Costruisci il tuo futuro nel cuore dello Stretto: perché scegliere Giurisprudenza alla Mediterranea
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...
Bel– o Boltraffio… chi era costui? La citazione manzoniana non ci aiuta a capire l’inconscio meccanismo della celebre “paraprassi orvietana” e quindi per quale motivo il nome di questo pittore, piuttosto minore nel panorama artistico del suo tempo, potesse restare impresso così a lungo nella memoria di Freud, al posto di Signorelli, peraltro scambiato dapprima con Botticelli, quale autore degli affreschi della cappella di San Brizio.
Un atto di “oblio di sé”
Jacques Lacan era dell’opinione che la paraprassi (espressione inadeguata od omessa, oppure “atto mancato”) potesse essere non tanto una mera dimenticanza, quanto un atto di oblio di sé. Forse, perché Freud avrebbe presumibilmente collegato “-traffio” con Trafoi, una frazione di Stelvio, in Alta val Venosta, villaggio dove il genio di Freiberg ricevette la comunicazione del suicidio d’una sua paziente, in cura per dei problemi sessuali: un colpo al cuore, dunque, per l’autostima del Maestro.
Dannat-o all’inferno
Quest’intreccio di temi di “morte e sessualità”, – ch’erano già stati sollecitati dalla contemplazione del Giudizio Universale, con un immediato risvolto “religioso” molto personale alla vista dei “Dannati all’inferno”, in quanto, come ebreo (e come peccatore), non poteva che appartenere a quella schiera di coloro cioè che, dopo morti, sarebbero stati gettati nella Gehènna -, avrebbe poi anticipato anche la problematica di rievocare nomi e trovare la terminologia più idonea nel corso d’un’interessante conversazione intrapresa durante il viaggio in treno attraverso Bosnia ed Erzegovina.
Signor/ Herr
Gli venne infatti riferito da un collega che la popolazione “turca” di quel paese apprezzava molto il piacere sessuale, citando a dimostrazione di ciò il caso d’un tale che avrebbe detto: “Perché sa, signore (Herr), se questo cessa, la vita non ha più alcun fascino“. Da qui la plausibile esclusione di “Signor” (Herr) da Signor-elli e il collegamento di Bo-snia a Bo-tticelli e Bo-ltraffio, e a quest’ultimo in particolare, quindi, attraverso Trafoi?
Signor-elli, Herr, Her(r)-zegowina, Bo-snia, Bo-ttic-elli, Trafoi, Bo-l-traf(f)io.
Neanche la conclusione del saggio Zur Psychopathologie des Alltagslebens (Über Vergessen, Versprechen, Vergreifen, Aberglaube und Irrtum, 1904) è abbastanza esplicativa: «Rappresenteremo questo stato di cose con sufficiente attenzione nell’affermare che oltre al semplice dimenticare i nomi propri vi è un altro oblio motivato dalla repressione».
Herzog- owina
Lo scambio Botticelli/Signorelli avviene, molto semplicemente, per via del comune suffisso vezzeggiativo e mediante l’estrazione d’una parola italiana corrispondente alla controparte tedesca Herr, che con zog compone la titolazione del duca (Herzog) “signore” di quel territorio attraversato sulla linea ferrata: Herzegowina, terra del duca.
Uno Schlimbeserung
Anche Sebastiano Timpanaro (The Freudian Slip, 1976) definisce Botticelli una “banalizzazione involontaria” e Boltraffio però: “una correzione semi-conscia peggiorativa”, trattandosi d’un sostituto quanto meno inidoneo (Schlimbeserung); e aggiunge: “la correzione porta fuori strada per incapacità di localizzare l’errore“. Dubita dunque che il nome Boltraffio possa aver ricoperto un ruolo di primo piano durante il processo della paraprassi. Infine, a proposito dell’elemento “Signor” nell’analisi di Freud, puntualizza: “Una cosa è l’equivalenza immediata Signore= Herr, altra è l’estrazione di signor da Signorelli e di Her(r) da Herzegowina“.
