Aldo Grasso: Se chi fa inchieste perde la credibilità
da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...

da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...
Tutto parte sempre dai fatti concreti, per entrare, in retromarcia, nella memoria. Come fosse una caverna, un tunnel, un garage. Il fatto è il sindacato di polizia che ritiene inappropriata la mascherina rosa, in quanto poco autorevole. Chiaramente perché il colore viene ritenuto femminile, quindi debole. Incongrua deduzione. Per la verità un altro sindacato di Polizia poi prova a metterci una pezza, ma ormai la frittata è fatta. Ed io leggo, penso e risucchio. Che destino! La prima immagine risucchiata dalla notizia è antica, quasi in seppia. Due tre matrone con i cappotti col collo di pelliccia, e un ragazzone manco adolescente. L’invito delle matrone è di pizzicare le ragazze. Il ragazzone si ritirò, dopo il rito delle stupidaggini che affliggono molti bambini quando vengono a contatto con gli adulti, nella sua stanza. E si diede un pizzico ad un braccio. Non provò nulla di piacevole. E si chiese se, forse, alle ragazze, il pizzico sarebbe stato fonte di piacere. Ma dove, sul braccio? Altrove? Nel dubbio, il ragazzone non pizzicò nessuno e tornò a rifugiarsi nei libri di Salgari dove Marianna veniva amata.
Mica pizzicata.
Poi mi trovo tra la polvere della sera calante al campo sportivo di Melito. Un gruppo di ragazzini scende dalle adiacenti colline ed entra nel rettangolo in terra battuta. Mi avvicino a loro e li invito a giocare, che c’è posto per tutti. Dico ma loro ridono. Mi gridano che con quella voce da Fimminedda posso solo tornare a casa a cucire. E si, mi trovavo nello spazio bianco dove ogni bambino diventa ragazzo, e bambina diventa donna. Ancora esiste l’infanzia con le sue tenerezze. Ma non tutti lo sanno. Rimango male, me ne vado a casa. Lascio il campo e passo i giorni successivi a provare la voce allo specchio, a contare i peli un po’ sparsi nel corpo indeciso, a guardare fuori un mondo inospitale. Non sapevo ancora che un paio di quei bimbi bulli sarebbero diventati cari amici, e le colline pure. Avrei trovato Mandorlo, Sasso e Uccelli. Ma come al solito è l’irruzione di un’altra storia che tengo subito a bada.
Ma perché una Fimminedda deve per forza stare a casa e cucire? Era il 1970. Ma adesso siamo certi che nessuno pensa questo brutto pensiero?
L’incrocio con le ragazze avvenne ai primi anni del liceo. Classe mista. Che brutta definizione. Come un fritto.
Le ragazze sedute tra di loro, e i ragazzi pure. A sinistra i ragazzi, a destra le ragazze. Poi, qualcuna, intorno ai giorni lunghi di aprile, allungò una mano verso la fila dei ragazzi e mi disse se volevo una “gomma”. Era una Brooklyn al sapore di menta. La gomma del ponte.
Che genere di ponte? Un ponte tra generi!
Ma adesso come la finisco questa stramba storia che parte dalle mascherine rosa e passa all’indietro attraverso gli anni, ma soprattutto attraversa inadeguati elementi di debolezza e pregiudizio ancora presenti nella nostra epoca? Come arrivo a dire che trovo scabroso ritenere un essere umano debole se indossa una mascherina rosa, esattamente come quei bulletti delle colline che ritennero, anni e anni fa, un delicato e grassottello bimbo incapace di giocare a calcio a causa degli imberbi suoni di gola poco maschili?
Perché occorre un cicca/ponte tra i generi come se in mezzo a due uguali esseri umani ci fosse un mare?
Comunque sia, è servita una gomma da masticare offerta e colta da mano gentili.
Come dire che solo la gentilezza rende la gente autorevole, e non mascherine color metallo duro al posto del rosa delicato?
E che sia la gentilezza è la virtù dei forti?
Penso proprio di sì. A queste domande rispondo forte si, con voce che invecchiando ritorna bambina, senza generi e mascolinità.
Forse tutto questo non lo sanno, quelli che credono nei colori che dividono.
Adesso, sommessamente, molto sommessamente, glielo diremo.
