La Calabria che brucia d’estate e frana d’inverno: l’eterno copione del disastro annunciato
di Vincenzo Falcone A settembre finisce la stagione del fuoco e comincia quella del fango....

di Vincenzo Falcone A settembre finisce la stagione del fuoco e comincia quella del fango....
«One who looks at life with horror is in the underworld;/ one who takes life seriously to heart is in the world;/ the one who smiles at life with a happy smile is above the world.» (Chi guarda alla vita con orrore è [al di sotto della vita] negli inferi;/ chi prende la vita seriamente a cuore è [dentro la vita] nel mondo;/ chi sorride alla vita con un lieto sorriso è [si eleva] al di sopra del mondo.) – Inayat Khan: “Talas” (Rhythmic expressions of ideas), Sayings of Pir-o-Murshid Inayat Khan.
«Out of right thinking comes right practice. It is not true that it does not matter what a man believes. It is not true to say, as many say, that a man’s beliefs do not matter, it is only his conduct which is of importance; no lasting right conduct grows out of wrong belief. If you think falsely, you will act mistakenly; if you think basely, your conduct will suit your thinking.» (Dal pensiero corretto nasce la pratica corretta. Non è vero che non importa cosa crede un uomo. Non è vero dire, come molti dicono, che le convinzioni d’un uomo non contano, è solo la sua condotta che ha importanza; nessuna condotta giusta e duratura nasce da una convinzione errata. Se pensi in modo falso, agirai in modo sbagliato; se pensi in modo basso, la tua condotta si adatterà al tuo pensiero.) – Annie Besant: The Wisdom of the Upanishats: Four Lectures Delivered at the Thirty-first Anniversary Meeting of the Theosophical Society, at Adyar, December 1906.
«Goodwill is contagious; once a definite start has been made in a pure and disinterested spirit, goodwill will permeate the world, and right human relations will be rapidly established.» (La buona volontà è contagiosa; una volta iniziata in modo definitivo con uno spirito puro e disinteressato, la buona volontà permeerà il mondo e giuste relazioni umane si stabiliranno rapidamente.) – Alice A. Bailey: The Rays and the Initiations, 1960.
«…Que le XXIe siècle sera religieux. Je n’ai jamais dit cela, bien entendu, car je n’en sais rien. Ce que je dis est plus incertain. Je n’exclus pas la possibilité d’un événement spirituel à l’échelle planétaire.» (…Che il XXI secolo sarà religioso. Non l’ho mai detto, ovviamente, perché non ne so niente. Ciò che dico è più incerto. Non escludo la possibilità d’un evento spirituale su scala planetaria.) – André Malraux: intervista rilasciata a Le Point nel 1975.
«There’s a starman waiting in the sky/ He’d like to come and meet us/ But he thinks he’d blow our minds» (C’è un uomo delle stelle in attesa nel cielo/ Vorrebbe venire e incontrarci/ Ma pensa che ci farebbe impazzire) – David Bowie Starman, 1972.
Forme-pensiero
Paola Giovetti, nella sua biografia di “Roberto Assagioli, la vita e l’opera del fondatore della Psicosintesi” (Mediterranee, Roma 2024), ribadisce come, per quanto gli dovesse tuttavia riuscire difficile, egli tenesse ben distinta, da un lato, la sua attività psichiatrica e psicoterapeutica da quella coinvolta in interessi ed esperienze esoterici, nella fattispecie, teosofici (ed espressamente: “discepolato” – Chelaship – della Nuova Era). Si trattava di aderire alla dialettica dell’autorità della tradizione nei confronti di osservazioni ed esperienze dirette. La realizzazione interiore e la relazione od organizzazione pratica sono ciò che il vangelo di Giovanni trasmette come “senso” di Marta (Gv 11, 20-21) e di Maria (Gv. 11, 29). Passare da un livello all’altro è un vero esercizio di “disidentificazione”.
La concezione medesima dell’«atto di volontà» quale modulo elementare di plasmaziòne della realtà circostante deriverebbe da un tema caro ad Annie Besant, la poliedrica attivista socialista, femminista, secolarista, succeduta alla Blavatsky, insieme con Henry Steel Olcott, alla guida della “Theosophical Society Adyar“.
Dopo aver tenuto, nel 1895, una serie di conferenze sulle “forme-pensiero”, ne pubblicò i testi, poco più d’un lustro dopo, con la collaborazione di Charles Webster Leadbeater, nel libro “Thought Forms” (1901).
In ambito buddista e bon, la lingua tibetana ricorre al termine “Tulpa”(sprul–pa, costruire) per definire un’entità incorporea “creata” (o evocata), attraverso particolari metodi di meditazione, sul piano astrale, ma che può essere percepita sotto molteplici aspetti, anche animali. Samaññaphala Sutta (Il frutto della vita contemplativa) si sofferma su questa possibilità di creare un “corpo fatto di mente” (Manōmaya kāya, o gandhabba) proprio come uno dei “frutti della vita contemplativa”. E, per Alexandra David-Néel, si tratta di “formazioni magiche generate da una potente concentrazione del pensiero”.
Nei testi buddhisti indiani, questa “emanazione magica“ viene descritta alla stregua di qualsiasi apparizione irreale, illusoria o mentale, a mo’ di fantasma. Gli esoteristi vi riconosceranno delle analogie con il celebre Golem del misticismo cabalistico ebraico, l’homunculus delle speculazioni alchemiche, o l’ermetico egregore (dal greco ἐγρήγορος), il cui significato etimologico originario di «guardiano» sembra essersi confuso con quello assonante di «gregario» (dal latino grex, gregis); René Guénon distingue infatti tra entità che sembrano appartenere al «mondo intermedio» (o piano astrale) da quelle “collettive”, sostanzialmente d’ordine psichico (Influences spirituelles et «égrégores», Études Traditionnelles, avril-mai 1947).
Ma, per lo più, per “forma-pensiero” s’intende una concezione mentale materializzata che ha preso forma fisica. La mente insomma può imparare a divenire “volitiva” ed essere allenata a scegliere cosa pensare (a partire dalle idee-forza), in modo da sconfessare l’assioma freudiano che non la riconoscerà “padrona in casa propria” (Nicht Herr im eigenen Haus), dal momento in cui oserà infrangere il divieto prescritto nel “Gyges und sein Ring” (1856) da Christian Friedrich Hebbel: “Nur rühre nimmer an den Schlaf der Welt!” (Ma non toccare più il sonno del mondo!), per non scombinarne le schopenhaueriane rappresentazioni (Vorstellungen).
Tematiche senza confine
Dietro lo stimolo di Prezzolini, un appena ventenne Assagioli curò traduzione, introduzione e commento di “Scritti e frammenti del mago del nord (J. G. Harmann)”, per la collana patrocinata da Benedetto Croce (Poetae philosophi et philosophi minores) dell’editore Francesco Perrella di Napoli (1908).
Nell’agosto dell’anno successivo, al Congresso internazionale di psicologia di Ginevra, presentò una relazione in tema di manifestazioni religiose, in particolare degli stati di coscienza a quelle associate, individuando le principali differenze tra le due tipologie di mistica, occidentale od orientale. Il cristianesimo pretende il coinvolgimento d’una “discesa” della “grazia divina”, mentre gli orientali seguono un “training” di “ascesi” al fine di pervenire ai medesimi risultati.
Assieme a Giovanni Papini, alla cui rivista “Leonardo” collaborava, s’interessò alla medianità e ai “fenomeni psicofisici” di telepatia, psicometria, precognizione; s’iscrisse alla Società di Metapsichica e frequentò il Cerchio Firenze 77 di Roberto Setti.
Attribuì meriti scientifici a studi ed esperimenti sulle facoltà “supernormali” effettuati dal francese Eugène Osty, dallo statunitense Joseph Banks Rhine e da Emilio Servadio, oltre che dal genovese d’origini britanniche William Mackenzie, il quale s’interessò al fenomeno degli animali pensanti (“Denkende Tiere“), come “der Elberfelder Pferde” e il cane di Mannheim, o “Der klopfsprechende Hund Rolf” (Nuove Rivelazioni della Psiche Animale, A. F. Formiggini Ed., Genova 1914).
