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IL CROLLO DELLA CENSURA E IL “PORN CHIC” ESPLICITO NEL MAINSTREAM

«Un hydrolat lacrymal lave/ Les cieux vert-chou:/ Sous l’arbre tendronnier qui bave,/ Vos caoutchoucs// Blancs de lunes particulières/ Aux pialats ronds,/ Entrechoquez vos genouillères/ Mes laiderons!// Nous nous aimions à cette époque,/ Bleu laideron! On mangeait des oeufs à la coque/ Et du mouron!// Un soir, tu me sacras poète/ Blond laideron:/ Descends ici, que je te fouette/ En mon giron;// J’ai dégueulé ta bandoline,/ Noir laideron;/ Tu couperais ma mandoline/ Au fil du front.// Pouah! mes salives desséchées,/ Roux laideron/ Infectent encor les tranchées/ De ton sein rond!// Ô mes petites amoureuses,/ Que je vous hais!/ Plaquez de fouffes douloureuses/ Vos tétons laids!// Piétinez mes vieilles terrines/ De sentiments;/ Hop donc! Soyez-moi ballerines/ Pour un moment!…/ Vos omoplates se déboîtent,/ Ô mes amours!/ Une étoile à vos reins qui boitent,/ Tournez vos tours!// Et c’est pourtant pour ces éclanches/ Que j’ai rimé!/ Je voudrais vous casser les hanches/ D’avoir aimé!// Fade amas d’étoiles ratées,/ Comblez les coins!/ – Vous crèverez en Dieu, bâtées/ D’ignobles soins!// Sous les lunes particulières/ Aux pialats ronds,/ Entrechoquez vos genouillères,/ Mes laiderons.» (Un idrolato lacrimale lava/ i cieli verde-cavolo:/ sotto l’albero di gemme che sbava,/ i vostri caucciù.// Bianche di lune speciali/ dalle natiche tonde,/ cozzate le vostre ginocchiere,/ racchione mie!// Noi ci amammo allora,/ racchiona blu:/ mangiavamo uova alla coque/ e preoccupazione!// Una sera, m’incoronasti poeta,/ racchiona bionda:/ scendi che ti frusto/ sul mio grembo;// Ho vomitato la tua brillantina,/ racchiona nera;/ mi taglieresti il mandolino/ con il filo della fronte.// Puah! Le mie salive disseccate,/ racchiona rossa,/ infettano ancora le trincee/ del tuo seno tondo!// O mie piccine innamorate,/ quanto vi odio!/ coprite di grumi dolorosi/ le vostre laide tettone!// Calpestate i miei vecchi timballi/ di sentimenti;/ – Hop dunque! Siate le mie ballerine/ Per un momento!…// Le vostre scapole si lussano,/ o amori miei!/ Una stella ai vostri lombi che zoppicano,/ piroettate su voi stesse!// Eppure è proprio per questi pezzi di carne/ Che ho fatto rime!/ Io vorrei rompervi le anche/ Per aver amato!// Insipido ammasso di stelle fallite,/ rannicchiatevi agli angoli!/ – In Dio creperete, martoriate/ d’attenzioni ignobili.// Bianche di lune speciali/ Dalle natiche tonde,/ cozzate le vostre ginocchiere,/ racchione mie! – Arthur Rimbaud, 1871).

Orgy of the Dead

Il primo film di Stephen C. Apostolof come regista, nei panni speculari di A. C. Stephen, con una sceneggiatura di Ed Wood, Orgy of the Dead (1965), è ora considerato un classico del genere “camp”, anche se l’uso del kitsch non sembra poi tanto sofisticato, e neppure consapevole, o deliberato. È stato l’inizio d’una partnership tra Apostolof e Wood che sarebbe durata fino alla morte di quest’ultimo, nel 1978; una collaborazione che ha prodotto diversi film, i quali, se non altro, avrebbero catturato lo Zeitgeist della fine degli anni ’60 e dei primi ’70.

Lo stile “nudie-cutie”

Presentando il leggendario The Amazing Criswell (conosciuto per Plan 9 from Outer Space del 1957 e Night of the Ghouls del 1959, sempre di Wood) e la regina del burlesque Pat Barrington (che l’anno dopo avrebbe recitato in The Agony of Love di Harry H. Novak), si limita a richiamare lo stile “nudie-cutie” dell’inizio di quel decennio: spettacolini di striptease all’interno d’una cornice narrativa piuttosto posticcia. Più d’un thriller erotico, un viaggio indietro nel tempo, pensato per spettatori disposti ad accontentarsi di assistere a qualcosa di eccitante da rintracciare però esclusivamente nella trama, perché il “resto” si limita soltanto a un flash, o due, di mature tette a penzoloni.

The Amazing Criswell“, che si rialza da una bara ed evoca un ghoul (ghul, gul o gula) dall’aspetto di “principessa della notte” risulta tanto banale da diventare persino esilarante, e pertanto involontariamente gradevole. Il critico di Allmovie, Mark Deming, dichiarò trattarsi del “raro caso” d’un film che sarebbe addirittura migliorato se l’avesse diretto lo stesso Wood, da molti riconosciuto “il peggior regista di tutti i tempi”.

