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OCCHIUTO: L’auto blu, la Procura e il garantismo che vale solo per gli amici

Da La Novità online di Pasquale Motta

La notizia che non abbiamo avuto fretta di dare

Siamo probabilmente tra gli ultimi giornali a dare questa notizia. E non ce ne vergogniamo affatto. Anzi, rivendichiamo questa scelta.

Il Fatto Quotidiano, nell’edizione di mercoledì 4 novembre, annuncia che la Procura di Roma avrebbe deciso di chiedere il rinvio a giudizio del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, per truffa aggravata. Al centro della contestazione c’è la vicenda dell’utilizzo dell’automobile di servizio regionale e delle indennità percepite dal governatore.

Una notizia che ha immediatamente alimentato titoli, commenti, ricostruzioni e reazioni politiche.

Noi abbiamo preferito non partecipare alla corsa.

Non perché la vicenda non meriti attenzione. Non perché Roberto Occhiuto debba godere di qualche particolare protezione. E neppure perché abbiamo cambiato opinione sul suo governo, sul quale continuiamo a esprimere valutazioni profondamente critiche.

Semplicemente perché siamo garantisti. E il garantismo, per essere credibile, deve valere soprattutto quando riguarda qualcuno con il quale non si hanno buoni rapporti.

Roberto Occhiuto non ha mai mostrato particolare simpatia nei confronti della nostra testata. Il nostro giornale, che esercita una critica spesso severa nei confronti della sua amministrazione, non sembra rientrare tra le letture più gradite al presidente.

È una contraddizione che abbiamo già avuto modo di rilevare: anche chi si richiama alla cultura liberale, talvolta, dimostra una sorprendente difficoltà a tollerare una stampa realmente critica.

Ma questo riguarda lui. Non noi.

La nostra idea di libertà di stampa e di garantismo non dipende dalla simpatia del governatore, dai rapporti personali, dalle convenienze politiche o dall’eventuale disponibilità del potere regionale nei confronti di un giornale.

Il Fatto Quotidiano e quella giustizia che arriva prima sui giornali

C’è una questione che consideriamo persino più grave della notizia giudiziaria in sé.

Com’è possibile che un indagato apprenda da un giornale che la Procura avrebbe deciso di chiederne il rinvio a giudizio, prima ancora di ricevere una comunicazione ufficiale?

È questo il punto che dovrebbe interrogare chiunque abbia a cuore le garanzie costituzionali, il corretto funzionamento della giustizia e il rapporto tra informazione e potere giudiziario.

Il Fatto Quotidiano ha costruito negli anni una propria riconoscibile identità editoriale, fortemente orientata verso la cronaca giudiziaria e le ricostruzioni investigative. È una linea legittima, che noi non condividiamo e dalla quale ci sentiamo culturalmente e giornalisticamente lontanissimi.

Il giornale fa il proprio mestiere, pubblicando le informazioni che riesce a ottenere.

Ma la domanda riguarda la provenienza di quelle informazioni.

Se una decisione investigativa non ancora formalmente comunicata all’interessato diventa oggetto di una dettagliata anticipazione giornalistica, è inevitabile interrogarsi sulle modalità della sua circolazione.

Non sappiamo chi abbia fornito quelle informazioni al quotidiano. E non intendiamo attribuire responsabilità senza prove.

Ma proprio per questo riteniamo indispensabile che si faccia chiarezza.

La pubblicazione di una notizia giudiziaria non può trasformarsi in una forma di comunicazione anticipata degli uffici giudiziari attraverso un organo di stampa.

Se vi è stata una divulgazione illegittima di informazioni riservate, occorre accertarne origine e responsabilità. Se, invece, le informazioni erano legittimamente conoscibili e pubblicabili, va chiarito anche questo.

Perché non è accettabile che la comunicazione giudiziaria segua percorsi opachi, nei quali il cittadino interessato viene a conoscenza delle iniziative che lo riguardano attraverso un titolo di giornale.

E non è una questione che riguarda soltanto Roberto Occhiuto.

Riguarda chiunque abbia avuto la sventura di finire dentro un procedimento penale e di scoprire prima sui giornali, magari accompagnato da titoli devastanti, ciò che avrebbe diritto di conoscere nelle forme previste dalla legge.

L’automobile, i rimborsi e una questione giuridica tutta da chiarire

Veniamo al merito della vicenda.

Secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, la Procura di Roma contesta a Occhiuto di avere percepito indebitamente 3.893 euro mensili, a titolo di indennità connessa all’utilizzo del mezzo privato nell’esercizio delle funzioni, pur avendo utilizzato un’automobile messa a disposizione dalla Regione Calabria.

