IL BIBLIOTECARIO DELLE BRIGATE ROSSE di FRANCESCO CIRILLO
Un anno fa, nel corso del mio ennesimo trasloco questa volta più lungo degli altri, da Cosenza a Milano, il ragazzo dell’impresa traslochi che mi ha aiutato ha dato uno sguardo alle centinaia e centinaia di libri che avevamo sommariamente messo a posto negli scaffali, in attesa di una mia risistemazione più affettuosa, lenta e scrupolosa (e non ho osato dirgli che altrettanti ne avevo lasciato a Cosenza, in una mia cantina, perché nella nuova casa proprio non c’entravano), e, visibilmente sorpreso, mi ha chiesto: “Ma lei li ha letti tutti?”. Alla mia risposta affermativa ha replicato: “Io non ho mai letto un libro in vita mia”.
Penso sia il caso di partire da qui, per introdurvi a questo libro sui libri di Francesco Cirillo. Che di stimoli ne dà tanti, e di chiavi di lettura ne sollecita diverse. Ma intanto giova segnare lo spartiacque, che è nei fatti. E non corre soltanto fra i divoratori di libri e coloro che odiano la lettura (contrapposizione di vecchia data); ma anche fra la carta e internet, fra il testo sancito e definitivo della stampa e la fluidità dello smartphone, la liquidità e la liquefazione del nostro tempo brillantemente analizzate da Bauman. Il libro rispetto all’e-book, ai giornali on line e agli schermi a scorrimento perenne dei social, è cosa diversa. E questo non è il solito discorso passatista. Baricco, nel suo recente “The game”, dice: basta con gli appelli per salvare le latterie che stanno per chiudere. Ecco. C’è una retorica del passato che si vede sbiadire e scomparire, che oggi leghiamo all’invasione del digitale, ma che si nascondeva già avant’ieri nel rimpianto dell’età dell’oro di virgiliana memoria, e che in ultima analisi è la nostra paura di invecchiare e di morire. C’è questo, certo. Ma è anche vero che il libro racchiude un’essenza, un sistema di occasioni, che il digitale non ha. Perché il libro è “finito”. È un’opera data, è un corpo. Cosa che nel web si diluisce e si sperde, dentro un magma sicuramente ricco di sollecitazioni, ma perennemente mobile, indefinito, incapace di punti fermi, di approdi. La lettura del libro che avete nelle mani consente di cogliere bene questo aspetto. Proprio perché Cirillo a un certo punto ci racconta di come i suoi libri facciano con lui il gioco del gatto e del topo. Si lasciano inseguire, ricercare. Seminano tracce. Ma lo costringono, fra inganni e svelamenti, fra messaggi arcani e misteriosi incontri, a cercare, a interrogare. A mettersi in gioco. In una caccia al tesoro che intanto si misura nei “corpo a corpo”; e poi costringe a riguardarsi dentro, a indagare il tesoro nascosto dentro di sé. All’interno del proprio passato. O anche nel proprio futuro; o in uno dei tanti futuri possibili, per sé stesso e per l’umanità. Questo di Cirillo è un libro breve, agile; ma vario, ricco di spunti diversi, di attraversamenti del tema anche trasversali. E soprattutto leggero, a tratti persino esilarante. Ma non per questo non capace di fornire sollecitazioni intense, che poi il lettore potrà decidere a modo suo di sviluppare. Fin dalla suggestione iniziale, un po’ giocosa. Ossia dal titolo, che -come spiegherà- richiama a un’esperienza dell’autore, drammatica ma altamente formativa, legata a una sua carcerazione. E il testo racconta quanto i libri risultino preziosi in circostanze particolari, come possano riempire un’esistenza quando si è costretti a stare tutto il tempo in una cella e non fare nulla. Ci sono, certo, libri e libri. E uno dei passaggi più “forti” ricorda il caso di Lorenzo Calogero, grande poeta calabrese, emblema anche di una vicenda biografica di non riconoscimento, di emarginazione nella follia, di solitudine. E pure di mancata valorizzazione di un così nitido e intrigante fenomeno, a scopi artistico-culturali del territorio. Cirillo ricorda come non ci siano nel paese d’origine del poeta quasi per niente segnali del suo passaggio, della sua vita, del suo talento da offrire ai visitatori. Io, peraltro, mi sono sempre chiesto perché, ad esempio, non si faccia nulla per valorizzare, e in qualche modo per rendere giustizia, a due grandi poeti di Cosenza, Angelo Fasano e Raffaele De Luca, autori di versi bellissimi e peraltro legati a destini drammatici, consumatisi in giovane età, negli anni Novanta del secolo scorso. Perché l’Università della Calabria non ha mai pensato nemmeno di assegnare una tesi di laurea su questi autori, e ne fa compilare invece decine sui soliti autori alla moda, su cui niente di nuovo può essere scritto? Ma poi, ed è una sollecitazione che va colta, Cirillo da un altro punto di vista tratta i libri tutti allo stesso modo. Rinnegando ogni pregiudizio intellettuale. Che si tratti di Bradbury o di Dante, di Collodi o di Shakespeare, il libro è importante di per sé. E la lettura è formativa, e significativa, comunque. C’è naturalmente in questo un po’ del mestiere del libraio: che in parte è un esperto e in parte un catalogatore; che sa darti indicazioni sui contenuti ma poi sa distinguere e sistemare i libri anche in base al colore, alla consistenza, al formato. Un po’ come l’amore verso una donna: ci incantiamo alle sue parole, ci smarriamo nei suoi pensieri, nei suoi giochi di rimandi. Ma poi la riconosciamo dal colore dei suoi occhi, dalla forma delle sue mani. Sono importanti, i libri. Tutti. Dai più nobili a quelli dei bambini. Attenzione, però, all’immagine centrale. Quella ispirata dal “Nome della rosa”, ma anche dalla rapida e significativa ricognizione di quanti nella storia, nei secoli, ci hanno provato. Ossia alla biblioteca che brucia. Per chi “conosce la forza della parola” (come diceva Majakovskij) la scena più drammatica era proprio data dalla distruzione della biblioteca, dai libri che bruciano. Ma oggi? Quale immagine del nostro tempo riveste la stessa forza? Oggi che il libro è desacralizzato e sostanzialmente dimenticato, credo che corrisponda allo scoprire di non essere connessi; che non c’è campo, o che non si trova la presa. Questa è la sciagura più grave di questo tempo. Il che vuol dire che anche il dramma estremo si è ridotto a evento patetico, a scenetta indecorosa per uomini e donne di cui svela quanto, oggi, siano terribilmente soli.
Il libro è in tutte le librerie o richiesto presso la stessa casa editrice: www.cdse.it
Dalla prefazione di Franco Dionesalvi









