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Università mediterranea

SEGUI IL TUO DEMONE

A Sofia, che i classici interroga.

Altri peccati, delitti e castighi, seguono i demoni, anche se “custodi”, almeno nell’opera dostoevskijana (Преступление и наказание, Prestuplénie i nakazànie, 1866, e Бесы, Besy, 1871) e, nel racconto di Edgar Allan Poe, “The Imp of the Perverse” (1845), incombono quali orripilanti perversioni: “Siamo sull’orlo d’un precipizio. Sbirciamo nell’abisso…” – poiché “… quidquid excessit modum/ pendet instabili loco” (Qualunque cosa superi i limiti assegnati, rimane sospesa in un luogo incerto), avvertiva il Chorus dell’Oedipus senecano (Scaena VII, v. 909-10).

Ma questi demoni dobbiamo immaginarceli come le “prostitute” evocate nel dialogo sull’etica e l’estetica Le Neveu de Rameau (Mes pensées, ce sont mes catins), La Satire seconde di Denis Diderot? Oppure, quali procacciatori d’una generica eudemonia (εὐδαιμονία, benessere, felicità, in cui confluiscono virtù e sapere), intesa come scopo fondamentale della vita, e del “genio” (δαίμων), il quale l’abbia fortunatamente ricevuta in sorte (e di nuovo δαίμων)?

Eudemonia

Nell’antichità, l’eudemonia, si sarebbe forse concretamente calcolata nel senso di “prosperità”, con un supplementare accostamento a “pratica saggezza” (φρόνησῐς), e a disposizione dell’animo (ἀρετή), e dunque non solo “dote morale”; visto che per un greco, areté riguarda “tutti” i tipi di qualità, anche qualora non vada considerata rilevante a tale specifico scopo etico – nonostante la medesima bellezza sia καλοκαγαθία, un ideale di perfezione fisica e onestà intellettuale. L’operatività della virtù comprende in sé, pertanto, pure il coraggio e la compassione, oltre che la sapienza. E, per alcuni, “tragici”, stoici più tardi, potrebbe farsi corrispondere persino alla categoria delle beatitudini: “μακάριοί ἐστε ὅταν…” (Matteo 5: 11).

Nel trasmettere un tale generale significato del termine esisterebbe, comunque, l’alternativa di rendere ἀρετή con “eccellenza”, o “facoltà desiderabile”; poiché, un certo tipo di soddisfazione “passiva”, orientata al piacere edonistico, rientra di sicuro tra le componenti d’una generale “felicità”. Ciononostante, il benessere eudemonico risulta pur sempre molto importante, soprattutto se Aristotele lo considera alla stregua del più nobile obiettivo della vita stessa. Una sorta di “benedizione” personale, ricevuta alla nascita insieme con quella specie di probabile incarnazione della più alta espressione possibile della propria natura. A questo “nucleo dorato”, nascosto dentro uno strato esteriore, da erodere man mano nel corso dell’esistenza, si sarebbe giunti mediante lo sforzo di realizzarlo attraverso la conoscenza e la “crescita personale”, che “attivamente” andrebbe a includere un riconoscimento di senso e il conseguente adempimento dello scopo primario, nonché magari pure un’eventuale continua assunzione di nuove sfide.

Una condizione, quanto meno, “positiva”, quindi, verso cui, in ogni caso, tendere, grazie alla protezione e la curatela d’una benevola divinità protettrice; la qualcosa sottintenderebbe la concezione d’una superiore assistenza e dell’essere baciati, in senso augurale ed eroico, più che erotico, da una Fortuna che ci si mostri intraprendente.

Aristotele, nella sua Etica Nicomachea (1095a 15-22), sentenzia che eudaimonia significa “far bene e vivere bene”, ma intende piuttosto quell’aspirazione al raggiungimento dell’eccellenza (ἀρετή), nell’esercizio più pieno dell’ideale funzione (ἔργον, lavoro) della ragionevolezza (λόγος).

Greco o latino?

Traducendo δαίμων con “coscienza” o, ancora meglio, “spirito guida”, si accentuerebbe quel senso di tutela e rassicurante compagnia utilitaristica. E di ciò si tratta, senza alcun dubbio, per Ivano Dionigi (Segui il tuo demone, Laterza, Bari 2020), che identifica i propri stimolanti istruttori giusto nei classici!

Greco o latino: “… that is the question”. Il dilemma amletico Marguerite Yourcenar (in Mémoires d’Hadrien suivi de Carnets de notes de Mémoires d’Hadrien, 1951) lo risolve nella confessione: “L’impero, l’ho governato in latino… ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto…”. Dunque, un lessico distinto per orizzontarsi e confrontarsi, per nominare e valutare, per attuare un’agile prassi e soffermarsi su delle valide teorie?

