Costruisci il tuo futuro nel cuore dello Stretto: perché scegliere Giurisprudenza alla Mediterranea
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...
«L’arcitaliano non ha paura della legge di natura/ anzi talvolta, egli corregge la natura della legge.» (Curzio Malaparte: “Benedetti italiani”, 1961).
C’è del sarcasmo nazional-patriottico in questi versi che vorrebbero, forse, far dimenticare il saggio localista sui “Maledetti toscani” (1956), dove l’ostilità sembrava essersi limitata, regionalisticamente, ai confini dell’Etruria (poi trasformata in Tuscia e Granducato) nei confronti di tutti gli altri cittadini d’una penisola suddivisa a chiazze variopinte e mai del tutto unificata.
Eppure, quell’amplificazione stilistica (alla Céline) del contraddittorio letterario, nell’assecondare il gusto di potersi permettere, se prima ghibellino, subito dopo guelfo, non faceva altro che favorire un parossistico gioco di opaca doppiezza; quello straordinario “ludus magnus” d’un Giano bifronte: toscano e “arcitaliano”, fascista e antifascista, comunista e anticomunista.
“Un frutto della natura” l’Italia, come i suoi abitanti pronti a “snaturarne la legge”, in barba a quanti Montaigne e Montesquieu avrebbero voluto invece trarre regole morali dalla loro condizione storico-culturale e dal loro carattere antropologico, nei quali (storia e carattere) è poi sempre quella medesima natura a specchiarsi (forsanche adeguando, di riflesso, i propri principi etici?).
Malaparte non parlava d’un’immateriale “vanitas vanitatum”, o della pur leggera caducità d’una “funzione animatrice” del Qohèlet (da qahal, adunare) , ma proprio d’una boria arrogante, o frivola fatuità, d’un po’ tutti gli italiani, che “si nutre più dei complimenti che delle giuste lodi” (profuse come fossero ludi), forse da certe diffuse diffamazioni giustificata, a volte pienamente altre meno.
«La ragione vera non è, come dicono, che siamo traditori, falsi, vili, bugiardi, sporchi, e ladri, poiché non so quale popolo, anche il più superbo, il più ricco, il più rispettabile, non sia traditore, falso, vile, bugiardo, sporco e ladro: la ragione è che gli italiani sono stati per molti secoli, ora per la forza delle armi, ora per la ricchezza, ora per l’intelligenza, per la civiltà, per l’arte, i padroni di tutti i popoli della terra, e poi, per molti secoli, i servi …».
Questo disprezzo proverrebbe allora da una certa antica tensione fobica, da rancore non ancora spento, oppure da una qualche invidia mai interamente sopita. Sciovinismo, revanscismo, auto-agiografia … miserabile e vile orgoglio suprematista, o consapevolezza d’uno splendido, seppure inattuale, “primato” culturale (persino in grado di forgiare il “destino” d’una “nazione”?).
Popolo di arcitaliani
«Popolo di poeti, di cantanti, di canzonettisti, di cantautori; Popolo di Canzonissima: cantate! Su cantiam, su cantiam. Evitiamo di pensar; Per non polemizzar Mettiamoci a ballar… », declamava Dario Fo, giusto nel ’62, dimenticando che, alla sequela di santi, eroi, artisti, navigatori, colonizzatori e “trasmigratori”… avrebbe equamente dovuto aggiungere furbi, furbetti e furbacchioni!
La risposta del pratese Curt Erich Suckert, celebre autore de “La pelle” (1949) e “Kaputt” (1944), era già stata codificata: “Non mi sembra sia un difetto, e vana mi par l’accusa di furbizia che gli stranieri ci van muovendo da secoli. E prima di tutto non vedo per qual ragione gli italiani dovrebbero essere coglioni. E poi: per far piacere a chi? ‘Meglio pazzi che grulli’, dicono in Toscana; e io aggiungo: meglio furbi che coglioni”.
All’accusa d’eccessiva gestualità, d’usare, più della bocca, le mani e le smorfie, ribatteva: «O con che cosa vorrebbero che si parlasse? Ci han fatto star secoli e secoli a bocca chiusa, con le mele strette, e guai a chi apriva bocca, fosse pure soltanto per rifiatare, e poi si lamentano se parliamo con le mani?”.
Ma il pareggio con malanza e spregiosità toscane lo conquistò distribuendo degli “omaggi” (e niente encomi) a tutte le altre regioni e città (indolenza romana e sincera diffidenza ligure comprese). La maggior italianità ai piemontesi “falsi e cortesi”, gentilezza ai veneti, mistica follia agli umbri… Napoli piuttosto accesa e violenta; Milano? Non pervenuta (chissà perché?).
Forse, perché si tratta di “frammenti” postumi, tuttavia significativi per la loro, nient’affatto occasionale, coerenza (di “Benedetti italiani”, che prosegue spunti e riflessioni presenti in “Maledetti toscani”?).
Parafrasando l’incipit di quest’ultimo volume, si potrebbe dichiarare: «Se è cosa difficile essere italiano, difficilissima cosa è l’essere arcimeridionali: molto più che abruzzese, lombardo, romano, piemontese, napoletano, o francese, tedesco, spagnolo, inglese. E non già perché noi meridionali siamo migliori o peggiori degli altri, italiani o stranieri, ma perché grazie a Dio siamo diversi da ogni altra nazione: per qualcosa che è in noi, nella nostra profonda natura, qualcosa di diverso da quel che gli altri hanno dentro».
Come piemontesi, liguri, veneti o lombardi, presentano una loro peculiare storia e pertanto un loro tipico tratto distintivo, quasi una personalità, analoga constatazione si potrebbe estendere, più o meno, a ogni popolazione, ogni regione, ogni città «del bel paese là dove ‘l sì suona» (Dante Alighieri, Inferno, canto XXXIII, verso 80).
Anzi, potrebbe essere proprio questa la caratteristica fondamentale dell’Italia: un geloso sentimento campanilistico, non solo possessivo e fortemente competitivo, ma talora perfino un po’ megalomane e paranoico, che nel dividere tutti, tutti contemporaneamente infine unisce?
