Reverendo Frank Reverendo Frank Corvo rosso Corvo rosso
Giovani in biblioteca
Mediterranea

SAN GIORGIO IN LEVANTE. IL CULTO DEL SANTO CAVALIERE

La versione levantina del “Cavaliere misterioso”. Il culto di San Giorgio nelle regioni del Caucaso.

Mikhail Yuryevich Lermontov (1814-1841), probabilmente alla pari di Puškin, forse, la più grande figura del romanticismo russo, che, fondando la tradizione del romanzo psicologico, ha influenzato un po’ tutta la letteratura successiva, venne spesso additato come “il poeta del Caucaso“, perché affascinato dalla cultura levantina allora molto di moda.

Ho imparato molto dagli orientali e sono ansioso d’approfondire lo spessore d’una mentalità orientale, che rimane un mistero non solo per noi, ma per uno stesso orientale. L’Oriente è un pozzo senza fondo di rivelazioni“, avrebbe riferito ad Andrej Kraevskij, editore del supplemento letterario del Russky Invalid.

Eroe del nostro tempo

Quando, dopo aver pubblicato “Eroe del nostro tempo” (Geróy náshego vrémeni, scritto nel 1839), ottenne un clamoroso successo, stando al suo biografo Alexander Skabichevsky, Lermontov avrebbe cominciato a pensare con maggiore serietà a quella sua missione poetica, programmando quindi un pensionamento anticipato dalla carriera militare, condizione che gli avrebbe permesso così d’intraprenderne a tempo pieno una letteraria a lui maggiormente consona; si mise allora a predisporre progetti per una rivista culturale che non avrebbe affatto seguito le tendenze occidentali, a differenza di Otechestvennye Zapiski (Annali patriottici), fondati da Pavel Svinyin nel 1818 e successivamente ripresi dallo stesso Krayevsky, rivolti a lettori appartenenti a un’area orbitante intorno alla liberale intyelligyentsiya (интеллигенция) contemporanea.

Quasi per burla, Lermontov andò pure a consultare la stessa veggente gitana che aveva predetto a Puškin la morte “da mano d’un uomo bianco“, chiedendole espressamente se mai sarebbe arrivato il momento in cui gli sarebbe stato permesso di ritirarsi a vita privata. La risposta sibillina della zingara fu in parte affermativa, nel senso: “Otterrai la tua pensione, ma di tale tipo da non aver voglia di richiederne altra“. Cosicché, per giustificare i bagordi, una settimana prima della sua morte, all’amico Merinsky confidò: “Sento d’essere rimasto con pochissimo della mia vita“. Perciò, approfittando sia del successo riscosso con Eroe del nostro tempo, come pure della notorietà di poeta secondo solo a Puškin, sia della fama da bel tenebroso ribelle, una volta nella cittadina termale di Pyatigorsk, ai piedi del monte Beshtau, a nord della catena montuosa del Caucaso, Lermontov cercò di divertirsi come meglio poteva, spesso esagerando; e quando volle prendere in giro il commilitone Nikolai  Martynov, in abiti da nativo circasso, alla stregua del personaggio di Grushnitsky, superò ogni remora formale, tanto da indurre l’offeso a sfidarlo a duello. Da parte sua, Lermontov non esitò ad affrontare la sorte, dichiarando, a bella posta, in anticipo, l’intenzione di non concentrarsi minimamente a prendere la mira (forse, proprio per favorire la realizzazione d’un finale analogo a quello del suo celebre romanzo). Martynov, comunque, il 27 luglio 1841, ai piedi del monte Mashuk, non gli ricambiò la cortesia, sparò per primo e non fallì il bersaglio.

Una favola turca?

Dalla fascinazione levantina sarebbe derivata una breve novella, scritta da Mikhail Y. Lermontov nel 1837, Ashik Kerib  (Ашик-Кериб), che David Powelstock descrive come “quella che sembra essere una trascrizione, in prosa, d’una favola turca“, mentre, per Hugh Aplin, presumibilmente un “arrangiamento non supervisionato d’un racconto popolare ben noto in versioni leggermente diverse in tutta l’area del Caucaso“.