Comunicazione

In entrambi i casi, una “comunicazione”, che l’etimologia ricava dal latino: “communicare”, mettere in comune, derivato da “commune”, col valore di funzione compiuta con altri, da cum, insieme, e munis, svolgente ufficio, incarico: “munem significare certum est ‘officiosum’; unde e contrario im-munis dicitur qui nullo fungitur officio” (Festo: 127, 7); ma, in base alla duplice accezione di munus, sia ‘dovere’, sia ‘dono’, all’esenzione dall’impegno di im-munis, può corrispondere l’ingratitudine. Dall’aggettivo munis al sostantivo munus, si mantiene la sottintesa valenza di responsabilità, e con l’aggiunta di cum si perviene al significato più vasto di cooperazione a una discussione costruttiva: da nomina actionis ad actio communicandi, partecipatio, id quod communicatur, quindi oggetto stesso della trasmissione, risultato da condividere, notizia da diffondere.

Compito del saggio è, oggi più che mai, riuscire a ricondurre la comunicazione alla comunità, cercando di “strappare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla” (Walter B. S. Benjamin); indicando guide che confortino, in luogo dei profeti che convertono, che insegnino a imparare e a porre domande (ars interrogandi), invece di fornire in ogni circostanza presuntuose risposte prêt-à-porter; e a rivalutare innanzitutto la sinossi (σύνοψις, da σύν «con» e ὄψις «vista»), quello sguardo complessivo e compatto (la “coscienza dell’insieme” di Ulrich F. W. E. von Wilamowitz-Moellendorff) che nutre la pienezza della conoscenza, connettendo all’intero sapere i vari frammenti sparsi di parziali verità, e banali opinioni (δόξα).

Cos’è la “cultura”?

Communis, in ogni caso, proviene dal greco κοινός, che per la sua “umiltà” potrebbe essere bandito dal “sacro” recinto, in quanto “impuro”, ma anche communio scaturisce da κοινονία, comunità, che una definizione sociopolitica, in maniera sistemica e, in quanto fattore di coesione sociale (πολιτισμός), potrebbe accostare a una certa concezione della cultura, dal verbo latino colere, “coltivare”, il quale a partire dall’utilizzo agricolo è stato esteso a cultus e “culto”, e quindi a tutti quei comportamenti che impongono “cura verso gli dei”; un arcaico significato di “formazione dello spirito” che sembra ricomparire e ricomporsi nel XIX secolo. Mentre, in greco, più che altro equivarrebbe a παιδεία, educazione.

Cos’è la “tradizione”?

Ciò che i classici sostanzialmente ci comunicano e offrono, indistintamente a tutti noi in “dono”, anche dal punto di vista filologico, non è che l’eredità della tradizione (dal latino: tradere, da tra-, oltre, e dare, consegnare, trasmettere, dunque ancora “comunicare”), e con essa un’eventuale risposta alla nostra inesausta domanda di senso, e da una prospettiva ormai ben consolidata, la quale inoltre ci rende pure responsabili nei confronti dei posteri, per via di quella “Bewahrung des Feuers und nicht Anbetung der Asche” (salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri), a cui accennava Gustav Mahler. Perché la successione delle generazioni, richiedente παιδεία (insegnamento dell’educazione e trasmissione della tradizione), non è che una lampadodromia (λαμπαδοδρομία, da λαμπάς –άδος, fiaccola, e δρόμος, corsa), di cui tutti noi non siamo che nolenti lampadofori: “…et quasi cursores vitai lampada tradunt” (Lucrezio, De rerum natura: 2, 79).

Si parla la lingua di Omero e di Platone nell’accingersi a riflettere sulla vita (βίος), sulla morte (θάνατος), il mondo (κόσμος), l’anima (ψυχή), il mito (μύθος), la storia (ἱστορία), la sapienza (σοφία), la giustizia (δίκε), la scuola (σχολέ), la tecnica (τέχνε), la politica (πολιτική, quella -τέχνη-, cioè, che attiene alla πόλις), il rispetto e la modestia (αιδώς), il costume (ἠϑος).

E l’Ethos (ἠϑος)?

