BASTA CON IL PRESIDE MANAGER
di Pierfranco Bruni Ritorniamo sulla questione scolastica. Da decenni mi interrogo sul problema della dirigenza...

di Pierfranco Bruni Ritorniamo sulla questione scolastica. Da decenni mi interrogo sul problema della dirigenza...
C’è un film sul potere di Livia, già moglie di un Claudio e madre di figli, poi moglie di Ottaviano, che li adottò; donde la complicata genealogia dei Giulio-Claudi-Agrippa fino a Nerone.
Senza dubbio fu potente, ma altrettanto senza dubbio non fu l’unica. Stando alla legge, le donne non avevano alcuna personalità giuridica, ma non l’avevano nemmeno i figli maschi finché viveva il paterfamilias. Era una primordiale struttura della gens, dalla cui confederazione nacque la res publica, che era un’alleanza tra pochi cives, ciascuno con i suoi figli e clienti, e la componente femminile. La stessa matrona era in loco filiae. Detto così l’argomento sembra chiuso. Se però consultiamo le cronache, e le testimonianze che ci vengono dai poeti, ci sorge il dubbio che una cosa sia la legge, e un’altra la realtà. Intanto, anche per la legge, la matrona è centro della gens, giacché sono legittimi sono i figli nati da un matrimonium, in origine complessa cerimonia detta nuptiae, e che cadde in disuso, come attesta Tacito per i tempi di Tiberio; ma anche il matrimonio diciamo così civile era legale, per quanto facile da divenire di-vortium, come leggiamo dei matrimoni di Cesare, Cicerone, Ottaviano… Le prime matronae sono le sabine, che impongono la pace ai padri e ai mariti, e formano famiglie legittime. Marzia, figlia di Anco, fu complice del parricidio e regicidio. Lucrezia suscitò la rivolta repubblicana. Madre e moglie costrinsero Coriolano a deporre le armi. Quando Pirro voleva corrompere i senatori, inviò doni alle loro mogli, “sapendo che a Roma le donne hanno da sempre grandissimo potere”. Ci stava quasi riuscendo…
Catone, che doveva avere la luna particolarmente storta, dichiarò in senato: Noi Romani comandiamo al mondo intero, e le nostre mogli comandano a noi. Nel 186 a.C. una bella retata arrestò un mucchio di uomini e donne che, di notte, si davano ai culti di Bacco: secondo me, sesso e droga e l’equivalente del rock and roll. Si legga il senatusconsultum de Bacchanalibus. Non parliamo delle doctae puellae, i cui costumi sono ampiamente attestati da Catullo e dalla Pro Caelio. E troviamo delle catilinarie, tra cui Fulvia che spifferò tutto a Cicerone.
I Romani furono i creatori del diritto… e dello storto, dicono i maligni! Non tanto alla poesia, quanto alle leggi si dedicarono, e con i Romani maschi, ci è giunta voce di donne che esercitarono, occasionalmente o per professione, l’avvocatura: Ortensia, figlia del grande rivale di Cicerone; Lelia figlia del Sapiens, di cui Quintiliano (I, 1); Afrania, celebre per la litigiosità; Amesia di Sentino, detta Androgine; di entrambe, Valerio Massimo (VIII, 3), e nello stesso luogo, di Ortensia racconta: “Ortensia, figlia di Quinto Ortensio, poiché l’ordine delle matrone era stato gravato di pesante tributo dai triumviri, e nessun uomo osava offrire loro il suo patrocinio, discusse la causa delle donne di fronte ai triumviri e francamente e con successo: facendo appello all’eloquenza paterna, ottenne venisse rimessa la maggior parte della somma disposta…”