Su “Psiche, Rivista di Studi Psicologici” (a. 1, n. 6, Tip. Aldino, Firenze: novembre-dicembre 1912), pubblicò un articolo su “I cavalli pensanti di Elberfeld”, di cui s’occupò pure padre Agostino Gemelli; a dire il vero, in maniera molto critica, sebbene ammettesse che il problema non avrebbe potuto avere una soluzione troppo semplicistica.
L’attesa dell’avvento
L’ebreo Roberto Marco Grego (figlio di Leone Grego ed Elena Kaula), come in realtà si chiamava Assagioli (cognome del padre adottivo: Emanuele Assagioli Todesco), durante il regime fascista (agosto 1940), venne imprigionato per “attività pacifiste”, e per motivi razziali (figlio di ebrei, con famiglia “mista”, in quanto moglie e figlio battezzati e pertanto ulteriormente “discriminato”), ma presto liberato, forse anche grazie all’intervento di amici molto influenti dal punto di vista intellettuale.
Le accuse contestategli erano d’un generico, e non meglio precisato, delitto di “internazionalismo” (certo era poliglotta e tendenzialmente cosmopolita), e quella, specifica, di diffondere ed elevare preghiere di “pacificazione”; con buona probabilità, o una mistica “orazione di quiete”, alla François de Sales (Traicte de l’amour de Dieu, 1620) oppure la Grande Invocazione: “Dal punto di luce…”, considerata appropriata per un tempo di profonde trasformazioni e repentini cambiamenti, come appunto l’approssimarsi dell’era dell’Acquario, e formulata quale esplicito invito a collaborare attivamente al fine di superare le divisioni che impediscono quella “contemplation” (su cui dissertava il rev. padre E. Lamballe), tesa a sfociare nell’unità e fratellanza universale, a partire dal silenzio di tutte le facoltà sino al concepimento dell’illuminazione interiore.
Anche di questo era, naturalmente e consapevolmente, colpevole, poiché organizzava meditazioni di gruppo a ogni plenilunio; il più celebrato dei quali a fine aprile, o a maggio, connesso al segno astrologico del Toro (Wesak), quando si festeggia l’illuminazione del Buddha.
È in questa occasione che si riunisce annualmente la “Fratellanza Bianca”, a livello eterico, e quindi energetico, in una particolare zona occidentale del Tibet, nei pressi del Monte Kailash, identificato dagli zoroastriani con il mitologico Meru, per gli induisti centro dell’Ilāvṛta, regione mediana (varṣa) del continente Jambudvipa, dove sarebbe allocato il paradiso di Indra (Svarga, Svarloka o Indraloka).
L’obiettivo materiale che tutti coloro che amano i loro simili, e intendono farsi servitori dell’esteriorizzazione della “Gerarchia”, è la sconfitta del totalitarismo, quel processo malvagio che implica l’imposizione di idee, e che può essere persino il metodo delle nazioni democratiche e delle chiese ovunque, se viola il libero arbitrio e mantiene l’umanità nell’ignoranza. L’obiettivo spirituale è l’istituzione del “Regno di Dio” (ἡ βασιλεία τοῦ Θεοῦ), preparando le menti degli uomini ad accettare il fatto che è imminente la “riapparizione del Cristo” (παρουσία, parusía, venuta o ἀποκατάστασις, apokatástasis, reintegrazione?).
«In principio è la relazione»
«Surely some revelation is at hand;/ Surely the Second Coming is at hand./ The Second Coming! Hardly are those words out/ When a vast image out of Spiritus Mundi/ Troubles my sight:…» (Sicuramente una rivelazione è a portata di mano;/ Sicuramente la Seconda Venuta è a portata di mano./ La Seconda Venuta! Sono appena uscite quelle parole/ Quando una vasta immagine dello Spiritus Mundi/ Agita la mia vista:…) scriveva William B. Yeats a conclusione della I guerra mondiale, mentre la Bailey avrebbe pure assistito al “crollo” (“Things fall apart”) determinato dal secondo disastroso conflitto internazionale che si stava preannunciando.
Ed ecco la giustificazione di quel forte impegno ad annunciare ovunque, hominibus bonæ voluntatis (agli “uomini di buona volontà”), che i Maestri e i loro gruppi di discepoli stanno lavorando attivamente per portare ordine nel caos (Ordo ab Chao), assecondando “un Piano” che nulla può in alcun modo arrestare, perché la Gerarchia esiste, e da migliaia di anni, ed è l’espressione della saggezza accumulata nei secoli, quale «philosophia perennis», in senso leibniziano di saggezza eterna, comune e soggiacente a tutti gli indirizzi mistico-teologici.
La condizione semitica di Assagioli/ Grego era più complessa, in quanto aderente a un ebraismo “progressivo”, liberale e riformato, nel senso d’una relativizzazione di tutto quel complesso di precetti (ben 613 Mitzvot ) della Torah (tradizione dei 39 libri del Tanakh, per i cristiani Pentateuco), da adeguare alle esigenze moderne.
Nato dal movimento illuminista dell’Haskalah (da sekel, ‘intelletto’), promosso (Jerusalem oder über religiöse Macht und Judenthum, 1783) da Moses Mendelssohn, nonno del compositore Felix, introdusse “progressivamente” delle radicali innovazioni, atte ad adeguare i costumi delle comunità giudaiche a quelli della maggioranza residente dei “Gentili”: abrogazione della separazione dei sessi nelle sinagoghe, rinominate “templi”, attraverso l’istituzione delle panche di famiglia, introduzione dell’organo e del coro, fino all’abbandono della circoncisione, e del casherut (regole alimentari) e perfino della credenza nella restaurazione del terreno Mamlekhet Yisra’el (Regno di Israele), con relative conseguenze sul diritto di compiere aliyah (ritorno dalla diaspora).
«Ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri», ebbe a scrivere, in Der Weg des Menschen: nach der chassidischen Lehre (Il cammino dell’uomo secondo l’insegnamento chassidico, 1948), Martin Buber, il profeta di questo tipo d’ebraismo liberale, a cui non si deve soltanto l’emersione del movimento hassidim (rinnovamento spirituale dell’ortodossia), ma soprattutto l’idea che la vita è intersoggettività, o non-soggettività sincronicamente complementare al soggetto, sintetizzata dall’affermazione: «In principio è la relazione» (Im Anfang ist die Beziehung).
Tre corpi (sottili) e tre anime?
L’aspetto spirituale di tale verità psicologico-relazionale deriverebbe dal tradizionale insegnamento ebraico circa la costituzione umana dei tre corpi: nèphesh, “istintuale” (vitale, in relazione a: chayàh nèfeš, essere vivente, «ψυχὴν ζῶσαν» di Genesi 2, 7), rùach, “cosciente” (energia interiore e dinamica, che anima e dà vita, «τὸ πνεῦμά», in Genesi 6, 3), neshamàh, “Supercosciente” (il terzo livello dell’anima intellettiva, sostanza spirituale che esprime la nostra essenza intima senza alcuna forma fisica).
La mistica ebraica esplora con molto impegno, e interesse, i vari livelli di ciò che comunemente, e troppo genericamente, viene definita tout court: “anima”; le traduzioni dei sacri testi in greco, o in latino, difficilmente riescono a cogliere la ricchezza linguistica dell’ebraico, come dell’aramaico, per ciò che riguarda gli argomenti religioso e spirituale; e neppure la semantica del “fisico”, “eterico”, “astrale”, “mentale” e “causale” di Patanjali, oppure di Annamaya kosha, Pranamaya, Sukshma-Sharira, Manomaya, Vijnanamaya e Karana-Sharira (Anandamaya).
Il primo livello Nèphesh è riconducibile al sangue, come in Deuteronomio 12, 23: “….Chi Haddàm hu hannàfesh….” (… Poiché il sangue è l’anima-vita…), in greco reso genericamente “psiche”: «…ὅτι τὸ αἷμα αὐτοῦ ψυχή…», mentre, in latino, sarà sinonimo di “anima” (anemos, ἄνεμος, vento), laddove il greco “aima” (αἷμα) corrisponderà a “sanguis”. Evidente il salto semantico con il passaggio da una lingua all’altra.