Essendo stato, in effetti, prodotto in un’epoca in cui l’Impero russo si trovava impegnato nello sforzo, abbastanza prolungato, d’acquisire le terre a sud di quelle montagne, “Ashik Kerib“, oltre a testimoniare l’interesse di Lermontov per i paesaggi e le tradizioni orientali, secondo Walter N. Vickery, Andreĭ Bitov, e Vladimir Golstein, è entrato ormai a pieno titolo a far parte del genere fiabesco ed esoterico dell’intera letteratura russa, pur provenendo da un’area geografica ben definita e tutto sommato anche piuttosto periferica.

Transcaucasia

Una delle regioni storico-geografiche al confine tra l’Europa orientale e l’Asia occidentale, nota in precedenza dai greci come Albania e dagli imperi persiani come Aran o Ardan (tra il IX e il XX sec., gli autori arabi si sono riferiti alla regione tra i Kura e gli Aras come ad Arran), ha assunto il nome moderno di Azerbaigian; delimitata a est dal Mar Caspio, a nord dal Daghestan, a nord-ovest dalla Georgia, dall’Iran a sud, e a sud-ovest da Armenia e Turchia, in seno a una maggioranza di azeri accoglie numerosi altri gruppi etnici (lezgini, armeni, talisci, avari, tatari, tati, gekad, ebrei, curdi e tsakuri georgiani), discendenti di antichi popoli, come sciti e alani, e i successivi turchi Oghuz, oltre a includere tribù caucasiche indigene, definite “albanesi”, e ritenute tra le prime del mondo abitato, nella porzione settentrionale dell’Aras (attuale Azerbaigian). Sopraggiunsero, poi, durante il IV secolo a. C., gli Sciti iraniani, mentre il Caucaso meridionale, intorno al 550 a. C., veniva conquistato dall’Impero achemenide persiano, nel 330 a.C., soccombente all’arrivo di Alessandro Magno. Alla caduta della dinastia seleucide, in Persia, nel 247 a.C., subentrarono i Parti, lasciando, nel I secolo a.C., indipendenti gli albanesi caucasici, fino a quando, nel 252 d.C., il regno sasanide non ne fece una sua provincia.

Il culto prevalente tra i Medi, nelle terre che circondavano gli Aras, era lo zoroastrismo; ad adottare il cristianesimo come religione di stato fu il re arsaccaide Urnayr, nel IV sec., e l’Albania caucasica rimase uno stato cristiano per quattrocento anni, sino alla massiccia islamizzazione iniziata nel 642.

L’Albania caucasica fu però ridotta a stato vassallo solo dopo la resa del principe cristiano Javanshir, nel 667. Gli arabi di Bassora e Kufa s’impossessarono delle terre abbandonate dai popoli indigeni e divennero l’élite territoriale e, sino all’XI secolo, con l’eccezione di rare sacche di resistenza, a governare la maggior parte di Aran furono le dinastie curde Shaddadid e Rawadid.

A plasmare l’identità dei moderni turchi azeri avrebbe fornito un fondamentale contributo la dinastia selgiuchide, un ramo occidentale di quelle ondate di turchi Oghuz provenienti dall’Asia centrale, che s’impadronirono del Caucaso dopo aver rovesciato i Buyid di Baghdad nel 1055.

Nella regione medievale comprendente Aran e parti del Daghestan, oltre a Shirvan, al sovrano toccava proprio il titolo di Shīrwān Shāh, o Sharwān Shāh, forse il più longevo del mondo islamico. Eppure, l’ultimo di loro venne sopraffatto nel XVI sec. dall’Iran safavide, guidato da Ismail I, il quale arrivò a saccheggiare Baku nel 1501. Contemporaneamente, i condottieri Qizilbash avevano sconfitto la confederazione di Ak Koyunlu, occupando Tabriz.