Suburbia Confidential

La pellicola successiva di Apostolof, Suburbia Confidential (1966), avrebbe la presunzione di “iniziare da dove s’era interrotto il rapporto Kinsey” e ricorre, in gran parte, a una abborracciata psicopatia sessuale, anche per dare al film una parvenza di “valore sociale redentore“, oltre che per allestire scene di bondage, lesbismo, travestitismo, e soprattutto di annoiate casalinghe suburbane sessualmente frustrate mentre s’intrattengono con venditori, fattorini e riparatori d’elettrodomestici. È il primo d’una serie di tre film realizzati da Apostolof alla fine degli anni ’60 che trattano della vita sessuale “confidenziale” di diversi gruppi di persone; gli altri due sono Motel Confidential e College Girl Confidential, titoli ripresi trent’anni dopo, con maggior successo, da Curtis Lee Hanson (L.A. Confidential, 1997).

Nel coevo Hot Nights on the Campus  di Tony Orlando, una giovane studentessa universitaria arriva a New York per fare esperienze, più che per laurearsi. Frequenta  coinquiline ancor meno “spirituali” di lei, e votate al puro divertimento, che la “introducono” in un nuovo mondo, fatto di feste mondane, e scambiste. Girato in bianco e nero, è riuscito a mantenere il suo posto al botteghino rispettando le rigide regole di censura tipiche di quella metà degli stramaledetti anni ’60, offrendo tuttavia più d’un po’ di nudità da abbinare a una trama piuttosto spinta per l’epoca.

L’avanguardia sperimentale

Nel frattempo, gli sviluppi tecnici del secondo dopoguerra avevano ulteriormente stimolato la crescita del mercato di massa; l’evoluzione del settore, in particolare con l’introduzione del formato a 8 millimetri e poi del super 8, ha portato all’uso sempre più diffuso, a tutti i livelli, della cinematografia amatoriale.

I primi anni ’60 hanno visto la nascita del cinema new wave  con quella sua vocazione a voler infrangere i codici morali e altri schemi sessuali stabiliti da una precedente generazione ormai invecchiata. Si fa avanti l’avanguardia sperimentale, con la ricerca di nuove forme e soprattutto la voglia di rovesciare il classicismo e l’eccesso di obsolescenza. La sessualità è un “mezzo” che permette di percorrere questi scopi e pure un tema adatto a spingere i limiti del (non) consentito. Sono molti i cineasti che si danno a questa esplorazione, giocando a flirtare con la sfrenatezza dell’underground.

La Quinzaine des Réalisateurs

Dopo la controversia scoppiata in seguito alla rimozione di Henri Langlois dal suo incarico di direttore e co-fondatore della Cinémathèque Française, il 21esimo Festival di Cannes venne interrotto, anche in segno di solidarietà alle dimostrazioni di piazza che si stavano svolgendo a Parigi in quel maggio ‘68. L’anno dopo, nasce la Quinzaine des Réalisateurs (sezione inizialmente promossa in alternativa alla competizione ufficiale, allo scopo di mostrare agli spettatori d’ogni ceto sociale un cinema “nuovo” sotto tutti i punti di vista), durante la quale vengono proposti film generalmente scartati per un qualche motivo, come il corto “collage” Fuses (1964-67) di Carol Schneemann, in cui la regista si ritrae per 18 minuti durante un amplesso con il suo compagno, mentre il loro gatto, Kitch, li osserva da vicino. La Trilogia autobiografica si sarebbe completata poi con Plumb Line (1968-71), sullo scioglimento della sua relazione sentimentale, e Kitch’s Last Meal (1973-1978), racconto della vita quotidiana del gatto Kitch fino alla sua morte.

La rivoluzione sessuale

L’evoluzione dei costumi durante questo decennio sarà ovviamente motivata e sostenuta dagli eventi di quel maggio ‘68 e da un ben ampio contesto di liberazione sessuale che a gran voce richiede l’abolizione d’ogni censura. Questa “sessualità liberata” non resterà nemmeno confinata nel solo genere erotico, avendo gradualmente permeato già la narrazione di alcuni film cosiddetti “classici”, come Le vice et la vertu di Roger Vadim (1963), liberamente ispirato alle opere del Marchese de Sade, i cui personaggi delle due sorelle, Justine e Juliette, moralmente agli antipodi vengono trasposti all’epoca della Seconda Guerra Mondiale: una sorta di prototipo del successivo nazisploitation.

Un cinema erotico “d’autore”

Un vero e proprio cinema erotico “d’autore” nasceva nei paesi scandinavi (i cui costumi sono stati a lungo molto più permissivi) e avrà successo al botteghino, in particolare con Nattlek (Giochi di notte, 1966) di Mai Zetterling, o il dittico di Vilgot Sjoman: Jag är nyfiken – en film i gult (Sono curiosa: un film in giallo, 1967) e Jag är nyfiken – en film i blått (Sono curiosa: un film in blu, 1968).

Wet Dreams Film Festival

Dopo l’abolizione della censura che, di fatto, impediva la libera espressione della sessualità esplicita (in Danimarca, nel giugno ’69), l’«avanguardia sessuale», che si affidava a riviste underground come Suck, pubblicata ad Amsterdam e gestita in gran parte, tra gli altri, da Germaine Greer e Willem de Ridder, organizzò anche un Wet Dreams Film Festival, durante il quale vennero proiettati i cortometraggi: Love Objects (NL, Tom Chomont, 1971,16mm, 11’), Noviciat (FR, Noël Burch, 1969, 20′), It’s Harem Time (NL, Wim van der Linden, Willem de Ridder, 1966, 10’), Fuses (US, Carolee Schneemann, with Mary Oliver on violin, 1965,16mm, 25′ ).