La lettera pe’ di Nèphesh, corrispondente a “bocca”, può rappresentare sia “parola” che “silenzio”, lasciando le altre due consonanti, la prima e l’ultima, Nash, di nuovo parola, che in aramaico è sinonimo di Adàm, uomo, quindi “anima” quale naturale espressione umana. La radice Nun-Pe’-Shin s’apre ancora al tema del silenzio e della pacatezza, e, nella forma verbale rafforzata, assume il significato di riprendere fiato, e riposarsi. Ed è espressione usata per Chi aveva cessato la Sua Opera creativa («ὅτι ἐν ἓξ ἡμέραις ἐποίησεν κύριος τὸν οὐρανὸν καὶ τὴν γῆν») nel settimo giorno: “…Vainnàfash…”, in greco «κατέπαυσεν», latino “requievit” (in Esodo 31, 17).
Questa è allora la forma dell’anima vegetativa, sinonimo di “vita”; e quando si ricordano le anime dei defunti si fa riferimento appunto a Nèphesh. Per la psicologia esoterica costituisce quasi un’inconsapevole istinto di sopravvivenza, strettamente legato alla fisicità. Ed è, pertanto, l’estremità inferiore dell’anima, quella parte che s’interfaccia direttamente con il corpo, con cui tende a identificarsi, in quanto nasce e termina con esso, anche secondo la Cabala.
Rùach e Nèshem
Rùach esprime il secondo livello dal significato di vento, soffio, spirito, sinonimo di aria e di tutte quelle parole che mettono in atto un sottile gran movimento, dall’alito al turbinio, non solo in ambito emozionale, ma pure spirituale. E da Rùach: Ruchanyùt, spiritualità. Nel senso più propriamente psicologico, nutre il nostro bisogno di sapere chi siamo, aiutandoci nello sforzo di conoscere e stabilire la nostra vera identità.
La radice dal suono gutturale, Resh-Vav-Chet, introduce il tema dell’espansione e del distanziamento fino ad “arieggiare”, alleggerire e portare beneficio. Compare per la prima volta a rivelare la “primissima” manifestazione della potenza creatrice, quella che “si librava sulla superficie delle acque” («…καὶ πνεῦμα θεοῦ ἐπεφέρετο ἐπάνω τοῦ ὕδατος», Genesi 1, 2). E la dote della Profezia viene concessa proprio da Rùach hakkòdesh (Spirito Santo).
Nèshem è la più perfetta e poetica espressione di “anima”, ma, con vocalizzazione diversa, può tradursi “respiro” (Neshimàh), respirare linshòm. Quella suggerita da nèshem è, dunque, l’anima propriamente detta, quel soffio della vita (respiro), insufflato nell’uomo, della cui presenza non ci si accorge; una sostanza spirituale a sostegno della nostra essenza più intima, priva d’alcuna forma corporea. È il livello che dovrebbe portarci a considerare le nostre singole vite come “una realtà superiore”, spingendo la nostra identità personale, faticosamente conquistata, verso la ricerca e necessità di significato.
Questa parte più segreta e profonda dell’uomo viene nutrita dal mondo delle Sephiroth, le forze divine che permeano il cosmo: alcuni ricevono la propria linfa dalle radici della misericordia celeste (Pilastro di destra o della Clemenza), altri da quelle del lato sinistro (Giustizia e severità) del diagramma sefirotico, e quindi dal dominio del rigore e della paura. E questa delle radici della Neshamah è una profonda e antica tradizione cabalistica.
Essendo “ospitati” in corpi separati, individuali e unici, viviamo nell’illusione d’essere realmente e completamente scollegati l’uno dall’altro, senza neppure presumere che, “a un altro livello”, superiore, di coscienza, potremmo avere sentore d’un’altrimenti inimmaginabile connessione con il resto dei viventi, umani e non, come pure alla perfetta unità di Hashem (il Nome divino, che si usa per evitare di scrivere yod he vau he).
Chayah e Yechidah
Già, in Genesi, per riferirsi alle “persone” (popolo) che Abramo e Sara avevano condotto con loro si usa un polivalente epiteto singolare femminile Nèfesh, poiché ormai tutti divenuti una sola anima collettiva (popolo), legati com’erano dallo stesso ideale. Ma il vero livello “complessivo” è rappresentato da Chayah e Yechidah, anche se poi è molto raro riuscire a raggiungere queste due altre espressioni più elevate dell’anima. Anzi, già lo stesso reale incontro di anime singole produrrebbe il contatto più autentico e soddisfacente d’un’intera esistenza.
Oltre Nèphesh, Rùach e Neshamàh, si contemplano, dunque, altre due emanazioni più elevate della Luce di Dio: Chayyàh (dalla radice Chet-Yod-He’), ribadisce il tema della vita [vivo, vivente (parlante, pensante), vivere (e rinnovare): Chai, Chet e Jodh], corrispondente all’anima collettiva o di gruppo, con la quale, in qualità di individui, siamo ancora collegati prima di nascere; un livello esistente, ma totalmente nascosto, occultato od occulto.
Yechidàh (dalla radice Yod-Chet-Dalet), che richiama il concetto dell’unicità e dell’uno (Echàd), – poiché l’insieme di Nèfesh, Rùach e Neshamàh costituisce una salda unità, e attraverso di esse si riceve luce -, rappresenta il livello “transpersonale” più elevato, in cui ciascuno, assieme agli altri, fa tuttora parte d’una sola entità, essendo tutti fusi nell’Unicità dell’En Sof.
Dell’anima, anche la tradizione ebraica contempla, quindi, cinque livelli posti in corrispondenza con le lettere del Tetragramma (Shem ha-Mephorash, nome eccellente), nella loro permutazione in Shem HaVaYáH (Etz Chayim 42: 3): a partire dall’apice della Yod iniziale (Yechida), il corpo della Yod (Chayah), la prima Heh (Neshamah), la Vau (Ruach) e l’ultima Heh (Nephesh).
Termini che trovano corrispondenza in un più articolato lessico filosofico greco-latino classico [νοῦς (Nus)/ Spiritus, διάνοια (Dianoia)/ Mens, Φάσμα (Phasma)/ Manes, εἴδωλον (Eidolon)/ Imago, σκιά od ὅχημα (Ochema)/ Umbra, ψυχῆ (Psyche)/ Anima, σῶμα (Soma)/ Corpus], dalla Blavatsky tradotto in una «pianta a sette foglie» (saptaparna), dove, al triplice aspetto immortale (Atma, Buddhi, Manas), vanno aggiunti quei veicoli di cui ci si serve a ogni incarnazione (Kama-Rupa, Linga-Sharira, Prana, Sthula-Sharira), e da Assagioli stilizzato nel celebre suo “Uovo”, il cui guscio è costituito dall’inconscio collettivo e l’apice dal Sé transpersonale.
Come un nimbo…
Come all’induismo ed ebraismo, Assagioli fa spesso riferimento al cristianesimo, mettendo però in guardia dal confondere i vari livelli di autocoscienza prima d’averli realizzati, poiché sarebbe come confondere una ghianda con l’intera quercia. Il potenziale non corrisponde alla pienezza d’una verità. Ha anche sottolineato la dualità tra il sé personale e l’anima, e tra questa e il Sé universale (Dio?).
In “Sviluppo spirituale e disturbi neuropsichici” (1933) scriveva: «Nella Bibbia troviamo la frase esplicita e recisa: “Non sapete che siete Dei?”. E sant’Agostino dice: “Quando l’anima ama qualcosa, diventa a essa simile; se ama le cose terrene, diventa terrena; ma se ama Dio (si potrebbe chiedere) diventa essa Dio?”. L’espressione più estrema della identità di natura fra lo spirito umano nella sua pura e reale essenza e lo Spirito Supremo è contenuta nell’insegnamento centrale della filosofia Vedanta: Tat twam asi (Tu sei Quello) e Aham evam param Brahman (In verità io sono il Supremo Brahman)».
Colloca il Sé transpersonale in cima al diagramma dell’Uovo per mostrare la direzione del viaggio e l’espansione della coscienza necessaria per fondere il personale con il transpersonale. Dall’ignoranza di questa distinzione vitale sorge il pericolo dell’inflazione dell’ego, quell’Io cosciente, emanazione o proiezione del Sé, con cui si ricollega indirettamente l’anima pel tramite d’un ponte tra i due diversi livelli di coscienza. E questa proiezione d’un livello superiore sull’altro, ridotto nel mondo della personalità, potrebbe essere considerata alla stregua d’un esempio di panenteismo evolutivo: come l’anima è un’emanazione (deflusso) del Sé Universale (Dio), che la trascende, quest’ultimo è immanente nel piccolo sé personale. «…καί γε οὐ μακρὰν ἀπὸ ἑνὸς ἑκάστου ἡμῶν ὑπάρχοντα. ἐν αὐτῷ γὰρ ζῶμεν καὶ κινούμεθα καὶ ἐσμέν» (e non lontano da ognuno di noi. Poiché in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, Atti 17: 27- 28). E in Bhagavadgita (III, 24) si legge: «Se non compissi la mia opera [instancabile] i mondi sprofonderebbero. Sarei io la causa della confusione universale e annienterei le creature».