I Turchi Qizilbash credevano fermamente nella natura mistica ed esoterica dei loro governanti e nella loro discendenza dalla casata di Alì e di sua moglie Fatima (figlia di Maometto), per il tramite del settimo Imam, Musa al-Kazim, dimostrandosi pertanto devotamente disposti a dare la vita per quella causa. Appartenevano a un ordine religioso sufi, formato intorno agli anni 1330 da Safi-ad-din Ardabili (1252-1334), da cui prendevano il nome di Safaviyeh, convertitosi poi, entro la fine del XV secolo, al dodicesimo ramo dell’Islam sciita.

Per millenni, dunque, la regione di Aran era rimasta sotto il dominio persiano, fino all’ultima dinastia regnante Qajar, sconfitta dall’Impero russo, a cui cedette, con il Trattato di Gulistan del 1813, anche Daghestan e Georgia. Quelli che, comunque, erano i khanati locali, come Baku (a est) e Ganja (a Ovest), o furono aboliti oppure vennero gioco forza accettati dal dominio zarista. La successiva guerra del 1826-1828, pur essendo incominciata con una sconfitta russa, terminò con la decisiva perdita degli iraniani. L’Impero zarista dettava i termini del Trattato di Turkmenchay del1828, in cui i Qajar avrebbero rinunciato ai loro rimanenti territori caucasici. Il popolo azero venne disordinatamente diviso tra Iran e Aran, divenuto definitivamente Azerbaigian solo nel 1918, per decisione del Partito Musavat, e in conformità con il suo storico nome persiano.

“La chiamata per la rivoluzione”

Quando, dopo l’estemporanea scrittura di Morte del Poeta, sottotitolato provocatoriamente “La chiamata per la rivoluzione“, venne per punizione esiliato nel Caucaso, dove aveva già soggiornato da bambino, Lermontov si trovò abbastanza a suo agio. Si rinnamorò subito delle severe e grintose virtù delle tribù di montagna che doveva affrontare all’interno d’uno scenario di rocce impervie. Attratto da quella natura montuosa, trasse nuova ispirazione per dipingere, e buttar giù alcune delle sue più splendide poesie; affascinato dal folklore locale, si mise a studiare le lingue locali, come il Kumyk, lingua-franca del Caucaso settentrionale, nord dell’Ossezia, Cecenia e Daghestan, oppure il Kartuli di Sakartvelo, come i Kartvelebi chiamano l’antica Iveria o Cartalia, che insieme con la mitica Colchide compone il loro territorio nazionale; mentre gli stranieri lo definiscono con il termine greco relativo all’agricoltura, γεωργία (gheorghía), affiancandola solo secondariamente al santo militare dell’ortodossia cristiana, a sua volta associato molto tardi alla croce rossa, al cavallo bianco, e a un drago verde (vĭrĭdis, da virere, essere vigoroso).

“San Giorgio e il drago” di Paolo Uccello

In un celebre dipinto di Paolo Uccello, il drago rappresenta la figura archetipa dell’ignoto, dell’arcano, dell’oscurità, dunque l’inconscio; e il cavaliere è un Santo militare, come Teodoro, o Demetrio, Vittore o Maurizio, Sergio e Bacco, Sargis e Mardiros, e soprattutto l’arcangelo Michele, ma ancor prima Ercole o Perseo, eroe eponimo dei persiani. La candida vergine e il fiero destriero sono simmetricamente disposti alle estremità dell’ingresso in una grotta, tana del mostro ricoperto di squame, ai piedi della montagna che simbolicamente contiene la “materia prima” del medesimo corpo umano. Le nubi minacciose incombenti sul prode cavaliere sono sovrastate da altre più chiare e luminose, ruotanti in un movimento circolare che ricorda l’Ouroboros (οὐροβόρος), divoratore della propria coda e unità assoluta dell’intero universo: “Εν το πάν”.

al-Khiḍr

Nell’immaginario che ci riguarda (Ashik Kerib), come spiega l’alchimista Jabir, in una sorta di sintassi metaforica in linea con la logica del sogno, forse “… a causa del suo colore … che conserva a lungo… malgrado l’alternanza di freddo e di calore”, il Khidr (in arabo: ﺍﻟﺨﻀﺮ‎, al-Khiḍr, Khezr in persiano), che già, nel romanzo di Alessandro, si disseta alla fonte dell’immortalità, e, nel Corano (XVIII sūrah, La Grotta, al-kahf, versi, āyāt: 60-82), soccorre Mūsā/Mosé al “Confluir dei Due Mari” (majmaʿ al-baḥrayn), è proprio per definizione “verdeggiante”, come Osiride; anche se quella convergenza di flutti ondosi farebbe supporre un viraggio di tonalità verso una nuance più cerulea, o turchese (turquoise, in relazione ai turchi).

