Fatica senza fatica: il 14 e il 15 marzo tutti al Vittoriale degli Italiani!
Sabato 14 dalle ore 16.00 e domenica 15 marzo dalle ore 11.00, il Vittoriale degli...

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“Gjuha arbëreshë është hekur i nxet: Të djegur zemrën e ngë lë ri hirit” – (la “nostra” lingua è alimentata dal ferro rovente: e un cuore che brucia non lascia che cenere).
Partendo dal presupposto che il popolo dei Calabri, nome di una delle due entità in cui si dividevano le tribù dei Messapi, viveva nel territorio di quella che adesso si chiama Puglia, a Sud dell’attuale città di Brindisi, lungo la costa e nell’interno, praticamente di fronte all’odierna Albania, e che nella regione ora Calabria viveva un altro popolo, quello dei Bruzi, non sarebbe del tutto impossibile ipotizzare una derivazione del nome Calabria, non tanto da una popolazione autoctona, quale quella dei Calabri della Puglia, toponimo quest’ultimo derivato dalla gente di stirpe osca degli Apuli, quanto da una località al di là dello Jonio, storico-geograficamente corrispondente all’Albania del sud, la Labëria (la cui pronuncia in albanese suona pressappoco Labria).
Una possibile etimologia
All’arrivo della prima migrazione di quelli che allora erano gli Illiri dei Balcani e che, nel tacco salentino dello stivale, divennero Messapi, l’estrema propaggine meridionale della penisola italica (la punta dello stivale) la si indicava in altro modo, prossimo semmai, ancora complessivamente e genericamente, a Magna Grecia oppure, a seconda della zona se settentrionale, centrale o meridionale, rispettivamente Bruttia, Œnotria o Italia. Pertanto l’etimologia di “Calabria”, da cui il nome di una delle popolazioni messapiche, e dell’odierna regione, potrebbe spiegarsi mediante il lessico albanese (affine all’antica parlata degli Œnotri) che ne indica addirittura, con sufficiente precisione, l’originaria provenienza geografica. Infatti, “ca” non sarebbe altro che la pronuncia della preposizione “da” (che in tosco si scrive nga), mentre “Labria” (Labëria) corrisponde al nome della località dalla quale quel popolo sarebbe partito in direzione della più vicina costa occidentale. Forse, nel corso delle varie ondate di immigrazione albanese, incrementatesi soprattutto intorno al XV e XVIII secolo, tra la popolazione preesistente, l’antica messapica, di derivazione illirica, si parlava una sorta di albanese “arcaico” che distingueva in tal modo i nuovi arrivati da quelli già stanziatisi ormai da tempo.
Se, dunque, «Calabria» può significare “Ca Labria” (nga Labëria), ossia “dalla Albania meridionale”, analogamente il cognome «Calabrese» varrebbe come “proveniente dall’Albania del Sud”. Del resto, abbastanza verosimile, specialmente presso i siti non calabri, ma lucani, in particolate Barile (in arbëreshë: Barilli), dove questa famiglia “Calabrese” ha stabilmente vissuto e dove ancora oggi si parla un dialetto di origine albanese. Quello che potremmo definire come albanese “arcaico”, poiché preesistente alla successive immigrazioni provenienti dall’altra parte dello Jonio o dell’Adriatico, etichettava così i suoi nuovi componenti per distinguere le genti appena sopraggiunte dalle famiglie originarie del luogo. Può essere questa una possibile origine di quel cognome?
Labëria geografica
Quella della Labëria è un’area sudoccidentale dell’Albania, i cui confini arrivano da Valona a Himara verso sud e, nei pressi di Saranda, si estendono fino in Grecia, incorporando così la zona del Kurvelesh e il distretto di Argirocastro, nonché a oriente la città di Tepelenë. Pur trovandosi nella Shqipëria più meridionale, i Lebër (Λιάπηδες, Liapides, in greco) appaiono più simili ai gheghi (Gegët, in albanese) del nord che non agli altri schipetari a loro più vicini.