Una chiave inconscia e una linguistica
Nell’opera freudiana che descrive e analizza atti mancati, lapsus, e disfunzioni mnestiche come la dimenticanza di nomi, di frasi, di parole straniere, e la formazione di “falsi ricordi” (Zur Psychopathologie des Alltagslebens, 1904), la paraprassi venne incentrata su un problema di ricerca di termini connessi al nome di Signorelli, e sulla produzione di loro sostituti (gli appellativi dei due pittori Botticelli e Boltraffio). L’analisi mostra così quali meccanismi associativi li avevano, propriamente o impropriamente, legati in modalità inconscia oppure linguistica.
Sennonché, in questo tentativo di collegare Signorelli a Boltraffio, Freud sembra aver commesso un errore metodologico, ammettendo nella sua catena associativa il tema “morte e sessualità” quale trait d’union tra la considerazione “turca” (nel corso della discussione sul piacere sessuale, avviata con il titolo distintivo Herr, nel corso dell’attraversamento della Bosnia Herzegovina), e il suicidio della paziente, comunicatogli a Trafoi, e causato molto verosimilmente dai problemi sessuali da cui era affetta.
Termine sovraordinato
“Morte e sessualità” non sarebbe un vero e proprio arcilessema, quanto piuttosto un sintagma costituente unità significativa del discorso, con funzione quasi di ripresa anaforica. Ricollegando termini in un ampio campo semantico, questi iperonimi possono indurre troppa vaghezza nella connessione. Ed essendo forte una catena quanto il suo anello più debole, l’introduzione d’un tale sovraordinato indebolirebbe alquanto la successione che ne deriva.
Non avendo adottato precisi criteri di base per giudicare più o meno idonea la sequela del collegamento, ogni forzata introduzione in essa avrebbe comportato allora una successione di errori associativi, già a partire dall’Herr, Signore, Her-, Herzegovina.
La critica di Kraepelin
Una prima critica implicita alla spiegazione freudiana venne direttamente dall’autorevolezza di Emil Kraepelin, che in un poscritto alla sua monografia del 1906 sui disturbi del linguaggio nei sogni (Über Sprachstörungen im Traume), racconta il contenuto d’uno di questi che coinvolge, guarda caso, proprio Trafoi. Questa volta il sogno ruota attorno al neologismo Trafei/, dallo psichiatra di Neustrelitz collegato a Trafoi e a Trophäen/ Trofei.
Traumsprache
Nel “Traume” di Kraepelin, la maggior parte dei neologismi, che costituiscono l’espressione “deviante”, non sono privi di preciso significato, e dunque espressione “voluta”. L’intenzione di tale Traumsprache sarebbe servita a denotare i vari disturbi del linguaggio che si verificano “nei” sogni, per cui la traduzione letterale di “linguaggio onirico” non dovrebbe venire confusa con troppa facilità con il senso di “linguaggio dei sogni”. Una migliore traduzione di Traumsprache probabilmente sarebbe “discorso onirico”, facendo riferimento anche a quei mezzi “visivi” massicciamente impiegati nei sogni nel rappresentare la formazione di contenuti mentali.
Kraepelin suddivideva le tipologie del discorso onirico (Traumsprache) nella triade: disturbi della selezione delle parole (definite anche quali parafasie), disturbi del discorso (per esempio, agrammatismi) e disturbi del pensiero veri e propri. E rilevava che la forma più frequente di comunicazione onirica è rappresentata proprio dal neologismo (Trafei, Trafoi, Trofei).
Individualvorstellungen
La spiegazione neurofisiologica dei disturbi fondamentali alla base del linguaggio onirico Kraepelin la riconduceva sostanzialmente o a un ridotto funzionamento dell’area di Wernicke oppure a un minore impegno di quelle zone frontali in cui si troverebbe localizzato il ragionamento astratto. Le “Individualvorstellungen” (idee individuali), pertanto, invece che in una argomentazione generale verrebbero espresse più agevolmente nella cogitazione onirica. E, tra queste Individualvorstellungen, il rinnovatore dell’impostazione psichiatrica a indirizzo clinico includeva anche i “nomi propri”, nel loro senso più ampio. Trafoi –Trafei – Trofei/ Trophäen.