Secondo Abdul Haq Vidhyarthi sarebbe da identificare con quel principe sasanide del VI secolo, di nome Xerxes, scomparso dopo aver trovato la fonte della vita eterna nelle regioni lacustri del Sistan, comprendenti le zone umide dell’odierno confine irano-afghano. Muhammad ibn Jarir al-Tabari riconduce il nome El-Khader al fatto che stando seduto su una pelliccia bianca, la faceva brillare di verde. Altri lo ritengono una possibile prosecuzione della figura di Utnapishtim, dall’Epopea mesopotamica di Gilgamesh, attraverso l’arabizzazione del suo soprannome, “Hasisatra“, oppure ne sostengono la derivazione dalla mitologia ugaritica, dall’abile dio cananeo dell’artigianato, Kothar-wa-Khasis, abbreviato in Chousor nel racconto greco delle origini siriane riportato da Filone di Byblos. Col tempo ha subito un processo di sincretismo con varie altre figure, tra cui l’ebraico Samael, Dūraoša e Sorūsh in Iran, Jhulelal nel Sindh e nel Punjab, Giovanni Battista e San Sarkis in Armenia, nonché San Giorgio, un po’ in tutte le regioni dell’Asia Minore e del Levante, come appunto in Georgia.

Il “Cavaliere” dalla pelle di leopardo, di tigre o di pantera…

L’evoluzione della lingua georgiana scritta ha contemplato ben tre diverse tipologie di alfabeto: il militare o mkhedruli, asomtavruli (con lettere maiuscole), e nuskhuri (con lettere minuscole). La lingua letteraria si venne costruendo, appropriandosi di funzioni e convenzioni dell’aramaico, che costituiva già una precedente e ben definita infrastruttura culturale, quale conseguenza, nella metà del IV secolo, della conversione al cristianesimo, dichiarato religione di Stato nel 337 d.C., proclamando la propria chiesa autocefala, e quindi autonoma dal patriarcato di Antiochia, già dal V secolo. Nel 1223, l’invasione dei Mongoli interruppe bruscamente la fioritura della dinastia dei Bagrationi, di cui i maggiori esponenti furono Davide IV e la figlia Tamar, in lode della quale Šota Rustaveli scrisse il poema epico nazionale Vephxist’ q’aosani, noto col titolo “Uomo dalla pelle di pantera”, nonostante un’ambientazione esotica favoleggi di terre lontane, dove s’insegue un misterioso personaggio, Tariel, innamorato della principessa indiana Nestan-Darejan, mentre chi lo rincorre, Avtandil, vuol sposare la figlia del re d’Arabia, Tinatin.

Tiflis/Tbilisi/T′pilisi

Qui di brave persone ce ne sono in abbondanza. A Tiflis, in particolare, la gente è molto onesta … L’aria di montagna agisce come balsamo per me, tutto il malumore è andato all’inferno, il cuore inizia a battere, il petto si solleva“, scrisse Lermontov a Svyatoslav Rayevsky. Alla fine dell’anno di quel breve primo esilio, aveva viaggiato lungo tutta la linea caucasica, dalla baia di Kizlyar (Daghestan) alla penisola di Taman (Krasnodar), e aveva visitato la Georgia centrale, senza trascurare i territori degli armeni; i quali, divisi tra l’Impero ottomano e la Persia safavide, erano riusciti a creare un’interessante tradizione trobadorica multietnica.