Culturalmente distinguibile perciò dal resto del paese, soprattutto per le sue tradizioni e il suo folklore, quello lap o lab (al singolare, sia in greco che in albanese) era prevalentemente un popolo di pastori guerrieri che, durante l’invasione ottomana dell’Albania, occupava principalmente le montagne del Kurvelesh, Progonat e Valona. Tuttavia, a causa delle migrazioni di massa verso le aree urbane, successive alla seconda guerra mondiale, la popolazione è andata maggiormente concentrandosi negli agglomerati urbani di Valona, Tepelenë, Argirocastro e Saranda.
In una definizione più ampia, la denominazione di Labëria può essere usata per includere tutto il territorio del fiume Vjosa, che va da Mallakastra a Saranda, mentre in quella più specifica può riferirsi soltanto a Himara, Tepelenë e Kurvelesh. Nella prima più estesa, si includono i dintorni di Valona, a sud del fiume Vjosa, Lunxhëria, Mallakastra, Argirocastro, Delvinë, Pogon, Dropull, Saranda e, a volte, persino Këlcyra e Zagori, arrivando a delimitarsi attorno alla frontiera greca, di Myzeqe, Chameria, Dangëllia e Dishnica.
Labëria storica
Dal punto di vista storico, i Lebër appartenevano alla religione cristiano-ortodossa orientale, anche se poi, nel periodo della dominazione ottomana, furono in molti a venire convertiti all’Islamismo. Queste conversioni sono state particolarmente intense durante gli anni del conflitto tra l’Impero Ottomano e la Russia, appunto, ortodossa, allorché divenne maggiormente pressante sui sudditi cristiani ortodossi da parte dei governanti ottomani, una forzata richiesta d’islamizzazione, in controtendenza alla consueta tolleranza ufficiale verso i cristiani mantenutasi negli anni precedenti. Altri motivi che indussero a forzare la conversione sarebbero da rintracciare nella discriminazione e nello sfruttamento dei cristiani da parte degli occupanti, nonché i precedenti modelli di passaggio tra le diverse fedi e sette cristiane (tra cui, oltre all’Ortodossia, il Cattolicesimo, l’arianesimo e il bogomilismo), variamente distribuite nella regione già nella precedente epoca pre-ottomana. Ulteriori stimoli furono determinati dai tributi che solo i cristiani erano tenuti a pagare, dalla povertà della chiesa, dall’analfabetismo di massa dei sacerdoti e dal fatto che la lingua parlata nel culto liturgico non era il volgare albanese. Tradizione vuole che una conversione di massa di Lebër si sia verificata proprio nel corso d’una carestia, durante la quale i resoluti vescovi di Himara e Delvina si rifiutarono di concedere ai fedeli di alimentarsi almeno con del latte.
Labëria militare e mistica
Molti Lebër, per via della loro natura bellicosa e di un’iniziale preferenza degli Ottomani per i sudditi balcanici, vennero reclutati come Giannizzeri. Dopo lo scioglimento di tale corpo dell’esercito da parte del sultano Mahmud II, nel 1826, venne smantellato anche il nucleo centrale dell’identità dei Giannizzeri, ovverossia il ramo Sufi Bektashi, e i suoi seguaci furono esiliati nel meridione dell’Albania. Di conseguenza, la maggior parte degli odierni Lebër appartengono proprio a questa fede Bektashi, mentre i cristiani ortodossi sono più concentrati nella parte meridionale e orientale della regione, in quella costiera di Himara, così come in alcune zone del distretto di Valona, o intorno ad Argirocastro, Delvine e Saranda.
