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GLI ANIMALI MEDICINA DI PHILIPPE DE WAILLY

«Du minéral au végétal,/ du végétal à l’animal,/ il y a, c’est évident,/ enchaînement et continuité./ Mais y a t-il progression?/ Marilyn Monroe est-elle plus belle qu’une rose,/ Mohamed Ali plus résistant qu’un chêne,/ Lindbergh meilleur pilote qu’un albatros?» (Dal minerale al vegetale,/ dalla pianta all’animale,/ c’è, ed è evidente,/ sequenza e continuità./ Ma ci sono progressi?/ Marilyn Monroe è più bella d’una rosa,/ Mohamed Ali più resistente d’una quercia,/ Lindbergh miglior pilota d’un albatro?) – René Barjavel (1911-1985).

Il giornalista, sceneggiatore, dialoghista, e scrittore francese, noto soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza, come Ravage (1943), intitola il suo testo d’accompagnamento alle foto scattate da Miroslav Brozek a Brigitte Bardot: “Amie des animaux” (Éditions Nathan, Paris 1976).

Ai nostri fratelli animali

Quest’ultima ha poi prefato il libro “A nos frères les animaux”, pubblicato dalle Éditions des Écrivains (Paris 2001), apprezzandone i contenuti animalisti.

«Se giudichiamo dalla moltitudine di celebrità riconosciute e rispettate che hanno scritto della loro compassione, del loro amore, della loro tenerezza per gli animali, abbiamo il diritto di dire a noi stessi che proteggendoli non siamo così “bestie” e solo questo! Certamente, ma stiamo uscendo dalla linea del “politicamente corretto” che concede all’uomo solo “diritti” dimenticando i suoi “doveri”. Ora, il primo dovere umano è proteggere e rispettare i più deboli. Gli animali lo sono poiché non possono difendersi e sono soggetti all’abominevole commercializzazione che la nostra cosiddetta società civilizzata (ma che è solo barbarie controllata) attua per ottenere la massima redditività, disinteressandosi completamente della loro sofferenza, del loro martirio, della loro scomparsa per sempre da un pianeta sul quale avremmo dovuto condividere i nostri territori e vivere in simbiosi. Sono molto grata all’editore che ha pubblicato questa meravigliosa raccolta di pensieri immortali sugli animali. In un’epoca in cui stiamo perdendo ogni senso della verità per banchettare con violenza e volgarità, questa bibbia degli animali raccolta da Geneviève Coupeau verso la quale mi levo il cappello, è una fonte di bellezza, freschezza, autenticità in un mondo in difficoltà, una saggezza su cui meditare, perché la sofferenza che la nostra società infligge anormalmente agli animali è solo il riflesso d’una drammatica decadenza che trasforma “l’umano” in “inumano”. I nostri fratelli animali sono anche i nostri

figli. Che orribili infanticidi siamo diventati!».

Compassione empatica

Nel rifiutarsi di riconoscere il potere consolante ed educativo degli animali, senza saperlo, si rimpicciolisce e impoverisce il medesimo campo d’azione, conoscenza e stupore della nostra vita. È questo, probabilmente, l’insegnamento principale della raccolta di citazioni presentata da Brigitte Bardot.

“Enchaînement et continuité”

Quando l’amore che si nutre per gli animali rappresenta una vera passione, totalmente priva d’egoismo, trascende ogni altra più naturale empatia, immettendosi su d’un cammino di progresso, “enchaînement et continuité”, verso quell’armonia con il Creato che, in ultima analisi, equivale a una Sapienza, quasi, metafisica.

Da Pitagora a Prévert

Siano stati essi santi, filosofi, scrittori, poeti o musicisti, un po’ tutti i saggi della terra hanno testimoniano l’amore riversato sui nostri fratelli considerati “minori”. Una sessantina di personaggi illustri quale fonte di conforto per coloro che amano gli animali e motivo di riflessione per tutti quanti gli altri. Da Pitagora a Prévert, passando per Montaigne e Victor Hugo.