Quest’ultimo, già presentato a Cannes, è rimasto un classico controverso, in forma di collage, che, attraverso il taglio, la sovrapposizione e la stratificazione di impressioni astratte, incise sulla celluloide stessa, colorate e ri-assemblate, cattura, “con spudorato riguardo”, un “equo” erotismo da sesso quotidiano in un qualunque ambiente domestico.

A richiamare il Wet Dreams Festival di Amsterdam, qualche anno dopo, è il titolo della collezione di episodi Wet Dreams (1974), a cui parteciparono, tra gli altri, Nicholas Ray (The Janitor), autore del celebre Rebel Without a Cause (Gioventù bruciata, 1955) e Lasse Braun (The Happy Necrophiliacs), a cui si devono French Blue (1974) e Sensations (1975).

Meat shot

In «Hard core: power, pleasure, and the “frenzy of the visible”» (University of California Press, Berkeley 1989), Linda Williams definisce “meat shot” quella consuetudine di rappresentare l’hardcore del rapporto genitale con modalità ravvicinata; la qualcosa diventa caratteristica dell’epoca “porn chic” degli anni ’70. Mentre, durante i primi due terzi del XX secolo, e durante il periodo di massimo splendore dei film di sesso occasionale (stag film, smoker o blue movie), gli anonimi artisti maschi evitavano di mostrare sullo schermo gli organi genitali, che, fuori dallo schermo, erano posseduti concretamente nel corpo dal pubblico, rigorosamente tutto maschile; tanto da far nostalgicamente individuare in questo tipo di spettacolo, ad Al Di Lauro e Gerald Rabkin (Dirty Movies: An Illustrated History of the Stag Film, 1915-1970, Chelsea House, 1976) come una sorta di piattaforma collante per il legame sociale e il cameratismo di genere. Quasi che l’identificazione con gli altri soddisfacesse un’urgente necessità di dimostrare la propria mascolinità attraverso il legame cameratesco, sfuggendo contemporaneamente al sottotono omosessuale dell’eventuale sopito, e mal gestito, piacere di guardare dei peni in erezione.

Un comportamento, questo, modellato da un tale disconoscimento, e non solo dalla vergogna, ma anche dalla condanna della censura imperante. Per Thomas Waugh, una netta e scanzonata sovversione di questa dinamica è quell’«interrogatorio palese della mascolinità» descritto nel cartone animato Buried Treasure (Pecker Island, c. 1928), o Eveready Harton in Buried Treasure, allusivo d’un “ever-ready hard-on” (erezione sempre pronta). Per il resto, i cosiddetti “film di addio al celibato” dovrebbero essere inquadrati nel contesto d’una diffusa “omosocialità”, nel senso d’una fenomenologia del “fallo simbolico” focalizzata nel predominio d’una mascolinità costruita attorno al nucleo omosociale.

Il guardone guardato

Tuttavia, il tema più ovvio in ogni possibile convenzione di cinema pruriginoso, nonché fondamentale elemento del suo stesso codice di condotta, più o meno perversa, non può naturalmente che essere costituito dal voyeurismo, il quale, da reale che già è, viene pure incorporato nella stessa narrazione, e quale ulteriore strategia d’eccitazione da abbinare sullo schermo, almeno nelle sequenze iniziali, a una scontata aspettativa dello spettatore; per il voyeur, quindi, un modo d’ulteriore identificazione con l’uomo che guarda il corpo femminile discinto e l’intima performance all’interno del racconto in corso. È il caso di Am Abend (1910), per esempio, o di A Free Ride (o A Grass Sandwich, 1915), tanto per citare dei classici. La teoria della Williams su questo tipo di discorso filmico è che esso non può se non oscillare tra un’impossibile relazione diretta con l’oggetto esibito, e guardato da vicino, e l’ideale scopofilia di chi osserva un evento in cui ad agire è comunque un surrogato.

Smart Aleck

Per Joseph W. Slade (Pornography and sexual representation: a reference guide,  2001),  “il più noto di tutti i film di addio al celibato americano” è uno “stag film” del 1951, Smart Alec, o Smart Aleck, cortometraggio muto, di non più di 20 minuti di durata, girato in bianco e nero, e pure uno dei più famosi e diffusi della prima era pornografica underground. L’attrice protagonista, conosciuta come Juanita Slusher, una formosa giovane donna allora di 16 anni, che all’epoca lavorava come prostituta, in seguito divenne famosa come la spogliarellista Candy Barr.

Michael Benveniste & Howard Ziehm

Il primo film con una vera e propria trama esplicitamente pornografica che abbia avuto una diffusione generale negli Stati Uniti, – in verità, se non si tiene conto di Blue Movie (1969) di Andy Warhol, che avrebbe influenzato perfino Ultimo tango a Parigi (1972) di Bernardo Bertolucci – sarebbe stato “Mona the Virgin Nymph” del 1970, diretto da Michael Benveniste & Howard Ziehm – produttore Bill Osco (lo stesso di Harlot del 1971, Flesh Gordon del ‘74 e di Alice in Wonderland: an X-Rated Musical Comedy del ‘76).

Mona rifiuta la penetrazione ma accontenta il fidanzato oralmente. E ci prende gusto pure con la masturbazione, il lesbismo, o l’orgia. Che il successivo sia una parodia erotico-demenziale dei fumetti e dei film basati sull’eroe creato da Alex Raymond, Flash Gordon, lo si capisce già dalla storpiatura del nome, Flesh, carne, corpo. Il musical ispirato a Lewis Carol fu diretto da Bud Townsend, il regista di Terror House del 1972. Mentre uno dei primi film porno a tematica omosessuale ad aver legalmente ricevuto ampia distribuzione è stato, nel dicembre 1971, Boys in the Sand, diretto da Wakefield Poole, con protagonista Casey Donovan, parodia della pièce teatrale The Boys in the Band (1968) di Mart Crowley, e del suo adattamento cinematografico del 1970 da parte di William Friedkin (in Italia: Festa per il compleanno del caro amico Harold).