La “mutabilità vocalica”
Nei compiti di ricostruzione delle parole, sembra che le vocali siano più mutevoli delle consonanti per il riconoscimento di quanto udito e nella ricomposizione di termini sentiti ambigui, – per esempio, una “non-parola” come kebra verrebbe più prontamente sostituita da cobra piuttosto che da zebra. È questa “mutabilità vocalica” a giustificare l’italiano “trofei” associato a Trafei, allo stesso modo di Trafoi, divenendo addirittura elemento chiarificatore, dato che il significato di “trofei”, in tedesco Trophäen, si può leggere appropriatamente Siegeszeichen (“segni” di vittoria) e questa parola tedesca, assieme al latino signum, ci condurrebbe al nome proprio di Freud, Sigmund: Signorelli – signore – signare – signum/ Sieg/ Sigmund [Sigm.]/ Siegeszeichen – trofei – Trafoi – Boltraffio.
Madatschspitzenle (e… Masaccio?)
Il toponimo Trafoi, destrutturato e ri-segmentato in “-traffio”, potrebbe fare riferimento al numero “tre” del Trafoier Madatschspitzenle (Tre cime di Madaccio), da cui discende l’acqua di altrettante “fontane sacre” che caratterizzano un vicino luogo di pellegrinaggio. Eppure, l’assonanza di Madatsch- con Masaccio, proprio per la minore mutabilità consonantica (d/s) rispetto a quella vocalica, non avrebbe avuto la stessa influenza dell’etimo del villaggio di Trafoi, Tra-auer (sentiero contorto), che in tedesco potrebbe valere “trauer”, ovvero lutto per una perdita, e appunto il dolore che aveva effettivamente provato il padre della psicanalisi a quella ferale notizia della dipartita della sua paziente. In ogni caso, senza Trafoi, la sostituzione del pittore cortonese, che fa rima con Botticelli, con quello di Milano, assonante con la località altoatesina, non sarebbe per nulla comprensibile.
Una trasfigurazione?
Boltraffio è noto quasi esclusivamente per aver lavorato nello studio milanese di Leonardo; una Resurrezione di Cristo con i Santi Leonardo e Lucia (Pala Grifi) venne dipinta a quattro mani con il pupillo del genio fiorentino, Marco d’Oggiono; più d’una Madonna con bambino (quella di Budapest e quella del museo Poldi Pezzoli) è apparentabile alla discussa Madonna Litta (anch’essa forse frutto della collaborazione col d’Oggiono), come alla Dama con l’ermellino e alla cosiddetta Belle Ferronnière leonardesche sembrano esserlo i ritratti su fondo nero, in cui l’effigiato viene a “trasfigurarsi” nell’immagine d’un santo, tipo il Giovinetto come San Sebastiano o la Gentildonna come santa Lucia. Dalle dinamiche e dal naturalismo leonardesco degli inizi sembra essersi distaccato poi nella maturità per abbracciare le vene classiciste sia nella Santa Barbara sia nella Pala Casio.
Картинки с выставки/ Kartinki s vystavki /Quadri d’un’esposizione
Presumibilmente, Freud visitò, forse a Bergamo, un’esposizione di maestri italiani del rinascimento, a metà settembre del 1898, soffermandosi su dipinti di Signorelli, Botticelli e Boltraffio, disposti uno accanto all’altro, come sostiene Peter Joffre Swales (Freud, Death and Sexual Pleasures. On the Psychical Mechanism of Dr. Sigm. Freud, 2003). Per cui, a suo avviso, furono questi dipinti dell’esposizione bergamasca a divenire la fonte principale dei nomi sostitutivi nella “nostra” paraprassi.
Una “liaison dangereuse”
“Lo storico punk della psicoanalisi” era balzato agli onori della cronaca nel divulgare una “liaison dangereuse” che Freud avrebbe intrattenuto con la sorella minore di sua moglie Martha, Minna Bernays, la quale, una volta rimasta incinta, sarebbe stata “aiutata” ad abortire proprio durante un viaggio a Merano (Freud, Minna Bernays, and the Conquest of Rome: New Light on the Origins of Psychoanalysis, 1982).
In base alle ricerche di Franz Maciejewski (Minna Bernays as “Mrs. Freud”: What Sort of Relationship Did Sigmund Freud Have with His Sister-in-Law?, 2008), la coppia trascorse pure una vacanza di due settimane sulle Alpi Svizzere, a Maloja, in Engadina, presso l’hotel “Schweizerhaus” (non la “modesta casa svizzera” descritta da Freud alla moglie Martha), dove il 13 agosto 1898, venne registrata come “Dr. Freud e Signora, Vienna” (più esattamente, in tedesco scritto a mano: “Dr. Sigm Freud u. Frau/ Wien”). Sigmund aveva allora 42 anni, e Minna Bernays 33.