Mahatma Gandhi: La grandezza d’una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta i suoi animali. Léon TolstoÏ: Finché esisteranno mattatoi, ci saranno campi di battaglia. Richard Wagner:  Se abolissimo la vivisezione semplicemente perché inutile, l’umanità non avrebbe guadagnato nulla. Théodore Monod: Preferisco l’ignoranza, nonostante la mia instancabile curiosità, all’acquisizione di conoscenze ottenute attraverso la sofferenza d’un essere vivente.

Senza gli animali il mondo non sarà più umano

Ancora più eloquente del titolo precedente, che suona più come una dedica (“A nos frères les animaux”) quello di Karine Lou Matignon di due anni dopo: “Sans les animaux le monde ne serait pas humain” (Albin Michel, Paris 2003).

«With my cross-bow/ I shot the Albatross … the pious bird of good omen…» (Con la mia balestra,/ io ammazzai l’Albatro … l’uccello pio e di buon augurio… –  Samuel Taylor Coleridge: The Rime of the Ancient Mariner, 1798).

È sempre più inalienabile una ridefinizione del posto che l’uomo si è assegnato nel mondo, incurante dell’assurdo divario che ha pensato lo potesse tenere  separato dagli altri suoi compagni di viaggio su questo, fino a prova contraria, unico pianeta, ragionevolmente vivibile, senza almeno dover necessariamente sconfinare oltre i limiti di quella fantascienza perseguita da Barjavel, tipo Le Voyageur imprudent (1944), – che però, in Francia, veniva ancora assegnata al «roman d’anticipation», come le opere di J.-H. Rosny Aîné, Albert Robida, Gaston Leroux, Gustave Le Rouge e Maurice Renard, oltre naturalmente Jules Verne.

Un linguaggio comune?

Dal nostro antenato cacciatore allo sciamano che stabilisce una relazione magica con lo spirito maestro degli animali, fino allo scienziato di oggi, comunicare con gli animali resta un vecchio sogno dell’umanità.

Ma (al di là dell’abbàio, latrato, ululato, miagolio, belato, muggito, grugnito, ecc.), esiste un linguaggio comune all’uomo e agli animali?

E in che modo, eventualmente, giusto il canto degli uccelli (che non sia puro cinguettare, gracchiare, tubare, chiocciare, crocchiare, starnazzare, gorgogliare, e così via),  può aiutarci a comprendere meglio il mondo?

Entronauti inter-specie?

Ricercatori, artisti, o forse meglio “avventurieri” inter-specie (alla stregua di mistici “entronauti”), da sempre tentano di scoprire i mille modi in cui possiamo “metterci in relazione” con gli animali, convinti che ciò sia possibile; e, attraverso una tale comprensione, conoscere più approfonditamente  la nostra stessa condizione esistenziale.

Forse, occorre far ritorno a quella curiosità infantile verso tutti gli esseri viventi, e riscoprirne l’innocente sensibilità, perché, lungi dall’allontanarci da una dimensione di asetticità, ci avvicinerebbe, oltre che a loro, a noi stessi, esseri umani, ma dopotutto anche puri e semplici viventi alla loro stessa stregua.

Il ritorno a quella curiosità infantile favorirà l’impressione della sorpresa e d’un innocente sconcerto.

Osservare con sguardo meravigliato

«La meraviglia, piuttosto che il dubbio, è la fonte della conoscenza» diceva  Abraham Joshua Heschel.

La ricerca biologica più all’avanguardia sembra, oggi, essere fonte di quella stessa meraviglia che, dal XVI al XVIII secolo, appassionava quei collezionisti soliti conservare, per le loro caratteristiche intrinseche ed estrinseche, intere raccolte di oggetti straordinari (wunderkammer, kunstkammer, Cabinet of Curiosities… – Celeberrimi i ritratti di Giuseppe Arcimboldo composti da verdure  per Rodolfo II d’Asburgo).

Al rabbino polacco faceva il verso  Albert Einstein: «Il processo di scoperta scientifica è in un certo senso una continua fuga dalla meraviglia».

Un’innocente stupefazione

Come la scienza, e la conoscenza, Aristotele affermava che la filosofia nasce proprio dalla stupefazione, intendendo quest’ultima quale angoscia provocata dall’imprevedibilità della vita. Ma, nel riconoscere le “cause” del sacro terrore che genera, la filosofia, la conoscenza e la scienza, anche per Emanuele Severino, rendono prevedibile il divenire, riuscendo a incanalarlo in una sufficientemente stabile spiegazione del senso, che, in fondo, ci tranquillizza, e con la quale possiamo approntarne un qualche rimedio.

