Aldo Grasso: Se chi fa inchieste perde la credibilità
da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...

da Giornalistitalia.it rip. dal Corriere della Sera di Aldo Grasso La credibilità è il bene...

La storia non è soltanto ciò che è accaduto. È anche ciò che gli uomini hanno tramandato, scritto, conservato e, talvolta, deliberatamente falsificato.
I falsi storici rappresentano una delle zone più affascinanti e insidiose della ricerca sul passato. Un documento contraffatto può sembrare autentico, può essere attribuito a un personaggio celebre e persino convincere per un certo periodo studiosi, giornalisti e istituzioni. Ma prima o poi deve confrontarsi con la critica delle fonti, la filologia, l’analisi materiale e la verifica incrociata delle testimonianze.
Uno degli esempi più celebri è la Donazione di Costantino, un documento apocrifo attribuito all’imperatore Costantino. Nel XV secolo Lorenzo Valla ne dimostrò l’inattendibilità attraverso l’analisi linguistica e storica, individuando elementi incompatibili con il latino e con il contesto del IV secolo.
La vicenda dimostra una regola fondamentale della storiografia: un documento non diventa vero semplicemente perché è antico, autorevole o conservato in un archivio. Deve essere sottoposto a verifica.
Un caso ancora più clamoroso arrivò nel XX secolo con i cosiddetti Diari di Hitler. Nel 1983 la rivista tedesca Stern presentò 62 volumi attribuiti ad Adolf Hitler. La notizia fece rapidamente il giro del mondo e alcuni esperti inizialmente considerarono autentici i documenti.
Pochi giorni dopo, però, le analisi scientifiche cambiarono radicalmente il quadro. Il Bundesarchiv tedesco annunciò il 6 maggio 1983 che i presunti diari erano falsificazioni. Gli esami dei materiali e successivamente delle scritture permisero di smascherare la contraffazione.
La lezione è importante anche per il giornalismo contemporaneo. La velocità della notizia può trasformare una scoperta non verificata in una “verità” percepita dall’opinione pubblica. Quando entrano in gioco esclusiva, fama, denaro o desiderio di uno scoop, il rischio di abbassare la soglia della verifica aumenta.
Ma il problema dei falsi storici non riguarda soltanto i documenti materialmente contraffatti. Esiste anche una forma più sottile di falsificazione: la manipolazione del racconto storico.
Selezionare alcune fonti ignorandone deliberatamente altre, alterare il contesto, trasformare un’ipotesi in una certezza, attribuire a un documento un significato che non possiede o diffondere una testimonianza senza verificarne la provenienza sono tutti comportamenti capaci di deformare la memoria collettiva.
Per questo lo storico deve comportarsi, in parte, come un investigatore. Deve domandarsi: chi ha prodotto questa fonte? Quando? Perché? Chi l’ha conservata? Esistono versioni precedenti? Il linguaggio è compatibile con l’epoca? Il supporto materiale è coerente? Il contenuto concorda con altre fonti indipendenti?
La moderna ricerca dispone inoltre di strumenti scientifici sempre più sofisticati. Analisi della carta, dell’inchiostro, della scrittura, delle tecniche di produzione e della provenienza archivistica possono contribuire a stabilire l’autenticità di un documento. Il caso dei Diari di Hitler dimostra quanto sia importante non affidarsi a un solo indizio o a una singola autorità.
La digitalizzazione degli archivi offre oggi un’opportunità straordinaria. Rendere le fonti accessibili permette a un numero maggiore di ricercatori di confrontare documenti e interpretazioni e rende più difficile costruire una narrazione fondata su una fonte isolata. UNESCO, ad esempio, sta portando avanti importanti progetti di conservazione e digitalizzazione del proprio patrimonio documentario.
Nell’epoca della disinformazione digitale, la questione assume una dimensione ancora più ampia. La falsificazione non ha più necessariamente bisogno di carta, pergamena o inchiostro: può essere una fotografia manipolata, una citazione inventata, un documento digitalizzato alterato oppure una storia costruita artificialmente e ripetuta migliaia di volte.
Il vero antidoto non è quindi soltanto la tecnologia. È la cultura della verifica.
Studiare la storia significa anche imparare a dubitare. Ma dubitare non significa negare tutto: significa distinguere tra ciò che è documentato, ciò che è probabile, ciò che è controverso e ciò che non possiede prove sufficienti.
La storia più seria non ha paura delle domande. Al contrario, vive proprio della possibilità di sottoporre continuamente le proprie conclusioni a nuove verifiche.
Perché il falso storico, alla fine, non è soltanto un documento contraffatto. È il tentativo di sostituire alla ricerca della verità una verità già confezionata.
E davanti a ogni documento, antico o moderno, la domanda fondamentale rimane sempre la stessa:
Chi lo ha scritto, perché lo ha scritto e come possiamo dimostrare che sia autentico?