Kärlek 1

Ma la storia moderna del porno, in realtà, potrebbe essere iniziata nel 1965, che, per la Svezia, fu un anno di eccezionale cambiamento, soprattutto per un evento epocale che ha acquisito un significato storico: l’approvazione della raccolta di racconti erotici Kärlek 1, la prima d’una serie di 14, pubblicata tra il 1965 e il ‘70 dall’editore Forsbergs förlag con sede a Malmö, che violava espressamente il divieto sull’indecenza in letteratura. Ma uno degli autori e curatori, Bengt Anderberg, già famoso per il controverso libro Kain, pubblicato nel 1948 e assidua firma delle pagine culturali dell’Expressen, godeva di solida fama, la qualcosa rendeva difficile etichettare una sua opera come completamente pornografica e non di raffinata scrittura. Ciò probabilmente consentì a Berth Milton Senior s’ideare  la prima rivista pornografica hardcore a colori, Private, ben presto affiancata da Stripping Sweden, Piff ed Expedition 66 di Nina Estin, la prima rivista porno indirizzata direttamente a un pubblico femminile.

Dal linguaggio dell’amore

Mentre, su pellicola, la novità sarebbe stata proiettata al cinema Rigoletto, nel centro di Stoccolma, il 2 ottobre 1969 – dodici giorni dopo si sarebbe insediato il primo governo  presieduto da Olof Palme, promulgatore d’uno dei progetti più audaci del socialismo riformista europeo. Perché, se oggigiorno la Svezia è considerata un paese moralista e piuttosto ostile alla pornografia, non era affatto così in quegli anni cruciali. Allora tutti avrebbero potuto assistere a uno spettacolo, adesso, ritenuto indecente, al Rigoletto come al Rival o al Riverside, dove le proiezioni erano continue. Quel film s’intitolava Ur Kärlekens Språk ed era diretto da Torgny Wickman. Fuori dal paese vennero esportate solo una trentina di copie, vigendo ancora la censura sulla rappresentazione di autentici rapporti sessuali. Il film venne totalmente bandito già nella vicina Norvegia, più bigotta, e sequestrato dalla dogana negli Stati Uniti. A Londra si manifestò persino contro quello che venne definito come “il peccato svedese” (den svenska synden).

L’educazione sessuale

Venne però apprezzato da alcuni consigli scolastici, quale strumento “didattico” per l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole, anche se solo a partire dai  quindici anni di età. La Svezia è stato il primo paese al mondo a introdurre l’obbligatorietà di questo insegnamento ed era orgogliosa d’un’innovazione che dimostrava agli adolescenti come iniziarsi al sesso da adulti.

Lössläppthet och dubbelmoral

Alla critica straniera a questa “dissolutezza” (lössläppthet) si replicava con affermazioni quali: “noi abbiamo l’uguaglianza, voi avete doppi standard!” (vi har jämställdhet – ni har dubbelmoral!).

In realtà, si può affermare che l’espansione avvenuta nei due decenni precedenti aveva gettato delle solide basi per la depenalizzazione, intendendo quindi concludere che non sarebbe stata pertanto la legalizzazione a portare all’espansione, ma al contrario quest’ultima a condurre necessariamente alla legalizzazione. Poiché, non avendo più lo Stato le risorse per fermare la diffusione della pornografia, ne derivò un equo compromesso: ne era consentita la produzione e la fruizione, purché non fosse vista e consumata in pubblico, onde evitare con ciò che a essa fossero accidentalmente esposti coloro i quali non avessero voluto subirla. In ogni caso, si era tutti convinti che non possono essere eliminati per legge “Dålig smak och tarvlighet” (cattivo gusto e volgarità).

Nel film parzialmente satirico di Hasseåtage, “Mannen som slutade röka” (L’uomo che smise di fumare, 1972), quello del tabacco veniva infatti presentato come un “vizio” ben peggiore della pornografia.

491

Eppure, solo pochi anni prima, nel 1963, il film “491”, diretto da Vilgot Sjöman e ispirato all’omonimo romanzo di Lars Görling, venne fortemente censurato per via della descrizione dettagliata di atti sessuali violenti, compresi stupro omosessuale, zooerastia e prostituzione. Integralmente fu possibile vederlo solo nel ’77 (ben 14 anni dopo!). Il titolo numerico – che prende spunto dal vangelo di Matteo (18, 22: «Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: Signore, quante volte perdonerò il mio fratello quando pecca contro di me? Fino a sette volte? Gesù gli disse: Io ti dico: non sette volte, ma settanta volte sette») – pone la cocente domanda sui limiti estremi della pazienza (o meglio: tolleranza): se debba (o possa), cioè, essere ulteriormente prorogata all’infinito.

Ha ballato una sola estate

Era questa la ragione principale della reputazione della Svezia come “paradiso del sesso”, oltre che per via dei film svedesi sull’argomento, che iniziarono già con Hon dansade en sommar (Ha ballato una sola estate) di Arne Mattsson, nel 1951, o Sommaren med Monika (Un’estate con Monica) di Ingmar Bergman, nel 1953. Il primo piano del seno di Ulla Jacobsson destò scalpore a Berlino, dove l’adattamento del romanzo Sommardansen dello scrittore e giornalista svedese Per Olof Ekström s’aggiudicò l’Orso d’oro. Così anche la schietta rappresentazione della nudità di Monika ha contribuito a creare la nomea di paese sessualmente libero.