Thàuma

La parola greca thàuma (θάυμα) indica una stranezza dalla quale traiamo un intenso sentimento d’attonito stupore, che ce la rende inquietante, almeno fintantoché non riusciamo a fornire una plausibile spiegazione dell’orrenda mostruosità di quell’inatteso imprevisto.  

Ed è ciò che lo scomparso Philippe de Wailly, con “Gli Animali medicina” (Mediterranee, Roma 2024) aveva, forse, intenzione di fare: sottoporre all’attenzione dei suoi lettori delle insospettabili virtù terapeutiche provenienti dal mondo animale.

Passando di sorpresa in sorpresa, o di meraviglia in meraviglia, c’è una sorta, addirittura, di erudizione del mondo animale nel suo relazionarsi con l’ignoranza dell’uomo, con le malattie di cui soffre e che l’animale, secondo i mezzi più diversi, adattati oggi alle più avanzate ricerche biologiche, può curare o, quanto meno, alleviare.

Non si tratta d’una semplice passeggiata tra delle bizzarrie, bensì un’errante pellegrinaggio d’osservazioni di quanto è singolare, insolito, fantascientifico, o psichedelico, in un caleidoscopico universo che potrebbe somigliare a un paesaggio delle fate, surrealista, o alle visioni oniriche più spinte d’un poeta allucinato, che abbia abusato di droghe.

Ma sono davvero delle assurdità, se non per tutti, per tanti, per molti, effettivamente, inconcepibili?

Bestie eccezionali?

Undici anni addietro, in “Histoires vraies d’animaux exceptionnels” (Le Courriere du Livre, Paris 2013), Joëlle Dutillet aveva raccontato storie straordinarie vissute da persone comuni e animali eccezionali, a volte divertenti, altre volte commoventi, altre ancora addirittura tragiche e strazianti. Perché molto spesso si dimentica che gli atti di coraggio ed eroismo non sono, sempre e solo, appannaggio della specie umana ma anche degli altri esseri viventi.

Maui, una femmina di Terranova, addestrata al salvataggio in mare, salva ben tre bagnanti dall’annegamento per poi lasciarsi morire di sfinimento. Così è lampante quanto possa essere esemplare la dedizione di alcuni animali, anche a rischio della propria vita, di cui pur sono consapevoli.

Il piccione viaggiatore Vaillant, durante la guerra, riesce ad attraversa le linee nemiche senza lasciare piume e tracce, per portare un messaggio del suo padrone rimasto  intrappolato in un assedio senza via d’uscita.

Anche se ai limiti della credibilità si tratta di storie vere, tratte dalla realtà: la chartreuse Chipie, non ancora avvezza agli spostamenti dei suoi padroni, percorre quasi 200 km per ritrovare la sua vecchia abitazione. E l’husky Umnak si prende così bene cura d’un bambino quadriplegico da sostenerlo nella difficilissima impresa di riposizionarsi in piedi e riprendere a camminare. 

La vita è più bella in compagnia

In “Un animal et la vie est plus belle” (Ixelles Editions, Bruxelles 2011), Jean-Luc Vuillemenot spiegava come un animale domestico possa costituire un fattore di qualità ed equilibrio nella vita; quanti e quali ruoli possa svolgere e che importante posto finisca per occupare in famiglia: da comune amico che unisce le varie generazioni a protettore che si prende cura d’ognuno, in specie i più deboli; soprattutto aiutando la crescita dei bambini, e rendendo armonico lo sviluppo di ciascuno di loro, si rivela un vero psico-pediatra e uno specchio di supporto psicologico che ama senza giudicare e rende vitale ogni luogo e ogni momento dell’esistenza, fornendo, in aggiunta, pure motivi di profonda riflessione filosofica ed esistenziale.

