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Mediterranea

DRAGHI E COCCODRILLI

Del «Cuccutriddhu» stupratore e del «Dragu» che osò fargli strusciare le palle a terra

Nei giorni scorsi la presidente della Commissione Europea in visita ad Ankara è rimasta in piedi nel luogo dell’incontro perché Erdogan, assiso a fianco del presidente del Consiglio d’Europa Michel, non aveva previsto per lei la poltroncina uguale a quelle riservate agli altri partecipanti all’incontro. Sicché la «mischinazza», per non fare da reggi moccolo all’affettuoso sinedrio (la parola è quanto mai appropriata in quanto risultante dalla condivisione, sυν, della sedia, ἕδρας) s’è assettata in uno scomodo divano a distanza regolamentare da cotanta maestà.

Come ha detto Lucio Caracciolo in una intervista apparsa il 10 aprile a p. 17 de «La Repubblica» «Quello che resta di questa rappresentazione quasi teatrale è: io sono Erdogan, tu chi sei?»

La nullità della diplomazia europea è da ricercarsi anche nell’appiattimento sulle posizioni della politica estera USA che, attraverso la NATO, fa e disfa anche le spese militari di molti stati membri della UE.

Diversi interventi registrati sulla stampa a proposito dello sgarbo ricevuto dalla Von Der Leyen e, tra questi, una «parolaccia» scappata di bocca al neopresidente del consiglio italiano Mario Draghi nel corso di una conferenza stampa che, pur senza nominare Erdogan, si è riferito indirettamente a lui come a un «dittatore».

Apriti cielo diplomatico, con l’ambasciatore italiano convocato dal ministro degli esteri turco che pretende assolutamente che la «parolaccia» sia ritirata.

Vedremo gli sviluppi.

Intanto i Draghi-fans, pontefici sulla stampa immonda asservita agli interessi americani, esaltano quella parola così innocua e indiretta di Mario Draghi, di cui Erdogan siamo sicuri se ne freghi altamente, come l’inizio di una «Nuova politica Europea» che, però, ha già fatto professione di sudditanza verso gli USA quando, nel discorso di insediamento davanti alle camere, ha ribadito la necessità di un rilancio della NATO.

Per Stefano Folli, «La Repubblica» di sabato 10 aprile, Draghi «ha scosso l’albero di una Europa che dopo la pandemia dovrà essere rifondata per non scomparire … Sulla scena continentale il presidente del consiglio è in grado di svolgere un potenziale ruolo di “leadership” che all’Italia è precluso da decenni».     

A me, non so perché, la lettura dell’articolo di Folli ha fatto riemergere, da chissà quale voluta mentale, una storiella che avevo sentito nella mia infanzia contadina e che, forse, ha qualche attinenza con il presunto coraggio, o addirittura temerarietà, di Mario Draghi.  

Eccola.

Nell’Aspromonte degli anni Cinquanta del Novecento si narrava che, in uno dei periodi più bui di quella sfortunata terra, era esistito un brigante, tutti lo chiamavano «Cuccutriddhu» per via della sua ferocia, che terrorizzava le contrade che andavano dal golfo di Lamezia alla punta di Mèlito.

Sembra che il de cuius praticasse anche lo stupro sulle povere contadine o anche su donne di città che intersecavano le sue traiettorie.

Capitò così che un appaltatore delle imposte, voracissimo a sua volta e da tutti denominato «lu Dragu» per come fagocitava in nome e per conto del re ogni risorsa della contrada, decise di prendere in sposa la figlia di un ricco signore che aveva la sua fortezza a Peripoli, un insediamento preellenico di cui oggi sopravvive soltanto il toponimo.

Il Dragu, impalmata che ebbe la donna e consumato il ricco pranzo nuziale, decise di partire con lei in piena notte per raggiungere la sua residenza che si trovava nelle marine e che lui reputava molto più comoda e consona «ad nuptias legitimas consummandas».

«Focu meu, maritu meu! – osservò la donna – tu vo’ partiri di notti ma eu mi schiantu d’u Cuccutriddhu! Partimu matinu!». «Mugghieri mia, – rispose spavaldo l’uomo, che già aveva mandato in via cautelativa una enorme somma di denaro al brigante perché non disturbasse le sue nozze – ma sicundu tìa esti cchiù forti lu Cuccutriddhu o lu Dragu? Stai tranquilla c’a lu Dragu nuddhu nci poti fari facci!»

E, rassicurata la donna ed anche il tremebondo suo signor padre, maritu e mugghieri si avviarono in groppa ad un unico cavallo verso le marine.

Arrivati in un posto che tutti chiamavano la Porteddha, dove la strada si restringeva per via di una interruzione delle ultime cime aspromontane che declinavano verso il mare, si parò dinnanzi al Dragu, e alla moglie, in groppa alla cavalcatura dietro di lui, il Cuccutrigghiu che intimò con fare deciso alla coppia di scendere da cavallo e, costretta la povera ma ancora illibata consorte sotto un albero di ginestra opportunamente piegato per farne adeguato giaciglio, si dispose ad abusare di lei mentre il Dragu sbirciava a qualche passo di distanza.

O che temesse di essere aggredito nel momento in cui meno avrebbe potuto difendersi, o che l’intimazione insorgesse in lui per raccomandazione effettiva di una qualche fattucchiera, il Cuccutrigghiu si rivolse al Dragu con queste perentorie indicazioni:

«E tu chi ffai ddhocu? Accà nd’a vveniri, e mi mi reggi li palli all’addu! Chi l’aju assai dilicati e si, ‘n sia locu DDiu, mi toccanu nterra mi nfracitannu subitu e moru!»

Il brigante, esercitato in modo così estemporaneo lo jus primae noctis, ringraziò entrambi i coniugi per la collaborazione e si allontanò con relativa flemma nel buio della notte.

Rimasti soli che furono, la moglie rimproverò aspramente il marito perché nulla aveva fatto in sua difesa mentre veniva deflorata da quel gran pezzo di malacarne.

«Taci! – rispose il Dragu – lui ti ha deflorata ma è completamente spacciato. Io gli ho fatto strusciare le palle a terra durante tutto il tempo che ha abusato di te! Penso che fra qualche giorno sentiremo della sua dolorosissima morte!»

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