Ashough, aşıq, aşık, ashiq

In lingua armena, il trovatore veniva chiamato ashough (աշուղ), in azero aşıq, in turco aşık, in georgiano აშუღი; mentre, in arabo ashiq (عاشق) significa “innamorato”, nella forma nominativa d’un sostantivo derivato dall’arabo ishq (عشق, amore), correlata all’avestico iš-, “desiderare, cercare”.

Tradizionalmente si tratta d’un poeta, e bardo, che accompagna il suo dastan (storia epica o hikaye), oppure una composizione originale più breve, con un liuto a manico lungo (un saz), e sia nelle culture turche (Turchia e Azerbaigian), che in quelle, non turche, del Caucaso meridionale, quindi, dell’Armenia e della Georgia.

L’Epopea di Köroğlu

Tra le storie epiche turche una delle più diffuse è L’Epopea di Köroğlu, condivisa non solo da quasi tutte le popolazioni turche, ma anche da alcune comunità vicine non turche, come appunto armeni, georgiani, curdi, tagiki e afgani. Sembra tuttavia che l’hikaye abbia avuto origine proprio nella regione del Caucaso meridionale, e molto probabilmente in Azerbaigian. Nella versione azera, quest’epopea combina l’occasionale romanticismo con la cavalleria di un Robin Hood gentiluomo. Köroğlu, lui stesso un ashik, punteggia in terza persona la narrazione delle sue avventure interrompendone i versi con la reiterazione: “quest’è Köroğlu”. Essendo molto popolare, tale dastan s’è rapidamente diffuso dall’Anatolia ai paesi dell’Asia centrale, cambiando relativamente il suo contenuto e assumendo in qualche modo differenti caratterizzazioni.

Il medesimo fondatore dell’impero safavide, Shah Ismail, che pur produceva liriche in lingua azera con lo pseudonimo di Khaṭāʾī (in persiano: “l’illecito”), divenne il protagonista d’un grande hikaye, capace di trasformare radicalmente l’impianto d’un’apparente base storica, ribaltando la temutissima figura d’uno spietato despota, durante la sua vita reale di dominatore d’un territorio vastissimo, che andava dalla Siria al Pakistan e dal Kuwait all’Uzbekistan, in quella poetica d’un maestro nell’hikaye, con in mano il saz dal collo lungo in sostituzione d’una più coerente e adusa scimitarra insanguinata.

L’ashough, aşıq, aşık, ashiq era solito andare da un villaggio a un altro, o di città in città, per declamare pubblicamente le proprie canzoni o la letteratura nazionale. Spesso parlava dei propri sentimenti in relazione alle donne amate, esprimendosi nei termini della lingua popolare, sempre ricettiva a influenze straniere. E i più apprezzati, come per esempio l’armeno Sayat-Nova, erano soliti partecipare pure alle gare organizzate nelle varie corti dei meliks (o meliq, in armeno: Մելիք, principati), dei khans musulmani, o dei re georgiani.

Ashik-Kerib

Molto tempo fa, nella città di Tiflis, viveva un ricco turco; Allah gli concesse molto oro, ma più prezioso dell’oro era per lui l’unica figlia Magul-Megeri; le stelle in cielo sono bellissime, ma gli angeli che vivono dietro le stelle, sono ancora meglio, quindi Magul-Megeri era migliore di tutte le ragazze di Tiflis. C’era anche il povero Ashik-Kerib a Tiflis; il profeta non gli diede altro che un sentimento elevato e il dono delle canzoni; suonando il Saaz (la balalaika turca) e glorificando gli antichi cavalieri del Turkestan, presenziava alle cerimonie di nozze per divertire i ricchi e renderli felici; a uno di questi matrimoni scorse Magul-Megeri, e se ne innamorò. Ma il povero Ashik-Kerib aveva poche speranze di conquistarla e divenne triste come il cielo invernale…”.