In una intervista rilasciata nel 1957 (ma pubblicata nel ‘69), Carl Gustav Jung ebbe a rievocare una confidenza di Minna, ricevuta cinquant’anni prima, riguardo l’innamoramento tra cognati, “del quale lei si sentiva in colpa” (John M. Billinsky, 1969).
Trafoi/trofei
L’importanza del nome di Boltraffio potrebbe pure provenire direttamente dall’associazione al genio del Da Vinci, visto che in piazza della Scala a Milano la statua dell’uno si trova accanto a quella dell’altro, nel monumento realizzato dallo scultore Pietro Magni e inaugurato nel 1872. Inoltre, i temi della Resurrezione e della Pala d’altare, in cui si mostra il poeta Girolamo Casio incoronato d’alloro, potrebbero aver suscitato un’immaginifica associazione dell’italiano “trofei” (per il tramite di Trafoi) nella catena: Signorelli – signare – signum/ Sieg – trofeo – Trafoi – Boltraffio.
Henry James
Esiste però anche un racconto di Henry James, pubblicato per la prima volta nel 1884, sull’English Illustrated Magazine, riconducibile questa volta a Beltraffio: The Author of…, quale macabro e morboso resoconto di disperate lotte intestine nella famiglia d’un romanziere, che alla fin fine conducono a una tragica conclusione
Qui “Beltraffio” è il titolo dell’ultimo lavoro d’uno scrittore in conflitto con la moglie che muore per il dolore della perdita del figlioletto, nei confronti del quale ha nutrito un ambiguo sentimento perversamente sostenuto dalla convinzione, fuorviante, che per il ragazzo, piuttosto ch’essere corrotto dalla dannosa influenza paterna, sarebbe stato meglio perdere la vita.
“L’amour de l’impossible”
La narrazione degli eventi si dispiega tuttavia fluidamente, accompagnata persino da dosati tocchi d’umorismo, di modo che i lettori potrebbero anche accettare la catastrofe come abbastanza credibile, ma forse non del tutto inevitabile.
James confessò d’aver basato la sua storia sulla vita reale di John Addington Symonds, poeta sostenitore dell’omosessualità, – alla quale si riferiva come a “l’amour de l’impossible”-, che però era anche un noto storico e critico d’arte, riconosciuto soprattutto per le numerose biografie di artisti del rinascimento (Renaissance in Italy, in sette volumi dal 1875 al 1886).
John Addington Symonds
Per esporre le proprie idee sull’erotismo tra maschi, John Addington Symonds pubblica, privatamente, due libretti sull’omosessualità, A problem in Greek ethics (1883, in dieci copie), e più tardi A problem in modern ethics (1891, in 50 copie). Collabora, poi, con Havelock Ellis, alla stesura del primo volume degli studi pionieristici di quest’ultimo, dedicato all’«inversione» (Sexual Inversion, 1897), ben prima che lo psico-sessuologo di Croydon proponesse il termine “sexo-aesthetic inversion” per descrivere il travestitismo, nel 1913, e per il fenomeno transgender, nel 1920, quello di “eonismo”, derivante dal nome della figura storica del Cavaliere d’Éon (Eonism and Other Supplementary Studies, 1928).
Una storia gay
Alla prima opera, di quelle che in seguito sarebbero state definite “storie gay”, il letterato di Bristol aveva messo mano già dieci anni prima, ispirato dalla poesia di Walt Whitman, con il quale intrattenne una fitta corrispondenza. Considerata alla stregua del più esauriente elogio dell’«amore greco», rimase comunque inedita per un decennio, per poi essere stampata, inizialmente solo in edizione limitata a una distribuzione privata.
Omosessuale
In essa Symonds aveva già usato, in lingua inglese, la parola “omosessuale”, ben prima del neuropsichiatra Charles Gilbert Chaddock, a cui di solito viene attribuito questo merito, che resta comunque quello d’aver tradotto la Psychopathia Sexualis di Richard von Krafft-Ebing nel 1892. Prima del “nuovo” uso dei termini “etero”, “omo” e “bisessuale”, da parte dello studioso di Mannheim, per esempio, “bisessuale” veniva solitamente impiegato per riferirsi alle classi scolastiche miste, oppure alle piante ermafrodite, che hanno strutture riproduttive sia maschili che femminili.