La confraternita islamica, di derivazione sufi (ṭarīqa, ordine), dei Bektashi (in albanese: Tarikati Bektashi; in turco: Bektaşi Tarîkatı), istituita nel XIII secolo da Hajji Bektash Veli (mistico d’origine persiana, vissuto in Anatolia, ed esponente dell’Alevismo sciita), si riconosce nella dottrina dell’«apparentismo» di Ibn Arabi, ma probabilmente veicola l’insegnamento occulto della dottrina Hurufi (del sufi persiano Fadlullah), ritenuta eretica dai sunniti. Dagli sciiti vengono invece considerati “panteisti”. I loro riti (cem), che includono musica e danza (semah), si svolgono in case assembleari (cemevi) e non nelle moschee. Altra particolarità: nel corso del magfirat-i zunub, ammettono i loro peccati innanzi alla propria guida spirituale (dede).
Labëria patriottica
In questa regione nacque il famoso Ali Pasha di Tepelenë, o di Yanina (Ioannina), soprannominato Aslan, “il Leone”, ovvero il “Leone di Yannina” (1740-1822), che governò sulla parte occidentale della Rumelia, territorio europeo dell’Impero Ottomano, pertanto denominato anche quale Pashalik di Yanina, perché la sua corte risiedeva a Ioannina.
Labëria mitica: Lapiti, Centauri e Amazzoni
Lebër, o Liapides, potrebbero forse essere eredi di quel popolo leggendario che abitava la vallata del Peneo, in Tessaglia, e che, al pari dei Mirmidoni e delle altre tribù tessale, risalirebbe all’epoca pre-ellenica. Antiche genealogie sostenevano che la stirpe dei Lapiti fosse imparentata con quella dei Centauri, in quanto entrambi discendenti di Apollo e della Ninfa Stilbe, figlia del dio fluviale Peneo. Uno tra i più famosi Lapiti, Ceneo, alla nascita, sarebbe stato una ragazza di nome Ceni, favorita di Poseidone, che la trasformò in un guerriero invulnerabile. E Amazzoni di questo tipo, comuni tra i cavalieri Sciti, sarebbero ancora presenti nella tradizione albanese.
Calabri o Dardani
Al di là dell’Adriatico, i più antichi Calabri (in greco: Galavrioi), che Strabone associa ai Thunatae, furono una tribù illirica di Dardani, successivamente romanizzata, insistente nella regione del Kosovo orientale, tra Serbia meridionale e Macedonia settentrionale, le cui città di maggior rilievo furono “Vendenae“, tra Ad Fines (Kuršumlija) e Viminacium (Kostolac), “Vicinianum“, tra Vendenae e Theranda, e “Tranupara“, tra Astibus (Štip) e Scupi (Skopje).
L’archeologo John Joseph Wilkes ne parla come di una popolazione di possibile derivazione tracia. Ma, a ricollegarli al sud Italia è stato l’etnologo e filologo inglese Robert Gordon Latham (1812-1888), nel suo “Descriptive Ethnology”, del 1858. E, nel seguirlo, ci costringe ad andare molto a ritroso nel tempo.
Un “primato” albanese?
Un mito, accademicamente considerato obsoleto, sull’origine della popolazione albanese è relativo a una loro diretta discendenza dai Pelasgi, un termine generico questo, però utilizzato spesso dagli autori classici per indicare gli abitanti autoctoni della vicina Grecia. Tale teoria è stata sviluppata dal linguista austriaco Johann Georg von Hahn (1811-1869) nel suo “Albanesische Studien”, del 1854. Erano Pelasgi gli originari proto-albanesi e pelasgica la lingua parlata da Illiri ed Epiroti, nonché dai medesimi antichi macedoni, con loro strettamente correlati.
Nell’attribuire una sorta di precedenza sulle altre nazioni balcaniche, questa teoria stabilisce che l’antica civiltà ellenica avrebbe un’origine “albanese”.
Pelasgi ed Enotri: Siculi, Itali, Morgeti
E se illiriche furono le tribù di Siculotes e Segestani discese a contrastare Sicani ed Elimi, Calabri furono denominati i Messapi che vivevano da Otranto a Egnatia, ed erano pure Iapigi gli Œnotri che occupavano l’antico territorio compreso tra l’attuale Basilicata e la parte settentrionale dell’odierna Calabria. I Morgeti, uno dei rami in cui si distinsero gli Œnotri, ancor prima di stabilirsi definitivamente a Morgantina, in Sicilia, lasciarono tracce toponomastiche della loro peregrinazione anche in Campania, a Morigerati, e in Calabria (San Giorgio Morgeto). L’altra branca di Œnotri, quella degli Itali, o Vituli (da Vitlu, vitello), dietro pressione bruzia, prevalentemente sannitica e osca, si stanziarono nella parte più meridionale dell’attuale Calabria.