Il patto stipulato

Quella trascritta da Lermontov è solo una delle tante versioni che circolano nell’area medio-orientale e che narrano di Kerib, un ashik (menestrello) povero ma di buon cuore, di Tiflis, innamorato di Magul-Megeri, la bellissima figlia d’una persona molto ricca. Il sentimento è reciproco, il padre di Magul-Megeri preferirebbe però un pretendente più presentabile, Kurshudbek, scortese ma di rango ben più elevato, il quale le ha messo da tempo gli occhi addosso. Kerib riesce comunque a stipulare un accordo con il padre di lei: per sette anni farà il giro del mondo in modo da guadagnare abbastanza da diventare degno della mano di Magul-Megeri.

La fermezza di Magul-Megeri

Kurshudbek incontra l’Ashik sulla principale via d’uscita dalla città e viaggiano insieme per un breve tratto, fino a raggiungere un fiume non servito da un agile ponte, così Kurshudbek propone a Kerib di spogliarsi e attraversarlo a nuoto, lui per primo. Ma non appena l’Ashik s’immerge, Kurshudbek gli ruba i vestiti e se ne ritorna a Tiflis, per riferire alla madre di Kerib che suo figlio è annegato, mostrando come prova gli indumenti bagnati. Magul-Megeri invece la consola, dicendole di non credere al raggiro di Kurshudbek, rifiutandosi categoricamente di sposarlo, se prima non saranno trascorsi i previsti sette anni.

7 anni a Khalaf

Ignaro del dramma che si svolge a Tiflis, l’Ashik vaga di villaggio in villaggio, cantando e suonando il suo liuto (saz), in cambio di cibo e riparo. Arrivato nella città di Khalaf, dove un ricco pascià, amante della musica, non si sente mai soddisfatto dai molti musicisti che aspirano alle sue laute ricompense, viene convinto a recarsi a corte per esibirsi. Cantando una canzone in lode della sua amata Magul-Megeri, riesce a toccare così profondamente il cuore del pascià annoiato da meritare d’essere subito assunto in pianta stabile.

Il tema dell’oblio

A casa del pascià di Khalaf, a Kerib viene finalmente concesso d’indossare i migliori vestiti, gustare il cibo più prelibato e vivere comodamente nell’agio, con tutto ciò che potrebbe desiderare, e inoltre pure arricchirsi; e ciò accade per sette anni, nell’oblio di quella promessa di ritornare a casa, fatta alla sua bella, la quale, nel frattempo, a Tiflis, si sta cominciando a preoccupare.

Uno specchietto per allodole?

Perché l’Ashik l’ha dimenticata? O peggio, è stato davvero ucciso Kerib, come aveva tentato di far credere a suo tempo Kurshudbek? Le viene, allora, in mente un’idea e va per questo a trovare un mercante della città in procinto di partire con la carovana di cammelli (kārwān). Lei gli dà un piatto d’oro di sua proprietà, uno di quelli che sa che l’Ashik è in grado di riconoscere, e invita il mercante a metterlo in mostra per verificare chi da esso sarà attratto: “… ovunque annuncia che colui che si riconoscerà padrone del mio piatto e saprà dimostrarlo, quello otterrà…”.

Raggiunta la città di Khalaf, secondo i piani prestabiliti, e mostrato il piatto in giro, dalla folla s’ode la voce di Kerib che reclama la proprietà dell’aurea stoviglia. Anche il mercante riconosce l’Ashik, e lo sollecita ad affrettarsi a tornare al più presto a Tiflis, perché i sette anni stanno quasi per scadere, e se non tornasse in tempo, la mano di Magul-Megeri sarebbe concessa a Kurshudbek.