S’immagini una “presenza luminosa”, appena sopra la testa, come un nimbo, familiare agli scritti spirituali orientali, dov’è anche attributo comune di Buddha. E invece si tratta dell’anatomia sottile del prototipo del vero uomo, in cui l’anima immortale cerca di manifestare il Superconscio attraverso le più normali forze dell’Inconscio Medio e Inferiore, le quali agiscono maggiormente sul sé personale.
Questo collegamento è quel ponte, “sentiero silenzioso”, in cui i livelli superiori di coscienza vengono riconosciuti e possono essere contattati. La coscienza superiore (dell’anima) si riflette nel cervello quale pallido riverbero, finché non inizia il processo spirituale e l’anima si manifesta sempre di più attraverso il sistema nervoso fisico.
Non sperimentiamo la coscienza come se fosse localizzata in un punto particolare dell’anatomia cerebrale, la sperimentiamo attraverso la mente che, a sua volta, non è strettamente limitata al corpo fisico.
Il Gioiello nel Loto
Tra l’anima e il sé la differenza sta nel livello d’intensità ed espansione della coscienza. Il primo livello, pienamente consapevole della sua unità con altre anime e con l’anima del mondo, è naturalmente più alto di quello dei comuni stati mentali che non possiedono la medesima consapevolezza. La stella all’apice del grafico dell’Uovo si riferisce a ciò che in Oriente si chiama “il Gioiello nel Loto“, sintetizzato nel mantra sanscrito di sei sillabe (associato alla forma Shadakshari a quattro braccia di Avalokiteshvara, il bodhisattva della compassione): Oṃ maṇi padme hūm̐.
Intesa quale “aspirazione dichiarativa”, potrebbe significare “io nel gioiello-loto“, in quanto “padma” è il termine sanscrito per il loto indiano (Nelumbo nucifera) e “mani” per “gioiello”; “hum” rappresenta lo spirito dell’illuminazione e “aum/ om” la sillaba sacra delle varie religioni del subcontinente indiano. L’influenza dell’immaginario Shaivita del lingam (mani) e della yoni (padma) farebbe propendere il significato di “O, lei con il gioiello nel suo loto” in quelle sfumature di tipo sessuale che riconducono al senso d’un concepimento e d’una “rinascita” nella beatitudine di “Sukhavati” (purezza del Buddha).
È questo nucleo dell’anima il testimone stabile e immobile, fuori dallo spazio e dal tempo, in un perpetuo presente, quale osservatore interiore completamente sveglio e consapevole della sua eterna natura cosmica.
A livello di personalità, il sé diffonde pensieri, azioni fisiche ed emozioni, e solo quando la sua piccola luce brilla della stessa intensità di quella superiore si raggiunge l’illuminazione interiore. Potenzialità ed energie del Supercosciente sono forze creative che emanano dall’anima sotto forma di saggezza, amore, bellezza e così via.
Ad aprire dunque alla Coscienza Cosmica è l’anima, posizionata quale “stella” la cui luce si spande in parte all’interno e in parte all’esterno del Diagramma dell’Uovo, per significare che la coscienza dell’anima punta in entrambe le direzioni: verso l’individuo e verso il Sé Universale. Seppure espressione di coscienza unificata, perché identificata con il tutto, l’anima continua a esercitare una finalità individuale in quanto espressione della volontà Transpersonale; e la “chiamata dell’anima” rappresenta il viaggio che intraprende, sia da sola sia assieme ad altre anime, allo scopo d’acquisire saggezza ed esperienza attraverso le sue scelte che dal livello della personalità si manifestano nel corpo.
L’evasione dalle “prigioni interiori” e il dialogo interreligioso
Quel periodo (agosto 1940) d’internamento venne da lui salutato quasi alla stregua d’una benedizione presentatasi sotto mentite spoglie, poiché l’isolamento lo costrinse a un autoesame e a una profonda riflessione sulla libertà. E, quando fu rilasciato, giurò (messianicamente) a se stesso di dedicarsi al compito d’aiutare gli altri a liberarsi dalle “prigioni interiori”.
«… Fu un mese soltanto, e in quelle circostanze per nulla eroico, niente a paragone di quello che ha passato Frankl…» (L’ideatore della logoterapia sopravvisse a tre lager!).
Il suo atteggiamento emotivo fu quello di non respingere (accettazione) alcuna esperienza (Erlebnis), ma trarre da essa la sua lezione, “to rise” (per fare un salto di qualità) verso scopi costruttivi; in quanto i suoi concetti base comprendevano una continua evoluzione, ed educazione permanente, per soddisfare l’esigenza di crescita interiore (psicosintesi personale).
A proposito della pratica meditativa, avrebbe infatti appuntato questa riflessione: «Non occorre neppure uscire all’aperto, contemplare l’intera volta celeste. Anche una sola stella vista attraverso le sbarre di una prigione può toccare un cuore, risvegliare un’anima.». Solo più tardi scoprì il significato più alto del simbolismo alpinistico, nel senso maslowiano, o alla Domenico Rudatis (il “metafisico” che scriveva su “Krur”, “La Torre” e il “Diorama Filosofico” di Evola).
«… Non sono mai stato un ‘pacifista’ nel comune significato di questo termine. Sono profondamente convinto che la pace è fondamentalmente un problema psicologico. Credo che nell’uomo ci sia un istinto profondamente radicato alla pace. Io credo che solo educando in primo luogo un’élite di uomini e donne a risolvere ognuno il problema in se stesso e nell’ambiente circostante, divenendo esempi viventi di pace realizzata in noi stessi, nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro, dimostrando la possibilità di rapporti giusti e armoniosi…».
Questo passo della sua autobiografia incompiuta è riportato, insieme con altri inediti, da Paola Giovetti in “Roberto Assagioli – La vita e l’opera del fondatore della Psicosintesi” (Mediterranee, Roma 2024), dove velatamente s’accenna a una mancata adesione alla causa sionista: firmare per ‘Gerusalemme capitale’ avrebbe significato aprire un ulteriore fronte di guerra, anche se in Palestina.
Scialom: Pacifismo psicologico
In un altro inedito riportato dalla Giovetti, e messole a disposizione dalla sig.ra Manuela Sadun Paggi di Firenze, Assagioli chiarisce la sua posizione in relazione al termine Shalom, che ha per lui un significato più complesso della semplice parola “pace”, per come comunemente intesa in segno di saluto (Et in terra … hominibus), e di augurio di salute (dal latino “salveo”).
Senza fare riferimento alla radice shīn-lamed-mem (che, in ebraico, a seconda delle vocalizzazioni, assume diversi significati: per esempio di “intero/completo”, o di “pagare”, che anche in italiano deriva da “pacare”, e quindi “fare pace”, come in latino pax può valere pure per tregua, trattato, o ancora concordia: pax deorum), il senso equivale a qualcosa di più d’uno stato d’animo, d’essere o di cose.
«Il senso originario di scialom è completezza o sanità, e quindi significa il benessere tanto fisico quanto spirituale, dell’individuo e della comunità. Per realizzare ed esprimere scialom in questo senso più profondo e più ampio, il primo passo è naturalmente una reciproca tolleranza che escluda ogni fanatismo, ogni imposizione, ogni aggressività […] A esso deve seguire il riconoscimento, anzi l’apprezzamento positivo, della necessità e della utilità delle differenze. L’unità non include uniformità; essa consiste nell’unione organica di parti diverse…».
La psicosintesi (che secondo Sergio Bartoli, consiste innanzitutto nell’arte d’educare se stessi) non sarebbe altro che l’interiore espressione di questa scialom, tanto vicina alla radice semitica di Salām (s-l-m), “salvezza” (salute, pace), la cui valenza era stata sottolineata pure dal figlio Ilario, giusto poco prima di morire, in una raccolta (al-Jāmiʿ) di ḥadīth (tradizionali) di Al-Bukhārī.