In un primo momento, ἠϑος era il luogo della convivenza, il posto in cui vivere, nido d’uccello, tana per l’animale, abitazione per l’uomo, poi ha cominciato a designare una natura sostenibile, un inizio, un’apparizione, un fenomeno, una disposizione, un temperamento, un’indole, un carattere (particolarmente tenue, leggero, e proprio della commedia, in contrapposizione al tragico pathos, πάθος), e in seguito abitudine, usanza, costume, norma di vita, convinzione e comportamento pratico dell’uomo e delle società umane, sino a coinvolgere gli istituti con cui storicamente queste consuetudini si manifestano, divenendo oggetto dell’etica (ἠϑικά).

Interpretando il poema omerico alla luce dei drammatici avvenimenti bellici dell’ultimo conflitto mondiale, in De l’Iliade (1943), l’esistenzialista francese (nata in Bulgaria, ma d’origini ucraine), esperta di euritmica, Rachel Bespaloff, commentava: “Quando la filosofia greca vorrà sostituire le sue risposte all’interrogativo di Omero e di Eschilo, l’ethos tragico si trasformerà in stoicismo. La morale metterà a tacere il lamento dell’eroe: piangere non sarà più decoroso”.

Rythmos (ῥυϑμός)

Al pratico ethos della moderazione, il filologo Werner W. Jaeger, in “Paideia – Die Formung des griechischen Menschen” (1934), azzarda l’accostamento dell’idea universale della modulazione d’un ritmo (ῥυϑμός, da ῥέω «scorrere»), insito, come nella legge metrica dei versi poetici, in ogni vicenda emotiva (θυμός), associata all’esperienza fisica del respiro e del battito cardiaco; mentre αρυθμός era il numero per Pitagora e, per Anassimandro, ἄπειρον, infinito,  era l’illimitato principio degli esseri: «…. da dove infatti traggono origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo.» (Simplicio, Commentario alla fisica di Aristotele, 24, 13). Citando Erodoto, Jaeger parla del “ciclo delle cose umane”, intendendolo, in senso bipolare, di alti e bassi, alla stregua dell’umore, pure della fortuna, quasi a mo’ d’un movimento incontrollabile e imposto dal fato. Su questa concezione il giambografo Archiloco, nell’abbandonarsi ai sentimenti suscitati dall’indomabile, fondava il monito contro ogni eccesso: “… gioisci delle gioie e dei mali, affliggiti/ non troppo, perché sai quale ritmo tiene gli uomini” (fr. 128 West).

Difficile, allora, l’interpretazione del criptico motto eracliteo “ἦθος ἀνθρώπῳ δαίμων”, citato da Stobeo, dove la qualità interiore, l’indole, un che di abituale (ἦθος) determinerebbero il destino dell’uomo (ἀνθρώπῳ δαίμων), in una formula bifronte e pertanto ambivalente.

“Man’s character is his Genius” traduceva il filologo serbo, naturalizzato statunitense, Miroslav Marcovich, optando per l’inquadramento illuminista d’un umanesimo anticipato di mille anni, ovvero per il rilievo d’un istinto potenzialmente esplosivo riconosciuto dopo il filosofo efesino da Sigmund Freud.

La versione «Per l’uomo l’intimo essere è la divinità» ricalca la Brhadaranyaka upanishad (I, 4, 10) nell’identità tra io individuale e Atman universale. A restare comunque immutata nell’interiorità è quella costante dell’ἦθος, nel bel mezzo dell’oscillazione, mutevolezza, limitatezza, e incertezza dell’uomo. Qualcosa permane ad acquistare significato, perfino nello scorrere del fiume (πάντα ῥεῖ), e l’equivalenza ricorre nella partecipazione al profilo del ciclo cosmico. Spalancando la vastità degli orizzonti celesti, come degli abissi marini, Eraclito ha ricollocato dentro il cuore degli uomini tutti quegli dèi che in Omero ne condizionavano le azioni dall’esterno. Un’operazione riproposta a distanza di millenni da Dostoevskji, Poe, Diderot, e poi Jung, Kerényi, Nietzsche, Heidegger, Eliade…

Populus Romanus Quirites

La lingua di Cicerone e di Seneca la riserviamo alla pragmatica amministrazione della res publica, e della civitas (cittadinanza), a negotium (impegno politico), otium (vita privata), pietas (devozione), e ai valori morali di fides (lealtà), prudentia (equilibrio), iustitia (equità), clementia (tolleranza), fortitudo (forza d’animo), virtus (coraggio da vero uomo, vir), dignitas (rispetto di se stessi), il cui corrispettivo greco era ἀξίωμα (da ἀξιόω, ritenere meritevole), anticipato requisito d’evidente adeguatezza.