In ogni caso, la prima apparizione in assoluto, nota sulla stampa, del termine “omosessuale” si trova davvero in una lettera del 1868 al poeta e latinista tedesco Karl Heinrich Ulrichs da parte del romanziere austriaco Karl-Maria Kertbeny, nell’argomentare contro una legge prussiana anti-sodomia. La parola è un ibrido, con il primo elemento derivato dal greco (ὁμός homos, “stesso”, nient’affatto correlato al latino homo, “uomo”), connotando così atti sessuali e affetti tra membri d’un medesimo sesso, compreso il lesbismo.
Amore greco
Symonds si riferiva obliquamente alla pederastia come a “quell’innominabile consuetudine“, perché consapevole della natura ancora del tutto tabù dei suoi argomenti, ma allo stesso tempo definiva “l’amore greco” alla stregua di “un appassionato ed entusiasta attaccamento che sussiste tra l’uomo e la gioventù, riconosciuto dalla società e protetto dall’opinione pubblica, il quale, pur non essendo esente da sensualità, non va degenerando in mera licenziosità” (come cita Patricia Pulham, in “Art and the Transitional Object in Vernon Lee’s Supernatural Tales”, 2008).
Storie degli ultimi giorni
Forse, senza volerlo (e inconsciamente), Freud “mente” nel negare la particolare rilevanza del “contenuto” (inclusa l’eterna dannazione del popolo ebraico, e dei peccatori) degli affreschi che rappresentano quasi un “unicum” in tutta l’arte monumentale italiana, almeno fino a quel tempo; quelle Storie degli ultimi giorni ben s’addicevano al clima millenaristico che (dal 5 aprile 1499 al 23 aprile 1500, durata effettiva dei lavori del Signorelli), pervadeva l’inizio d’un nuovo secolo, alla metà del secondo millennio, in una situazione politica di disperante incertezza.
Il ludico e il grottesco
L’accesa fantasia dell’artista aveva creato delle scene dalla fortissima carica emotiva, in grado di coinvolgere lo spettatore ben al di là della semplice partecipazione mistica o della curiosità per il grottesco, solleticando piuttosto il voyeurismo verso esplicite allusioni erotiche, seppure in composizioni di corpi nudi variamente atteggiati o soggiogati dalla violenza, affiancate pure da un qualche gusto ludico per delle proprie vicende personali, se l’autoritratto in forma di demone (Dannati all’inferno) serve al pittore per possedere finalmente quella formosa fanciulla, che magari nella realtà sarebbe stata un po’ troppo ritrosa.
L’Autoritratto quale firma
Nell’angolo in basso a sinistra degli Atti dell’Anticristo, la comparsa d’un autoritratto dell’autore costituisce una sorta di “firma” (sign), quindi un altro sostituto del nome dimenticato; e la “firma” può essere interpretata come un riferimento al verbo latino “signare”, al posto di “signore”: Signorelli – signore – signare – signum (signator vel signatorius) – sign [“Dr. Sigm Freud u. Frau/ Wien”] – Sigmund. E, per Michael Molnar (Reading the Look, 1994), la ripetuta condivisione della prima sillaba (sig-) rende tale paraprassi un mero atto di oblio di sé.
Il sogno dell’Iniezione di Irma
Nel 1897 Freud aveva 41 anni e aveva già fatto (notte del 23 luglio 1896) quel primo sogno (“Iniezione di Irma“) a cui dedicare un meticoloso livello di interpretazione, e aveva pure abbandonato la cosiddetta “teoria della seduzione” (genesi della nevrosi nell’adulto da imputare a una reale seduzione sessuale del bambino da parte d’un genitore), cosicché, nel riconoscere l’importanza della vita psichica inconscia e delle fantasie, in genere, e non semplicemente della realtà esterna, aveva marcato la stessa data di nascita della psicoanalisi.