«Il Profeta, la Grazia e la Pace divine siano su di lui, ha detto: “Allâh, sia Egli esaltato, dice: ‘Io sono secondo l’idea che il Mio servo ha di Me, ed Io sono con lui quando Mi menziona; e se Mi menziona in cuor suo, lo menziono in cuor Mio. E se Mi menziona in pubblico, lo menziono in un pubblico migliore di quello; e se si avvicina a Me di un palmo, Mi avvicino a lui di un cubito, e se si avvicina a Me di un cubito; Mi avvicino a lui di un braccio; e se viene da Me camminando, vado da lui correndo’”».
Il termine “scialom” rappresentava e rappresenta un’ottima esemplificazione del pensiero assagioliano, non soltanto intellettuale, ma umanistico, totalmente aderente all’affermazione sintetica di Martin Buber: „Im Anfang ist die Beziehung“ (In principio è la relazione).
«Questa concezione di scialom ha una portata universale e dovrebbe venire attuata soprattutto in quattro campi: in noi stessi, fra gli individui, fra le nazioni, nella religione. In primo luogo in noi stessi, fra i vari elementi consci o inconsci del nostro essere complesso e multiforme… noi abbiamo la tendenza a proiettare i nostri conflitti interni nei rapporti con i nostri simili…».
In appendice a La fede ed il messaggio dei profeti (Bollettino della Comunità Israelitica, Milano 1953) di Moses Buttenwieser – imperniato sull’opera del professore statunitense di esegesi biblica: “The prophets of Israel, from the eighth to the fifth century; their faith and their message” (Macmillan, New York 1914) -, Assagioli si chiese “Che cosa direbbe Isaia oggi?” (anche in relazione ai versetti 18 e 19 del cap. 43? – «μὴ μνημονεύετε τὰ πρῶτα καὶ τὰ ἀρχαῖα μὴ συλλογίζεσθε ἰδοὺ ποιῶ καινὰ ἃ νῦν ἀνατελεῖ καὶ γνώσεσθε αὐτά καὶ ποιήσω ἐν τῇ ἐρήμῳ ὁδὸν καὶ ἐν τῇ ἀνύδρῳ ποταμούς» -“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa…), invitando gli ebrei a rinunciare all’eccessivo attaccamento al loro nazionalismo che ne accresce e accentua la particolarità. Anzi, proprio in virtù del loro passato, e dell’alto senso morale ereditato dagli avi, sarebbero proprio loro i migliori promulgatori della rigenerazione spirituale dell’intera umanità, assecondando l’aforisma di Hermann Keyserling: “Chi si occupa della creazione del futuro non può prestare attenzione alle beghe del presente”. Un odierno profeta, invece del fanatismo, infatti, avrebbe sostenuto i veri valori umani, sia individuali che collettivi, ribadendo la profonda convinzione della direzione divina della storia, attenta solo a perseguire “la radiosa visione di una nuova era”… di pace.
Alice Ann Bailey
Durante gli anni ’30, Assagioli strinse rapporti di stretta collaborazione con Alice Ann Bailey, divenendo fiduciario dell’organizzazione Lucis Trust, e docente presso la School of Spiritual Research. Alcuni dei suoi scritti furono pubblicati sulla rivista della Bailey: The Beacon (con lo pseudonimo Considerator, “chi riflette”… su ciò che osserva), cosicché alcuni dei suoi stessi metodi sembra siano stati influenzati da certi elementi esoterici del lavoro spirituale della teosofa inglese. Tuttavia, gli autori John Firman e Ann Gila scrivono che Assagioli mantenne quello che lui definiva un “muro di silenzio” tra le aree della psicagogia o psicosintesi, da un lato, e la religione o la metafisica, dall’altro, insistendo fermamente sul fatto che non venissero confuse tra loro [Psychosynthesis: A Psychology of the Spirit, Suny Press, Albany 2002].
Ciò non toglie che Roger J. Woolger (The Presence of Other Worlds In Psychotherapy and Healing, Beyond the Brain Conference, held at St. John’s College, Cambridge University, England, August 1999) abbia dichiarato come anche la descrizione fatta da David V. Tansley (Radionics and the Subtle Anatomy of Man, Health Science, Saffron Walden, Essex, England, 1972) della gerarchia di corpi sottili, che circondano il corpo fisico (chiamati eterico, emozionale, mentale e spirituale), sia stata ripresa pari pari dal modello presente nel commento della Bailey sugli Yoga Sutra di Patanjali (The Light of the Soul: The Yoga Sutras of Patanjali, Lucis Trust, New York, 1927).
Nel gennaio 1933, poco meno che quarantacinquenne, Assagioli venne in contatto con il misterioso Djwahl Kuhl, il maestro tibetano della tradizione esoterica della Saggezza Eterna (membro della ‘Gerarchia spirituale’ della ‘Fratellanza dei Mahatma’, nonché ispiratore degli insegnamenti offerti nei 24 libri di Alice Ann Bailey), il quale sembra lo abbia stimolato a prefissarsi, entro il compimento del cinquantesimo compleanno, “la difficile impresa di diventare sannyasin nel mondo occidentale”.
Saṃnyāsa
Diventare sannyasi significa che, adempiuti i propri obblighi verso la famiglia e l’ambiente circostante (Gṛhastha), una persona di quell’età dovrebbe essere, da allora in poi, in grado di dedicare l’intera propria esistenza alle faccende dello spirito. Questa condizione di rinuncia (Saṃnyāsa) corrisponde infatti, in base all’anagrafe, al quarto stadio del sistema induista delle fasi della vita (‘Chaturasrama‘); le altre sono: Brahmācarya (studentato, o celibato: fino a 24/ 5 anni), Gṛhastha (fino a 48/ 50 anni: occupazione nelle attività domestiche, o familiari, educazione dei figli od osservanza d’una vita sociale incentrata sulla legge dharmica del dovere e del rispetto della verità, od obbligo morale verso “le cose come sono”), Vanaprastha (“ritiro nella foresta”, fino a 72/ 5 anni), che alla fine si trasforma naturalmente nella fase di completa rinuncia e dedizione alle questioni spirituali (Saṃnyāsa).
I Sanyasi sono anche conosciuti nei testi indù come Sramana e Parivrajaka, oppure Yati, Bhiksu, Pravrajita/ Pravrajitā. Il termine Saṃnyasa, raro nella primitiva letteratura vedica del II millennio a. C., Samhita, Aranyaka e Brahmana, nel millennio successivo, compare nel contesto di coloro che hanno abbandonato le attività consuete per intraprendere quelle spirituali non discusse nelle Upanishad. S’evolve poi, negli antichi testi dei Sutra, come rito di rinuncia, e da allora in poi, intorno al III e IV secolo d. C., divenne uno stadio della vita riconosciuto e ben discusso in seno al sistema degli Ashrama, intesi quali impegni (-śram) da realizzare (ā-).
È questo un aspetto del concetto induista di Dharma, nonché anche una componente delle teorie etiche della filosofia indiana, combinato com’è con quattro obiettivi propri della vita umana (puruṣārtha), per la formazione (Dakṣiṇa/ Dharma), la realizzazione (Artha), la felicità (Kāma), e la liberazione spirituale (Mokṣa).
In tutte le fasi è sempre il Dharma a venire considerato primario, mentre la Moksha resta l’obiettivo finale, anche se da ricercare in qualsiasi momento. La maggior parte dei testi non fornisce raccomandazioni sulla preferenza relativa ad Artha o a Kama, che un individuo è tenuto a perseguire sostanzialmente in Grihastha. Il Kāma Sūtra specifica in maniera esplicativa: «La durata della vita d’un uomo è di cento anni. Dividendo questo tempo, dovrebbe pensare a tre obiettivi di vita in un modo che essi si sostengano, piuttosto che ostacolino l’un l’altro. In gioventù dovrebbe partecipare a cose redditizie (artha): come l’apprendimento, nella sua perfezione al piacere (kama), e nella sua vecchiaia a dharma e mokṣa.» (1. 2. 1- 4).
Dharma
È il sistema dei 4 Ashrama una sfaccettatura del concetto stesso di Dharma; e sono molti i praticanti induisti che si riferiscono alla loro religione come a “Sanatana Dharma“, un principio generale assolutamente non modificabile e, di conseguenza, per evocare una certa omogeneità religiosa, si definiscono Sanatani, sebbene a volte quest’ultimo sia usato anche da giainisti e buddisti che credono anch’essi nella reincarnazione. Per alcune sette tradizionaliste dell’Induismo, Sanātana Dharma è un endonimo, impiegato in alternativa agli esonimi, tipo Hindu Dharma.
