Il Partigiano calabrese nella Resistenza: Sebastiano Giampaolo, nome di battaglia “Fiore”
La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...

La libertà – sosteneva Ignazio Silone – è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la...
Una delle più grandi fobie dell’uomo, sì dell’uomo, stavolta inteso come essere vivente umano di genere maschile, è il tempo che passa.
Sicuramente la destinazione ignota al termine della vita biologica gioca una parte rilevante in tutto ciò.
Ma non solo.
Il maschio teme la vecchiaia come decadimento fisico, come riduzione della potenziale attrazione verso l’altro sesso. O verso lo stesso.
È uguale.
Allora faccio un esperimento su me stesso, per democrazia.
Sui coetanei sarebbe vivisezione.
L’analisi visiva è impietosa.
Ma se penso che sia la mistificazione delle cose la vera piaga del mondo attuale, allora mi approccio con congruenza all’atto.
Come in medicina legale, ispeziono il cadavere di un giovane dentro un corpo che ha superato la mezza età.
I capelli sono pressoché bianchi.
Ci sarebbe la soluzione.
Quella bella tinta testa di moro che alcuni coetanei, ad anche precedenti, spargono per i quattro peli che gli sono rimasti.
Mi viene da ridere pensando che testa di moro suona un po’ come testa di morto.
La paura della fine è sempre sovrastata dall’ironia.
Che salva.
Decido di tenermi i miei capelli bianchi.
Si arriva al giro vita, dove un pur timido salvagente quasi tonifica il flaccidume generale.
Penso a quello strumento di tortura moderna che sono le palestre, ai tapis roulant, all’istruttore che ti incoraggia ad andare più veloce quando intorno saltella, bella e splendida, la gioventù.
E tu, ad un passo dall’infarto, ti guardi attorno, cogli lo sguardo sdegnato della ragazza scolpita e aderente che corre a cento all’ora, e corri ancora di più.
Ancora di più verso una destinazione all’indietro che non potrai mai raggiungere.
Una corsa all’indietro.
Ecco, non fa per me.
Mi tengo i rotolini. E magari li amo un po’ di più.
Ripiego quindi per una passeggiata con i coetanei.
Così, mentre si cammina, si ricorda e si ride.
E ridendo si invecchia insieme. Si cambia stanza.
E la risata salva, si sa. Come l’ironia.
E poi la relazione con gli altri.
Che dobbiamo dire dell’uomo che si sente giovane quando parla con i giovani?
Anzitutto, e qui ci sono cascato spesso in pieno, il “tu” o il “lei”?
Oppure l’arcaico “voi”? Ma questo sa di “gnuri”.
Viene scartato.
I primi momenti sono di meraviglia. È mai possibile che quel ragazzo di quarant’anni mi dà il lei?
Distanza?
Si distanza anagrafica. Quando avevo ventun anni, il quarantenne nasceva.
E Nando Martellini per tre volte gridava “campioni del mondo”, e Pertini esultava, ed esultavo anch’io.
C’ero.
Era in Spagna, nel 1982, e vincevamo i mondiali di calcio.
Ma il quarantenne che mi da del lei, vagiva. Forse.
Oppure sguazzava beato nel liquido amniotico di mamma.
Adesso, anch’io mi sono arreso al lei. Lo accetto, lo considero naturale e lo baratto con la confidenza e la relazione.
O lei, o tu, una nuova conoscenza ha un peso, una bellezza, a prescindere dalla forma.
E quanto dura dura. C’è stata, e questo è il bello della vita a qualsiasi età.
Ecco, potrei andare avanti all’infinito, narrare di momenti in cui gioco a tennis con l’età che avanza.
Lei mi lancia una pallina, a volte la colpisco e la rimando al di là della rete.
Ma il più delle volte questa pallina balla sul nastro, beffarda, e ricade sul mio campo.
La accolgo, non la rilancio.
E rido per la prostata che bussa, per la discesa dal letto più faticosa, per le scale in affanno, per chi mi suona in macchina se vado troppo piano, per le cose che dimentico e per le troppe cose che ricordo.
E rido, perché ridere salva, fa il sangue fluido, scioglie i trombi e previene l’infarto, l’ictus e la malinconia.
Che ad alti dosaggi ammazza di più.
