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SILA E GLI ALTRI BAMBINI

L’assuefazione è il nostro alibi nel tempo veloce in cui tutto è un “mastica e sputa”, da una parte ciò che addolcisce il palato, dall’altra l’amaro e l’indigeribile. Le notizie sui media sono divorate con vorace ferocia e poi espulse, resettate, annullate. La forbice che separa il povero dal ricco è sempre più ampia,  la polarizzazione che vede nell’altro il nemico la regola, così il conflitto da alimentare con parole d’odio o con macchine di fango. La paura e la rabbia guidano pensieri miserabili e scelte scellerate.

Eppure, durante le festività evocatrici di buoni sentimenti, immagini tragicamente iconiche, impongono di  fare i conti con questo deragliamento umano e di sentimenti per tornare sui binari delle domande forti.  Il primo frame, anche se del 2015,  non possiamo averlo dimenticato, è del piccolo Ajlan. Tre anni, il corpicino sembra dormire negli abiti  che anche i nostri piccoli indossano, pantaloncini blu, maglietta rossa e scarpette ancora ai piedini. Siriano di origini curde, morto per annegamento, caduto da un gommone. Un destino uguale a migliaia di altri coetanei nel Mediterraneo. Di pochi giorni fa un’altra istantanea non possiamo con facilità lasciarla cadere nell’oblio.

È scattata proprio nel giorno in cui un altro bambino, che ha conosciuto la condizione di migrante, di minacciato di morte, di povero, di nato al “freddo e al gelo”, perchè per la sua famiglia non c’era posto altrove, continua a nascere. La buona novella dice che è stata la paglia, il calore degli animali, oltre che dei genitori, a salvarlo dall’assideramento. Nel tempo, l’immaginario ha dimenticato, edulcorato l’immagine di un dio che ha scelto la carne per essere vicino all’uomo nella sua condizione più estrema di fragilità e povertà. La stalla diventa una grotta scintillante a cui ci siamo assuefatti, con tanto di stella cometa tutta d’oro, una favola da raccontare ai bambini e una frottola per noi stessi.

Nasce quel bambino in una stalla, il cui odore non è edificante per il nostro olfatto, la madre poco più che una quindicenne stremata da un viaggio faticoso, il padre non lo era in realtà, ma si era fatto carico di quella ragazza madre. Un uomo sull’orlo della disperazione perchè non riusciva ad assicurare alla madre e al figlio non suo, un luogo riparato. Quella famiglia così fuori dai canoni, ha superato quella notte gelida, forse i pastori, gente marginale e di certo non molto raccomandabile, spinti lì, si dice, da angeli, hanno portato conforto e calore, soprattutto non li hanno lasciati soli.  Così, Yosef non ha dovuto avvolgere il piccolo Yēshūa in un telo bianco e portarlo alla sepoltura. Suo figlio sarebbe perito giovane, di morte violenta, ma non in quella notte.

Eppure, Yosef non possiamo non rivederlo nel volto del padre di Sila, tre settimane, la bambina morta a Gaza nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Né le coperte, né i corpi dei genitori sono riusciti a salvarla dal  gelido vento che attraversava la tenda lacerata vicina al mare, presso Khan Younis. Non è la sola a morire di freddo, di fame, di bombe, sono a centinaia i bambini che muoiono nel genocidio di Gaza. Come altro potremmo chiamarlo?  Solo che la foto di Sila resterà nella memoria collettiva, non la digeriremo nel buco nero dell’indifferenza.

Quella notte è una notte che ha segnato, cambiandolo il corso della Storia per sempre e ci interpella. Che senso ha questa sovrapposizioni di immagini? Un bimbo ebreo che nasce in terra occupata tra gli stenti e la violenza dell’oppressore. Per chi crede, Dio incarnato che nasce per tutti. Nasce per i bimbi di Gaza, come per i siriani e per gli ebrei. Ed anche per i nostri bambini, che non hanno fatto niente per nascere dalla parte meno sfortunata della terra e non conoscono  bombe e massacri. A volte, sono vittime di altre guerre, quelle di padri e madri che non sanno proteggere le proprie creature dai veleni delle loro ostilità, non sanno stringerli a sé per scaldarli dal gelo del non amore. Così nasce l’analfabetismo dei sentimenti. Quando si fanno più grandi, non sappiamo difenderli dalle guerre scatenate sui social che annebbiano menti, annullano volontà,  creando automi con cui è difficile comunicare, a cui è arduo restituire sogni che distruggiamo.

A volte, quando è Natale è necessario uscire dall’assuefazione e farsi domande, cercare risposte. Accettare l’impotenza, persino, scoprirsi vigliacchi. Esserne consapevoli, può fare la differenza. Ma non la connivenza con il male. Si parte da quel poco a nostra disposizione, anche le mani nude. Un’immagine, una storia di oggi e di duemila anni fa che si sovrappongono, può cambiare lo sguardo, perché per quanto “voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”. Buone feste!

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