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UN’ESPERIENZA PREGIATA. MAURIZIO FERRARIS & IL CORONAVIRUS

Il prezzo! Francesco De Gregori (con la complicità di Checco Zalone) in un brano – per altri versi, del resto, certamente non memorabile – che si intitola  «Giusto o sbagliato»ha scritto: «Lo vedi tu come si fa?/Stai sulla scena senza vederla/Lo vedi tu, si fa così/ fai la tua vita senza saperla/ E dici, “Fammi un elenco”/Chi ha avuto ha avuto/Chi ha dato ha dato/ E il conto è lì sul tavolo/ Giusto o sbaliato». Il «conto» e, dunque, il «prezzo» del «coronavirus» – dice Maurizio Ferraris in questo breve ma efficace Post-Coronial Studies. Seicento sfumature di virus (Einaudi, Torino, 2021) – è stato che «L’esperienza che viene offerta, vale la pena osservarlo, è particolarmente pregiata: il concreto rischio della morte». Solo che, «Confusi e felici» (come Cantava Carmen Consoli nel 1997) – o meglio: «Reclusi e infelici» – gli abitanti di questo tanto martoriato Pianeta-Terra si sono messi a «scrivere». Cioè hanno «rappresentato» (sotto forma di «testo») la loro stessa «rappresentazione» di tutto quello che stava succedendo. Dando così la stura (oltre che a una sorta di «delirio postmodernista» nel quale questa doppia «rappresentazione» sistematicamente prendeva il posto dei «fatti», restituendo credito alla tesi-profezia del vecchio Freidrich Nietzsche per il quale i suddetti «fatti», appunto, «non ci sono») a un profluvio di «narrazioni» che immediatamente sono diventate «documenti» e quindi «dati» che hanno prodotto un «valore» tutto a vantaggio delle «piattaforme» le quali, del resto, la maggior parte di questi «scrittori-complotizzisti» ha, a sua volta, ampiamente demonizzato e stigmatizzato come «autrici» del virus stesso. Il prezzo, si diceva … In gioco, stavolta, non c’era un «romanzo» e neppure un «racconto» (due «forme» di quelle «rappresenzationi» di cui si è detto) ma la «vita» stessa, come tutti quanti i filosofi «biopolitici» non hanno fatto a meno di far notare, scomodando Michel Foucault e chissà chi altro. Maurizio Ferraris, tra «narrazione» e «vita» (o meglio: tra «fatti» e «interpretazioni») sceglie la via dei «fatti». Il virus, per lui, è stato un «Evento naturale [il quale] … ha accelerato processi tecnologici e sociali che in condizioni normali avrebbero richiesto anni o decennni, o magari evi». Se dalla famosa formula «f=ma» ti interessa ricavare l’«accelerazione», ti accorgi che essa è data dalla «forza» fratto la «massa», il che è come dire dalla «società» (che è un «oggetto sociale» al pari dei matrimoni) diviso la «vita». Infatti, la «massa» rimane ovviamente del tutto «materiale» (come il rubinetto di casa mia) mentre la «forza» (che, in sé: genera «movimento») può essere solo una «costruzione sociale»; la natura, come si sa, «se ne fotte»  di noi. Dunque, questa «accellerazione-sociale» è stata dovuta al coronavirus che ha «ricordato» agli esseri umani: «siamo mortali»! Di più: siamo «fragili»; siamo effimeri, siamo evanescenti. In realtà, Maurizio Ferraris, a un certo punto, dice: «Pitttosto si manifesta una netta contraddizione fra biopolitica e liberismo: la prima mira al controllo, il secondo al profitto». Traducendo: gli esseri umani, producendo «beni» che (a loro volta) producevano «valore», avevano dimenticato che essi stessi erano «fragili» ed «effimeri» e si erano specchiati nell’«eternità» e nella «permanenza» del «profitto», finendo per credere – con mossa altamente «postmodernista» – non solo che il «valore» avesse la meglio sui «fatti» ma anche che la società capitalistica (generata immediatamente da quella congiuntura) fosse non solo l’unica possibile ma anche l’unica «reale». A conclusioni simili a quelle della Chiesa, dice Maurizio Ferraris (riferendosi al discorso tenuto da Papa Francesco  il 27 marzo 2020) «Si può pervenire anche partendo da un orizzonte laico: sparigliando i giochi linguistici del postmoderno, il virus ci impone di arrenderci alle asperità del reale o addirittura del Reale (lacaniano, con la erre maiuscola)». Jorge Mario Bergoglio, infatti, aveva parlato di «fragilità» e «orgoglio» come dei due poli attraverso i quali il coronavirus ci avrebbe, rispettivamente, fatto «svegliare» e fatto capire di dover «dismettere». Ma l’«orgoglio», comunque sia, è una proprietà (o «qualità») «psicologica» che non ci vuole niente e sconfina nel «vanto». E il «narcisismo» non ha nulla a che vedere con gli attributi tipici della «economia neoliberista» attuale (se non come «derivato», di parecchio incerta eziologia tra l’altro). La «Realtà», «Giusta o sbagliata» che sia – volendo citare ancora Francesco De Gregori, è che il coronavirus ci ha presentato il «conto». Con o senza le nostre «proprietà psicologiche» siamo esseri «evanescenti» ed «effimeri». E se non è questa «pregevole esperienza» un tema filosofico allora io non so che cosa sia la filosofia.

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