Svezia inferno e paradiso

Furono molti a immaginare, e convincersi, che la genuina Svezia fosse nella quotidianità vera come nei film; e la fama di eden con ragazze bellissime, completamente spudorate, venne ancor più rafforzata inoltre dal “mondofilm”, finto “documentario” italiano: Sverige – Himmel eller helvete (Svezia inferno e paradiso, 1968), di Luigi Scattini, anche se oggi può far quasi sorridere per quella sua indagine antropo-psico-sociologica forse un po’ troppo sempliciona.

Già l’anno prima il regista statunitense Joe Sarno, impressionato dal “Sono curiosa – un film in giallo”, fu indotto a recarsi in Svezia e girare “Jag – en oskuld” (io sono vergine, per l’Italia: Inga – Io ho voglia…).

In realtà, gli sceneggiatori di “Svezia inferno e paradiso” s’erano liberamente ispirati al libro omonimo dell’anno precedente, scritto dal giornalista del Corriere della Sera Enrico Altavilla. I diversi aspetti del comportamento sociale degli svedesi e della loro sessualità erano particolarmente stuzzicanti per la sensibilità italiana del tempo. Film porno, discoteche per lesbiche, contraccezione ed educazione sessuale degli adolescenti, scambio di mogli  tra coppie sposate, bande di motociclisti stupratori, nonché quello stile di vita, un po’ pagano, con le celebrazioni della notte di Valpurga, senza tuttavia trascurare, proprio a necessaria compensazione, i problemi d’alcolismo, tossicodipendenza e i non rari suicidi.

Per il pubblico italiano fu un vero e proprio invito, basato su recondite aspettative sessuali, all’organizzazione di “viaggi (sesso)turistici” in Scandinavia. Altro successo fu la colonna sonora Viva la sauna svedese composta da Piero Umiliani, resa famosa dai Muppets e internazionalmente conosciuta poi come Mah-nà mah-nà, grazie anche all’interpolazione di alcune melodie famose, come la celebre canzone napoletana Santa Lucia entrata a far parte del folklore svedese del 13 dicembre, o l’allegro moderato della Rapsodia svedese, No. 1, “Midsommarvaka” (Vigilia di Mezza Estate), Op. 19,  di Hugo Alfvén (1903). 

Swedish Erotica

Approfittando del rinomato credito del paese scandinavo nell’industria dei film spinti, si iniziò anche a utilizzare “den svenska synden” come strategia di marketing, con l’effetto che una società statunitense s’è persino autoproclamata “Swedish Erotica”, ma gli attori erano riconoscibili pornostar americane, come Annette Haven, Desiré Costeau o Seka (Dorothiea Hundley, di Radford, in Virginia, ma mezza cherokee e mezza islandese), che da sola ha partecipato a oltre 350 loops da 8 millimetri, tanto che il foulard che sfoggiava intorno al collo ben presto divenne sinonimo d’un seducente vezzo nordico.

Fuor di clandestinità

Volendo essere degli storiografi “precisi”, la produzione dei loops (letteralmente: iterazioni) è continuata per tutti gli anni ’70, impegnando anche le più famose pornostar del momento, poiché, non essendoci ancora TV via cavo, od home video, si doveva per forza andare al cinema per guardare i lungometraggi hardcore. A casa, di solito, ci si poteva accontentare di sfogliare le riviste porno, ma possedendo un proiettore, era anche possibile ordinare privatamente le pellicole di cui si faceva ampia pubblicità sulle pagine delle rubriche del settore. La descrizione più frequente, e richiesta, era quella del triolismo: “2 kv 1 m” (“två kvinnor och en man”, 2 donne e un uomo), per lo più con attori anonimi.

Erano delle normali ragazze, “libere” e disponibili, a provare quest’esperienza occasionale per il gusto di sperimentare nuove sensazioni eccitanti. Molto probabilmente, i partecipanti si aiutavano con disinibenti alcolici, cannabinoidi o altro, che facilitasse l’umore giusto. Come set era sufficiente un qualsiasi appartamento, magari condiviso da alcuni hippies abituati alla promiscuità.

Ancor più linguaggio dell’amore

Il 18 novembre 1970, al Riviera debutta un sequel di Ur Kärlekens Språk, Mera Ur Kärlekens Språk (Di più dal linguaggio dell’amore), con molto sesso esplicito. I giornali scriveranno però che ormai non c’era più niente da mostrare, perché s’era visto di tutto. Gli spettatori potevano già assistere a scene di masturbazione, sesso orale, rapporti sessuali di coppia e di gruppo e al lesbismo persino sul palco d’un qualsiasi sex club danese. Ciononostante, la voglia di trasgressione continuava a lievitare.

Bodil Joensen

Bodil Joensen ha attirato un’attenzione speciale in quanto Boar Girl, per le sue esibizioni dal vivo con gli animali (cani, cavalli, maiali) della sua fattoria, offrendo così un’immagine della “società danese contemporanea tollerante” e della nostalgia rustica scandinava verso quel Medioevo in cui le persone e il loro bestiame vivevano spesso sotto lo stesso tetto, richiamando così una quasi “classica scena” di sapore  rabelaisiano.