Polibio faceva però risalire la costituzione mista dell’Urbe, risultato del connubio tra le tre forme di governo più importanti (monarchia, a Roma rappresentata dai consoli, democrazia, i comizi, e aristocrazia senatoria), sintetizzato nella formula Populus Romanus Quirites (da cui quell’S.P.Q.R.), al Tripolitikòs (Τριπολιτικός) che il peripatetico Dicearco di Messina aveva storicamente già ravvisato a Sparta, per come impostato dal legislatore Licurgo.

La concezione del tempo

In politica, per bene amministrare, bisogna cogliere il momento favorevole, a tempo debito, nel suo punto di caduta; provenendo dal greco τέμνειν, separo, tempus restituisce il significato della ripartizione in periodi ed epoche. La valenza atmosferica e climatica sarebbe più da attribuire infatti al sanscrito tàpas = tepore. Il senso qualitativo dell’incontro imperdibile, quanto imprevedibile con uno sfuggente attimo (da άτομος, α privativa e di nuovo τέμνω, divido), era un cairologico καιρός, misura mediana, in mezzo, nel frattempo.

Per il bizantino d’età giustinianea Giovanni Lido (De mensibus), gli altri termini per designare quest’unico concetto erano, per l’aspetto quantitativo, sequenziale e cronologico, nonché sua precipua immagine, χρόνος (Chronos), quel tempo rettilineo cioè che non può tornate indietro, perché dotato d’un inizio e una fine (quasi un hic et nunc, però, se da una parte è stato e dall’altra non è ancora); αἰών (Aion, eone, era), per Omero indicava la forza vitale, la cui perdita dunque era la morte, e pertanto equivaleva al valore vitalistico di durata dell’esistenza, mentre Platone ne dilatava l’estensione fino all’eternità; ἐνιαυτός (Eniautos, anno ciclico), tempo non rettilineo, circolare, che ritorna, a cui s’affianca ὥρα (ora), stagione, arco delimitato, senso del limite, del confine, della raggiunta maturazione, dunque momento propizio per fare qualcosa, per iniziare una guerra, seminare, mettersi in cammino.

La lezione di Seneca non si preoccuperà di risparmiare tempo, ma d’impadronirsene allo scopo di dominarlo, o assimilarlo: “… quidquid evenit, in suum colorem trahit” (De Providentia II, 1). E a far la differenza saranno il soggetto “…omnibus externis potentior” (II, 2) e il come: “… non quid sed quemadmodum feras interest”, II, 4). In quanto importa molto di più vivere bene, non a lungo (“…quam bene vivas refert, non quam diu…”, Epistulae morales ad Lucilium 101, 15), che in linguaggio odierno tradurremmo con qualità di vita piuttosto che prolungamento della sua durata. Irrinunciabile motivo dell’imperativo iniziale: “Vindica te tibi”, riprenditi ciò che è soltanto tuo, riappropriati di te stesso, difenditi!

La concezione dello spazio: il tempio

Le due visioni sono esemplificate dall’arte: l’ellenica nel Partenone, che celebra quelle medesime atemporalità e spazialità rappresentate nei dettagli della ϑεωρία (theorìa, in origine, «delegazione di teori», delegati) nei riquadri dello scudo omerico di Achille (Iliade 18, 478-608), contrapposta all’imperiale romana nella successione della Colonna traiana, la quale a sua volta riprende la narrazione degli eventi descritti sullo scudo virgiliano di Enea (Eneide 8, 626-9).

Del resto, il templum, equivalente a quella porzione celeste, proiettata sul terreno, dalla cui osservazione gli àuguri potevano trarre presagi, etimologicamente sempre dal greco τέμνω proveniva, da cui pure temenos, tipo il τέμενος (ἱερὸν), dell’acropoli.

Un muratore che sa di latino

Un secondo sguardo più attento alle espressioni umane, frutto del lavoro manuale o di riflessioni della mente ci fanno concludere che la tecnologia da sola non porta da nessuna parte. L’integralità delle conoscenze andrebbe sempre completata dall’estensione dei pensieri “lunghi” (interi, completati dalla trama della tradizione culturale) dell’esperienza e del sapere. E forse proprio questo intendeva uno dei pionieri dell’architettura moderna, l’austriaco Adolf Loos, nel definirsi «Un muratore che sa di latino».

Ancora più esplicito e urgente il richiamo dell’epistemologo Sir Karl R. Popper a tale unità originaria d’umanesimo e scienza, nel celebre saggio: Back to the Presocratics (1959). Se infatti i linguaggi sono molteplici, la “Cultura” (con la maiuscola) resta pur sempre una, come denunciava, in The two cultures and a second look (1963), Charles P. Snow.