“Ingegnosi nemici di se stessi”
Se, da un lato, non ce ne importa nulla d’essere disprezzati, d’altra parte, forse, ci sentiamo orgogliosi che gli altri ci abbiano un po’ in sospetto. Nel magnificare le poche e piccole doti e minimizzare i difetti più gravi, si tende a drammatizzare un po’ troppo, in modo da rendersi “ingegnosi nemici di se stessi” – in senso alfieriano, e in quello racalmutese, e sciasciano, dei cosiddetti “tragediaturi”, isterici in preda a manie di persecuzione.
Questo meccanismo, inquisitorio e assolutorio nel suo insieme, potrebbe ovviamente attirare antipatie, avvertite poi come invidiose. Nel magnificare le supposte eccellenze e rintuzzare le critiche denigratorie, ai limiti d’una delirante autoesaltazione, si rischia di lasciare inespresso quel necessario, compassato, distacco, doverosamente supportato da opportuno, compiaciuto e ironico afflato. Tormentati dal dubbio di inadeguatezza e insufficienza, lo si esorcizza allora con esercizi di elaborata prosopopea.
Se “di fronte a un toscano, tutti si sentono a disagio”, come dinanzi a un giudice dall’ardita sentenziosità, i meridionali in particolare avvertono imbarazzo al cospetto di chiunque, quasi fossero imputati, o grandemente sospettati (dai carboni bagnati, per giunta), o al massimo testimoni la cui attendibilità va valutata attentamente. E il complesso d’inferiorità si prova a mascherare con atteggiamenti plateali, da “tragediaturi”, appunto.
Una qualche superiorità settentrionale verrà rivendicata in un’intelligenza più pratica, e soprattutto produttiva, mentre all’insofferenza meridionale si cercherà di por rimedio con della furbizia, spesso pacchiana, altre volte più sopraffina astuzia.
E se la capacità di cogliere sofisticate argudezas sembrerebbe dote arci-italiana, anzi italianissima, nel meridionale diventa spavalderia spocchiosa quanto urtante, quasi alla stessa stregua dell’imbecille sovraccarico di maschilismo fallocrate (immancabile componente dell’Urfascismus degli arcifascisti, anzi fascistissimi!), a compensazione d’un passato di dominati dall’ultimo invasore di turno, spagnolo, francese, turchesco, o saracino?
A seconda dell’etimo (dall’aramaico sraq, deserto, dall’arabo sharq, oriente, dalla città di Saraka, dalla Siria, dal nome della prima moglie di Abramo, Sara – mentre come Agareni discenderebbero dalla di lui concubina Agar …), questa terminologia generica assume significati diversi, di tipo religioso, linguistico ed etnico, con equivalenze sinonimiche delle più varie (persino con i baschi iberici della Chanson de Roland) con berberi del Maghreb, mori del Marocco, arabi dell’omonima penisola, musulmani (da «muslim», la cui radice s-l-m rimanda al senso salvifico della fede), islamici (“sottomessi” alla pace, «salām», che contiene la medesima radice s-l-m), ismaeliti della stirpe di Ismaele (figlio di Agar), maomettani…
Quest’ultima definizione sarebbe impropria, per la netta differenza con il culto cristiano degli “adoratori di Cristo”, inteso come Messia e Figlio di Dio, pertanto, legittimamente definiti cristiani, e quello islamico di coloro cioè che non adorano propriamente Muhammad e, dunque, non si considerano rigorosamente maomettani, ma seguaci del Profeta (“De lana caprina”, insomma).
Una vita da …
Una vita da «arcitaliano» viene attribuita da un altro arcitaliano, Pietrangelo Buttafuoco, per giunta arcisiculo, a Berlusconi, arcilombardo, a cui dedica un vero e proprio “panegirico”, nel 2023, dopo aver sofferto, undici anni prima, le conseguenze della pubblicazione de “Il dizionario dei destrutti”: «Fece di un acquitrino una città: Milano 2. Fece di una tivù da scantinato un impero editoriale: Mediaset. Fece di una squadra nobile ma decaduta un’invincibile armata: il Milan. Fece di una maggioranza politicoculturale un ventennio di lotta e di governo, quel berlusconismo che, al netto di avanspettacolo e arciItalia, si conclude con un incredibile fallimento. Di strategia, tattica e visione…».
Mentre, nel 2015 aveva sollevato qualche scalpore il fatto che, per ribadire la propria «arcisicilianità» di Giafar al-Siqilli, Buttafuoco avesse forse accettato, sempre da «arcitaliano» Pietrangelo, il proselitismo islamico (daʿwa), senza per altro divenirne “missionario” (dāʿī) – il che significa che avrà dichiarato la professione di fede (shahādah: “lā ilāha illā Allāh”), senza farsi praticare la circoncisione prevista da un’indiscussa, e indiscutibile, tradizione (ḥadīth)?
Lo si è improvvidamente dedotto dall’apparizione in libreria del pamphlet “Il feroce saracino. La guerra dell’Islam. Il califfo alle porte di Roma”, dove, al precedente immaginario d’un’«arcimusulmanità», consolidatasi in un alone fiabesco – da Saladino della pubblicità Perugina (o da Mille e una notte), nella macchietta di Totò (del “Turco Napolitano”, con delle forbici sul fez), dell’Harmand di Andy Luotto (in Quelli della notte), o nella simpatia malandrina del Sarracino di Carosone e di Caravan petrol (Canta Napoli, Napoli petrolifera he he…), ecc. -, si prospetta la tragica “fitna” (più d’una faida, un’insanabile ed estrema discordia) dal tempo dei cosiddetti “Califfi ortodossi” (rāshidūn).
La prima di queste “guerre civili” (tra «arcimusulmani») è tuttora in corso, irrisolta, e cominciò con il conflitto dello stesso cugino e genero del Profeta, ʿAlī ibn ʾAbī Ṭālib, con l’istitutore, nel lontano 661, della dinastia omayyade (sempre “coreisciti” della tribù Quraysh della Mecca); ciò portò, un paio di secoli più tardi, a consolidare le basi dell’insanabile avversione tra i mai più riconciliati Sunnismo e Sciismo – quest’ultimo erede d’una storica presunzione di universalismo imperiale (Haχāmanišiyā) che data fin dall’epoca dei “Medi” (o “Arii”) di Ecbatana, e soprattutto degli Achemenidi di Ciro, Dario e Serse e poi dei Sasanidi (Ērānshahr, Impero ariano) di Ardashir e Šāpūr.