Tiny Tove

Tove Jensen, meglio conosciuta come “Tiny Tove“, attrice svedese attiva tra il ‘79 e l’81, rinomata per l’aspetto adolescenziale e introdotta nell’industria del sesso direttamente dalla madre, è stata una delle poche a raggiungere uno status da vera star presso gli studi Color Climax, la casa danese che, già negli anni ’60, aveva cominciato a realizzare riviste porno (Teenage Sex, Rodox, Sex Bizarre) e iniziato, nel ’71, a registrare in super-8 filmini di 60 metri della durata di pochi minuti; e questa produzione è continuata fino a quando, nel 1984, l’home video non ha definitivamente eliminato quel formato ormai obsoleto.

Trovare risorse umane di sesso maschile non è mai stato un serio problema, visto che moltissimi erano più che felici di mettersi in fila per fare un po’ di tutto con donne giovani e belle. Probabilmente non tutti si sono resi conto di quanto fosse difficile, non tanto ottenere, quanto mantenere un’erezione, o avere un orgasmo su richiesta e a comando: tanti si sono sentiti naturalmente “chiamati” ma pochi sono stati gli “eletti” a essere scelti. Quelli che riuscivano a soddisfare questi “speciali” requisiti poterono continuare a “lavorare” a lungo.

Boogie Nights

John Holmes non era considerato attraente, se non per la sua dotazione anatomica, e aveva anche il difetto caratterologico d’essere una persona “estrema” in ogni sua espressione comportamentale. Il film Boogie Nights (1997) di Paul Thomas Anderson, si basa proprio su quella sua vita completamente malata in senso psicopatico. Questo che viene considerato tra i migliori lavori di Anderson è un’espansione del cortometraggio mockumentaryThe Dirk Diggler Story” (1988), basato a sua volta su Exhausted: John C. Holmes, The Real Story del 1981.

L’Addio all’illegalità

Negli anni ’70 si diceva che il porno, la prostituzione, la droga e il contrabbando d’armi fossero le cose illegali più redditizie che si potessero esercitare. Eppure, i giornali continuavano a insistere con lo scrivere che ormai non c’era più niente da scoprire, e che il pubblico aveva già visto tutto. Allora, dopo che gli spettatori s’erano già abituati ad assistere a masturbazione, sesso orale, rapporti etero, lesbismo, che costituivano i normali spettacolini d’un qualsiasi sex club danese, un Bert Milton Senior si sarebbe convinto a cominciare a girare delle vere e proprie orge o avrebbe ceduto il passo a qualcun altro?

Jens & Peter Theander

In quegli stessi anni, i fratelli Jens & Peter Theander avevano allestito un grande e moderno studio in Baldersgade n° 6 a Nørrebro. La loro azienda, Candy Film, funzionava a pieno regime e, da quando la pornografia era divenuta legale in Danimarca (1969, dopo però quasi un decennio di tacita tolleranza; – eppure, il primo lungometraggio hardcore danese è stato realizzato da Ole Ege nel ’72, col titolo Bordellet), si pubblicizzava come la più grande produttrice di pornografia in Europa, forse nel mondo intero, anche se poi molti titoli venivano necessariamente importati. Nel 1976, John Holmes venne, infatti, invitato in Danimarca, dove registrò numerosi filmini con graziose modelle scandinave proprio negli studi in Baldersgade.

Al tempo degli hippies

I primi film realizzati dai fratelli Theander erano “piccoli”, nel senso della lunghezza ovviamente e del modesto impiego di mezzi, insomma “corti “ di appena 3 minuti, per lo più in bianco e nero, e privi di sonoro. La maggior parte raffiguravano scene di “sesso di gruppo”, difficili da “gestire” in un così breve lasso di tempo, con una folla di modelli (tra cui spiccavano i nomi di Cornelia, Eva, Erika, Britta e Bella); eppure, al “tempo degli hippies”, e del “fare l’amore non la guerra”, con la scusa del “gioco della bottiglia” (Bottle game), non mancavano né disponibilità di numero, né materiale e risorse umane. Sembra sia stata questa azienda a creare quella “struttura” filmica, in seguito continuamente riproposta, di situazioni in cui il rapporto sessuale termina con il rilascio di spruzzi sul corpo delle ragazze (pearl necklace), o direttamente in faccia (facial cumshot, bukkake, gokkun).

Da una bobina ai cento metri

Dal ‘70, il porno lo si preferisce a colori, con un aumento di durata a poco meno di 10 minuti (in gergo cinematografico, “una bobina”). Un lustro dopo, gran parte dei film avevano però assunto la lunghezza dei 100 metri, corrispondenti a una durata di circa 15 minuti, dotati di audio, anche se spesso a Nørrebro li si girava ancora muti, per poi “post-elaborarli” con colonne sonore nelle varie lingue del mercato internazionale: per lo più tedesco, inglese e francese.

La concorrenza

Quando, all’inizio degli anni ’80, i film francesi e statunitensi cominciano a venire trasmessi in video, con sonoro incorporato in presa diretta, scoppiano i primi grossi problemi per i produttori danesi (Rodox, o Color Climax Corporation …) che non riescono più a tener testa alla concorrenza. Sul mercato vennero introdotti dei veri e propri film cinematografici girati su pellicola 35 mm, con una durata intorno ai 60 minuti, sempre più frequentemente prodotti con budget anche impegnativi ed elevati. Nella stessa København, il cinema Carlton, a Vesterbrograde, s’adattò a normale sala “a luci rosse”, con in programma queste grandi e costose pellicole straniere. Il commercio dei corti stava così volgendo verso un’inesorabile declino e Candy infatti chiuse nel 1986.