Questa scansione “tranchant“, in contrasto con un’esotica immutabilità, sembra specifica peculiarità della civilizzazione occidentale; persino gli dei latini, e italici, non paiono provenire da una qualche fantasiosa mitologia che ne tramandi qualità intellettive, o funzioni antropomorfizzate, bensì coincidono con le pratiche dei ritmi stagionali, o delle ineludibili tappe esistenziali: Sarritor zappatura, Sator semina, Messor mietitura, Conditor immagazzinamento delle messi; l’etrusco Voltumna, romano Vertumnus, soprintendeva allo stesso mutamento (vertere), al parto era addetta Lucina, Nenia ai funerali.

Consecutio temporum

L’italica dinamicità del processo temporale fa sì che, dal punto di vista glottologico, mentre il greco appare un idioma nominale, il latino si strutturi decisamente intorno al verbo, subendo le vicissitudini dell’evoluzione dell’Urbe, – per quanto riguarda la politica, da consulatus (da co-solere, deliberare) a imperium (il potere conferito dapprima dai comizi curiati e dopo proconsulare maius et infinitum), in religione, dalla pax deorum del pontifex (=pontem facere) a ecclesia (ἐκκλησία, da ἐκκαλέω «chiamare»), infine da studium (da studere, «applicarsi attivamente») a scientia (da scire, “sapere”), – com’ebbe a riscontrare San Girolamo, nel suo Commento alla Lettera ai Galati: “Cum et ipsa Latinitas et regionibus cotidie mutetur et tempore” (il latino cambia continuamente a seconda dei luoghi e del momento storico).

È temporale la medesima struttura sintattica del codice linguistico, impostata sull’uso centripeto d’una stretta logica consecutio (da consĕqui «seguire»), correlazione utile a educare il pensiero e a disporre ordinatamente pure gli engrammi mnemonici; una sorta di legge normativa che impone di collocare in regolare sequenza il prima, l’adesso e il dopo, nonché il rinvio della proposizione subordinata alla sovraordinata anche nel modo, regolando la scelta del tempo del congiuntivo nella dipendente in base a quello della reggente.

Modus optativus e apoftegmatico aoristo

Assimilabile al congiuntivo, che ne continua le funzioni, con valore augurale e potenziale (potrebbe accadere), desiderativo (realizzabile), quindi di speranza, oppure di concessione, o ancora obliquo (nel discorso indiretto), il modus optativus (da optare) dell’εὐκτική (ἔγκλισις). Mentre, a fronte d’un presente o d’un imperfetto, a indicare l’attualità dell’azione verbale o per considerarne la durata, d’un perfetto e d’un piuccheperfetto, per ciò che riguarda il passato e la relatività del risultato di qualcosa ancora anteriore (trapassato), il greco aoristo richiama l’indeterminatezza concepita nella sua globalità e completezza; gnomico quindi nell’esprimere esperienza proverbiale o apoftegmatica, oppure, nel modo indicativo equivalente al perfetto “storico” latino (passato remoto italiano), con aumento sillabico di preverbio tonico (ἔ-), ovvero fusione e allungamento della radice iniziale (per esempio: ἦ- da ἄ-).

È un imperativo l’invito di Ivano Dionigi: Segui il tuo demone?

Nel contributo che alla sociologia della vita quotidiana (Soziologie Alltäglicher Lebensführung) avrebbe fornito la Teoria dell’azione e della struttura (Handlungs- und Strukturtheorie), alla fine della prima grande guerra, lo stesso sollecito lo rivolgeva ai giovani allievi Max Weber: «den Dämon finden, der seines Lebens Fäden hält» (… trovare il demone che tiene i fili della vita). «Noi ci metteremo al lavoro e adempiremo al ‘compito quotidiano’ – nella nostra qualità di uomini e nella nostra attività professionale. Ciò è semplice e facile, quando ognuno abbia trovato e segua il demone che tiene i fili della propria vita».

Sulle macerie d’una civiltà, che la pandemia ci sta costringendo a ripensare, quel suo discorso continua a dimostrarsi ancora rassicurante, tra tante difficoltà, quanto una bussola in una tempesta di smarrimenti.

 

Dionigi I. Segui il tuo demone, Laterza, Bari 2020

Ierace G. M. S. Le porte del mito – accesso alle polivalenze della polisemia – la Cura di Igino e l’Odio di

                          Odisseo, Il Minotauro, XLVII, 2, 123-35, dicembre 2020

Ierace G. M. S. Il senso e il suo contesto, su https://www.nienteansia.it

 

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