Il misterioso sconosciuto

Con vergogna Kerib si stringe tra le mani il capo, ricordando all’improvviso tutto quanto, e sale immediatamente sul suo cavallo per imboccare la strada del ritorno. Gli restano soltanto tre giorni prima dello scadere del tempo concesso, e sembra un’impresa senza speranza. L’Ashik invoca il Cielo, rivolgendosi al potente Allah, finché non scorge in lontananza un cavaliere che gli chiede cosa desidera. Miseramente, Kerib risponde di voler morire. “Beh, mettiti a terra allora, se è quello che vuoi, e ti ucciderò“, ma l’Ashik esita a obbedirgli, perché non vuole farla finita davvero. L’uomo misterioso, dal candido destriero, lo invita pertanto a seguirlo, ma la cavalcatura di Kerib non è in grado di competere, perché troppo lenta, quindi lo sconosciuto gli permette di sedere sulla sua stessa sella dietro di lui, chiedendo dove deve dirigersi, e l’Ashik risponde come prima di tutto vorrebbe raggiungere la città di Arzrum. L’uomo gli ordina di chiudere gli occhi, e pochi secondi dopo, nel riaprirli lo lascia stupito di ritrovarsi proprio ad Arzrum. Ammette Kerib d’aver commesso un errore e di doversi recare invece a Kars. Ancora una volta chiude gli occhi e, quando li apre, è già a Kars. Terribilmente l’Ashik si vergogna di sé stesso, si prostra in ginocchio e implora il perdono del cavaliere misterioso per aver mentito due volte di seguito, confessandogli che, in realtà, deve andare a Tiflis. Irato, il cavaliere accetta di accontentarlo ugualmente.

Tornato a casa “dopo sette anni”, non riconosciuto dalla madre, chiede cosa sia quell’oggetto, il saz, rimasto appeso alla parete, e suonatolo, nonostante il tempo trascorso, lo trova ancora perfettamente accordato. Infine, con un grumo d’argilla grattato dallo zoccolo del cavallo fatato, che l’aveva ricondotto a Tiflis, rende la vista alla madre cieca “da sette anni”.

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Anche se il motivo onirico non compare esplicitamente nella deformazione favolistica seguita da Lermontov, sarebbero sufficienti quelle inspiegabili incongruenze delle dimenticanze e del persistere nell’indicare direzioni sbagliate, o ancora la guarigione miracolosa, l’implicazione numerologica, il viaggio magico, il simbolismo sessuale dell’aureo vassoio, nonché la vaga similitudine con il romanzo allitterativo del ciclo della Tavola Rotonda: Sir Gawain e il Cavaliere Verde, a fare di questa storia mediorientale un racconto squisitamente psicanalitico ed esoterico.

La “disponibilità” ad accontentare chi pensa di voler morire, nelle visioni di Zosimo, interpretate da C. G. Jung, viene messa in relazione al rituale smembramento alchemico della materia prima, o scomposizione dell’Uovo cosmico (Emblema VIII, Accipe ovum et igneo percute gladio, dello Scrutinnium chymicum di Michael Maier) nei quattro elementi della Natura.

In “San Giorgio in levante, il culto del santo cavaliere nella regione di Antiochia” (Città del Sole edizioni, Reggio C. 2020), Simone Cristoforetti analizza, accanto alla Tureckaja skazka (Турецкая сказка, fiaba turca) di Lermontov, altre cinque versioni raccolte da Fikret Türkmen nel suo “Aşık Garip Hikâyesi Üzerinde Mukayeseli Bir Araştırma” (Una ricerca comparativa sulla storia di Aşık Garip), mettendone in evidenza gli elementi di difformità rispetto all’oblio, al sonno e al sogno rivelatore, alle corde del saz, all’argilla taumaturgica, alle tappe del viaggio e alle bugie dell’Aşık.

Arzrum

Giust’appunto, per meglio comprendere le allusioni implicite a questa narrazione, occorre tener conto della geografia di quelle zone, come del diverso contributo culturale e linguistico fornito dalle varie etnie ivi presenti.

Per esempio, Arzrum, che oggi fa parte della Turchia orientale col nome di Erzurum (scritto pure Erzerum), nell’antichità classica nota come Arzen, poi ribattezzata Teodosiopoli dall’imperatore Teodosio I, appartenendo a lungo ai bizantini e agli armeni, il proprio nome lo deriva da Arz-e Rum (in persiano, letteralmente: “Il valore dei Romani”). A questa città Puškin dedicò l’opera letteraria dal titolo: “Un viaggio ad Arzrum durante la Campagna del 1829”, che però deluse le aspettative dei lettori suoi contemporanei, i quali vi ricercavano il medesimo “romanticismo orientalista” da poema epico del precedente “Prigioniero del Caucaso”.