Josefine Mutzenbacher

Nel frattempo, erano usciti The Devil in Miss Jones (1973) di Damiano, e The Opening of Misty Beethoven (1976) di Radley Metzger, French Blue (1974) e Sensations (1975) di Lasse Braun, e, sempre nel ’76, Hans Billian aveva dato inizio alla serie di Josefine Mutzenbacher (… wie sie wirklich war – 1. Teil) con Patricia Rhomberg – ma nel ’79 di Josefine Mutzenbacher – Wie sie wirklich war : 2. Teil se ne appropria Gunter Otto, che come protagonista sceglie Leila Vigso; anche alcuni lungometraggi danesi erano divenuti ambiziosi e potevano avere ambientazioni e costumi sontuosi, persino numeri di balletti e canzoni. Le serie danesi “Gladporner i tegn” erano fondamentalmente normali commedie sessuali, occasionalmente interrotte da scene, più brevi, di esplicito porno hard.

Nel segno…

Il primo ad avere scene di sesso hardcore è stato Bordellet (1972) di Ole Ege. La danese Anne Magle ha partecipato alla quarta commedia della popolare serie sullo zodiaco prodotta negli anni ’70, I Løvens tegn (Nel segno del Leone, 1976), diretto da Werner Hedman, come alla quinta, Agent 69 Jensen i Skorpionens tegn (Nel segno dello Scorpione, 1977), insieme con la tedesca Gina Janssen. La prima delle sei commedie sessuali ufficiali della serie Zodiaco è stato I Jomfruens tegn (Nel segno della Vergine, 1973) diretto da Finn Karlsson, l’ultima Agent 69 Jensen i Skyttens tegn (Sagittarius, 1978).

Altri lungometraggi sempre più dimenticabili

Della serie degli otto lungometraggi diretti da John Hilbard, tra il 1970 e il 1976, (“sengekant“) solo gli ultimi tre (Der må være en sengekant, 1975; Hopla på …, 1976; e Sømænd på sengekanten, 1976), cioè dopo l’uscita del primo dei film di Zodiac, includevano scene hard e condividevano molte attrici come Anne Bie Warburg, Vivi Rau e Lisbeth Olsen.  Altri sono oggi quasi del tutto, forse anche giustamente, dimenticati.

Snuff

Quando, negli anni ’70, il porno è stato praticamente liberalizzato, le persone hanno cominciato abbastanza rapidamente a stancarsi di rapporti regolari e ripetitivi. Per alcuni anni sono state prodotte enormi quantità di pornografia oscillanti tra la legalità e l’illegalità, quasi quanto di sesso normale: urolagnia, zooerastia, incesti, pedofila, o sadismo, con scene violente di stupri (forse persino reali: i cosiddetti snuff).

Blue nude

Una lucida ed efficace rappresentazione del microcosmo “hardcore” newyorchese, anticipatrice dell’omonimo film (1979) di Paul Schrader, e dalle ascendenze che rimandano a Midnight Cowboy (1969) di John Schlesinger e a Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese, è Blue nude (1977), minuziosamente preparato da Luigi Scattini, coinvolgendo  professionisti del settore come Susan Elliot (interprete di alcuni hard di Radley Metzger) e Robert Kerman (star di numerosissimi hardcore d’Oltreoceano, e per alcuni anni attivo anche nel cinema di genere italiano) o il regista Carter Stevens, autore di loops 8 mm. Punto di partenza un misterioso fatto di cronaca, riportato dai quotidiani dell’epoca, relativo alla morte accidentale (?) d’un’attrice su d’un set a luci rosse; – e se fosse stato un omicidio premeditato?

Cronaca nera o vissuto personale?

Per quanto riguarda le affermazioni secondo cui Linda Lovelace è stata tenuta prigioniera, filmata sotto la minaccia delle armi e punita con delle perversioni sessuali, se non interpretava bene e con il sorriso sulle labbra le più difficili performance, tutte queste informazioni, che potrebbero essere illazioni, provengono solo da lei. Probabilmente, viveva una relazione patologicamente distruttiva, ma non si sa quanto siano vere e verificabili tutte quelle sue storie di imposizioni forzate, che, tra l’altro, ha diffuso solo negli anni ’80, giusto quando l’industria del porno era già sotto attacco da parte del femminismo rampante, della destra cristiana e dell’amministrazione Reagan. Nella guerra senza quartiere alla pornografia vennero utilizzate pure altre narrazioni riguardanti donne drogate, violentate, torturate, mutilate e uccise davanti alle telecamere. In questo clima infuocato, le sensazionali “rivelazioni” della più grande star mondiale della storia del porno furono subito accolte come pura verità incontrovertibile.

Linda Lovelace

Nonostante la fama repentinamente raggiunta con Deep Throat (1972), Linda Lovelace (Linda Boreman 1949-2002) non ha certo avuto una straordinaria carriera cinematografica nell’hardcore: il sequel del suo film rivoluzionario, Deep Throat Part II, rimase senza alcun riscontro commerciale e altri suoi tentativi di presentarsi come attrice teatrale o cantante di nightclub sono stati fallimentari. Linda Lovelace for President (1975) diretto da Claudio Guzmán con lo slogan allusivo: “A vote for Linda is a blow for democracy“, si rivelò un ulteriore disastro finanziario. Fu forse per questo allora che si trasformò in una eroina anti-pornografica a tempo pieno?