Il fattore glottologico
Varie fonti classiche ci informano che i Greci avrebbero mutuato proprio dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, e della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro stesso modo di scrivere, e persino si appropriarono delle loro divinità. Cosicché Demetra, per esempio, ovvero De-Mitra (in albanese: Dhe terra, Mitra utero) rappresenta la dea madre terra. Quella che, più tardi, venne chiamata Venus dai romani, in lingua albanese, è Afërdita, proveniente da Afër-vicino, e dita-giorno (riferito all’alba, e di conseguenza alla stella del mattino); nel tempo, la parola si è modificata in Afrodite, conservando in greco un significato solo parziale per via esclusivamente di quell’aphròs, “spuma”, iniziale, mentre in albanese possiede un molto più preciso riferimento celeste al pianeta a noi vicino, scambiato per un astro. Come per tante altre parole poco comprensibili in greco, trova senso nell’arcaica lingua pelasgica dalla quale deriva il tosco albanese.
Ancora, il nome della capitale rumena Bucarest, in albanese, bukur-eshte, significa, letteralmente, “bello è” (è bello). E la stessa definizione di Pelasgi si può piuttosto facilmente riferire all’albanese Pellg (mare profondo); in italiano diviene “pelago”, termine che altrimenti verrebbe fatto derivare dall’onomatopea pleg, urto, onde il tedesco platsch-en, scrosciare; – si adatta meglio, nell’esprimere il movimento ineguale dei flutti, la radice sanscrita plu-, da cui deriva il greco pleo, navigo, vago ed erro (e da qui: impelagarsi), accostato sempre al sanscrito go, acqua -.
Pelasgi d’Illiria
I Pelasgi, infatti, furono chiamati anche “Popoli del mare”, poiché erano abili navigatori, “liberi”, tanto da dedicarsi alla pirateria; e chiamarono Iliria (Illyria, in latino) quella che considerarono la loro patria: Lir-i (da lir, libero), con la conseguente accezione di “Paese del popolo libero”, estendentesi di fatto dall’Adriatico al Danubio. La stessa radice pelasgo-illirica (liri), la si riscontra pure, e con lo stesso significato, non soltanto nell’albanese odierno (sempre liri), e in latino (libertas) [da cui l’italiano (libertà), il francese (libertè), lo spagnolo (libertad), il portoghese (liberdade), il romeno (libertade), e persino l’inglese (liberty)], bensì, perfettamente uguale, nell’antico etrusco (liri).
Pelasgi d’Italia
Nel Lazio, esiste addirittura un monte Liri, un fiume Liri, e una Fontana Liri. Questo termine si è conservato nei vari paesi mediterranei, proprio grazie all’emigrazione delle varie tribù illiriche, come i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, e non ultimi gli Etruschi.
In lingua albanese, ognuno di questi nomi trova un suo puntuale significato. Provenendo da Mes (ambiente, centro) e Hapi (aperto), Messapi equivale a “paese aperto”; Veneti deriva dall’appellativo d’una divinità femminile, Ven-d (radice indoeuropea wen, amare, da cui Venus, Venere), quindi patria, per eccellenza; Piceni (da Pi, bere, e Keni, avere) indica un luogo dove l’acqua si trova in abbondanza. Dauni vuol dire semplicemente “separati”. Ed E-truria (da E, di, e Truria, cervello) ospita gente con particolare acume.