Tra le persone, l’affetto circola di più con l’adozione d’un cucciolo; si è meno tristi nel passeggiare con un cane al guinzaglio; le fusa del gatto rilassano i nevrotici, abbassano la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca; la sola presenza d’un animale domestico rende tutti indistintamente più socievoli. Perché il semplice suo esserci fa bene al morale, al benessere, alla salute e allo sviluppo personale e collettivo. Mentre, del tutto disinteressatamente, loro aiutano a costruire o ritrovare stabilità interiore e a superare le difficoltà della vita stressante, con quel contorno di solitudine, depressione, e varie malattie psicosomatiche, che si porta dietro.

Bestie guaritrici

Più di trent’anni fa, Vincent Rousselet-Blanc e Caroline Mangez, in “Les animaux guérisseurs” (J C Lattès, Paris 1992) erano già perfettamente consapevoli delle abilità curative di molti animali in grado di permetterci di meglio combattere la solitudine e l’ansia. Addirittura, all’ospedale Necker di Parigi, allo scopo d’aiutare ad alleviare lo stress che precedeva alcuni interventi odontoiatrici, si ricorreva all’ausilio del mutismo dei pesci rossi…

Hanno, poi, raccontato  come, in Florida, i delfini insegnassero ai bambini autistici a comunicare. Ad Alençon, un cane faceva la spesa, selezionava i menù, prendeva il telefono… per conto d’un disabile fisico. Nell’Hérault, gli animali da fattoria permettevano ai bambini affetti da malattie genetiche di intraprendere realmente degli indubbi progressi nel loro scomposto comportamento.

Negli ultimi sessanta, settant’anni, abbiamo scoperto che gli animali ci aiutano a guarire e talvolta a guarirci in modi spettacolari; e, sempre più ricercatori, neuropsichiatri, psicologi, pediatri, s’appassionano a questa forma di novella, e quasi gratuita, terapia.

Gli effetti benefici degli animali sulla salute umana

Al giorno d’oggi l’effetto positivo degli animali sulla nostra salute appare quasi una realtà innegabile e scontata. Caroline Bouchard e Christine Delbourg, con “Les effets bénéfiques des animaux sur notre santé” (Albin Michel, Paris 1995) hanno ribadito  l’importanza degli animali domestici nel nostro ambiente, generatore di stress, ansia o solitudine.

Pet therapy

È da questa osservazione  che è nata la Pet therapy.

Nel 1953, mentre Boris M. Levinson stava per iniziare la psicoterapia con un bambino che presentava una compromissione dell’interazione sociale, ebbe a osservare un’inaspettata apertura di questi nei confronti del cane di casa, Jingles, concretizzatasi nel rivolgergli un’insolita attenzione.

Un cane co-terapeuta

Da questa scoperta accidentale, la possibilità d’usare un cane in terapia. Nove anni dopo, la sua proposta: “The dog as a ‘co-therapist’” venne pubblicata su Mental Hygiene (46: 59-65, 1962). A quel primo articolo seguirono “Pets: A Special Technique in Child Psychotherapy” (1964), in cui si coniava il termine “Pet Therapy“, e poi su Psychological Reports (17/3: 695–698, 1965): “Pet Psychotherapy: Use of Household Pets in the Treatment of Behavior Disorder in Childhood“.

Animal-Assisted Therapy

Ha continuato a scrivere altri articoli sull’argomento, così come il libro: “Pet-Oriented Child Psychotherapy”, insieme con Gerald P. Mallon (Thomas Pub., Springfield 1969), prima opera a documentare ampiamente questa “Animal-Assisted Therapy”.

Il campo di applicazioni pratiche di questa tecnica psicoterapeutica, che sia  impiegata a scopo preventivo o come complemento ai trattamenti tradizionali, a livello fisiologico o psicologico, è davvero molto vario. Ne possono beneficiare pazienti sottoposti a riabilitazione funzionale, pazienti con patologie coronariche, anziani deboli che necessitano di energia e tutti coloro che soffrono di disturbi della comunicazione e del comportamento, dagli autistici ai portatori di handicap mentali.

Un aiuto sanitario per caregiver

Boris M. Levinson è stato il primo medico professionista a introdurre e documentare formalmente il modo in cui gli animali da compagnia potrebbero accelerare lo sviluppo d’un rapporto tra terapeuta e paziente, aumentandone così le probabilità delle motivazioni di quest’ultimo.