Eros e Thanatos
Eppure, fu in una piccola cittadina umbra che sentì d’aver incontrato “la più grande” rappresentazione che avesse mai visto del tema di Eros e Thanatos. Era stata quasi come una rivelazione la vista di quel ciclo di affreschi del pittore rinascimentale di cui aveva subito dopo dimenticato il cognome, ma quell’intensa rappresentazione del Giudizio universale, così carica d’un’ambigua e strana energia sessuale, gli era rimasta, in ogni caso, indelebilmente impressa.
Una “doppia” esperienza “dismnesica”
In “Freud’s Trip to Orvieto” (The Great Doctor’s Unresolved Confrontation with Antisemitism, Death, and Homoeroticism; His Passion for Paintings; and the Writer in His Footsteps, 2017), Nicholas Fox Weber ripercorre questa “doppia” esperienza freudiana d’impressione mnemonica visiva forte, fin nei minimi dettagli, affiancata però da una dimenticanza verbale; e viceversa, in quanto, non appena il nome di Signorelli gli venne rivelato, le immagini che aveva tanto ammirato svanirono dalla memoria visiva. Il risultato di questa che, negli annali della psicoanalisi freudiana, è un famoso esempio, tratto dalla vita stessa del padre della psicanalisi, del suo principio di memoria “rimossa”, noto come “paraprassi di Signorelli“, fu di penosa frustrazione, ma anche come d’un incentivo a una altrettanto profonda riflessione su come darsi qualche spiegazione di questa memoria “selettiva”, e quasi “dissociata”, tra due sensi.
Interscambio di “nomina propria”?
L’episodio, nella sua carriera, divenne un momento chiave del suo studio “Sul meccanismo psichico della dimenticanza” (Zum psychischen Mechanismus der Vergesslichkeit, 1898), a proposito non tanto dei “nomina propria” (Luca, Sandro, o Giovanni Antonio, – ma forse pure Martha e Minna), dato che la “confusione”, se così la vogliamo impropriamente chiamare, era proprio dei cognomi: Signorelli, Botticelli, Boltraffio (e non Bernays…).
Come un rebus enigmistico
Proprio attraverso quest’esempio poteva spiegare i processi mediante i quali una mente in grado di memorizzare alla perfezione immagini e sensazioni prodotte da certe opere d’arte, arriva invece a dimenticare le notazioni specifiche dell’identificazione dei loro autori. Delle formazioni sostitutive escludono ciò che si vorrebbe, o dovrebbe, ricordare (Signor-elli), facendolo diventare il termine rimosso da uno spostamento su qualcos’altro (Bottic-elli e Bel- o Bol-traffio).
La ricostruzione di tale destrutturazione si rese possibile, a posteriori, una volta riconosciuta la mancanza o l’assenza di “Signorelli”, suggerita o notata da altri, e nascosta tra i pezzi d’un puzzle, costituenti gli elementi del rebus segmentati e ri-segmentati (Signor-elli, Herr, Her-zegowina, Bottic-elli, Bel/Bol, trauer…), in un processo di metanalisi in cui parte dei nomi vengono trattati in modo quasi analogo alle lettere d’un’intera frase enigmistica. Frammenti distaccati di parole diverse s’associano tra loro rincorrendosi, l’un l’altro, lungo un reticolo nelle cui maglie e intersezioni trapela quel contenuto rimosso, ma strettamente connesso a vissuti fondamentali, come appunto la sessualità e il fine vita.
La natura identitaria
Anche Freud deve fare i conti con le poche sezioni, a cui può avere accesso, delle insondabili profondità dei propri sentimenti, e che riguardano principalmente la virilità sessuale e la mascolinità di genere, l’identità ebraica, la natura umana e il peccato, nonché la storia del suo passato recente o più lontano, comprendente pure le relazioni affettive e i ricordi dei primi interessi od ossessioni adolescenziali.
Il mistero intellettuale
L’esperienza orvietana del padre della psicanalisi si traduce in un vero e proprio mistero intellettuale incastonato in una dimensione molto personale e intima. L’arte del resto possiede quella singolare capacità di suscitarci delle suggestioni fascinatrici, eppure delle provocazioni destabilizzanti, e, come è successo con Freud, persino in grado di risvegliare, dunque, non soltanto i nostri più inconfessabili desideri e arcaiche paure, ma anche i ricordi repressi che credevamo d’aver ormai cancellato, o che avremmo “voluto” dimenticare.