Altro che battaglia di Poitiers (o di Tours, oppure “Maʿrakat Balāṭ ash-Shuhadā” della Corte o della Strada dei Martiri) dell’ottobre del 732, tra l’esercito arabo-berbero musulmano di al-Andalus e quello dei Franchi di Carlo Martello (ancora maestro di palazzo dei re merovingi), ai quali, per la prima volta, nelle sue Cronache, il monaco lusitano Isidoro Pacensis attribuisce l’aggettivo «europei», quale identità collettiva. Una considerazione decisamente avversata da Hitler che, all’opposto, riteneva l’Islam più compatibile al temperamento “germanico”, rispetto al cristianesimo, e dunque più adatto al nazionalsocialismo tedesco.
L’arcidiavolo non finisce mai di stupire
Già ne “L’ultima del Diavolo”, uscito nel 2008, oltre a citare Azrael come ‘Isra’il e identificare i due angeli della morte preposti a interrogare i defunti in Munkar e Nakīr, Pietrangelo Buttafuoco modernizza il nome del demone appartenente alla schiera dantesca dei Malebranche, Farfarello (dall’arabo farfar, folletto), in un anglosassone Nick Mac Pharpharel (comunque Riavulo!).
Scegliere nomi per altri non è detto che sia appropriato, come il cristiano imporre il battesimo nell’età dell’incoscienza. Quanti, da adulti, si riconoscono nella denominazione loro appioppata (di Pietro o Angelo, ed entrambi) e nella forzata categorizzazione di cattolico (se sotto sotto musulmano)?
Eppure, per sé, invece di Giafar, come Jawhar al-Ṣiqillī, il fatimide, – fondatore della città di al-Qāhira, in grado di rivaleggiare con gli Abbasidi di Baghdad e gli Omayyadi di Cordova -, perché Pietro (arci-apostolo) Angelo (arcangelo) non avrebbe assunto il nome, per altro assonante (anzi altisonante), e ancor più «arcimeridionale», di Giufà, riconducibile all’eccentrica personalità di Nasreddin Khoja, diffuso pure come Jusuf o Djeha – visto che, nella scrittura araba solo dei puntini diacritici tengono distinte le similitudini di khoja (turco hoca) e djuha, pronunciato giuà?
Anonimi racconti arabi del IX secolo rendono Giuà/ Djuha l’abbreviativo (arcimeridionale) di Giovanni. Venerando Gangi lo pone a protagonista d’una favoletta che ricorda l’aneddoto dell’invito ricevuto da Dante alla corte di Roberto d’Angiò, dove il sommo vate s’insozza le vesti a dimostrazione di come non solo l’abito non faccia il monaco, ma neppure l’«arcipoeta». Seguono poi le esilaranti storielle dell’asino…
Nella tradizione giudaico-spagnola, e anche in quella reggina, appare quale paradossale connubio di scaltrezza e stupidità, credulità e intelligenza, a un tempo abile e pasticcione, sincero e bugiardo, laborioso e infingardo, coraggioso e vigliacco, onesto e disonesto, triste e allegro, povero e ricco, credente e miscredente (fascista e antifascista, comunista e anticomunista, toscano e “arcitaliano”, come il Giano bifronte, pratese d’ascendenze sassoni, di cui sopra, un Till Eulenspiegel orientalizzatosi, oppure uno dei personaggi fuoriusciti dalla penna di Giulio Cesare Croce?).
A seconda delle circostanze, dunque, il nostro Giufà è pronto ad assumere connotazioni diverse e a farsi gioco di tutto e di tutti, disposto com’è a ordire le beffe più grevi, anche a rischio di pesanti ritorsioni, alla stregua d’un qualsiasi “tragediaturi” (inteso, però, adesso in senso empedoclino, di cui l’«arcisiculo» Camilleri indica un esempio nel “maledetto toscano” Brunelleschi, a cui s’attribuisce la celebre burla al “grasso legnaiuolo”?). Un, più che buontempone, incontenibile mattacchione che dalla provocatoria trama claunesca delle sue avventurose vicende fa sprigionare un efficace effetto di caustica catarsi.
Sostanzialmente, Giufà incarna una saggezza poco riconoscibile a prima vista, anche perché, ribelle alle convenzioni sociali, in quanto irride l’autorità, e, da arcitaliano, fascista e antifascista, letteralmente, “se ne frega” della paura, compresa quella della morte, e della morte stessa.
I dettagli del povero arcidiavolo
Sempre ne “L’ultima del Diavolo”, s’accenna a quel romitaggio di Boṣrā, nel Ḥaurān siriano, dove il monaco nestoriano Baḥīrā (dal siriaco bḥīrā, ossia «l’ Eletto») avrebbe scorto (quasi contraltare del Battista) nel giovanissimo Maometto i segni annunciatori della futura missione.
Questo frate solitario avrebbe stranamente avuto anche un nome latino, Sergio o Nestorio, uno greco Pakhyras (Παχυρας, grassezza), e persino uno ebraico Ben Salen, con il quale avrebbe pure suggerito la compilazione di quella “recitazione salmodiata” del Corano (āl-Qurʾān): «Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato,/ ha creato l’uomo da un’aderenza./ Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo,/ Colui Che ha insegnato mediante il calamo,/ che ha insegnato all’uomo quello che non sapeva” (Corano meccano, 96sima “sūrah”, Al-‘Alaq, L’embrione: vv. 1- 5).
Nonostante Bensalem significhi propriamente “figlio della pace”, o della sottomissione, nel racconto utopico incompiuto, New Atlantis, scritto da Francesco Bacone nel 1624, il nome dell’isola, presso la quale approdano i naufraghi, lo si fa derivare dalla contrazione di Betlemme e Gerusalemme, prendendo dal primo termine Beit, casa e dal secondo shalayim, interpretandolo forzosamente Salomone, – probabilmente in riferimento alla più importante istituzione ivi presente, la “Salomon’s House“?
