Costruisci il tuo futuro nel cuore dello Stretto: perché scegliere Giurisprudenza alla Mediterranea
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare una scommessa sul futuro. In un mondo del...
Ci hanno insegnato che la quarta dimensione è il «tempo». E di «tempo» intessuto, fittamente, questo Il Capitale di Karl Marx. Compendio di Carlo Cafiero (Presentazione di Rossano Pisano, Editori Riuniti, Roma, 1996). Di «tempo» e di «spazi» (le altre tre «dimensioni»: lunghezza, larghezza e altezza intese come «estensione») ce ne sono davvero tanti nella «storia» di questa riduzione, divulgazione, compressione dello pera principale del filosofo di Treviri. Intanto, si contano ben 5 «circostanze» che hanno determinato (come 5 diverse e discrete «forze e sollecitazioni» che hanno caratterizzato la prima opera di «conoscenza» e «divulgazione» del «Volume I» del «Capitale» di Karl Marx – realizzata (sempre a proposito di «tempi») nel 1878 (ma pubblicata un anno dopo nella «Biblioteca socialista» di Enrico Bignami), cioè 11 anni dopo l’uscita, in lingua tedesca, del libro) l’iter compositivo del testo. Questi 5 «incentivi» alla «compressione» del testo marxiano sono: il lavoro di cafiero su una traduzione di una traduzione (col titolo di Le Capital, realizzata in francese da Joseph Roy e dallo stesso Marx nel 1875), l’approccio libertario proprio dello stesso Cafiero che aveva abbracciato, al momento della stesura di questo libretto nel quale Das Kapital è «brevemente compendiato», lo stato detentivo nel quale si trovava allora l’autore ed inoltre il «cambiamento dei luoghi» rispetto ai quali è intessuta la trama di questa storia: Londra (città nella quale viene scritto il «Volume I» del «Capitale»), Parigi (sede della traduzione del 1875), Santa Maria Capua Vetere (nel cui «carcere» Carlo Cafiero scrisse la maggior parte del suo Compendio) e Benevento (città nella quale, probabilmente, lo «perfezionò»; anche in questo caso: trovandosi in «prigione»). C’è una «motivazione» di fondo: «ridurre» non per «semplificare» ma per «adeguare» il testo marxiano a un presumibile parterre di «lavoratori dotati d’intelligenza e di una certa istruzione», «giovani che sono usciti dalla borghesia, ed hanno sposata la causa del lavoro» e «la prima gioventù delle scuole, dal cuore ancora vergine»; ovvero: comprimere e «abbassare» la «forma» sempre facendo salvi i «contenuti»; ovvero: prendere in sé la «dimensione» (l’«aspetto», il «modo», il «punto di vista») proprio del «Capitale» e, nella dialettica «interno»-«esterno» (cioè «contenuti»-«aspetto dell’opera»), realizzare una «quarta dimensione» che, stavolta non è il «tempo» ma è il «compendio» (che, come si sa, ha una «dimensione» ridotta). La «quarta dimensione» è, proprio, quest’opera utile e simbolica, allo stesso tempo. Carlo Cafiero è abile nel «salvare i fenomeni» violentando un po’ i «noumeni»: nel senso che la «sostanza» del pensiero marxiano rimane sempre immutata ma, accorciando le «dimensioni» quello che si perde, e Cafiero lo dice, è tutto il lavoro storiografico,erudito e antropologico che Karl Marx ha prodotto con la sua opera. In questo senso, l’«attacco» di Carlo Cafiero è sul versante ermeneutico e non si quello ontologico: la sua analisi dei fatti sociali ed economici trattati da Marx investe l’«interpretazione» (per esempio, sul concetto di «valore» piuttosto che su quello di «merce» nelle definizioni del «valore d’uso» e del «valore di scambio») e dà per scontato, ad esempio, il «mercato capitalistico» stesso, dato ontologico che egli, stavolta, non «salva». Nello specifico il testo di Cafiero ci introduce a una disamina bipolare. Da un lato, infatti, vediamo e assistiamo allo svolgersi dei meccanismi del mercato e dall’altro lato (Carlo Cafiero chiama questi due «lati» col nome di «poli» da cui la «bipolarità» dell’approccio complessivo dell’autore) inorridiamo e piangiamo di dolore rispetto alla descrizione delle «condizioni» in cui versano i proletari, gli operai, i lavoratori . l’altra faccia del «signore del denaro» che si emancipa in vero e proprio «capitalista»). Il discorso è che se il mercato permette al proletario di vendere la propria «forza di lavoro», che ha un «prezzo» che si chiama «salario», ciò può avvenire perché egli è mancante, carente, dimezzato. Infatti, per realizzare un «profitto» che gli fosse derivato dalla possibilità di «produrre ogni giorno molto più di quanto abbisognava per sé e per la sua famiglia», questo operaio avrebbe avuto bisogno di possedere altro due «elementi» del «lavoro»: «i mezzi e le materie di lavoro». Costui, già in partenza, così «mutilato, avvilito e depresso al massimo grado» non ha che una scelta: cedere l’unico «bene» che ha al «capitalista». Tramite la «forza di lavoro» – che agisce come la «forza fisica» nel «Primo principio della dinamica» («Ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto uniforme e rettilineo a meno che non sia costretto a mutare quello stato da forze impresse») – il «proletario» – in qualche modo – ottiene un «salario» (e tira avanti come può) mentre l’«imprenditore» non solo si arricchisce; fa un sacco di cose: fa aumentare il «plusvalore», fa aumentare il «sopralavoro», opera un «prolungamento» della giornata di lavoro, sbriciola anche i «vincoli fisici» che sovrastano tutti noi: tramite l’«intensità» del lavoro è capace di far durare una «giornata» più di 24 ore, fa lavorare donne e fanciulli, si inventa la «divisone del lavoro», la «manifattura», la «concorrenza», il «credito», il «lavoro cooperativo», l’ingresso delle «macchine» nella produzione, una «disciplina di caserma» nel suo ex «opificio» divenuto adesso «fabbrica» e, soprattutto, genera una strabordante «accumulazione del capitale». Insomma: il punto è che per fare tutto ciò il «capitalista» ha avuto bisogno del cosiddetto «fattore umano». Se è vero che il «meccanismo» che sovrasta gli operai è «un meccanismo morto che esiste indipendentemente da loro» è altresì vero che questa «inerzia» (il «Principio di Inerzia» è quello «determinante», in questa storia) ha avuto bisogno della «vita » concreta, effettuale, biologica per farsi. E questa «vita» si vendica. La «sofferenza», l’«alienazione», il «pauperismo», la «malnutrizione», la vera e propria «miseria» in cui versano tutti i poveri «operai»: è questa «vita» – che nessun «Capitale» può bastare a compensare. Carlo Cafiero chiude il suo libro, appunto, proprio con un accenno alla Rivoluzione.