Ordeal

Nel corso della sua causa di divorzio da Chuck Traynor, ha raccontato che il marito l’avrebbe costretta a fare quel certo lavoro in quel mondo corrotto, “puntandole un fucile alla testa”, e che in Gola profonda si possono vedere i lividi delle percosse sulle parti scoperte delle sue gambe. Nell’autobiografia Ordeal (Calvario), dove parla della prostituzione, delle riprese di film porno in 16mm e del suo matrimonio con Traynor come d’una tortura infernale, aggiunge anche che la sua vita di coppia non è stata altro che un susseguirsi di abusi mentali, violenze private, stupri, e forzato meretricio.

Non avevo mai sperimentato il sesso anale prima e mi ha fatto a pezzi. Mi trattavano come una bambola di plastica gonfiabile, sollevandomi e spostandomi qua e là. Mi allargavano le gambe da una parte e dall’altra… Mi sentivo spazzatura.”. Tra le altre cose, afferma d’essere stata costretta sotto la minaccia delle armi a registrare film di zooerastia, che avrebbero contemplato il coinvolgimento di Hugh Hefner al The Playboy Mansion! La sua iniziazione alla prostituzione sarebbe stata uno stupro di gruppo da parte di cinque uomini, appositamente organizzato dal marito. Questi ha ammesso d’averla colpita, ma soltanto nell’ambito d’un gioco erotico consapevole e volontario.

The Other Hollywood

Nel libro The Other Hollywood di Legs McNeil (2009 ), diversi testimoni, tra cui il regista di Deep Throat, Gerard Damiano, affermano che Traynor avrebbe sì picchiato di nascosto la Boreman, ma mettono anche in dubbio la credibilità di quest’ultima. Dello stesso avviso Eric Edwards, co-protagonista nei film sulla bestialità e in altri loop di urolagnia; anzi, secondo Edwards, la Boreman era una sorta di “super maniaca” del sesso, di cui non conosceva confini, ed era allo stesso tempo una bugiarda patologica.  

Non si è mai presa la responsabilità delle proprie […] scelte; – avrebbe detto l’attrice Gloria Leonard – ma invece ha incolpato il porno di tutto ciò che le è successo nella vita“.

Grindhouse sexploitations

Dato il background come attore in alcuni piccoli ruoli negli anni ’60, è innegabile che sia stato Chuck Traynor a introdurre Linda nel mondo del cinema. Ma la seconda moglie (dal 1974 al 1985) di Chuck Traynor, altra pornostar di fama, Marilyn Chambers, non sembra abbia mai raccontato nulla di increscioso della relazione intrattenuta con il marito. E, guarda caso, proprio Marilyn Chambers  fu la protagonista del film porno che, con Deep Throat, si contende il primato della distribuzione su un ampio fronte, e non solo in alcuni piccoli cinema di quartiere, tipo Grindhouse  (dove venivano proiettati, anche consecutivamente, i sexploitations softcore), di Behind The Green Door. Questo titolo, che fa riferimento a una canzone rock degli anni Cinquanta, ebbe forse minor successo, mancando di quell’escamotage fantasioso del clitoride al posto dell’ugola. Attrice, forse di gran lunga migliore di Linda Lovelace, certo più giovane e più carina, fu la prima donna bianca a mostrarsi in un amplesso (“interrazziale”) con un uomo di colore, in un film negli Stati Uniti ancora visto come un feticcio.

8 mm loops

Ben prima di diventare celebre, Linda Lovelace ha realizzato cortometraggi muti in 16 e 8 millimetri, i cosiddetti loops realizzati per peep show. Si tratta di pellicole adatte a quei proiettori domestici che invasero il mercato oltre cinquant’anni fa e oggi praticamente scomparse, distrutte, se non dimenticate. I singoli filmati sono stati conservati dai collezionisti e trasferiti su supporti video. Per esempio, il loop di tre minuti in cui Linda Lovelace fa sesso con Eric Edwards, o/e anche con Brandy (No Holes Barred, 1971). Nel 1969 ha pure partecipato a filmati di bestialità (Dogarama, o Dog Fucker) e due anni dopo ha anche recitato in filmati di “pioggia dorata” (con Chris Jordan, in Raunchy 69 Scene: Golden Shower). Quando s’è rivoltata contro l’industria del porno, quest’ultima ha risposto accusandola d’aver partecipato volontariamente a diversi film di pura perversione scopofilica.

Eppure, una conferma alle affermazioni di Linda sarebbe arrivata da Andrea True, co-protagonista in Deep Throat 2, che, nel documentario Inside Deep Throat (2005), ha affermato come Traynor non fosse apprezzato dal cast proprio perché uno psicopatico sadico. La psichiatra Judith Lewis Herman osserva che molti dettagli riportati in Ordeal sono coerenti con una personalità frammentata all’indomani d’un presunto abuso e una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico complesso (CPTSD) di tipo II, che include “la sindrome che segue a traumi prolungati e ripetuti”. Andrea Dworkin ha confermato che pure  i risultati dei test del poligrafo somministrati alla Boreman/ Lovelace ne supporterebbero le affermazioni.

È emerso però, poi, soprattutto, che il libro era stato scritto per intero da un ghostwriter professionista anti-pornografia, Mike McGrady, e probabilmente non risulta molto più veritiero di tante finte autobiografie che si trovano in circolazione. A questo punto c’è da pensare che, come prima era stata sfruttata dal marito manager e magnaccia, forse, dopo lo è stata dagli avversari del porno. E, quando l’interesse per l’ex porno star pentita s’è andato raffreddando, è tornata di nuovo sola e soprattutto disoccupata; e, al momento del fatale incidente d’auto del 2002, viveva poveramente di magri sussidi.

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