Ippoterapia ed equi-terapia

Alcuni psicanalisti si sono rivolti all’ippoterapia (ed equi-terapia, termine con cui si potrebbe anche alludere all’equilibrio interiore procurato), definendo il cavallo quale “oggetto transizionale” (Donald Winnicott), oppure “soggetto intermedio”, sostitutivo, in grado di sviluppare la personalità, il senso di responsabilità, le doti relazionali, e un graduale inizio di socializzazione. Anche se poi la cosa più interessante sembra la “relazione d’aiuto” instaurata, oltre che nella coordinazione dei movimenti e nella normalizzazione del tono muscolare, nei casi d’ansia o angoscia, debolezza, instabilità, disturbi caratteriali, o rifiuto di contatto con familiari ed estranei.

Una parte del corpo

M.me Renée de Lubersac, la pioniera fondatrice della Fédération Nationale de Thérapies avec le Cheval (FENTAC), s’è espressa autorevolmente in ambito psicomotorio: «Per quanto riguarda la questione di sapere se il cavallo sia un oggetto intermedio, transizionale, di desiderio o di piacere, probabilmente è tutto questo a seconda delle circostanze. Ma al momento preferiamo definirlo come parte del corpo della madre o del bambino. ».

Non necessariamente equitazione

Se, nell’equitazione, i cavalieri cercano di creare una simbiosi con il loro animale, i terapeuti invece devono sforzarsi di far uscire da una patologica “situazione simbiotica” i loro pazienti che devono sperimentare il loro cavallo come altro da se stessi, condizione indispensabile per la formazione dell’io e una definitiva individualizzazione.

Strigliatura

La fase della strigliatura diverrà così parte integrante della sessione psicoterapeutica, proprio per quel lavoro di silenzioso dialogo tattile. Il contatto corporeo permette un primo incontro al di là delle parole, senza dover affrontare lo stress d’una relazione interumana.

Pulsione d’attaccamento

Nell’avvicinarsi al cavallo libero, in maneggio, o alla cavezza, l’incontro a piedi privilegia quell’interazione che combina le qualità necessarie per la “pulsione d’attaccamento”, teorizzate dallo psicanalista John Bowlby  (Attachment and loss, 1969) e sperimentate dallo psico-etologo Harry Harlow (The Nature of Love, 1958): calore, odore, dolcezza, sguardo e, infine, oscillazione.

Ripensare il ruolo degli animali

Questa terapia non pretende però di fare dell’animale un “rimedio in sé”, ma un aiuto sanitario per caregiver o assistenti, invitati a ripensare quale possa essere il  giusto posto degli animali nella nostra società sempre più meccanizzata.

Escludendo un azzardato intervento umano, quali e quante potrebbero essere in natura le probabilità che pipistrelli e pangolini s’infettino a vicenda di Sars CoV 2?

Origine animale dei morbi attuali

Dopo l’AIDS e la mucca pazza, già all’epoca dell’epidemia di influenza aviaria, Charles Pilet e Nicole Priollaud, in “L’Animal médecin” (Actes sud, Arles 2005), avevano dimostrato che le principali malattie emergenti della contemporaneità hanno tutte origine animale.

Aviaria

Nell’estate di vent’anni fa, il virus H5N1, che sappiamo dall’epidemia di Hong Kong che ha la proprietà di trasmettersi all’uomo, è riuscito a introdursi in una regione crocevia delle migrazioni degli uccelli selvatici, la Siberia, e quindi ai confini dell’Europa.

Zoonosi

Le malattie degli animali (zoonosi), trasmissibili all’uomo, sarebbero più di 180. Ciononostante, non tutti gli animali sono, tutt’altro, “malati di peste”, anzi restano essenziali per la stessa comprensione delle malattie umane e delle relative loro cure. Del resto, dopo aver permesso i più grandi progressi della medicina, agli animali va riconosciuto il merito di continuare a rimanere ancora oggi essenziali allo sviluppo delle conoscenze mediche.