Si suppone che il medesimo Baḥīra sia stato l’autore d’un’Apocalisse apocrifa, redatta sia in siriaco che in arabo, alla base almeno di quelle parti del Corano conformi ai principi d’un cristianesimo di tipo nestoriano, come pure forse giacobita, ariano o nazoreo (ovvero di quegli Esseni, distinti dagli Ossaeni, di cui Epifanio nel Panarion, dice che rispettavano tutte le osservanze ebraiche, ma non offrivano sacrifici e non mangiavano carne).
In un’opera intitolata Il trionfo della croce si descrive il Corano come sabelliano, carpocraziano, manicheo, donatista, origeniano, macedoniano ed ebionita. E Voltaire conclude per uno sfondo piuttosto giansenista, per via del decreto assoluto d’una gratuita predestinazione.
Eppure Maometto confermò molte delle regole già osservate dagli arabi, a partire da circoncisione e digiuno alle salutari abluzioni, astensione dagli alcolici e dalla carne di maiale.
Il viaggio alla Mecca, cioè quello che divenne il pellegrinaggio canonico (ḥajj), sembra fosse già in uso da epoca immemore. Nella sua Bibliotheca historica, Diodoro Siculo descrive un santuario molto sacro “venerato da tutti gli arabi”. Questo potrebbe essere un riferimento alla Ka’bah (anche se la posizione geografica descritta sarebbe più nordoccidentale, intorno all’area di Leuke Kome; l’ex regno nabateo, poi della provincia romana di Arabia Petraea, sta a levante e Mokhā decisamente a meridione). Tra i nomi di 50 città arabe, nel II secolo d. C., Tolomeo elenca una “Macoraba”, ossia “Makkah” seguita dall’aggettivo aramaico che sta per “grandioso” (rabb).
Certo è che, nel V secolo, la Ka’bah era un luogo di culto per le divinità pagane della penisola arabica, la più importante delle quali era Hubal, ivi installata dalla tribù al potere, Quraish, che tra i suoi dieci clan principali, includeva quello d’appartenenza di Maometto (Hashim), come del capostipite della dinastia omayyade (Banū Umayya). Trattandosi d’un idolo di cornalina (forse mesopotamico, importato nella prima metà del III secolo d. C.), dall’aspetto di arciere, la cui faretra conteneva frecce senza punte né impennaggi, sarebbe servito liturgicamente soltanto per vaticini belomantici (da βέλος belos, dardo e μαντεία manteia, divinazione).
Per alcuni studiosi, anche l’idea maomettana d’un Giudizio finale proveniva dai magi della Media, come pure l’angelo deputato alla psicostasia e l’immagine del ponte stretto da attraversare prima di pervenire infine in Jannah (paradiso) o Jahannam (inferno).
Ur-monotheismus
Sono in molti a ritenere che la teosofia islamica rimandi a un monoteismo primordiale («ur-monotheismus»), la cui nascita è stata ricostruita a grandi linee dall’antropologo austriaco Wilhelm Schmidt, in “Der Ursprung der Gottesidee” (1912), quale graduale processo che avrebbe interessato le religioni del Vicino Oriente tra l’età del bronzo e l’età del ferro, rintracciandone delle prove nelle divinità assire Ashur e Marduk, oltre che nell’ebraico Yahweh che rimpiazza l’entità suprema cananea El (poi israelita “Dio Altissimo“, El Elyon, padre di tutti gli altri dèi, elohim).
Da forma naturale di teismo (mono-, di-, ossia padre/ madre e figlio, sino al trinitarismo cristiano) sarebbe decaduto nel politeismo da noi conosciuto nella più diffusa paganitas. Altre evidenze proverrebbero dalla mitologia dei nativi americani, degli aborigeni australiani e di altre civiltà primitive, il cui culto potrebbe essere interpretato presuntivamente quale primordiale monoteismo.
In netta contrapposizione all’animismo non teistico, altri studiosi avrebbero riconosciuto solo una forma di “teismo originario” (Ur-Theismus), in cui la concezione di Hochgott (Dio Supremo) abbia preceduto quella di Eingott (Dio unico) – come presumibilmente, tra i musulmani, ʾilāh (dalla radice <ʔ-l> comune a quella di El) precorre Aḷāh, ed elohim El, tra gli israeliti.
Nel richiamare l’attenzione sui problemi lasciati irrisolti dal modello della cosiddetta “separazione delle vie” (The Jewish Gospels: The Story of the Jewish Christ, 2012), lo storico delle religioni statunitense, di origine ebraica, Daniel Boyarin ha supposto che il cristianesimo non avrebbe costituito una vera “deviazione” da un “ur- Judaismus” sufficientemente uniforme, avvenuta in un momento precisamente identificabile.
Al contrario, sarebbe stato il prodotto di specifiche scelte di elementi identitari da parte di gruppi differenti (gli Esseni, i discepoli del Battista, di Gesù, dei vari Apostoli) e da una successiva loro aggregazione e diffusione (paolina) al di fuori degli sfumati contorni dell’ebraismo del tempo (i Gentili). Un processo conclusosi nel IV secolo, con l’autoritario intervento costantiniano che stabilì i “canoni” d’un’operatività d’appartenenza, ed esclusione (di lapsi ed eretici), con il rischio però di confondere in una terminologia incomprensibile a quanti non ben intendessero la coinè ellenistica (κοινὴ διάλεκτος), definizioni, quali ousìa (οὐσία, essenza), hypòstasis (ὑπόστασις, sostanza), physis (φύσις, natura), pròsopon (πρόσωπον, persona) non univocamente intese, tipo homooùsion («della stessa essenza»), approssimativamente resa in latino “consubstantialem”, che invece rimanderebbe all’hypòstasis, proseguendo così l’allontanamento, nella traduzione, e il tradimento, delle originali espressioni aramaiche ed ebraiche.
