Medicina di prossimità che cura e si prende cura
Giovedì 24: Un momento di riflessione e di festa per la sanità calabreseIl prossimo Giovedì...

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Di Antonio Cormaci
Nel centro di Reggio Calabria, in quella che oggi è conosciuta come Piazza Carmine ma un tempo era denominata Piazza San Filippo, sede di una delle porte dell’antica cinta muraria della città e luogo ove i mercanti di tutti i dintorni si fermavano per vendere i loro prodotti al di fuori del centro cittadino così da non pagare il dazio, si trova una chiesa che certamente non ricorda fasti barocchi o classici ma è anzi dalle linee molto semplici e moderne: la Chiesa del Carmine. Ma all’interno di questo edificio è custodita quella che è una vera e propria perla, l’altare per la cappella di San Giovanni di Malta, opera dell’artista messinese Paolo Rechichi e datata 19 settembre 1787.
L’altare, un tempo, si trovava presso l’antica cattedrale del 1741, distrutta quasi completamente dal terremoto del 1908. La ricostruzione della città e della Cattedrale, in seno al c.d. Piano De Nava che ha dato alla città quella tipica conformazione a scacchiera che ad oggi – traffico permettendo – rappresenta un moderno strumento di prevenzione dei danni sismici, ha fatto sì che l’altare venisse spostato all’interno della sua attuale collocazione. Originariamente, dentro la Cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, l’altare trovava posto dentro la cappella di San Giovanni di Malta, così come testimoniato dallo stemma centrale e dalle forme curvilinee che troneggia al centro dell’altare, quello della Croce di Malta.
L’opera rappresenta una testimonianza artistica di notevole pregio storico e culturale. Rimanda, infatti, a modelli tardobarocchi, sia nella struttura concava-convessa, sia nel rivestimento in preziosi marmi policromi che tanto ricorda quello di tanti edifici religiosi settecenteschi presenti in Sicilia e a Napoli che non hanno avuto la sfortuna di scontrarsi con le turbolenze della natura. La struttura è altresì caratterizzata da un’importante solennità conferita dalle ricche volute in marmo bianco e che sono il segno della maestosità dell’antico edificio ove era originariamente collocata, quella Cattedrale che, per volere di Monsignor Polou, presentava caratteri neoclassici e tardobarocchi di matrice siciliana. Caratteri che sono indubbiamente presenti nell’opera. Il tardo ‘700 artistico reggino, infatti, ha senza dubbio risentito di quella nostalgia dell’epoca classica, così come teorizzata dal noto storico dell’arte Winckelmann. Un aneddoto interessante e che è testimonianza di questa esigenza di ritorno alle origini classiche da parte dei mecenati ecclesiastici e politici reggini, è la delusissima reazione del barone tedesco Johan Hermann von Riedesel, amico del Winckelmann, che aveva lui stesso promosso il viaggio del barone alla ricerca di testimonianze classiche da apprendere. Il von Riedesel, giunto a Reggio dalla Sicilia nel 1767, non potte che constatare la presenza di “scarse anticaglie” e “nessuna vestigia della vetusta Rhegium”. Tale reazione, così importante in virtù anche dell’amicizia che legava il barone al noto storico dell’arte, suscitò un iniziale fastidio da parte della curia reggina. Paradossalmente, fu solo “grazie” al sisma del 1783 e alla massiccia opera di ricostruzione cittadina, che la Calabria e Reggio uscirono dal loro isolamento culturale. E quest’altare così maestosa, con questi echi classici, è una importante testimonianza di questo ritorno alla luce dell’arte europea. Essa infatti, ricordiamo, è di poco successiva al devastante sisma del 1783.
È per questo che tale manufatto non è solo un piacere per gli occhi e per il cuore ma è anche una coraggiosa testimonianza di una città che al netto delle catastrofi naturali ha voluto crescere e progredire. Ha voluto osare. Ed ora è custodita in una chiesa moderna, quasi in continuità con i tempi che cambiano ma in una città che, molto spesso, soffre di amnesie.