Premesse d’un futuro (in)sostenibile

Da microbiologo e immunologo, Pilet, che ha presieduto l’Accademia di Medicina e quella di Veterinaria, dispone d’uno sguardo particolarmente attento alle due scienze terapeutiche, quella degli animali e quella dell’uomo, e alle loro immancabili similitudini. Così facendo arriva a scoprire, non solo i nostri misteri biologici, ma pure i nostri disordini ecologici, che costituiscono i principali dibattiti scientifici del nostro tempo, come anche le più serie promesse per un futuro sostenibile.

Ciò significa anche affrontare le grandi questioni etiche legate alla protezione degli animali, che non possono venire relegati al ruolo di eterni subalterni in una visione globale di assolutamente indispensabile biodiversità.

Inquinamento e superstizioni

Nella prima parte, a dire il vero, la meno riuscita e convincente, del testo: “Gli Animali medicina” (Mediterranee, Roma 2024), alcuni degli animali “guaritori”, citati da Philippe de Wailly, sono meritevoli di particolare protezione, tanto maggiore quanto è per loro elevato il rischio d’estinzione, a causa del riscaldamento globale del clima, acidificazione dell’acqua marina e attività umane costiere, come per le barriere coralline, o come per certi molluschi, quali i coni, a causa dell’inquinamento, e poi ci sono  anche diverse specie vittime delle loro presunte virtù curative per una certa superstiziosa farmacopea tradizionale d’oriente, oppure semplicemente per la prelibatezza delle loro carni (il povero pangolino).

Apiterapia

Ampio spazio viene lasciato all’apiterapia con i suoi “mielosi” contorni di polline, propoli e pappa reale. Lumache, sanguisughe, rane filantrope e bava di scorpione … Sembra quasi di leggere la ricetta shakespeariana del Macbeth: «Double, double toil and trouble;/ Fire burn and caldron bubble.» (IV, 1: 10-19; 35-38).

Eppure, dal veleno d’un serpente – la vipera Bothrops atrox, Bothrops moojeni, o  Bothrops jararaca – deriva la Batroxobina, o reptilasi.

Asticoterapia

Nata ai primi del Novecento, l’asticoterapia, o terapia larvale, o “biochirurgia”, utilizza le larve di mosca verde (Lucilia sericata) per la cura di alcune patologie e prevede l’introduzione o l’applicazione di larve vive, microbiologicamente sterili, su tessuti lesi della cute, tessuti molli e ossa, dalle ulcere diabetiche del piede a quelle  chirurgiche infette, da decubito, da stasi venosa, alle ustioni non in grado di rimarginare altrimenti. Cibandosene, le larve rimuovono, a poco a poco, il tessuto necrotico della ferita.

Una cura per l’anima

L’altra parte, la seconda, de “Gli Animali medicina”, curando “gli affetti dell’anima”, potrebbe venire designata, in senso lato, “medicina dello spirito”, in netto contrasto con la precedente, o “terapia del corpo”, anche perché presenta patenti finalità psicologiche di trattamento della solitudine, disturbi mentali, handicap ed effetti degenerativi dell’età.

Un veterinario marginale

Del resto, Philippe de Wailly è stato collocato nella categoria dei veterinari “marginali”, sia per il suo anticonformismo, sia per aver praticato convintamente l’omeopatia animale, come pure per essersi occupato della fenomenologia paranormale di un “sesto senso” bestiale, in “Le sixième sens des animaux” (Éditions du Rocher, Monaco 2001) .

Fonti di narrazioni

Come abbiamo visto con Joëlle Dutillet (Histoires vraies d’animaux exceptionnels, 2013), gli animali sono un’inesauribile fonte di storie che hanno dell’incredibile, a volte ai limiti della parapsicologia: cani che reagiscono alla morte dei loro padroni in luoghi  molto distanti; cavalli che prevedono disastri naturali; migratori dalle prestazioni eccezionali…

Uccelli parlanti (più che psittacidi e mainati, parrocchetti e pappagalli del Gabon) capaci di affrontare vere e proprie conversazioni, al di là dei semplici meccanismi di psittacismo ed ecolalia, perché, probabilmente, come diceva Orval Hobart Mowrer, il comportamentista fondatore degli “Integrity Groups” (gruppi di comunità terapeutiche basati sui principi di onestà, responsabilità e coinvolgimento emotivo): «All’origine, ogni linguaggio procede dall’amore. Per imparare a parlare, bisogna amare ed essere amati».