Machamadin
Se nella versione di Ibn Sa’d, Maometto bambino sarebbe dovuto essere protetto dalle minacce degli ebrei e, in quella di al-Ṭabarī, da quella dei Bizantini (di Giustino II, Tiberio II Costantino o Flavio Maurizio Tiberio?), c’è invece incontestabile unanimità sul fatto che Baḥīra abbia trovato l’annuncio della venuta di Maometto proprio all’interno dei testi sacri, o meglio di quelli da lui posseduti, che, secondo la tradizione islamica sarebbero stati effettivamente degli originali non adulterati; ma neanche canonici, per la storiografia imperiale, che insiste sull’uso deformato della dottrina cristiana insegnata da un probabile “eretico”.
Ci sono, infatti, alcuni passaggi biblici, sia del Vecchio sia del Nuovo Testamento, interpretabili quali profezie dell’avvento di Maometto/ Muhammad, a cominciare, in particolare, da appena un versetto del Cantico dei Cantici, dove, del suo amante la Sulamita/ Shulammite dice ch’«è tutto delizie!» (machamadin).
“Il suo palato è tutto dolcezza, tutta la sua persona machamadin! Tal è l’amore mio, tal è l’amico mio, o figlie di Gerusalemme” (5: 16) . La parola tradotta come “delizie” è il plurale dell’ebraico “machmad” (incantevole) che potrebbe, allusivamente, intendersi quale radice del nome Muhammad/ Maometto”, pur essendo un aggettivo ebraico e non un nome di persona arabo.
Del resto, anche della Shulammite si potrebbe dire che trattasi d’un epiteto derivato dalla divinità mesopotamica (manifestazione dell’assira Ashur), Shulmanu (da Salmānu, amichevole), incorporato nel nome di almeno cinque sovrani Shalmaneser, se non d’un patronimico riferito a Salomone, ossia “salomonita“, oppure dell’etnonimo proveniente dal villaggio di Shulam, o ancora del termine ebraico (analogo a quello arabo “salam”) impiegato per indicare “pace” (shalom, da cui anche i nomi Salomè, Assalonne e lo stesso Salomone), nonché del derivato da shalam, “sostituita”, o ancora da shalem, “perfetta”.
La traslitterazione fonetica del testo ebraico recita: “Chikkò ma-metaqqìm ve-kullò ma-chamaddìm zeh dodì ve-zeh reì be-nòt yeryshalàmi”. E le evidenze linguistiche segnalano che la seconda sillaba (cha) di ma-chamaddìm utilizza la lettera ebraica chet, dal suono duro, da distinguersi, pertanto, da altra lettera ebraica analoga all’«h» aspirata.
Gli esegeti musulmani sostengono che l’im finale (di ma-chamaddìm), in lingua ebraica, è stato aggiunto per la modifica del singolare alla forma plurale in segno di rispetto, senza contare che l’uso della desinenza plurale come “formula di rispetto” è del tutto estraneo alla grammatica ebraica.
Il significato ebraico di ma-chamaddìm è insomma diverso dal significato della parola araba “Muḥammad” (Maometto), che deriverebbe dalla radice araba hamd [ḥ-m-d], che significa “lode”. Quindi, un participio passivo enfatico del verbo derivato da quella radice che può essere tradotta come “colui che viene lodato”. Mentre il termine ebraico (ma-chamad) si riferisce a una cosa «dolce», «piacevole» o «preziosa», tanto che le traduzioni lo rendono con «del tutto desiderabile».
Senza contare che se si sostiene che la Bibbia sia stata corrotta, non può farsi valere, allo stesso tempo, quale corretta registrazione della Parola di Dio, motivo per cui gli apologeti islamici vanno incontro a un’intrinseca contraddizione nel cercare in essa il rafforzamento della credibilità d’un’accurata ispirazione che faccia riferimento alla venuta del loro Profeta anche attraverso la forte suggestione di quell’aggettivo plurale “incantevoli” (machamadin).
L’ignoranza dei veggenti
«Il Signore vi ha fatti assopire, pronti ormai a cadere in un sonno profondo. Ha chiuso i vostri occhi, cioè i profeti. Ha velato il vostro capo, cioè i veggenti. Per voi ogni visione è paragonabile alle parole di un libro sigillato, in mano a qualcuno che sa leggere e al quale si dice: «Leggi», e che risponde: “Non posso, perché il libro è sigillato”. Oppure in mano a qualcuno che non può leggere e al quale si dice: “Leggi!”, e che risponde: “Non so leggere”» (Isaia 29: 19- 12).
Gli esegeti musulmani sostengono che la figura di Maometto si adatti perfettamente alla descrizione di questo personaggio biblico («ἀνθρώπου μὴ ἐπισταμένου γράμματα»), per il fatto ch’Egli (Sall-Allahu alaihi wa sallam, Pace e Benedizione su di lui) era realmente analfabeta quando l’arcangelo Gabriele ebbe a rivelargli le parole di Allah (subhanaHu waTa’âla, gloria a Lui, l’Altissimo), e che “il libro” (τὸ βιβλίον), che l’arcangelo gli ha ordinato di leggere («ἐρεῖ αὐτῷ ἀνάγνωθι τοῦτο»), in quest’ultimo versetto (Isaia 29: 12), non possa che essere proprio il Corano.
Il contesto storico di Isaia, «il Profeta messianico» vissuto nell’VIII secolo a.C., è tuttavia quello in cui Yahwéh preannuncia al popolo di Giuda, o gli rimprovera (a seconda della datazione se precedente o successiva) le conseguenze dei suoi peccati, intorno al 702 a. C., vale a dire prima, ovvero a poca distanza, dall’anno in cui il re assiro Sennacherib avrebbe assediato Gerusalemme (701 a.C.).
«Ariel» (Leone di Dio), come viene chiamata Gerusalemme (anche in riferimento al tempio di Salomone), sarebbe stata punita per i suoi crimini contro Yahwéh, venendo attaccata dai suoi nemici, che, a loro volta, avrebbero ricevuto la loro “ricompensa” proprio perché il popolo di Yahwéh era confuso da falsi profeti e veggenti che lo mantenevano in una sorta di deliberata cecità spirituale (o come si direbbe oggi di “analfabetismo funzionale”). E, come al solito, Yahwéh predice loro che sarebbe giunto un giorno migliore in cui le sue genti gli avrebbero dato retta.