Kars

Nell’odierna Turchia pure Kars (in lingua curda: Qers, azera: Qars), che era stata ottomana, georgiana e ancor prima bizantina, ma alla conquista persiana da parte di Nadir Shah, nel 1731, appartenne a un sangiaccato nel vilâyet (circoscrizione) di Erzurum. Sia Arzrum, sia Kars sono situate sulla medesima direttrice che da Tiflis si dirama a Khalaf. 

Khalaf/Aleppo

Nell’antichità, Aleppo fu conosciuta anche come Beroea o Berya, ma il nome arabo Ḥalab, deriva dall’accadico Ḫalap, per cui nelle fonti egiziane viene citata come hlp, in quelle ugaritiche e aramaiche come hlb. Nella lingua amorrita significa metallo (di ferro o rame, di cui quel territorio era importante fornitore), mentre in aramaico indica il colore bianco del marmo che abbonda in quell’area; in arabo, per esteso, Ḥalab Ibrāhīm, ricorda piuttosto l’episodio citato dal viaggiatore Ibn Baṭṭūṭa, in cui il patriarca Abramo munge una mucca bianca per distribuirne il latte ai poveri. Mentre, in riferimento al colore delle pietre calcaree, con cui sono costruiti buona parte degli edifici della cittadella, divenne “la grigia” (al-Shahbāʾ). 

Kalak (Калак)/ Tbilisi

In altre lingue della regione, alcuni dei nomi tradizionali di Tbilisi hanno radici completamente diverse dall’antico georgiano (lettere maiuscole Asomtavruli: ႲႴႨႪႨ, ṭpili, caldo, per via delle numerose sorgenti termali sulfuree). Interessante il nome osseto Калак (Kalak) derivante dalla parola georgiana (militare Mkhedruli: ქალაქი, kalaki) che significa semplicemente “città”. I nomi ceceni e ingusci ricorrono a una forma simile o perfino uguale alle loro denominazioni per l’intero paese della Georgia (Гуьржех, Gürƶex), così come lo storico nome cabardino (Курджы, Kwrdžə), mentre Abkhaz Қарҭ (Ķarţ) deriva dal mingreliano ქართი (Karti).

Sembra quasi non vi sia alcuna distinzione tra Kalak (Калак)/Tbilisi e Ķarţ/ Kars, o Khalaf/Aleppo, che assieme ad Arzrum, non sarebbero che tappe d’uno stesso cammino iniziatico lungo l’asse di direzione che da sud-ovest va verso nord-est, idealmente seguendo a ritroso l’inclinazione della lancia di San Giorgio, la cui punta metallica trafigge il drago per tramutarlo.

Ecco che una volta finì per addormentarsi sotto un pergolato, mentre se ne stava disteso in un orto; proprio allora passava di là Magul’-Megeri con le amiche…” e i due protagonisti s’incontrano.

Forse Ashik-Kerib non si sposta affatto dalla sua casa, e dalla sua Kalak, per vivere semplicemente un’avventura onirica d’innamoramento e di viaggio astrale, risvegliandosi infine in una nuova dimensione evanescente, o in una realtà alternativa.

 

Bellingeri G. Turco-Russica: contributi turchi e orientali alla letteratura russa, vol. Analecta Isisiana LXVIII, pp. 1-262, Isis, Istanbul 2003

Cristoforetti S. San Giorgio in levante, il culto del santo cavaliere nella regione di Antiochia, Città del Sole edizioni, Reggio C. 2020

Golstein V. Lermontov’s Narratives of Heroism, Northwestern University Press, Evanston 1998

Powelstock D. Becoming Mikhail Lermontov: The Ironies of Romantic Individualism in Nicholas I’s Russia. Northwestern University Press, Evanston 2011

Türkmen F. Aşık Garip Hikâyesi Üzerinde Mukayeseli Bir Araştırma, Baylan Matbassi, Ankara, 1974

 

Ricerca Avanzata

Cerca negli archivi per data, categoria e testo.

Torna in alto