La contestazione riguarda il periodo compreso tra novembre 2021 e giugno 2025.

L’importo complessivo indicato nell’articolo è di circa 179 mila euro.

L’indagine, secondo la ricostruzione pubblicata, nasce da accertamenti della Guardia di Finanza nell’ambito di un procedimento inizialmente seguito dalla Procura di Catanzaro. Gli atti relativi a questa specifica vicenda sarebbero poi stati trasmessi alla Procura di Roma per competenza.

Il reato ipotizzato è quello di truffa aggravata.

Ma tra un’ipotesi accusatoria e la dimostrazione di una responsabilità penale esiste una distanza che soltanto il procedimento giudiziario può colmare.

E in questa vicenda la materia appare tutt’altro che lineare.

Il nodo riguarda la natura dell’indennità, la sua eventuale cumulabilità con la disponibilità di un’automobile regionale, la disciplina applicabile e, soprattutto, la consapevolezza dell’eventuale indebita percezione.

Non basta, infatti, accertare una possibile irregolarità amministrativa per dimostrare automaticamente una truffa.

Perché si configuri quel reato occorre provare gli elementi previsti dalla legge, compresi gli artifici o raggiri e il dolo.

Secondo la ricostruzione giornalistica, l’Avvocatura regionale avrebbe sostenuto la legittimità della posizione del governatore. È un elemento che merita di essere approfondito, senza attribuirgli automaticamente il valore di una decisione giudiziaria.

Il fatto che una valutazione giuridico-amministrativa possa divergere dall’impostazione della Procura non significa che quest’ultima abbia necessariamente torto. Ma significa che esiste una controversia che deve essere affrontata con gli strumenti del diritto.

Sarà il giudice, se e quando verrà investito della richiesta di rinvio a giudizio, a valutare se l’accusa debba approdare al dibattimento. E soltanto un eventuale processo potrà accertare le responsabilità penali.

Per questo non troviamo particolarmente sorprendente che un’indagine su una questione tanto controversa possa sfociare in una richiesta di rinvio a giudizio.

Non è una condanna. Non è una sentenza. E non rappresenta neppure, da sola, la dimostrazione della fondatezza dell’accusa.

Il garantismo a corrente alternata e le improvvise premure per Occhiuto

C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione.

In queste ore assistiamo a un grande sforzo di spiegazione delle ragioni del governatore da parte di testate che, quando le vicende giudiziarie riguardano altri protagonisti della politica calabrese, non sempre manifestano la medesima sensibilità garantista.

È il caso, a nostro giudizio, del Corriere della Calabria.

Abbiamo osservato una particolare attenzione, attraverso diversi articoli, alla ricostruzione delle argomentazioni difensive di Roberto Occhiuto.

Benissimo.

Anzi, benissimo davvero.

Spiegare le ragioni della difesa, approfondire la complessità di una contestazione, evitare conclusioni affrettate e distinguere le accuse dalle responsabilità accertate dovrebbe essere il compito ordinario di un giornalismo serio.

Il problema nasce quando questo metodo viene applicato con grande generosità ad alcuni e con assai minore attenzione ad altri.

È una questione di coerenza editoriale.

Non chiediamo al Corriere della Calabria di rinunciare alla propria linea. Non pretendiamo che condivida la nostra. E riconosciamo a ogni giornale il diritto di scegliere impostazione, sensibilità e priorità.

Ma rivendichiamo altrettanto fermamente il diritto di contestare una rappresentazione dell’indipendenza giornalistica che, a nostro giudizio, non trova sempre conferma nel modo in cui vengono trattati i diversi protagonisti della vita pubblica regionale.

La direttrice del Corriere della Calabria può anche indignarsi di fronte a queste considerazioni. È un suo diritto.

A noi interessa assai poco la sua eventuale indignazione.

Ci interessa, invece, che nessuno pretenda di impartire lezioni di libertà e indipendenza senza accettare che quella stessa indipendenza venga sottoposta al giudizio critico degli altri.

Per quanto ci riguarda, non consideriamo convincente una rivendicazione di autonomia giornalistica che non sia accompagnata da un criterio riconoscibile e coerente nel trattamento delle vicende giudiziarie.

Non basta proclamarsi liberi e indipendenti. Bisogna dimostrarlo ogni giorno, soprattutto quando a essere coinvolti sono i protagonisti del potere politico.

E questo vale naturalmente anche per noi.

Occhiuto si dice «torturato» e denuncia un Paese di matti

Il presidente della Regione ha affidato la propria replica a un video pubblicato sui social, con il linguaggio diretto che ormai caratterizza buona parte della sua comunicazione politica.