E gli apologeti islamici insistono su questa continua attesa, da parte degli ebrei, dell’adempimento di profezie, sia che si trattasse dell’avvento del Messia, o del ritorno di Elia, oppure della venuta “del Profeta”.
Si può sapere chi sei?
«Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: “Tu, chi sei?”. Egli confessò e non negò. Confessò: “Io non sono il Cristo”. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto [φωνὴ βοῶντος ἐν τῇ ἐρήμῳ·]: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.» (Giov. 1, 19- 23).
Le tre domande che ricevono altrettante risposte negative da parte del Battista sono la lampante dimostrazione di queste aspettative, corrispondenti alla farisaica credenza in tre distinte personalità/ personaggi non sovrapponibili: χριστός, Ἠλίας, προφήτης, tra cui appunto “il” Profeta menzionato in Deuteronomio (18: 15- 18).
Solo tardivamente, in Atti degli Apostoli (3: 12 e seguenti), Pietro si esprime diversamente, però intorbidendo ulteriormente delle acque non chete, e facendo del Cristo e del Profeta quasi un’un’unica fluida entità. Mentre a riferirsi a Gesù come “il Giusto” (τὸν δίκαιον) sono espressamente dapprima Stefano (Atti 7: 52) e poi lo stesso Paolo (22: 14).
Quel Gesù che di recente era stato crocifisso fu “Colui che il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe aveva glorificato e risuscitato dai morti”? E tutto ciò era stato previsto in precedenza da Dio per mezzo dei Profeti? E, a conclusione della storia umana, Dio rimanderà indietro proprio lui, e non uno qualsiasi tra i suoi tanti veggenti e messaggeri?
Un riferimento (e quanto inequivocabile?) all’Apocatastasi (ἀποκατάστασις), per come negli Atti degli Apostoli (3, 21), oppure a quella Parusia (παρουσία) invocata, nella prima epistola paolina ai Corinzi (16: 22), con la formula aramaica «maranâ thâ’» (o «maran ‘athâ’»: nel primo caso un invito: “vieni”, nell’altro una constatazione: “viene”), che però non coincide pedissequamente con quell’«erchou kyrie Iesou» (⸀ἔρχου, κύριε Ἰησοῦ.) dell’Apocalisse di Giovanni (22, 20)?
Profeti, mezzi profeti e … (sciasciani) “profeticchi”
Come in seguito Matteo (24: 11: “Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti.”), dal rischio dei falsi indovini aveva già messo in guardia il diciottesimo capitolo del Deuteronomio, a cominciare dal versetto 9 sino a 13- 14: “Tu sarai irreprensibile verso il Signore, tuo Dio, perché le nazioni, di cui tu vai a occupare il paese, ascoltano gli indovini e gli incantatori…”. Al successivo v. 15, espressamente, s’accenna a un peculiare vate annunziatore che sorgerà tra i giudei, e che sarà come Mosè: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui si darà ascolto.”.
All’epoca delle predicazioni di Giovanni Battista, lo si intese quale “leader” a compimento di tale pronostico (Giovanni 1: 19- 30), mentre l’interessato si sarebbe definito “Precursore” (ο Πρόδρομος) e non “profeta” egli stesso?
Più giù, comunque, il versetto 20 (“Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”) non sembra riferirsi al Gesù destinato alla croce?
Furono i medesimi primi seguaci del nazareno (e nazireo?) a considerarlo il “promesso” (profeta o messia che fosse) del quale aveva scritto Mosè. Secondo Giovanni (1: 43- 45) e Luca (24: 27), l’avrebbe affermato lui stesso, anche se la dichiarazione più completa su quest’argomento si trova negli Atti degli Apostoli (3: 12- 26), per bocca di Pietro, ribadita in seguito da Stefano (Atti 7: 37).
Più enigmatico quanto si attribuisce a Gesù circa il “Consolatore” (ὁ παράκλητος, colui che sta accanto, consigliere, intercessore) da aspettare dopo la sua partenza, in Giovanni 16: 5- 11, “qualcuno” che: “convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio” (… περὶ ἁμαρτίας καὶ περὶ δικαιοσύνης καὶ περὶ κρίσεως· – Giovanni 16: 8). Più giù, questo Consolatore verrà individuato in «τὸ πνεῦμα τῆς ἀληθείας, ὁδηγήσει ὑμᾶς ⸂ἐν τῇ ἀληθείᾳ» (Spirito della verità, egli vi guiderà alla verità – Giov. 16: 13). Mentre, per la venuta dello Spirito Santo, in precedenza, era stata impiegata una terminologia molto simile, non del tutto identica: “ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome…” (ὁ δὲ παράκλητος, τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον ὃ πέμψει ὁ πατὴρ ἐν τῷ ὀνόματί μου – Giovanni 14: 26).
Quando nel Corano si parla di “uno” Spirito Santo, in realtà è in riferimento a ʿĪsā, o ʿĪssā/ Gesù (Sura 2: 87 e 253 – “E demmo a ʿĪsā, figlio di Maria, prove evidenti e lo rafforzammo con lo Spirito Santo”; 5: 110 – “‘O ʿĪsā, figlio di Maria, ricorda la Mia grazia su di te e su tua madre, quando ti rafforzai con lo Spirito Santo”), invece, nella Sura An-Nahl (Le Api), quando si dice: «Lo ha fatto scendere con lo Spirito Puro» (16: 102), si sta parlando dell’arcangelo Gabriele, il latore del Libro, e tramite tra Allah e il Suo Inviato.
A venir normalmente tradotto con il termine «spirito» è «rûhu» e può riferirsi allo spirito che Allah soffia nell’uomo al momento della creazione, oppure può designare l’angelo della «Rivelazione» («wahy» ispirazione), appunto Gabriele, nel Corano come Jibrāʾīl (alla stregua di Michele/ Mīkaʾīl, mentre non è certo che Raffaele ricorra in un adattamento arabo-islamico quale Israfil, che probabilmente recepisce l’ebraico Serāfīm; ʿAzrāʾīl o ʿIzrāʾīl è l’angelo della morte).
