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La restanza a distanza

Nicola A. Priolo (autore del libro CALABRIA GRECANICA)

Restanza a distanza, ho creato questa espressione, per indicare la sceltadi continuare ad appartenere a un luogo, a una comunità o a una cultura pur vivendone lontano. Una presenza attiva e partecipata che supera la distanza geografica.
La restanza a distanza non nasce dalla nostalgia. Anzi, in un certo senso, la supera. La nostalgia appartiene al passato. Guarda ciò che non c’è più, ciò che è stato perduto, ciò che si vorrebbe ritrovare. La restanza a distanza, invece, appartiene al presente e al futuro. Non chiede di tornare indietro. Si domanda piuttosto come continuare ad appartenere.
È una domanda che riguarda milioni di persone. Non soltanto i calabresi emigrati nel mondo, ma tutti coloro che vivono lontano dai luoghi delle proprie radici. Nel caso della Calabria, tuttavia, assume un significato particolare. Qui la partenza è stata per oltre un secolo una condizione quasi ordinaria. Da un secolo e mezzo milioni di persone hanno lasciato paesi e città alla ricerca di opportunità che la propria terra non riusciva a offrire. Eppure, nonostante le partenze, il legame col paese d’origine non si spezzava. Col passare delle generazioni tutto cambia ed infatti si parla tanto, a sproposito, di potenziale turismo delle radici. Ma torniamo a noi. Possiamo distinguere gli emigranti almeno in tre categorie. Chi recide il cordone ombelicale con la terra dove è nato. Chi invece, come i cosiddetti canabresi (neologismo inventato da Vito Teti, hanno mostrato una gran capacità di conservare la loro identità anche nel cuore dell’emigrazione. Vale a dire, continuano a mangiare come facevano una volta, festeggiano ricorrenze tipiche della loro cultura. Infine, abbiamo i restanti a distanza, coloro i quali cercano di capire come e cosa fare per raccontare e valorizzare la loro terra d’origine pur vivendo a tanta distanza da essa.
Le due categorie, i canabresi e i restanti a distanza, diverse non per il luogo in cui si vive l’emigrazione, ma per come si concreta il rapporto con la propria terra.
Si può abitare a pochi chilometri dal luogo in cui si è nati e averne dimenticato ogni legame. Si può vivere a duemila chilometri di distanza e continuare a sentirsi parte integrante della sua storia. La vicinanza fisica non garantisce l’appartenenza. La distanza non la cancella automaticamente. La restanza a distanza è l’idea che si possa restare anche dopo essere partiti. Non nel senso materiale del termine, naturalmente. Il corpo è altrove, la vita quotidiana è altrove, il lavoro è altrove. Ma una parte dello sguardo continua a rivolgersi verso il luogo da cui si proviene. E quello sguardo produce conseguenze concrete. Produce libri, racconti, progetti, relazioni (bellissima la testimonianza qualche giorno fa di una mia studentessa che ha trascorso una settimana in Calabria grecanica col marito seguendo gli itinerari raccontati nel mio libro), occasioni di incontro e soprattutto cultura.
Quando scrivo della Calabria grecanica dal Belgio, non sto semplicemente ricordando. Sto costruendo un ponte. Quando organizzo un workshop di cucina tradizionale, non sto riproducendo un’abitudine del passato, sto creando un’occasione di conoscenza. Penso alla lestopitta (di Mimmo), un piatto antico, che profuma di Magna Grecia, che ti puoi godere a Bova, ma anche a Brussel nei miei corsi di cucina! Quando racconto il grecanico, i borghi dell’Aspromonte, le storie dei paesi interni, non sto coltivando una nostalgia personale. Sto cercando di dare visibilità a un patrimonio che merita di essere conosciuto. La restanza a distanza è quindi un gesto attivo. Non consiste nel custodire la memoria dentro una teca. Consiste nel metterla in movimento.

Per questo motivo essa si collega a molti dei temi affrontati nel mio libro. All’idea di turismo esperienziale, dove il visitatore non è semplice spettatore ma entra in relazione con una comunità; al progetto Erasmus e agli scambi culturali, che trasformano territori marginali in luoghi di incontro; alla necessità di costruire reti, collaborazioni e progetti capaci di superare l’isolamento geografico della Calabria grecanica.
Dietro la restanza a distanza vi è una convinzione semplice: le aree interne e marginali non hanno bisogno di essere compatite. Hanno bisogno di essere raccontate, perché molto spesso il problema non è la mancanza di valore, ma l’assenza di narrazione. La Calabria grecanica soffre anche di questo.
Possiede una lingua millenaria, una storia straordinaria, paesaggi unici, tradizioni culturali ancora vive. Eppure, troppo spesso rimane invisibile. Come se esistesse soltanto per chi la abita. La restanza a distanza cerca di rompere questa invisibilità. Non pretende di sostituirsi a chi vive quotidianamente quei luoghi, né di parlare a loro nome. Vuole semplicemente allargare il cerchio, far entrare nuovi interlocutori, creare curiosità, generare interesse, favorire incontri.
In questo senso la distanza diventa una risorsa e non una mancanza. Chi vive fuori sviluppa inevitabilmente uno sguardo diverso. Vede cose che chi è immerso nella quotidianità spesso non vede più. Coglie il valore di una lingua minoritaria. Comprende quanto sia raro un patrimonio culturale dato per scontato. Intuisce possibilità che dall’interno appaiono invisibili.
La lontananza non necessariamente indebolisce il legame, a volte lo rende più consapevole.
È ciò che accade a molti emigrati della nuova mobilità europea. Non vivono più l’emigrazione come una rottura definitiva. Non esiste più la valigia di cartone che si chiude una volta per sempre. Esistono voli, collegamenti, telefonate, videochiamate, reti sociali, collaborazioni permanenti. Si può vivere a Bruxelles e seguire ogni giorno ciò che accade a Bova. Si può abitare in Belgio e collaborare con associazioni, scuole, biblioteche e realtà culturali della Calabria grecanica. Si può essere fisicamente lontani e culturalmente presenti. La restanza a distanza nasce precisamente dentro questa nuova condizione. È una forma contemporanea dell’appartenere. Non chiede il ritorno. Non pretende il radicamento fisico. Non idealizza il passato. Chiede invece responsabilità, perché restare a distanza significa assumersi un compito: continuare a raccontare, promuovere, valorizzare, spiegare. Significa trasformare l’amore per la propria terra in un’azione concreta. Alla fine, forse, la restanza a distanza è proprio questo. La consapevolezza che una terra non vive soltanto attraverso chi la abita, ma anche attraverso chi la racconta. E che partire non comporta necessariamente una perdita. Talvolta può diventare un altro modo di restare.

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