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LA VITA NOTTURNA DELLE PAROLE

Le parole fanno la differenza, e non sono lettere morte. 

Tutt’altro. 

A volte, da bambino strano qual ero, nelle notti di veglia, immaginavo le cose prendere vita. 

Le stoviglie, i quaderni della scuola, la scopa appoggiata nell’angolo della cucina in pietra. 

Fuori il mare rumoroso portava a riva mostri e serpenti. 

Troppo per un bambino con un alto dosaggio di fantasia. 

E quindi, terrorizzato, mi coprivo sempre più con le coperte. Mi fondevo con le lenzuola. Diventavo lana e cotone, cuscino e federa. 

Perché le cose che non si vedono, per i bambini, non esistono. E non possono fare loro del male. 

Da adulto, nelle notti di veglia, invece sento che prendono vita le parole. 

Ne sento i suoni appoggiati alla lancetta delle ore. 

Alcune parole le scrivo, per non farle morire. Altre, le cambio, per dare loro una vita nuova. Perché le parole sono innocenti, a differenza delle bocche che le pronunciano. 

Ma le parole spesso vengono pronunciate per ripetizione, senza dare loro la dignità del senso, del significato. E diventano linguaggio collettivo. 

Finché, qualcuno, pensa. O, diversamente, le sente prendere vita di notte.
Nella notte le parole si ribellano al significato che diamo loro, e chiedono giustizia.
Per esempio, usare la parola “mongolo” per mettere in evidenza le presunte scarse capacità intellettive di qualcuno. 

Il riferimento, tanto stupido quanto atroce, non è al popolo della Mongolia, ma alle persone affette da sindrome di Down. Come se una patologia fosse una colpa. 

Uno stigma. Una ingiuria.
Feci diventare nuvola Martina, per portarla lontano da parole brutte. Usai l’arma della scrittura. Che non uccide, ma salva.
Ma c’è di peggio nel mondo delle parole rese brutte dagli uomini.
La definizione di una parte di noi, con il tutto di noi. Una parola, spesso poco pensata, che ci definisce. Una parola cesoia, che taglia tutto il mistero che c’è in ognuno, riducendo l’essere ad una piccola, spesso non significativa, parte. 

Di conseguenza, sempre per esempio, le persone con autismo diventano, d’ufficio, gli autistici. E così viene loro amputata la complessità che caratterizza ogni essere umano. Noi siamo ciò che vogliamo, che facciamo, che vestiamo, che leggiamo, che mangiamo. 

Siamo tante piccole destrutturate parti che si riuniscono nell’umanità di ognuno, dandone contenuto e forma. 

Nessuna di queste piccole parti ci può rappresentare. 

Siamo una dinamica composizione di azioni e desideri.
Le parole, quando escono dalla nostra bocca, parlano di noi.
Ecco, noi siamo anche le parole che pronunciamo. Siamo il senso sofferto delle lettere affiancate.
Il suono che si spande, il senso che graffia.
Ma tutto ciò si può sentire soltanto di notte, quando tutto prende vita e danza seguendo le ore buie, fino al mattino.
Come le vecchie stoviglie, in una cucina di pietra, in una casa antica di fronte al mare.

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