La decifrazione dell’etrusco
Arno, in albanese, significa “restauratore”, in senso creativo e di civilizzazione, tanto che la presenza dei fiumi fu sempre di grande importanza geomantica nella fondazione degli antichi insediamenti urbani e per la loro augurale fioritura; e in questo caso proprio per Firenze. La Toscana è la regione dei Toschi alla stessa stregua di come Toschi sono gli abitanti della Toskeria albanese. Tosk o tok sarebbe sinonimo di Dhe ed entrambi si traducono con terra.
L’etrusco fu lingua parlata e scritta in diverse zone d’Italia, nell’antica provincia dell’Etruria, Umbria occidentale e Lazio settentrionale principalmente, nella pianura padana, dove entrarono in conflitto con i Galli, e in quella campana dove vennero invece assorbiti dai Sanniti. La lingua etrusca lasciò molti prestiti glottologici al latino che la sostituì completamente. Soprattutto i toponimi che finiscono in –ena, tipo Bolsena o Cesena, e poi Tarquinia, Volterra, Perugia, Mantova, forse Parma. Altri esempi sono il termine persona che proviene da phersu e ancora atrium, fullo, histrio, lanista, miles, mundus, populus, radius, subulo…
Nel decifrare iscrizioni arcaiche, sia etrusche sia pelasgiche, mediante il ricorso all’albanese odierno, Nermin Vlora Falaschi (1921-2004), avrebbe dimostrato che la moderna parlata discendente dall’antico illirico riproduce abbastanza fedelmente quello che doveva essere l’idioma pelasgico. In una relazione tenuta nel 1997 all’Università di Mainz, dal titolo “Patrimonio Linguistico e Genetico”, sostenne la “probabilità della monogenesi embrionale delle parole”.
Popoli del mare
Quella dei Pelasgi sembra essere stata una confederazione di tribù che, per affrontare e superare le grandi difficoltà di una sistemazione definitiva presso le varie sponde del Mediterraneo, dovettero scontrarsi con altre popolazioni autoctone, sulle rive d’Egitto e pure sui lidi italici. In ogni caso, questi antichi popoli furono i naturali antenati di tante altre genti di stirpe indoeuropea le quali, giunte nel nostro continente, arricchirono di nuove conoscenze la locale arcaica cultura, ancora in boccio.
La costituzione dell’alfabeto
Come è accaduto per altri alfabeti, tipo l’etrusco, quello pelasgico, impiegato da questo misterioso popolo, è stato sempre altrettanto inesplicabile. Diodoro Siculo riferisce che i poeti pre-omerici si espressero solo in quell’alfabeto per almeno un millennio. Sarebbero stati loro, i Pelasgi, a introdurlo nella nostra penisola. Addirittura Plinio il Vecchio li considera quali “primi abitanti dell’Italia”. Per cui in tempi antecedenti l’arrivo degli Elleni, questi nostri territori sarebbero stati conosciuti come Pelasgia. I sopraggiunti Greci, dunque, impararono molto dai Pelasgi, e non solo le tecniche costruttive e metallurgiche, bensì anche il modo per migliorare la propria scrittura. Pindaro scrisse infatti: “portò un bel regalo il divino Pelasgo, la terra fece il primo essere umano, nacque in Arcadia, prima che la luna fu” (Arcadia, VIII, 1,4,6). Omero, che li definisce come il popolo di Creta (minoico) e li menziona quali alleati dei Troiani, narra che Achille pregava il Dio Pelasgico di Dodona, Zeus, in questo caso accoppiato a Dione (Iliade, II: 840-843).
La stele di Lemno
Fu lo storico Eforo a sviluppare la teoria che si trattasse di guerrieri, nativi di una terra annessa all’Ellade, ma con stretti legami di sangue coi Tirreni, cioè gli Etruschi. Il legame più evidente tra queste genti e l’alfabeto si trova nella stele di Lemno, che ne prova l’assoluta identità con quello etrusco. Sembra anzi che l’Etrusco faccia parte delle lingue tirrene legate agli abitanti di Lemno e ai Minoici, una famiglia linguistica di ceppo pre-indoeuropeo, che si ritrova in tutta l’area che va dall’Egeo all’Anatolia (nell’odierna Turchia) e dalla Grecia fino alla penisola Italiana, includendo pure alcune antiche parlate Raetiche delle Alpi.