Sanatana Dharma indica infatti l’insieme “eterno” di doveri o pratiche che incombono a tutti, indipendentemente dalla casta, classe o setta. Tali doveri sono sanciti nei Veda, da cui deriva l’Induismo, riuniti come Sanatana Dharma o Legge Perenne; un’Eterna Verità circa la realtà di tutte le anime, siano esse umane, o animali: tutte loro sono uguali e identiche, sebbene nascano in forme (yoni) diverse a causa dei loro karma passati nelle ultime nascite e incarnazioni.
Nonostante sia concettualizzato, ed esclusivamente riservato, almeno nelle sue formulazioni tradizionali, agli appartenenti di sesso maschile delle caste cosiddette ārya (ovvero ai primi tre varṇa: brāhmaṇa, kṣatriya, vaiśya), – essendo rigidamente esclusi da tale percorso sia śūdra (e a maggior ragione i “fuori casta”) sia le donne, a qualsiasi casta esse appartengano -, e relegato agli ultimi anni («Dopo aver trascorso il terzo quarto della propria vita nella selva [Vanaprastha], durante il quarto egli abbandonerà gli attaccamenti e diverrà un asceta errante» Manusmṛti VI,33), in seguito, anche i giovani brahmachari hanno avuto la possibilità di saltare le due fasi intermedie di capofamiglia (Gṛhastha) e “pensionamento” (Vanaprastha), rinunciando sin da subito alle attività mondane e materialistiche, per dedicare la propria vita all’elevazione spirituale, siano essi uomini che donne.
Nell’induismo, l’individuo in Saṃnyāsa è noto come sannyasi, o sannyasin, se maschio, e sannyasini, se femmina, cosicché condivide somiglianze sia con le tradizioni del monachesimo giainista (Sadhu e Sadhvi), che con quelle del buddismo (bhikkhu e bhikkhunis).
Saṃnyāsa è, pertanto, una forma di ascetismo, caratterizzata dalla rinuncia a desideri e pregiudizi, nonché da disinteresse e distacco dalla sfera materiale, con lo scopo di trascorrere l’intera propria realtà in un ambito del tutto spirituale e sostanzialmente pacifico e non violento (Ahiṃsā). Ciononostante, in seguito alle invasioni e all’istituzione del dominio musulmano nel subcontinente indiano, dal XII secolo fino al Raj britannico, parte degli asceti Shaiva (Gossain) e Vaishnava (Bairagi) si trasformarono in ordine militare, entro il quale svilupparono arti marziali, o strategie militari, e s’impegnarono in una guerriglia resistenziale.
I doveri svolti in base alla propria natura materiale (condizionante), specifici dell’individuo in quel particolare momento, costituiscono Varnashrama-dharma (o Svadharma), che indica il proprio “dovere” in base alla propria casta o varna, e fase della vita, e pertanto svincolato da un’eventuale conflittualità con Sanatana-dharma. L’esempio, in Bhagavad Gita, del guerriero che, per “dovere”, ferisce gli altri combattenti.
Il Tibetano
Le successive istruzioni, ricevute da Assagioli, nel giugno dell’anno successivo (1934), furono semplicemente un invito, quasi capriccioso: “Vorrei che scrivessi un articolo – affermava DK – dedicato al potere della Volontà”; e questo fu il primo passo verso l’elaborazione dello studio durato per tutta la restante esistenza terrena, fino alla pubblicazione in inglese di “The Act of Will” (Viking Press, New York 1973), un anno prima della morte dell’autore.
Per la prima volta, il nome di Djwal Khul apparve nell’opera di Madame Blavatsky, una co-fondatrice della Società Teosofica e autrice di “The Secret Doctrine“, pubblicata nel 1888, che, secondo lei, fu scritta principalmente da Koot Hoomi e Morya.
Di Koot Hoomi (scritto anche Kuthumi) si dice che sia uno dei Mahatma ispiratori della fondazione della Società Teosofica nel 1875, e che abbia avuto una corrispondenza con due teosofi inglesi che vivevano in India, Alfred Percy Sinnett e Allan Octavian Hume, corrispondenza in seguito pubblicata nel libro The Mahatma Letters (A. Trevor Barker 1923). Mentre Maestro Morya sarebbe un membro della cosiddetta «Fratellanza Bianca» di Shamballa, operante in maniera occulta, prevalentemente in India, per lo più su un piano eterico.
“…Dal Centro ove il volere di Dio è conosciuto, il proposito guidi i piccoli voleri degli uomini, il proposito che i Maestri conoscono e servono…”
Nell’agosto 1934, Bailey scrive, in prima persona, in vece di DK: [Io sono] “un discepolo tibetano d’un certo grado, e questo vi dice poco, perché tutti sono discepoli, dall’aspirante più umile fino a e oltre il Cristo stesso. Vivo in un corpo fisico come altri uomini ai confini del Tibet e a volte (dal punto di vista esoterico) presiedo un grande gruppo di Lama tibetani, quando i miei altri doveri lo permettono“. In alcuni altri scritti, il suo nome viene omesso o ci si riferiva a lui con l’appellativo “Il Tibetano” o con l’abbreviazione “Maestro D. K.“.
Allorquando, nel 1919, dopo che la Blavatsky era già morta da poco meno di trent’anni, Alice Bailey interruppe, per vari motivi, i suoi legami con la Società Teosofica, incominciò a pubblicare libri che descrisse come dettati telepaticamente da Djwhal Khul, che lei, chiamandolo “Il Tibetano”, diceva il vero principale autore de “La Dottrina Segreta” di Blavatsky. Dopo un’iniziale resistenza, alla fine fu convinta dalla qualità di ciò che aveva riportato sulla carta sotto “dettatura”, a continuare in quest’opera di trasmissione della sempre medesima fonte per ben 30 anni, dal 1919 al 1949.
L’Alba d’una Nuova Era
L’intenzione di Djwal Khul sarebbe stata la rivelazione di insegnamenti esoterici preziosi per la formazione continua degli aspiranti spirituali d’una “nuova era” che sarebbe sorta tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo (L’Età dell’Acquario). Credeva, la Bailey, che il lavoro fosse svolto per conto della “Gerarchia spirituale” degli esseri avanzati, il cui unico interesse era guidare l’umanità verso l’instaurazione di buona volontà e giuste relazioni umane; i primi passi vitali che avrebbero aiutato a preparare la strada per la “Ricomparsa del Cristo” (per un’apocalittica fine dei giorni, o la venuta del Maitreya?).
I 24 libri di Alice Bailey, elaborati con l’aiuto di DK, dovevano però essere i “secondi” d’una serie di tre rivelazioni, dopo “La Dottrina Segreta” di Blavatsky, che avrebbero presentato gli insegnamenti preparatori utili a inaugurare l’Età dell’Acquario, segno zodiacale successivo, nel ciclo delle ere astrologiche, a quello dei Pesci. Manca, dunque “la terza” rivelazione preannunciata!
Nei dettati trascritti da Bailey, Djwal Khul fa riferimento al fatto che è stato segnalato come abate d’un monastero tibetano e precettore spirituale d’un vasto gruppo di lama; aggiunse che viveva vicino ai confini del Tibet, ma nell’India settentrionale.
A parte queste pochissime battute, che non tolgono né aggiungono nulla di particolarmente rilevante, questi libri non includono altri dettagli personali su Djwal Khul, concentrati come sono esclusivamente sugli insegnamenti esoterici. Il dettaglio che Djwhal Khul si consideri un discepolo d’un certo grado nell’ashram (ritiro) spirituale, e non fisico, del Maestro Koot Hoomi, considerato dai teosofi un altro membro della stessa “Gerarchia ” di esseri “avanzati”, o “ascesi”, risulta pertanto quasi del tutto ininfluente. E il resoconto di C. W. Leadbeater circa un fenomeno di teletrasporto di Djwal Khul all’interno d’una stanza in cui, assieme a lui, v’era seduta pure Madame Blavatsky, sembra avere un insipido sapore aneddotico, e inconsistente.
