La Calabria che brucia d’estate e frana d’inverno: l’eterno copione del disastro annunciato
di Vincenzo Falcone A settembre finisce la stagione del fuoco e comincia quella del fango....

di Vincenzo Falcone A settembre finisce la stagione del fuoco e comincia quella del fango....

di Vincenzo Falcone
A settembre finisce la stagione del fuoco e comincia quella del fango. In Calabria l’avvicendarsi dei mesi non misura il semplice scorrere del tempo, ma l’eterno ritorno di una fragilità che rimuoviamo non appena si placa l’emergenza.
Tra il fumo dei crinali bruciati a luglio e l’angoscia delle fiumare ingrossate a novembre cala puntuale un velo d’oblio, squarciato soltanto da passerelle istituzionali e dal comodo alibi della fatalità.
La natura c’entra poco, il fato per nulla. La terra non si sgretola da sola: gli incendi che aprono la strada alle frane portano quasi sempre una firma d’uomo, sospesa tra incoscienza criminale, arretratezza e calcolo economico.
C’è l’imprudenza colpevole del mozzicone gettato dal finestrino; ci sono i fuochi accesi all’imbrunire per bruciare le stoppie e sfuggiti al controllo; c’è la pretesa arcaica di pastori senza scrupoli che inceneriscono la macchia per strappare pascoli. E c’è, infine, la regia opaca della criminalità organizzata. Non si brucia quasi più per speculazione edilizia, arginata dai vincoli di legge, ma per alimentare la perversa economia dell’emergenza: ricattare le istituzioni e spolpare gli appalti dei cantieri post-disastro. Oltre la metà dei roghi nazionali, non a caso, si concentra storicamente nelle quattro regioni meridionali a tradizionale insediamento mafioso.
A questo si somma il dramma silenzioso delle nostre aree interne: borghi svuotati e montagne abbandonate hanno trasformato ettari di macchia un tempo curata in un’immensa polveriera priva di presidio umano. Se gli incendiari accendono la miccia, le istituzioni preparano il combustibile. Con oltre 600 mila ettari di boschi e foreste — più del 40% del territorio regionale — la Calabria continua a gestire la prevenzione come una noiosa incombenza burocratica. I Piani Antincendio Boschivo vengono varati fuori tempo massimo, le convenzioni operative con i Vigili del Fuoco slittano mentre le temperature salgono, e lo smantellamento del vecchio Corpo Forestale dello Stato ha sfilacciato il presidio sul territorio.
Sul fronte della deterrenza, la legge offrirebbe un’arma micidiale: il catasto delle aree bruciate, concepito per vietare per anni pascolo, caccia ededificabilità sui suoli inceneriti. Peccato che in troppi municipi resti lettera morta nei cassetti, garantendo agli ecocriminali la certezza dell’impunità.
A questo sfacelo si salda il paradosso storico calabrese: un esercito di addetti alla forestazione trasformato per decenni in bacino elettorale, oggi invecchiato e inchiodato a mansioni burocratiche. Risultato? Restano sguarnite le squadre per la pulizia del sottobosco, i viali parafuoco e la manutenzione dei versanti. Spendere cifre esorbitanti per tamponare i disastri autunnali anziché investire un decimo di quelle risorse nella manutenzione ordinaria primaverile non è fatalità: è la bancarotta della programmazione.
Bruciare la montagna d’estate significa condannare la costa a finire sott’acqua d’inverno. Il fuoco cancella la barriera biologica che trattiene la pioggia, preparando il terreno a colate detritiche su una dorsale già fragile e sismica. Uscire da questa altalena richiede droni, controlli satellitari, galera certa e l’applicazione inflessibile dei vincoli di legge. Ma esige soprattutto una scelta politica radicale: spostare le risorse pubbliche dalle sfilate del dopo-disastro alla cura quotidiana della montagna. Custodire i nostri boschi non è ambientalismo di facciata: è l’unica condizione per impedire che questa terra ci si sciolga sotto i piedi.