Ci sono proprietari che mantengono un rapporto così empatico con il loro animale da creare le condizioni per un nuovo tipo di scambio a mo’ di percezione extrasensoriale. Quale definizione impiegare per descrivere questi fenomeni così tanto straordinari?

Telepatia, tracciamento mentale, sincronicità?

Psi-trailing

Pare ormai accertata l’esistenza d’una muta, inconscia, telepatia tra uomo e animale, un fatto talmente naturale che chi ne possiede uno non la mette in discussione. E, quando siamo soliti affermare: “sembra quasi che capisca quello che sto dicendo”, non è riguardo alle nostre parole, dette, sussurrate, o solo pensate, ma proprio alle nostre intenzioni.

Il famoso parapsicologo statunitense Joseph Banks Rhine chiamò questo fenomeno “psi-trailing” ovvero “seguire la pista psi”, dove psi sta per criptestesia, la dote che noi non abbiamo ancora sviluppato abbastanza, anzi molto trascurato.

Lo spirito familiare del luogo

È forse di questo che parla Baudelaire quando proclama il suo gatto un’entità superiore: «C’est l’esprit familier du lieu;/ Il juge, il préside, il inspire/ Toutes choses dans son empire;/ Peut-être est-il fée, est-il dieu?» (È lo spirito familiare del luogo;/ Giudica, presiede, ispira/ Tutte le cose nel suo impero;/ Che sia una fata, che sia un dio? – Les Fleurs du Mal, 1857).

Dolphin Midwives and Underwater Birthing

Igor Charkovsky, un ostetrico russo, che ha assistito a oltre 20.000 parti sott’acqua, nel 1979, ha iniziato degli esperimenti con i delfini, i quali, per qualche ragione ancora ignota, sono attratti da partorienti e neonati. Una spiegazione semplicistica potrebbe consistere nella stretta affinità tra esseri umani e animali acquatici per via delle comuni origini marine nella nostra storia evolutiva di mammiferi.

L’ipotesi di Charkovsky è anche che i tursiopi utilizzino le loro emissioni d’ultrasuoni per comunicare direttamente con il feto quand’ancora si trova nel grembo materno. Fatto sta che i nati con l’aiuto dei delfini, almeno nei casi documentati in Russia, sono bambini straordinari, con elevato QI (a volte superiore a 150 ), emotività estremamente stabile e forte corporatura fisica; insomma, superiori, in un modo o nell’altro. E l’acqua sembra stia diventando il loro ambiente naturale.

“Oracolo della Provvidenza”

Nel Rhodes Island, un soriano di due anni, chiamato Oscar, ha dimostrato la particolarità d’individuare i ricoverati alzheimeriani di cui era imminente la dipartita. La mascotte in grado di prevedere le morti dell’ospizio di Providence, e pertanto denominato “l’Oracolo della Provvidenza”, era solito saltare sul letto e fare le fusa all’anziano che da lì a breve  sarebbe spirato, senza sbagliarsi mai. La scelta era talmente precisa che le infermiere facevano appena in tempo ad avvertire i parenti, per poter venire a dare loro l’estremo saluto.

Sono state fatte molte ipotesi, coinvolgenti fiuto, respiro, linguaggio del corpo, individuati dal gatto. E magari invece la risposta è laddove la scienza non osa indagare. Sembra quasi normale che i quattro zampe legati ai loro padroni piangano perché devono salutarli, ma Oscar, che emotivamente non era legato a nessuno, li salutava forse con un sorriso consolatorio. Grazie al suo straordinario potere, era consapevole di quello che li aspettava, e ci aspetta?

O si tratta semplicemente di comportamenti destinati a rimanere ancora per molto tempo degli enigmi per la scienza attuale, e pure per quella di là da venire, – sempre che nel frattempo questi nostri compagni di viaggio su questo pianeta non si estinguano un po’ tutti, come già, a poco a poco, stanno facendo?

Forse, solo il ricorso alla terminologia di “sesto senso animale” può mantenersi per continuare a confermare quest’esistenza di eccezionali capacità altrimenti inspiegabili. O forse solo il ricordo mitico di tali narrazioni sarà destinato a occupare lo spazio vitale della loro, ineluttabile, futura assenza.

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