«Rûhu l-quddus» è un essere la cui natura è stata oggetto di grave disaccordo tra gli studiosi musulmani. Alcuni sostengono che sia l’Angelo più grande, lo Spirito degli Spiriti, un essere del “Mondo del Comando”, una forza nascosta, l’Intelletto Attivo. E a questo, nelle fonti islamiche, vengono attribuiti compiti quali aiutare i credenti, essere la fonte della conoscenza dei profeti, – anche di quella da cui i dodici Imam (degli Sciiti), appartenenti alla progenie di Muhammad (in quanto figli e nipoti di ‘Ali e di Fatima) ricevono la facoltà d’intercedere nel Giorno Giudizio -, oltre che trasmettere la «Rivelazione» («wahy») – anche di ciò (ἡ ἀλήθεια) che rende liberi (Giovanni 8, 32)?
Arcangeli (e arcidiavoli) sanno già cosa incombe all’indomani, e non lo rivelano mai chiaramente perché il beneficio del dubbio sia assoluta peculiarità e dei credenti e degli increduli.
Califfato panarabico
Le testimonianze riguardanti la figura di Muhammad, coeve ed esterne alla ristretta cerchia dei seguaci, sono ben più numerose, anche se non, per questo, «più conclusive», di quelle su un presunto Messia e i suoi apostoli ed evangelisti (per esempio Flavio Giuseppe); e ciononostante, nello stesso Corano, ʿĪsā, o ʿĪssā/ Gesù è citato ben ventuno volte più del fondatore dell’Islam.
A profeti e veggenti, impostori o meno, erano abituate le genti arabe non meno del popolo, sedicente “eletto”, di Galilea. E alle ribelli devianze giudaiche e alla rivoluzione “gentile” del Trinitarismo, che scuoteva dalle fondamenta una divina unicità, il messaggio maomettano formava una solida barriera, completando per giunta la linea profetica mosaica e quella patriarcale abramitica, nonché soddisfacendo pure una, fin troppo lunga e snervante, attesa escatologica; anche se, poi, solo in maniera retrospettiva, si può ritenere il Corano quale mero “documento” di fondazione d’un movimento universalista teocratico, prossimo (teologicamente) all’«ur-monotheismus», e (politicamente) alle pretese d’un panarabismo ante litteram, legato all’idea di Califfato (da khilāfa, “successione” e luogotenenza sull’intera Umma dei fedeli).
In “Islam in European thought” (Cambridge University Press, Cambridge 1991), lo storico libanese Albert Habib Hourani sostiene che alcuni scrittori del XVIII secolo mostrarono una qualche attitudine a speculare sulle vicende e la missione dell’ultimo «Messaggero di Dio» (Rasūl Allāh) a mo’ di pretesto per criticare, sia pure in modo indiretto, quel cristianesimo dogmatico, ed ecclesiastico, con cui gli intellettuali occidentali sentivano l’esigenza di confrontarsi. Eccessi d’ambizione e fanatismo furono allora considerati, per riflesso, i ferventi (perché fin troppo creduli?) seguaci del vate meccano, piuttosto che i papisti.
Tuttavia, Montesquieu aveva accennato a un «rapporto funzionale tra il dispotismo e la disposizione fatalistica dei musulmani a sottomettersi al potere», per cui la religione da loro professata poteva essere giudicata persino “razionale”, proprio perché vicinissima a una fede più “naturale” di quanto in fondo si sforzasse di essere il cristianesimo. Ma il vero nocciolo della polemica sostanzialmente mirava a sottolineare e ribadire una presunta superiorità culturale europea sul resto del mondo, e non solo sulle civiltà “orientali”, basata su d’un supposto primato di libertà (ἡ ἀλήθεια) e di improvvida imposizione della stessa, in nome d’un “missionarismo” non richiesto da parte dei forzati “convertibili”. Un tema tuttora dibattuto e, anche questo, in fondo, ancora irrisolto.
In “Cabaret Voltaire. L’Islam, il sacro, l’Occidente” (2008), Pietrangelo Buttafuoco si domandava se, oggi come oggi, possa anche concepirsi un “Golgota” laico, visto che l’Europa sembra aver smarrito la “sua” spiritualità, non più rappresentata socio-politicamente, né tantomeno intellettualmente, in specie dopo il relativo svuotamento di presupposti cui riferirsi e da cui ripartire.
Le tradizioni ancestrali, presso cui si rifugia lo smarrimento delle anime, non costituirebbero un abbozzo, quasi “islamico”, di risposta, non proprio a tono, visto che a determinare la storia degli uomini non può essere soltanto l’economia, bensì pure il mistero che sottende la nostra stessa vita?
Qibla o centro di gravità permanente?
Il “coming out” di Giafar al-Siqilli, – dato che di “conversione” (come quella paolina sulla via di Damasco?) non si può parlare (e neanche l’arcisiculo ne parla), bensì di “uscita” (anche nel senso di “sparata”?) barocca (anzi, arcibarocca!) – indica questo percorso controvento, intrapreso, con modalità, per giunta disorganica, da un “libero pensatore”, o meglio esploratore di tutte le zone a traffico “illimitato” di idee non preconcette. Un intellettuale, insomma, a cui non basta essere considerato “colto” (ma che aspira a diventare “di culto”, e pure, da pellegrino nelle selve sterminate dell’esoterismo, un po’ “occulto”?).
La raffinata “Arabia felix”, profumata di gelsomini, sembra l’abbia sottratta alle poetiche strofe delle canzoni di Franco Battiato, che ha avuto occasione, Al-ḥamdu li-llāh (la grazia sia resa a Dio), di conoscere ben prima degli stessi arcimusulmani dell’islam.
“Lo sai che più s’invecchia/ Più affiorano ricordi lontanissimi”: in una prospettiva priva di coordinate stabili, misticismo sufi e reincarnazione (“E torneremo ancora”: “La vita non finisce…La nascita è come il risveglio…”) convivono, confermando contraddizioni storiche, e ideologiche, che sono quelle delle vite vissute appieno: a partire da Louis Massignon, Henry Corbin, Frithjof Schuon, Martin Lings, o Titus Burckhardt (Ibrahim Izz al-Din), per giungere a un vero e proprio Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya (René Guénon),- ma il “centro di gravità permanente” è una citazione del metafisico armeno Gurdjieff.