Una comunicazione nella quale il reel sembra aver assunto un ruolo persino più importante delle tradizionali strutture di portavoce e ufficio stampa.

Occhiuto ha esordito con un’esclamazione: «Ma sono matti!».

Ha quindi spiegato di essere stato informato da un giornalista del Fatto Quotidiano della possibile richiesta di rinvio a giudizio, senza avere ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale.

Il governatore ha sostenuto che l’utilizzo contestato dell’automobile non riguarderebbe spostamenti personali, ma sopralluoghi, cantieri e attività istituzionali.

«Non per andare a fare la spesa», ha precisato, rivendicando di avere utilizzato il mezzo per svolgere il proprio lavoro di presidente della Regione.

Secondo Occhiuto, la questione nascerebbe dalla contemporanea percezione dell’indennità di mobilità prevista per i consiglieri regionali.

Una contestazione che ha definito una «piccineria» e che ritiene di poter chiarire nell’eventuale udienza preliminare.

Ma la parte politicamente più significativa del suo intervento riguarda il rapporto con la magistratura e il peso personale dell’indagine.

Il presidente ha ricordato di avere ricevuto il primo avviso di garanzia circa un anno e mezzo fa, di esserne rimasto profondamente colpito e di avere scelto, successivamente, di dimettersi e ricandidarsi.

Ha rivendicato di avere consentito ogni approfondimento investigativo, sostenendo che gli accertamenti abbiano riguardato ogni aspetto della sua attività.

Poi la frase più forte: «Mi sento torturato».

È un’espressione pesante, che descrive il modo in cui Occhiuto dichiara di vivere la pressione giudiziaria.

Infine, il messaggio politico rivolto a chi, secondo lui, potrebbe pensare di utilizzare la vicenda per fermarne l’azione amministrativa: «Non mi conosce», ha avvertito, assicurando che continuerà ad andare avanti.

È una replica che contiene argomentazioni difensive, una rappresentazione personale della vicenda e un evidente messaggio politico.

Sono piani differenti, che devono rimanere distinti.

Non siamo diventati sostenitori di Occhiuto. Siamo rimasti garantisti

Sia chiaro un punto.

Noi non condividiamo la gestione politica e amministrativa della Regione Calabria da parte di Roberto Occhiuto.

Continueremo a criticare le scelte del suo governo, le politiche sanitarie, le questioni infrastrutturali, la gestione del potere e tutti gli aspetti dell’azione regionale sui quali riterremo necessario esercitare il nostro diritto di critica.

Non cerchiamo la simpatia del presidente. Non ci interessa conquistarne la benevolenza. Non abbiamo bisogno di essere accolti tra i giornali graditi al governo regionale.

Ma proprio per questo possiamo permetterci di dire una cosa semplice.

In questa vicenda siamo dalla parte delle garanzie di Roberto Occhiuto, non dalla parte del suo governo.

E condividiamo la sua indignazione per il fatto che una possibile iniziativa giudiziaria venga conosciuta attraverso un’anticipazione giornalistica, anziché mediante i canali istituzionali, qualora questa sia effettivamente la sequenza degli avvenimenti.

Non ci scandalizza che una Procura svolga il proprio lavoro. Non chiediamo immunità per il governatore. Non sosteniamo che l’accusa sia infondata prima ancora di conoscere gli atti.

Chiediamo soltanto che le indagini restino indagini, che le accuse restino accuse e che la comunicazione giudiziaria non si trasformi in una rappresentazione anticipata della colpevolezza.

E chiediamo che il garantismo non diventi un abito da indossare soltanto quando a essere indagato è un politico amico.

Perché il garantismo non è una cortesia concessa al potente. È un principio di civiltà giuridica che deve valere per tutti: per Roberto Occhiuto, per Flavio Stasi, per Mario Oliverio, per un amministratore sconosciuto e per qualsiasi cittadino coinvolto in un’indagine.

La differenza tra un giornale libero e un giornale che si limita a dichiararsi tale sta anche qui: nella capacità di difendere i diritti di chi non si sostiene politicamente.

Ecco perché abbiamo dato questa notizia per ultimi.

Non per distrazione. Non per prudenza verso il potere. Non per convenienza.

Ma perché non intendiamo trasformare ogni richiesta di rinvio a giudizio in un evento sensazionale e ogni indagato in un colpevole da esibire.

Roberto Occhiuto continuerà a essere oggetto delle nostre critiche politiche.

Ma oggi, davanti a questa vicenda, rivendichiamo il diritto di difenderne le garanzie.

Anche se a lui, probabilmente, continueremo a non piacere.

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