Su “Initiates of Theosophical Masters” (State University of New York Press, Albany 1995: Page 49), Paul K. Johnson sostiene che il Djwal Khul di A. A. B., come i “Maestri” di H. P. B. che avevano prodotto le famose “Lettere”, erano in realtà idealizzazioni di loro personali mentori e in particolare D. K. era un membro d’un movimento di riforma Sikh e d’un’organizzazione per l’indipendenza indiana (Singh Sabha), identificabile con Sardar Dyal Singh Majithia.
Dei tentativi di dimostrare l’esistenza dei Maestri, ben pochi furono presi sul serio dagli intellettuali e dai giornali predominanti dell’epoca. Anzi, proprio al centro d’un tal tumulto figuravano i due libri di A.P. Sinnett (The Mahatma Letters) e di C.W. Leadbeater (The Masters and the Path, 1925), entrambi stretti collaboratori della H. P. B.
La (ir-)realtà del gruppo di “Adepti”, più direttamente interessati all’evoluzione umana, sembrava vacillare persino di fronte all’identificazione con nomi esotici come Serapis, Hilarion, Rakoczy, Kwan Yin, Morya, Kuthumi, Djwahl Kuhl, Buddha, Krishna, Maria, e lo stesso Gesù della consolidata fede cristiana (ma con “Cristo” s’intende, forse, l’Energia Cristica). Questo gruppo interno operava nel mondo esterno attraverso Ashram di discepoli strettamente strutturati, che a loro volta addestravano e supervisionavano le attività di uomini e donne “di buona volontà” ovunque, di ogni razza e background etnico, a tutt’oggi conosciuti solo come “Il Nuovo Gruppo di Servitori del Mondo”.
Dal “centro” invisibile del mondo
Per molti anni, prima della sua morte nel 1891, la Blavatsky si lamentò che la rivelazione dell’esistenza dei “Maestri della Saggezza”, quale oscura “cricca” di umanità dotata di poteri soprannaturali, e che si diceva evoluta oltre la condizione umana, fosse in realtà il suo più grande fallimento. La sola idea che tali esseri esistessero, per non parlare del fatto che fossero in contatto con un gruppo selezionato di membri avanzati della razza umana mortale, guidandoli e indirizzandoli per creare condizioni di benessere per tutta l’umanità, aveva suscitato fin troppo scalpore già alla fine del XIX secolo.
Solo il “gruppo interno” era a conoscenza della fonte di queste “guide” ed era vincolato da un giuramento di segretezza. Per quanto ridicolo potesse apparire agli intellettuali e agli accademici dell’epoca, tale idea mise radici solide tra molti veri credenti che idealizzarono i Maestri e intrapresero persino lunghi e costosi viaggi sulle montagne del Tibet, o di Bolivia e Perù, alla vana ricerca dei membri della “Grande Fratellanza Bianca“. E fino alla sua morte, Blavatsky, di tutto ciò fu sconvolta per la controversia e il fascino che avevano circondato le leggende a cui lei stessa aveva creduto (e/o contemporaneamente dato vita?).
In “Roberto Assagioli, Psychosynthesis, and the Esoteric Roots of Transpersonal Psychology”, Al Mankof si chiede quanti anni sarebbero dovuti passare prima che emergessero nuove e, soprattutto, convincenti prove dell’esistenza di questi Maestri invisibili, rispondendosi retoricamente che tali prove, al giorno d’oggi, non provengono da voci d’un misterioso complesso che si dice esista nella regione himalayana, citato nel Kālacakratantra, nel Mahābhārata e in alcuni Purāṇa, come “Shamballa“, e collegato all’ultimo avatāra di Visnù, Kalki, giunto a porre fine a quest’era oscura, detta del kali-yuga; né da quelle del leggendario regno, supposto dalla teoria della Terra cava nel cuore del deserto del Gobi, di quella favolosa Agarthi cioè, tanto fascinosa per il René Guénon de “Le Roi du monde” (1927), che riprendeva Ossendowski (Beasts, men and gods, 1922), Saint-Yves d’Alveydre (“Mission de l’Inde en Europe“, 1881), ed Emerson (The Smoky God, or A Voyage Journey to the Inner Earth, 1908); e neppure dalle teorie cospirazioniste della corrispondenza Gaston de Mengel/ Karl Maria Wiligut o da apparenti o reali epifanie tra i mortali dei “superuomini” di H. P. B., ma piuttosto da quelle personalità credibili che gli invece incredibili Maestri seppero radunare nei loro Āśrama (luoghi di meditazione) immateriali e dalle “opere” (τῶν καρπῶν di Matteo 7: 20) che questi uomini e donne di buona volontà hanno lasciato a un mondo travagliato e minacciato, e tuttavia tuttora scettico.
Verso una ridefinizione della democrazia
Ciononostante, l’analisi relativa a una serie di temi politici, economici e sociali del Maestro Djwal Khul, sembra anticipare quelle che saranno le riflessioni dei più importanti esponenti della filosofia della condivisione, come quella riguardante il problema del capitale e del lavoro, a partire dai primi anni del XXI secolo [The Problems of Humanity, 1944]. Il denaro, l’accumulo di attività finanziarie e il possesso e lo sfruttamento “organizzato” delle risorse della Terra rappresentano la grande sfida da affrontare nell’immediato futuro.
Il pittore scozzese Benjamin Creme, esponente d’uno dei cinque “Centri esoterici maggiori” (Share International), riconobbe nell’economista britannico Raj Patel, studioso della crisi alimentare mondiale (Stuffed and Starved: The Hidden Battle for the World Food System, 2008), e tra i più autorevole rappresentanti della filosofia della condivisione (The Value of Nothing: How to Reshape Market Society and Redefine Democracy, 2010), quell’«Istruttore del Mondo», di cui avrebbe parlato il Maestro di Saggezza Djwhal Khul in opere come “The Externalization Of The Hierarchy” (1957) o “The Reappearance of the Christ” (1948), dettate ad Alice A. Bailey nel secolo scorso.
«The [human] race faces a new crisis of opportunity wherein new values can be seen as important, wherein the establishing of right human relations will be deemed desirable, not only from the idealistic point of view but also from the purely selfish angle. Some day the principles of cooperation and of sharing will be substituted for those of possessive greed and competition. This is the inevitable next step ahead for humanity – one for which the entire evolutionary process has prepared mankind. (La razza [umana] affronta una nuova crisi di opportunità in cui nuovi valori possono essere visti come importanti, in cui l’instaurazione di giuste relazioni umane sarà ritenuta desiderabile, non solo dal punto di vista idealistico ma anche da quello puramente egoistico. Un giorno i principi di cooperazione e condivisione sostituiranno quelli di avidità possessiva e competizione. Questo è l’inevitabile prossimo passo per l’umanità, uno per il quale l’intero processo evolutivo ha preparato la specie) – Alice A. Bailey: Problems of Humanity, 1947.
The Perennial Philosophy
Ora, quando alcuni dicono che la Terra, il nostro pianeta, sta morendo, quando il genocidio sradica intere nazioni e nuovi e bizzarri eventi “apocalittici” cominciano a diventare notizie quotidiane, quali prove abbiamo, aggiunge Al Mankof, che, Blavatsky davvero fosse quella tanto controversa ciarlatana di cui abbiamo sentito, forse, solo dicerie e pettegolezzi, e non, piuttosto, un’inascoltata Cassandra, visionaria quanto si vuole, eppure non riconosciuta e non celebrata, discepola di quei Maestri, invece, a tutti gli effetti, venerabili?
La risposta fornitaci da Matteo 7: 20, citato da Al Mankof, è d’una lapidarietà botanica, quanto autoreferenziale: «ἄραγε ἀπὸ τῶν καρπῶν αὐτῶν ἐπιγνώσεσθε αὐτούς», li riconoscerete dai loro frutti.
Se dobbiamo, allora, valutare “dalle loro opere”, dobbiamo pure riconoscere che esiste un corpo di conoscenze occulte, tradizionalmente tramandate oralmente, in specie nei tempi più pericolosi e repressivi, oppure attraverso società segrete di Alchimisti, Templari, Rosacroce, Massoni, Illuminati e altri gruppi ancora meno accessibili che tutt’oggi persistono, sebbene non pubblici, ancora apertamente disponibili attraverso la lettura di libri o persino altre fonti più dirette.