La “ricerca della (giusta) direzione”, perseguita con il ritorno all’«Islam siciliano», la dice lunga sulla reale meta prefissata, osservando, durante la Ṣalāt (preghiera), “una” qibla (“volgi la faccia verso il cielo”, dice il versetto 144 della sura “della Vacca”, al-Baqara; ma «la prima delle due qibla» è Gerusalemme!), o, in assoluto, il punto intermedio tra la grondaia della Caaba (mizāb) e il suo angolo occidentale. Non una vera e propria metanoia (μετάνοια), quindi, determinata da una rivoluzione ideologica, bensì un mito, sentito e avvertito come tale, e immediatamente tradotto in una liturgia reverenziale.
Un’attenzione che si estende a macchia d’olio, poiché inevitabilmente riguarda tutti, sia “accà” che “allà”, per dirla con Andy Luotto di “Quelli della notte”, e più per motivi malthusiani che marxisti (arcimarxisti o antimarxisti?). La demografia è implacabile in questo senso, con buona pace del vecchio proletariato, e contro l’esuberante forza del numero quella di qualsiasi civiltà (illuminata, che sia o non proprio retrograda, ma conservatrice), risulta comunque perdente.
Autarchia della (e nella) Tradizione
Alla modernità, alla ragione, al laicismo della “Società dell’avvenire”, s’oppone la sacralità della “Comunità” (la Umma dei credenti?) e il tradizionalismo delle Origini. Si tratti pure di quell’eterno ritorno al sempre uguale, da cui non ci siamo mai allontanati abbastanza (né storicamente, né geograficamente: né “allà” che “accà”). Un tema caro al Pasolini che denunziava uno “sviluppo senza progresso”, in quanto costringe a perdere l’imprescindibile contatto con il fondamento sacro e mitologico della vita, e con quella sua pressante, naturale, immediatezza; nonché allontana dalla verità (ἡ ἀλήθεια) giovannea (Gv8,32) che finalmente rende liberi (ἐλευθερώσει ὑμᾶς.), ma altresì impedisce che il libero pensiero attinga a “una” verità, sia pure presunta.
I modernisti, accrescitori, espansionisti, potenziatori e innovatori (avanguardisti?) non si facciano illusioni: «Con il permesso di Allah il futuro non potrà che avere un’Europa asiatica e ottomana. Affinché spunti l’alba che i persiani chiamano “la coda del Lupo”»!
Il lupo celeste turco (kök böri) rimanda a un mito dell’Asia centrale, relativo all’allattamento d’uno, o più (un paio, magari gemelli), bambini da parte d’una femmina di canide, ricollegando così l’ur-monotheismus d’una mezza luna, più o meno, fertile alla paganitas arcitalica, aspirante alla definitiva Pax deorum.
Paradossalmente, la Tradizione avrebbe un suo futuro, non passatista, bensì islamico, e non tanto nell’Eurasia prospettata dal turanismo panturcomanno o dalla geo-strategia di Karl Haushofer, quanto in quell’Eurabia paventata da Gisèle Littman (Bat Ye’or, figlia del Nilo) nell’attitudine occidentale palesatasi in una progressiva resa incondizionata di fronte al Jihād in cambio d’una speranzosa promessa di protezione (dhimma), descritta, in quella che prossimamente potrebbe non rivelarsi solo una distopia (“Soumission” 2015), da Michel Houellebecq, quasi in coincidenza con l’attentato del 7 gennaio al Charlie Hebdo?
Il termine di “Bessarabia storica” per la zona cuscinetto tra Moldavia e Ucraina non dovrebbe già far riflettere?
Per ricacciarsi e ricadere in una “storiosofia”, che forse esula dalla filosofia della storia, è sufficiente affiancare, al pensiero nietzschiano, un pizzico della “psicocritica” di Charles Mauron e di strutturalismo (“nuovelle critique”). Perché, quando si considera la Tradizione (con l’iniziale maiuscola) coincidere con le stesse Radici, senza possibilità alcuna di identificarle con un periodo circostanziato di tempo, una qualsiasi modernità potrebbe sconvolgere quella sua inesauribile continuità in un moto più dirompente dell’epicureo parenclitico (da παρέγκλισις, deviazione), avvalorando quanto scrisse Philostratus, nella Vita di Apollonio di Tiana (VIII, 7): “Θεοὶ μὲν γὰρ μελλόντων, ἄνθρωποι δὲ γιγνομένων, σοφοὶ δὲ προσιόντων αἰσθάνονται” (Gli Dei avvertono delle cose di là da venire, gli uomini di quanto accade al momento, i saggi di ciò che si sta approssimando).
Nel rispondere alla domanda “Che cos’è la tradizione” (1971) basterebbe citare la tautologia di Elémire Zolla: la conoscenza primordiale a cui dobbiamo in qualche modo ricongiungerci se vogliamo averne nozione. Nel distaccarsi da Elémire, per Vittoria Guerrini (Cristina Campo) coincideva decisamente con l’ortodossia orientale della Filocalia (Φιλοκαλία, Філокалія) della seconda (Costantinopoli) e terza Roma (Mosca), al posto d’un cattolicesimo postconciliare.
Per altri, di certo, non un problema soltanto ed eminentemente storico, che coinvolga tutto il lasso di tempo che dalle Origini giunga, non tanto a “una” Fine, ma proprio insino al Giudizio universale: qualcosa di metastorico, e metafisico, teosofico e teologico, riguardante lo scontro tra il Dajjāl (l’Anticristo) e il Mahdī (e quale Imam, se non il “dodicesimo”, secondo l’aspettativa sciita duodecimana); ma, forse, anche di geografico, se al momento del tramonto dell’Occidente, l’aurora della nuova umanità potrà sorgere alla Mecca, a Gerusalemme, oppure (soltanto per Buttafuoco?) nella Sicilia d’un vittorioso generale ismaelita fatimide o d’un, a volte sprovveduto, altre volte smaliziato, Giufà.