La teoria della monogenesi delle lingue
A diffondere l’idea della monogenesi delle lingue fu Sir William Jones (1746-1794), ma sono numerosi gli studiosi che la sostennero. Per esempio, Alfredo Trombetti (1866-1929), il filologo che per primo riconobbe la somiglianza del basco con le lingue caucasiche e con la famiglia sinotibetana; il glottologo Elia Làttes (1843-1925), il quale studiò la lingua etrusca avvalendosi del metodo “combinatorio”. Zacharie Mayani, per dimostrare come la lingua etrusca possa essere compresa solo attraverso l’albanese, tra il 1961 e il 1970, scrisse i tre tomi: “Les Etrusques commencent à parler”, “Les Etrusques parlent”, “La fin du mystère étrusque”.
Più di recente, Aristides Kollias (in albanese: Aristidh Kola) ha ulteriormente insistito nel promuovere la riabilitazione degli Arvaniti (Αρβανίτες, in greco, Arvanitët, Arbëreshët, Arbërorët, in albanese, e in “arvanitiko”: Αρbε̰ρεσ̈ε̰ o Arbërorë) d’origine albanese nella Grecia post-dittatoriale, e proprio con la motivazione che la loro lingua è molto più vicina all’antico idioma dei primi abitatori della parte meridionale della penisola balcanica, appunto i Pelasgi. Il greco antico si sarebbe formato sulla base di questo linguaggio pelasgico, in modo tale che le parole greche avrebbero prevalentemente una provenienza etimologica albanese.
Nel contesto ellenico, tale teoria potrebbe ideologicamente sottendere l’obiettivo socio-politico di attribuire alle popolazioni arvanitiche della Grecia meridionale un ruolo decisamente più positivo nella storia greca, fondendo in un’unica genealogia coloro che si considerano aborigeni con quelli che invece verrebbero ritenuti immigrati.
Nel servire la causa della “riabilitazione” degli albanesi come antica popolazione del luogo (i Balcani), queste idee ne legittimano la presenza in sito, attribuendo loro perfino un ruolo di rilievo nello sviluppo stesso della civiltà greca classica e, più tardi, nella creazione dello stato ellenico moderno, in netto contrasto con quell’immagine generalmente negativa, di solito prevalente nella società media, sulla minoranza arvanitica. Una modalità insomma per invertire anche l’ineguale relazione tra migranti e paese ospitante, rendendo i primi eredi d’una popolazione indigena e civilizzata, quasi alla pari, a cui quest’ultimo “anfitrione” deve riconoscere molto di ciò che, nella storia della civiltà, lo ha reso culturalmente superiore.
Una tematica molto meno dibattuta e sentita in Italia, dove alla minoranza “arbëreshë“, – che, sia pur distribuita a macchia di leopardo, si è mantenuta sempre orgogliosamente compatta e contemporaneamente abbastanza integrata, – viene riconosciuto senza dubbio maggior peso intellettuale. L’arbërisht parlato in territorio italiano è una varietà arcaica del dialetto albanese meridionale (il tosco), e gli esponenti di spicco della letteratura locale, come Giulio Variboba (1725–1788), Girolamo De Rada (1814-1903), Gabriele Dara (1826-1885), Marco La Piana (1883–1958), Francesco A. Santori (1819-1894), Giuseppe Serembe (1844-1901), Bernardo Bilotta (1843-1918) o Giuseppe [“Zef”] Schirò (1865-1927), e l’omonimo contemporaneo Zef Skiro Di Maxho, nonché Mario Bellizzi, Fabio Stassi, Carmine Abate, ecc. godono di notorietà anche nella madrepatria dell’altra sponda.
Che sia questa mancanza di sprone rivendicativo ad aver sopito l’interesse nei confronti del valore linguistico di tanta arcaicità?