È ciò che comunemente viene definita come “L’Antica Saggezza”, “La Saggezza Perenne”, “La Gnosi Eterna”, ovvero quella conoscenza che ha a che fare con l’evoluzione del miglioramento del mondo, attraverso la liberazione dell’umanità, al fine d’entrare consapevolmente in pratiche e discipline progettate appositamente per co-creare un “mondo nuovo”, in cooperazione con quelle Forze che trascendono l’uomo, ma esistono fin dall’inizio dei tempi. Di tutto ciò dimostra d’esserne stato a conoscenza Aldous Huxley, sia nel suo saggio “The Perennial Philosophy” (1944), che nel romanzo distopico “Brave New World” (1932).
I libri intitolati “Discipleship in the New Age” I and II (Lucis Publishing Company, 1944-1955), firmati congiuntamente da A. A. B. e D. K. costituiscono la raccolta delle istruzioni impartite dal Maestro tibetano, Djwahl Kuhl, a poco più d’una quarantina di discepoli (per la precisione 42), viventi nella contemporaneità, presentati in forma anonima per il tramite di fittizie identità codificate da tre sole lettere maiuscole, ciascuna delle quali indicante una qualità di cui il discepolo ha più bisogno per il suo ulteriore sviluppo.
Discipleship in the New Age
In “Discipleship in the New Age”, Alice A. Bailey diventa “DRS”, perché consigliata a coltivare le qualità di “Detachment, Rest and Skill in Action” (Distacco, Riposo e Abilità nell’Azione); il marito di Alice, Foster Bailey, massone e co-fondatore della Arcane School di New York, è indicato come “JWK-P”, ovvero “Joy, Wisdom and Knowledge of The Plan” (Gioia, Saggezza e Conoscenza del Piano); la mistica inglese Vera Dorothea Stanley Alder, autrice di popolari volumi di insegnamenti occulti, e fondatrice d’una World Guardian Fellowship, è “LDO”, che sta per “Light, Detachment and Organization” (Luce, Distacco e Organizzazione). L’esoterista Eugene Milne Cosgrove, fondatore ad Asheville, nella Carolina del Nord, del Nuovo Gruppo dei Servitori del Mondo, – deciso dai Maestri della Gerarchia Spirituale, nel corso del grande Conclave planetario (indetto ogni secolo) del 1925 -, quale pseudonimo aveva “ISG-L”, iniziali di “Illumination, Stability and Group Love” (Illuminazione, Stabilità e Amore di Gruppo).
Roberto Assagioli, ritenuto il padre della Psicologia dell’Anima (Psicosintesi), viene indicato “FCD”, ovvero “Freedom from Ties, Chelaship, and Detachment” (Libertà dai legami, Discepolato e Distacco). E quel “Chelaship” corrisponde alla fase educativa e di prova del chela (discepolo), il quale può stabilire se farla poi sfociare nella filiazione, da adepto, a una catena di trasmissione (Guru-parampara). Per un diffuso, comune fraintendimento, troppo spesso, i chela si limitano a restare in attesa di ordini, che possono non arrivare, sprecando così del tempo prezioso che dovrebbe essere impiegato per un maggiore impegno personale. Con Foster (JWK-P) e Alice A. Bailey (DRS), FCD rientrava nel gruppo “Telepatico”, Cosgrove (ISG-L) in quello della “Guarigione”, Stanley Alder (LDO) in quello dell’Educazione.
Negli anni ’60, Assagioli radunò quanti potevano essere definiti suoi “discepoli” e collaboratori, chiamando questo gruppo “il comitato”. Iniziarono a redigere una serie di opuscoli che definivano Leggi e Principi e appropriate tecniche meditative. Questi furono a loro volta raffinati e arricchiti dallo stesso Assagioli. Gli opuscoli furono pubblicati per conto del Gruppo di Meditazione per la Nuova Era.
Negli Stati Uniti, questo lavoro s’è evoluto in uno studio su base triennale, noto appunto come The Meditation Group for the New Age, e in uno decennale di continuazione su Leggi e Principi, noto come The Group for Creative Meditation.
Poiché la pratica della meditazione durante quei primi anni era ancora considerata un’aberrazione orientale e il lavoro pionieristico con i terapisti professionisti risultava altamente sensibile, se non proprio vulnerabile, si preferì non renderlo di dominio pubblico, visto che il benché minimo accenno a dei fondamenti spirituali rischiava d’attirare severe critiche, e valutazioni censorie, se non proprio divenire persino oggetto di scherno da parte degli accademici meno illuminati. Le analisi di disapprovazione si sarebbero potute tradurre in rimbrotti, denunce ed emarginazione che avrebbero compromesso , sminuito o dichiarato fallimentare tutto il lavoro svolto. Fu questo quadro a costituire la principale motivazione a mantenere compatta la costruzione di quel protettivo “Muro del Silenzio” (citato da John Firman e Ann Gila in Psychosynthesis: A Psychology of the Spirit, Suny Press, Albany 2002) che non faceva trapelare alcunché di esotico ed esoterico. E solo coloro che gli erano più vicini erano a conoscenza delle vere radici occulte della Psicosintesi e a loro volta impegnati a mantenere in merito il riserbo più assoluto.
Oggi, però, che viviamo in un’epoca più progressista e aperta alle più disparate innovazioni favorevolmente contaminanti, la vera natura del lavoro pionieristico di Assagioli potrebbe finalmente essere rivelata nella sua interezza.
L’arco magico Gāṇḍīva
Lo studioso australiano, autore di The Bhagavad Gita: The Song of the Exalted Self (1999), Owen Slight, afferma d’essere in debito nei confronti del teosofo Harold W. Percival e del suo Thinking and Destiny (1946), che, come il poema indiano, rivela rilevanti lezioni, istruttive e durature, riguardanti il sé superiore e la difficile situazione umana; lezioni di verità eterna, perdute da tempo quali sistemi completi di conoscenza. Percival attualizzava la difficile condizione di Arjuna, in cui tutti potremmo, o dovremmo, immedesimarci. E, grazie a una potente illuminazione spirituale, e insieme noetica, visse l’esperienza unica d’essere “cosciente della Coscienza”. Attratto da questa figura, Owen Slight s’interessò sia allo studio dell’antico sanscrito, e contemporaneamente agli sviluppi della futura New Age.
Se pochi oggi riconoscono le radici del suffragio femminile nel movimento spiritualista del XIX secolo, ancora meno sono quelli che accennano alla profondità del coinvolgimento di Assagioli con la tradizione esoterica e con l’incarico più misterioso che ricevette dal Maestro tibetano di “… costituire un gruppo mondiale per meditare simultaneamente e continuamente sulle Leggi e i Principi della Nuova Era: la Legge delle Rette Relazioni Umane e il Principio di Buona Volontà; la Legge dello Sforzo di Gruppo e il Principio di Unanimità; la Legge dell’Approccio Spirituale e il Principio della Divinità Essenziale”.
Peter Roche de Coppens, collaboratore della rivista “L’Età dell’Acquario” diretta dal teosofo Bernardino Del Boca, riferisce della sensazione ricevuta, dopo il primo incontro con Assagioli, quasi non fosse accaduto nella dimensione temporale, come d’aver introiettato parte di lui, sub specie aeternitatis, penetranti vibrazioni energetiche che forniscono l’impressione di lasciare interiormente qualcosa d’indelebile, quanto indefinibile.
“Si parva licet componere magnis“: Ancora non ero laureato quando un medico di Perugia, molto noto negli ambienti esoterici, Francesco Brunelli (Nebo, Élu Coën della filiazione Ambelain/ Aurifer), mi parlò delle doti spirituali d’uno psichiatra residente a Firenze, al quale mi sarei potuto rivolgere per meglio elaborare la mia tesi di laurea sullo studio neuropsicologico delle tecniche di meditazione, un approccio a cui gli ambienti accademici tradizionali non erano disposti a concedere troppa attenzione, come a tutto quanto era relativo all’introspezione e alle dimensioni inconsce della profondità o dell’altezza. Gli scrissi ricevendo, insieme con una copia della raccolta di massime operata dal figlio Ilario (Dal dolore alla pace), cortesi risposte che eludevano le mie domande, finché alle mie insistenze, sempre più incalzanti, mi diede da ingoiare un’indimenticabile pillola di saggezza: non trascurare l’importanza di ben riuscire a formulare il quesito per potervi leggere, prima o poi, una naturale soluzione spontanea. In “quel” certo senso, anche a me Śiva avrebbe donato il suo arco.
