini, semanticamente e morfologicamente distinti, anche se riconducibili a un etimo comune: zōḗ, che esprimeva il semplice fatto di vivere comune a tutti gli esseri viventi (animali, uomini o dèi) e bíos, che indicava la forma o maniera di vivere propria di un singolo o di un gruppo». Maurizio Ferraris, in questo suo stupendo Imparare a vivere (Laterza, Roma-Bari, 2024) non parte, affatto, da questa, peraltro utile, considerazione di Giorgio Agamben. Ma la evoca! Il fondatore del «Nuovo Realismo», infatti, a pagina 36 del suo libro scrive: «Che cos’è la vita? L’ombra di un sogno fuggente, come scrive Carducci, o la lotta del metabolismo contro l’entropia, nella versione di Schrödinger? Entrambe le cose (…) sia un principio essenziale, il vivo per contrapposto al morto, la zoé; sia ciò che si vive soggettivamente, come un’esperienza diretta, la vita vissuta, il bìos, l’esistenza». Dicevo che questo libro è veramente «stupendo» perché, dice ancora Ferraris: «In queste pagine, per essere chiari, non si tratta di filosofia»! Penso, infatti che ne abbiamo tutti davvero abbastanza di libri come L’ultimo Wittgenstein in relazione al primo Heidegger o come la Critica del soggetto finito e costruzione dell’assoluto nella «Fenomenologia dello Spirito» di Hegel. Come diceva il «povero» Antonio Gramsci è «filosofia della prassi» comune scrivere e soprattutto pubblicare cose che allontanano le persone dalla filosofia, la rendono indigesta e «pesante» e, in definitiva (io ne so qualcosa avendone letti moltissimi di questo tipo) non servono a nulla! Invece, Maurizio Ferraris «decide», per una volta, di parlare della «vita». Quella stessa «vita» rispetto alla quale, alle prese con un qualche «inciampo», noi abbiam il «dovere» di «imparare a vivere». Il collettivo, il sociale, il comune, la presenza dell’«altro» (e degli «altri») sono la «risposta» e la «soluzione» che il filosofo di Torino propone rispetto a questo problema. Il libro si compone di quattro «stazioni»: 1) «vivere»; 2) «sopravvivere»; 3) «previvere» e 4) «convivere» nella certezza che «Ci sia un senso dello stare insieme che scavalca i limiti di una vita che, esaminata per quella che è, senza il senso supplementare del convivere, rimane solitaria, povera, sgradevole,  brutale e, per quanto lunga possa essere, comunque troppo breve». Qui Ferraris – senza mai nominarlo – chi «mastica» di filosofia sa che sta citando, a ritroso, Thomas Hobbes. E cita il filosofo del Leviatano a ritroso perché costui è stato un vero e proprio maestro del «contrario» di quello che Maurizio Ferraris vuole esprimere: «gli altri» come «alternativa» alla paura e alla morte (magari «racchiusi» in uno Stato Assoluto) e non come «figli» e «frutto» di una constatazione alternativa: «Noi non siamo soli al mondo, c’è un altro, diverso da noi ma umano come noi a cui possiamo rivolgerci con odio o con amore, ma appunto come a un alter ego che ha, in sé, qualcosa di noi». Un libro che è dunque una nuova «considerazione» e «rappresentazione» della «vita». Sia essa zoé o bìos (la «prima» e la «seconda» natura, nel discorso che fa Ferraris), la «vita» insiste, persiste, resiste e, a un certo punto, desiste. C’è la morte. Dunque? Esistono delle «condizioni» (siamo fatti di bisogni/desideri ma anche di capacità/intelligenza, occorre andare «verso» l’altro (e gli «altri») per «imparare a vivere», per «riparare» o «aggiustare» un mondo andato «fuor di sesto» occorre non mettere assieme i pezzi e armarsi di colla e stucco ma «imparare» le regole del gioco) e tutte queste «condizioni» – «Senza mai dimenticare, tuttavia, che l’umano come costrutto naturale e sociale, il protagonista della bella favola che ci raccontiamo (“da animali a dèi”), non è che il testimone secondario di eventi che hanno avuto inizio prima della sua comparsa e che si concluderanno in anni di cui avrà perso il conto perché sarà sparito da chissà quanto tempo» – fanno sì che si giunga a una consapevolezza: «Senza la prospettiva di un convivere è davvero difficile che si possa ottenere qualcosa che della felicità, o almeno della serenità, abbia il profumo». Naturalmente, Maurizio Ferraris argomenta tutto ciò e riesce, quasi sempre, a dire il vero, a convincere. Personalmente non sono stato «convinto» di una cosa. Nella «stazione» denominata «sopravvivere» («Dedicata ai molteplici e manchevoli tentativi che noi umani abbiamo escogitato per darci un’altra chance, altra vita dopo la vita»), Maurizio Ferraris scrive: «Nella felicità del fine conseguito si intreccia l’intrinseca malinconia della fine di tutte le cose». Perché? Forse per quel tanto decantato «luogo comune» il quale dice che l’uomo «non è mai contento», mai appagato, mai in pace con sé stesso. Sia pure in un libro dove «Non si tratta di filosofia» questa cosa, che appartiene più alla letteratura (nello specifico: alla poesia) che alla «vita», non mi convince affatto! Non ha molto a che vedere, infatti, con la «vita» (sia essa propria dell’«organismo» o del «meccanismo») una «felicità» che evoca una certa «malinconia». Per quanto «bipolari» possiamo essere: quando stiamo bene stiamo bene…  

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