È MORTO MELO FRENI, VIVONO LE OPERE SUE
A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

di Rocco Polistena
Spunti di una possibile riflessione onnicomprensiva sull’opera, all’uscita del terzo volume de “La Profezia del Quinto Vertice” di Marzia Matalone.
Ritengono i molti che l’immaginazione rappresenti un “viatico” alternativo cui aggrapparsi con vigore quando l’esistenza si rappresenti nella sua, a volte, terribile ordinarietà, se non in quella che molti filosofi illuminati ed analisti hanno ribattezzato “enormità” del mondo reale. È come se alla determinazione “fantastica” debba contrapporsi ad ogni costo una realtà che abbia il sapore del “confine” risoluto, nella peggiore delle ipotesi ammesse finanche “risolutorio”.
Al netto di ogni possibile speculazione negatoria in merito, si potrebbe ricercare un’indagine ulteriore che focalizzi la propria estensione non indotta verso un’“apertura” conoscitiva che non neghi alla fantasia una sua realtà. È questa l’operazione letteraria ben riuscita cui si è spinta Marzia Matalone nella sua trilogia “La Profezia del Quinto Vertice” (Città del Sole Edizioni), un’intuizione che adopera il “fantastico” come seria presa di coscienza di una realtà, quella calabra, cui si appartiene e si aderisce perfettamente superando i “limiti” che ne deturpano bellezza terrigna e comunità umane, ricreando in tal modo una dimensione fantastica nuova, che racchiude – a dirla con le stesse intenzionalità della nostra giovane scrittrice – «i tratti misteriosi di una terra antica e magnifica … al di là dei vincoli storiografici».
Difatti, il fil-rouge che pervade i primi due volumi, non esentandone neppure il terzo, è l’apoteosi stessa di una ben specifica “nobilitazione ancestrale” di ambientazioni tutte calabre nei riferimenti toponomastici anche quando camuffati, muovendo da quella “Metauros” rinvenibile nell’area dell’attuale Piana di Gioia Tauro, in un “Sud Penisola” che ridisegna i confini oro-geografici dell’estremità italica, tra i “Monti del Faggio”, essenza forestale effettivamente preponderante ad alta quota nel Parco aspromontano. Non meno, l’onomastica di quasi tutti i personaggi itineranti nella storia, la quale risente e non poco di una parvenza di associazione storica, dunque “reale”, con i suoi “topoi” e le radici- desinenze di attinente affinità con l’area magnogreca. Altri e molti, in tal senso, i riferimenti specifici, che si può ritenere sottintendano una tematizzazione ancora più nobile, la quale si legittima non in un mero proclama ideale, ma nella spasmodica presa di coscienza di una protezione del Creato necessaria di equilibrio nella messa a confronto con le “tecniche” umane quanto urgente, missione primaria ma non solitaria della protagonista e dei co – partecipi l’ardua impresa.
In realtà, l’eroina sui generis assomma su e in sé tratti personologici di tutti quanti gli altri interagenti, ciò imprimendo alla riflessione del “caro Lettore” più volte esortato nel testo a spingersi “oltre” nel rilevare movimenti di novità narrativa e superamento di “limiti” oggettivi e soggettivi assieme, quand’anche i due “modus” di confinazione – ebbene sì, trattasi di un’idea spaziale e ontologica di “confine” – tendano sovente ad una ricomposizione. A differenza degli stereotipi propri del genere fantasy, in cui e, pari modo, la trama predilige il personaggio maschile, l’eroe per eccellenza, nella “Profezia” di Marzia Matalone figura cardine diviene quella femminile di Metide, designata ad assurgere un ruolo di vertice in una delle tribù antagoniste. Questa la dimensione del nuovo. E da questa dimensionalità si staglia una ricognizione di continuo movimento, a volte solo apparente (sovvengono sia le stasi psico- emotive della giovane novizia quanto quelle degli altri attori in scena), ma nel complesso il tema del “viaggio” determina e si presenta determinante. Difatti, considerato oggettivamente, il viaggio intrapreso è direzionale oltre il confine geografico, alla ricerca di una meta predestinata, un movimento. La peculiarità del “limite”, meglio del suo superamento, è dato acquisito dal lato “soggettivo”, che vede inizialmente un’eroina “ovattata”, accondiscendente alla sola richiesta profetica della sua tribù fino a pervenire ad un disvelamento continuo dell’IO soggettivo non per incidenza solipsistica, piuttosto per un’acquisizione in “conoscenza” di se stessa attraverso i “confini” strutturali, caratteriali, a volte “etici” degli altri interlocutori. Sono questi tratti ad elevare la trama metidea da meramente narrativa ad un vero e proprio “fantasy psicologico”. Iusta ratione, la suggestione presenta una considerazione onnicomprensiva che, a quanto appena premesso, si attaglia con una certa naturalità. Alla presenza, di facile intuizione, di una “triade strutturale” compresente ai tre volumi (componendosi per la maggiore la trilogia di tre generi letterali quali narrativa, poesia ed epistolario), si sottintende, ad una lettura più arguta, una “triade intenzionale” legata, giustappunto, all’andamento – movimento psicologico, rappresentando soprattutto Metide l’“IO individuale” (forse quello stesso dell’autrice!), il suo diario segreto uno sviluppo della “coscienza dell’IO”, lo “sconosciuto lettore” e le altre individualità “nemiche” una forma pseudo – “endemica” di “alterità dell’IO”.
È quest’ultima modalità psicologica in effetti la più insistente, in particolar modo, nel terzo volume, “La fiamma duplice”, in cui l’apertura che sconvolge trama iniziale e destini determina il superamento del pregiudizio e, nella fantasticazione, la straordinarietà di una presa di coscienza reale, autentica, mediante “auto- comprensione” che diviene sapienza del “conoscere” se stessi e gli altri.
L’alterità si manifesta pertanto non “confine” ma “daimon”, anima sia del sostrato territoriale in quanto novità nella coscienza collettiva del gruppo (o dei gruppi) interagenti nella vicenda, sia liberazione dell’uomo da una conoscenza limitata della realtà e delle sue esplicitazioni formali. Un movimento che ha ripercussioni ontologiche quanto gnoseologiche a partite dai miti propri della dottrina platonica, sembra tanto cari all’autrice e nei quali si riconosce e reinterpreta. Ancora, se si vuole, si perviene nell’opera un ulteriore superamento nel superamento, dalla conoscenza al pensiero critico, non dissimile dal lascito “arendtiano”, per la quale filosofa esistenzialista esso è “atto pericoloso” in quanto “dialogo silenzioso tra me e me stesso” che consente discernimento sul bene e il male – la dualità metidea più evidente nel testo – e da questo la piena attuazione di un libero arbitrio rivoluzionario. Rivoluzione cui conduce per mano la “favola” di Marzia, in una continua ed auspicata rivalsa intellettuale da presentare alle nuove generazioni.
Si è ancora di dura cervice da ritenere che il “fantastico” non sia così tanto “reale”?



